Disegno di ZUZU (pseudonimo di Giulia Spagnulo)
Questo articolo è sia la recensione di un disco musicale che la narrazione della mia esperienza di ascolto.
E’ un disco che nasce intorno alla fine di una relazione sentimentale. Le riflessioni e le mie associazioni ruoteranno intorno al tema della perdita e del lutto. Il modo raffinato, onesto, sincero, con cui Rareș descrive la sua esperienza mi è sembrata una preziosa occasione per riflettere ancora una volta su momenti che ognuno di noi si trova ad affrontare.
Quando vengo a sapere dell’uscita di questo disco ne leggo un gran bene; una rivelazione, un lavoro sorprendente. Il nome dell’autore mi è in qualche modo noto eppure non ricordo dove l’ho sentito. Leggo distrattamente che si tratta di un album che parte dalla rottura di una storia d’amore. Come mia consuetudine, cerco di capire se esiste un formato fisico da acquistare. Constato, come accade spesso, che per ora è solo un album digitale: uscirà il vinile solo dopo qualche mese. Non cerco altre informazioni e faccio partire l’ascolto.
Parte la prima traccia: sembra la registrazione di un dialogo tra Rareș e un bambino, mixato con un sottofondo musicale, forse una tastiera. A tratti il tutto è coperto da una parola scandita a ritmo: SINCERO! Una dichiarazione di intenti? Si parte da una domanda di Rareș: “Vieni! Facciamo suonare la musica? Tu sai farlo?”. Si sente un carillon: il bimbo partecipa col suo strumento. L’atmosfera è giocosa. Si introduce una voce anziana, la nonna. Alla fine il bambino, sconsolato, dirà: “non sento”. Evocativo, semplice, tenero: una scena di famiglia.
Quando parte la seconda traccia, GIORNI DI SOLE, finalmente lo riconosco dal timbro della voce: l’ho sentito già in un album di Faccianuvola. Rareș ha una voce profonda, calda, espressiva ed estremamente malinconica; a tratti lirica. Dipinge immagini di uno spazio abbandonato: “Ho costruito un nido tra le foglie più verdi / per stare al sicuro dagli altri animali / ma senza il tuo odore un nido è un mucchio di rami”.
Percepisco la qualità del vuoto che viene lasciato da una persona che non c’è più. Ci sono tracce percettive tattili e olfattive, che si fondono con le tracce mnesiche e lasciano il dolore in vece della persona. “Giorni di sole / sei solo un’ombra ormai / io mi ricordo / e si ricorda anche il corpo”.
La qualità della registrazione è imperfetta, scarna, sporca. Sembra scarsamente modificata dal processo produttivo; forse ambisce a essere sincera? Mi rimanda un’atmosfera casalinga, come nel dialogo iniziale col bimbo e la nonna. Come se Rareș avesse aperto la porta di casa ai musicisti e avesse chiesto loro di registrare on plein air. Senza fronzoli, senza mettere troppo a posto le cose in disordine, lasciando l'immediatezza dell’ispirazione. Apre le porte di casa anche a chi ascolterà l’album: calzini, giocattoli, tutto è in giro, fuori posto e vitale. Mettersi a nudo prima che sia troppo tardi, prima che il pudore ci renda presentabili: forse questo è il solo modo di comunicare un dolore restando sinceri/trasparenti? L’immediatezza e l’assenza di filtri sono una scelta stilistica che permea tutto il lavoro e lo rende diretto. Le sensazioni vengono lasciate a fior di pelle; le emozioni, forse anche quelle più crude, verranno condivise così, senza ripensarci troppo.
Con GATTI, la terza traccia, si cambia atmosfera. Un sassofono squilla, i ritmi si fanno più serrati e una melodia orecchiabile parte. La batteria è vivace: si balla! I toni si fanno ironici: “Cosa vuoi che mi importi? Non resta più niente di me e di te, di quel che sarà”. Emerge l’euforia, quella che arriva quando ci sentiamo liberi: “Senza più i gatti addosso / i topi accendono il fuoco e saltano tutt’intorno”. Come quando ci si rende conto che si era in una gabbia: le corde sono sciolte, si può saltare e smettere di rinunciare in nome del compromesso: “io pensavo di stare dove volevo stare e invece tutto il contrario di quel che volevo”. Il desiderio riparte.
