Cultura, cinema e arte

“Non scrivere di me” di Veronica Raimo - Intervista di Valeria D’Angelo, Alice Piacentini e Silvia Santiccioli


“Non scrivere di me” di Veronica Raimo - Intervista di Valeria D’Angelo, Alice Piacentini e Silvia Santiccioli

 

Non scrivere di me, l’ultimo romanzo di Veronica Raimo edito da Einaudi, ci ha conquistate fin dal titolo. C’è qualcosa di irresistibile in quell’imperativo che contiene una negazione: un invito a non fare qualcosa che, inevitabilmente, suscita il desiderio di farla. È forse da questa tensione che nasce la nostra curiosità per il libro e la scelta di incontrare la sua autrice, per condividere con lei domande, impressioni e riflessioni.

Abbiamo incontrato Veronica Raimo al tavolo di un bistrot in una calda e insolita serata romana: di tanto in tanto soffiavano forti folate di vento, che andavano a scompaginare gli oggetti sul nostro tavolo e anche le nostre voci. Alcuni elementi del mondo intorno a noi intervenivano improvvisamente nella registrazione dell’intervista: un cameriere che ci chiedeva qualcosa, un avventore che diceva la sua, uno sfondo di vita e parole estemporanee. Eppure, nulla ha scalfito l’attento scambio che si stava generando e che si è intensificato, forse, anche perché ciascuna di noi, mentre ascoltava la scrittrice, sentiva di riconoscere ed aver vissuto, in modi e forme diverse, qualcosa delle esperienze narrate nel suo libro. La mente tornava agli incontri sbagliati, alle storie sofferte, agli amori, ai dolori e alle illusioni. Anche per questo ringraziamo ancora Veronica di aver avuto tempo da dedicarci e di aver accolto generosamente le nostre domande.

La vicenda di Non scrivere di me è affidata alla voce di S., la sua protagonista, che racconta in prima persona attraverso un continuo movimento tra presente e passato, la propria storia. Il disvelamento di quanto comprendiamo aver congelato la sua esistenza, raggiunge un’acme narrativo che, grazie ad una scrittura asciutta e in sottrazione, restituisce una profondità autentica al vissuto traumatico di S. dolorosamente custodito in un tempo fermo e sospeso, come pure i suoi affetti, i suoi legami e i suoi orizzonti. Quando la routinaria vita di S. viene travolta da accadimenti inaspettati, e forse tenuti a lungo silenziati, la narrazione, di sé e del libro, prende a scorrere.

Siamo rimaste colpite dalla scelta di non dare un nome completo alla protagonista, ma di identificarla soltanto con l'iniziale "S.". Ci siamo chieste cosa ti abbia portata a questa decisione e ci incuriosiva quale significato attribuisci alla sottrazione del nome.

Essendo un libro scritto in prima persona, all'inizio non mi sono posta il problema di come si chiamasse la protagonista. In parte perché non ne avevo la necessità: non dovendola nominare, ero in presa diretta con la sua voce e ho continuato a non sapere che nome avesse fino al momento in cui compare il poeta italo-argentino che le fa la dedica sul libro. Lì ho inserito questa "S puntata" e ho pensato: va bene, allora il suo nome inizierà con la S. Però, arrivata alla fine del libro, tutti i nomi con la S che mi venivano in mente mi stonavano. Forse perché, non avendole dato un nome fino a quel momento, ormai era difficile farlo: un nome è qualcosa di molto determinante, e se non c'è fin dall'inizio è complicato che arrivi dopo. Mi piaceva l'idea della "S puntata": ne ho provati diversi e nessuno mi sembrava corrisponderle. Quindi, in realtà, non so come si chiami. Non è stata una sottrazione deliberata: è stata proprio un'ignoranza, che però è rimasta tale. Come se ci fosse un'opacità che non riguarda soltanto chi legge, ma anche me. È un territorio che non conosco, e mi andava bene lasciarlo sconosciuto.

Siamo rimaste incuriosite dal titolo del film di Dennis, “Lark”, e ci siamo chieste come sia nato. L'allodola è tradizionalmente simbolo del risveglio e della speranza che vince il buio della notte. Ma richiama anche l'espressione "specchietto per le allodole", cioè un'esca, un'illusione costruita per attirare e ingannare. Ci siamo domandate se questa ambivalenza fosse presente nelle tue intenzioni e se il titolo contenesse una traccia dell'illusorietà dell'incontro – o forse del legame – tra Dennis e S.

In realtà, il film all'inizio doveva chiamarsi Polaris. Anzi, fino all'ultimo il titolo è stato così, anche perché, per me, era il nome del motel: Motel Polaris. Contemporaneamente però, circolava anche un film dal titolo simile e ho preferito cercare un altro nome per evitare sovrapposizioni o equivoci.  A quel punto ho iniziato a cercarne uno diverso. Per me era importante che evocasse un immaginario un po' indie, che non fosse semplicemente il nome del motel. Ho provato tantissime possibilità: frasi, parole, pagine di titoli che sembravano a metà tra il nome di una band e quello di un film. A un certo punto è arrivata la parola Lark. Non ricordo esattamente come sia emersa. La cosa strana è che mi è venuta in mente prima la parola del suo significato: non sapevo nemmeno cosa volesse dire. Poi ho scoperto che significa "allodola" e anche “scherzo, beffa”. L'idea dell'allodola mi ha colpita. Non tanto per lo "specchietto per le allodole", quanto perché è un uccello simbolico, ma anche un animale che appartiene alle prime ore del mattino. Mi piaceva immaginare questo nome per un motel: un luogo legato alla notte, ma in cui, dopo la notte, c'è la possibilità di un risveglio, di un sonno diverso. Mi sembrava una parola evocativa, breve, con un suono che poteva sembrare persino un nome proprio, pur non essendolo. Pensandoci, non so come sia possibile che sia arrivata prima la parola del suo significato. È una cosa stranissima, come se la parola avesse portato con sé un senso ancora prima che io lo conoscessi.

Come ti sei sentita nello scrivere e raccontare una scena di stupro? Immaginiamo che l'identificazione con S. sia stata, almeno in parte, inevitabile, così come lo è per chi legge. Ci chiediamo cosa abbia significato per te, stare insieme ad S. in quella camera d'albergo e attraversare la disumanizzazione di quell'atto senza sottrarti alla sua verità.

Ho sempre avuto, e in qualche modo ho anche rivendicato, un pudore sia estetico sia etico nel non entrare nelle stanze della violenza e del dolore, perché mi è sempre sembrato non solo un atto voyeuristico, ma anche una forma di contaminazione con il male. C'è un libro bellissimo che per me è sempre stato un punto di riferimento, Elizabeth Costello di J.M. Coetzee, che riflette proprio su questo problema. Lì si parla del male, del nazismo, e la protagonista critica uno scrittore che racconta nei dettagli ciò che hanno vissuto le vittime. La sua idea è che, nel tentativo di rappresentare letterariamente il male, ci sia sempre il rischio di contaminarsene. È una riflessione che mi ha sempre accompagnata. Per tutto il romanzo siamo dentro la testa di S, che è una persona ossessiva, paranoica. Ho pensato che, se quella scena fosse rimasta soltanto allusiva, non sarebbe stato chiaro fino in fondo che cosa fosse successo. Se fosse stata semplicemente raccontata da lei o riportata da un'amica, da un fidanzato, da un medico, sarebbe rimasto il dubbio che fosse una sua interpretazione, una ricostruzione soggettiva. Per questo ho sentito che dovevo entrare lì dentro, perché le dinamiche fossero inequivocabili. Ho cercato però di raccontarle nel modo più oggettivo possibile, attenendomi ai movimenti, ai gesti, a ciò che accadeva, mantenendo al tempo stesso la sua ossessività, quel continuo costruirsi schermi mentali. È stato difficilissimo, sia dal punto di vista emotivo sia da quello stilistico.

Anche il linguaggio che hai usato per descrivere la scena di violenza ci ha impressionate molto: è un linguaggio zero, dritto, asciutto.