Mi coinvolge il ritmo incalzante ma la costruzione del testo è particolare; in alcune parti faccio fatica a capire cosa dice. Che modo di scrivere è? Come canta? Alterna il falsetto a tonalità molto basse. Mi chiedo se non si tratti di qualcosa legato alle radici linguistiche di Rareș. Mentre il disco va avanti inizio a cercare qualche informazione: artista veneto nato in Romania. Vedo qualche foto: viso tondo, sorriso aperto, occhiali. Sembra uno studente, mi fa simpatia. Ha studiato al conservatorio, musica elettronica: sembra ben lontano da questo stile, che fatico a definire ma che sicuramente è nell’ambito del pop, cantautorato, forse la maxi categoria dell’indie? Scoprirò a posteriori che i due precedenti album erano più sperimentali e votati alla musica elettronica, sebbene il cantautorato restasse ben presente nella scrittura. Anche il testo nasce da necessità ritmiche, la voce è uno strumento più di quel che sembra.
Parte un altro brano, ROBINA. I ritmi si fanno più blandi, il sax squilla ma l’aria è più riflessiva. Ma nel ritornello si balla, forse ancora di più di prima. È il racconto di un litigio, uno di quelli che esplodono all’inizio di un rapporto: forse un ricordo antico si è riaffacciato, un rigurgito di memorie indigeste. Le prime delusioni, quei primi dissidi che ci fanno così arrabbiare: sembra che quei momenti ci avrebbero dovuto far capire che sarebbe andata male, darci una sorta di preavviso. Ci lasciano con l’amaro in bocca: perché non l’ho capito allora? “Non so cosa ho fatto, quanto ti ho dato, se ti ho dato almeno / spero ti rimanga di me qualcosa, almeno una cosa sincera”. Le atmosfere sono agrodolci, la musica allegra e le parole dure: “il coltello dalla parte del manico / fammi del male che almeno io mollo la presa”. Quella robina che si muove dentro al petto è malinconia, rabbia e qualcos’altro: “non so se te l’ho detto / che niente è in grado di ferirci, invece / che cosa abbiamo combinato, baby?”.
Il mescolarsi di atmosfere variegate è una cifra stabile di questo lavoro. La classica ripartizione delle fasi di elaborazione del lutto vengono scompaginate, si fanno confuse, compresenti e tremendamente reali. Dolore, allegria, euforia, rabbia, nostalgia: tutto si mescola continuamente nei momenti indefiniti di lutto, di cui non si intravede limite. Ne usciremo? Ci lascerà andare questo dolore? Quanto continueremo a rimanere
imprigionati dai fantasmi? “Lutto e melanconia” (Freud 1917): l’oggetto perduto è tremendamente presente, come si può lasciarlo?
Con HANNO PREVISTO PIOGGIA duetta con Faccianuvola. Qui mi sento preso da una fantasia che mi porta lontano; forse troppo lontano. Quando lo sento penso a una riedizione del brano di Lucio Battisti “Innocenti Evasioni”: “Che sensazione di leggera follia / sta colorando l’anima mia”. Lo stile è ugualmente scanzonato ma l’atmosfera testosteronica del brano di Mogol non c’è (i tempi sono ben diversi), però è come se il machismo fosse evaporato lasciando delle tracce, come il mare che lascia spazio al sale. Non so se sia un mio delirio o se effettivamente il brano nasca da un innamoramento, una cottarella per un’altra persona; è come se sostasse nell’anticamera del tradimento, nel momento in cui si fantastica e non si osa agire. Rimango sospeso sull’ambiguità di alcune espressioni: “Com’è bello aprire la bocca e cantarti una nota / sentire che vibra la bocca e la gola / e tu che mi ascolti, sorridi e mi fissi un po’ troppo / resta il fatto che con te io sento che sono quello che sono”. Il vezzo di mettersi in mostra e lo sguardo dell’altro, che ci fa sentire belli e desiderati. Eppure avverto anche la colpa nei confronti di chi rimane a casa: “Hanno previsto pioggia / tu vieni un’altra volta. / Come posso essere triste / se il cielo mi sorride e resti ancora un po’?”. Certo il testo potrebbe parlare di tutt'altro, eh. Rimango ammaliato da questa pioggia che rinfresca. Ma porta anche il risveglio, riporta alla realtà. E infatti.
Dopo le atmosfere allegre ecco presentarsi le prime vere note dolenti, sin dal titolo: L’AMORE È UN’ALTRA COSA. Il pianoforte porta i toni gravi, la voce è lenta e il testo mortifero: l’ambivalenza è sparita, tutto è estremamente nitido. Si rievoca il momento della separazione, parla con franchezza descrivendo scene che ho già visto nei miei momenti di lutto. Il testo è esplicito, diretto, fin troppo crudo: “Ora basta, non capisco più niente / cos’è successo nell’ultimo mese / negli ultimi mesi / non eravamo noi / ma sembravamo noi”. Le pareti crollano, ci si mette a nudo e si dice tutto in faccia. Prima eravamo di fronte a uno specchio, che non ci faceva vedere nulla. Penso a “Insieme” di Daniele Silvestri: “C’è gente che si ama / divisa da un muro / da dietro la porta, per stare al sicuro / ma se la porta si apre, è successo anche a me / puoi scoprire che l’altro non c’è”. Le cose sembrava andassero bene; oppure avevamo bisogno di crederlo. Sembra di essere lì con loro mentre tutto finisce: “Non urlare, che non siamo bestie / vieni in sala, parliamone bene”. Gli ultimi tempi deflagrano, finché non si può arrivare che a una conclusione: “l’amore è un’altra cosa”, Rareș canta come se piangesse, come se ululasse. È salito “il sole nero della malinconia” (Kristeva 2013). Bisogna lasciar andare quel noi che non c’è più, quel noi a cui ci aggrappavamo forse illudendoci, sperando di riportarlo in vita quando ormai è troppo tardi: “Sette mesi come tutto d’un fiato / sette giorni per sentire il coraggio / lasciare la presa / per tornare al buio con la propria testa”. Il brano termina e mi chiedo come si possa andare avanti. L’album potrebbe finire qui. No, non c’è la fine, non ancora. Anche perché se la fine fosse qui non ci potrebbe essere più vita: sarebbe la morte. Ed ecco che torna il bimbo, quello sincero dell’inizio. Mi ridesta dalle atmosfere tenebrose in cui ero precipitato. Porta una farfalla, un fiore, alla nonna. Un bimbo e anche Rareș sembra risvegliarsi: forse torna in vita per lui? Mi figuro un piccolo bimbo che assiste a un litigio, un brutto litigio, alla separazione, forse è suo figlio? Un bambino in una giovane coppia che si separa, ecco, quello potrebbe essere l’unico modo di sopravvivere a un inferno come questo, l’unica prospettiva accessibile. Come quando il tuo corpo è stanco e bisogna fare uno sforzo in più perché te lo chiede un bambino, “his majesty the baby”.
Scoprirò poi, guardando un’intervista, che quel bimbo è suo nipote. Rareș dice: “mi piaceva l’idea di inserirlo nel disco (…) per me non è ancora il momento di avere un figlio” (1). Possibile che non si sia reso conto dell’effetto dato dall’inserimento di una voce infantile in questo dramma? Di quanto si allarga il campo? Continuando a viaggiare con la mente, vivo le separazioni che ho passato e quelle che ho allucinato, i divorzi raccontati, le famiglie che si riorganizzano e i bambini che si adattano alle nuove situazioni, che trovano una nuova collocazione. Gabriel - questo il nome di battesimo di Rareș - ha meno di 30 anni, le sue sono le esperienze di un giovane uomo; l’inserimento di un bambino verticalizza il disco, lo rende leggibile a generazioni precedenti, ai miei coetanei. Lo rende immediato per me, quarantenne e padre, permettendomi di entrare in un flusso emotivo che forse non sarebbe stato lo stesso. Genialità, di quelle genialità inconsapevoli? Forse questo dà la dimensione di questo lavoro: Rareș sembra aver avuto la possibilità di accedere a quello spazio profondo cui attingono i grandi artisti, riuscendo a tirare fuori capolavori (Brondi 2026). Battiato diceva che canzoni come “La Cura” non venivano da lui ma dal divino; lui diveniva un tramite per poter rendere accessibile a tutti quello che era già di tutti. Rareș è forse sceso in profondità, è arrivato a quella parte che alcuni chiamano spirituale, quella materia che attinge all’inconscio collettivo, che lega tutti noi come le ife dei funghi nella profondità della terra.
Il disco, intanto, prosegue. QUANDO CI SEI ci riporta la vita, fa ritornare le atmosfere scanzonate. Orecchiabile, ballabile, con un “pappappa-papparattarararapappappa” che si fissa in testa come il migliore dei ritornelli. Un bambino, oppure una nuova persona: i motivi per trovare nuova vita, per ripartire. In SINCERO dice: “che se non fosse per te / io sarei steso a morire”. L’ambizione di essere trasparenti è impossibile, essere sinceri come avrebbe voluto è un’utopia. “Arrivare e partire / arrivare a dire il vero sincero”: formula strana e ripetuta, mi lascia pensare: il viaggio per la sincerità non è finito, è un’intenzionalità con un arrivo solo utopico, inimmaginabile.
STRAPPACUORE lo firma con Giovanni Truppi, e ne fanno un’interpretazione limpida e senza fronzoli, che restituisce la crudezza delle atmosfere dolorose. “Non ci vorrà molto / ti cambia i connotati della faccia”. Un incontro che cambia, che non lascia indifferenti, che cambia nel profondo. Il dolore non passerà mai, tornerà, questa la considerazione amara: bisogna farlo proprio, assorbirlo, trasformarlo e permetterci di trasformarci. Non ci sono formule magiche per dimenticare esperienze di quel tipo: se ci sei passato, lo sai che nulla sarà più come prima. Lo scarto lo senti quando cantano l’intenso ritornello: “Per ritornare ad essere / io come ero prima dell’amore. / Tornare ancora vergine / vedere se mi tornerà la voglia di amore / di fottere, di ridere, / parlarti fino a perdere la voce”.
Torna il sereno in SENZA CONFINI. Si parte con un riferimento a una “notte dei miracoli”, che non può che richiamare Lucio Dalla ma finisce per descrivere le notti insonni a prendersi cura di un altro: “Stasera dormo con un cucciolo / e ci teniamo per dietro il collo a turno”. Io penso alle mie notti insonni con i neonati, il corpo sfinito ma animato da non so che sentimento, da non so che persona, da non so quale amore. A perdere riferimenti, confini, a diventare un’altra cosa insieme.
CREDI sembra la conclusione perfetta: finalmente ritornano i ricordi dolci, immagini di vita comune, “schegge di conversazione”: “se lo avessimo saputo che era l’ultimo abbraccio ti avrei stretta più a lungo”. Arriva la sintesi con una ammissione che comprendo nel profondo: “E ti coglie d’improvviso / Ti si crepa un po' il sorriso ed anche il mio / Dopo il botto non rimane che la voglia di cantare / Vaglielo a spiegare”. Quei pensieri luminosi che ci solcano la mente in maniera inaspettata, che segnano il momento in cui si può tornare a vivere nonostante il fagotto doloroso.
E in FINE torna quell’ambizione di sincerità ma ha un sapore diverso: “arrivare e partire, arrivare a dire il vero sincero” viene deformato e rallentato, non è più squillante ma si presenta in tonalità minore, decadente, come gli orologi sciolti di Dalì. E ancora una conversazione col bambino. Rareș gli chiede come sta, lui non sa rispondere. “Sei contento di vedermi?” e il bambino dice: “No”. Rareș, si avverte, è deluso, un po’ piccato. Gli fa il solletico, un po’ di moine. E torna a chiederglielo di nuovo: “Sei contento?” e il bambino, evidentemente per accontentare l’adulto, risponde: “Si”. “Ooooh”. E così il bambino impara che non può essere sincero.
(1) Sto parafrasando; non ho trovato più quell’intervista. Non ho riportato in maniera letterale il suo contenuto
BIBLIOGRAFIA
- Brondi, V. (2026). “Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte.” Einaudi
- Freud, S. (1917). Lutto e melanconia. OSF 8. Bollati Boringhieri
- Kristeva, J. (2013). Sole nero. Depressione e melanconia. Donzelli