Sì. Volevo arrivare, pur sapendo che la neutralità non esiste, il più vicino possibile a un linguaggio che le assomigliasse. Anche perché, secondo me, esistono due retoriche opposte nel raccontare la violenza. Da un lato c'è quella elusiva, o quella che la trasfigura poeticamente; dall'altro c'è una rappresentazione che oggi ritroviamo spesso nel true crime, dove c'è un certo compiacimento nel mostrare i segni della violenza. Una rappresentazione che pretende di essere oggettiva, ma che in realtà finisce per offrire uno sguardo voyeuristico. Non volevo cadere in nessuna di queste due direzioni. Cercavo davvero una forma di neutralità. Non so se ci sono riuscita: forse è il massimo grado di neutralità che sono stata capace di raggiungere. So però che, mentre la scrivevo, stavo molto male. Ci ho messo tantissimo. Sono rimasta davvero dentro quella stanza. Per scrivere quelle poche pagine ho impiegato una settimana. Mi ricordo che, quando la mia editor di Einaudi aveva letto la prima parte del romanzo, le dissi: «Vorrei arrivare a descrivere una scena e poi te lo mando», perché per me era importante che leggesse il libro fino a quel punto. Quando l'ha letta mi ha detto: «È stata durissima. Hai fatto bene ad aspettare, perché è chiaro che tutto il libro costruiva una tensione verso questo momento». Però, anche sapendolo, non me l'aspettavo: è arrivata comunque con una forza enorme. Per me è stato un passaggio molto faticoso. Anche dal punto di vista dello stile: cercare una scrittura neutra, rinunciare a qualsiasi forma di abbellimento. Allo stesso tempo, mi chiedevo: se per me la scrittura è così importante, se è la mia forma espressiva, come si fa davvero a neutralizzarla? Erano questioni continue, che mi hanno accompagnata per tutto il tempo. Mi sono fatta tutte le domande che ritenevo necessario farmi. Non so se le risposte che mi sono data siano quelle giuste, né se siano sufficienti. Forse sono inevitabilmente imperfette. Però credo che, quando si affronta creativamente un tema del genere, il fatto stesso di porsi queste domande sia già un passaggio importante.

Nel libro scrivi che «le ossessioni si alimentano nel vuoto». L'ossessione di S. sembra occupare ogni spazio e ogni tempo della sua esistenza, fino ad impedirle di immaginare una vita diversa. A noi è sembrato che, a tratti, assumesse anche i contorni di un'autopunizione: come se S. rimanesse imprigionata non solo nell'epilogo tragico della violenza, ma anche nel vissuto e ricordo di quella che solo per lei era stata una storia d'amore. Ti ritrovi in questa lettura?

Sì, c'è sicuramente una componente di masochismo, di autodistruzione. Le persone ossessive da un lato, cercano continuamente una soluzione, ma dall'altro in realtà non vogliono davvero trovarla e finiscono per alimentare la propria ossessione. Per me tutto il libro racconta proprio questo: un'ossessione che cresce dentro il vuoto in cui Dennis l'ha lasciata. Di Dennis, del resto, non sappiamo mai la versione dei fatti. È quasi soltanto una sua proiezione, volevo che rimanesse un personaggio appena abbozzato, in fondo non sappiamo nulla di lui. C'è sicuramente anche una componente di autopunizione e, insieme, una sorta di scandalo del desiderio. Lei cerca un senso a ciò che è successo e pensa che quella risposta possa arrivare soltanto da lui. È proprio questo ad alimentare l'ossessione: un'attesa interminabile. Mi interessava raccontare questa dinamica attraverso una persona che, almeno in teoria, avrebbe tutti gli strumenti per affrontare la situazione in un altro modo. È una ragazza del suo tempo, una studentessa universitaria, conosce il femminismo, sa che esistono i centri antiviolenza, potrebbe rivolgersi a un'avvocata o anche semplicemente parlare con un'amica. Eppure, tutti questi strumenti, in quel momento, è come se le fossero inaccessibili. Persino il femminismo, l'idea della sorellanza, pur sapendo cosa significano, non le sono vicini, non le parlano davvero. Per questo continua ad aspettare una risposta soltanto da lui. È una risposta di senso, prima ancora che una risposta ai fatti. Quindi sì: c'è sicuramente un intreccio di ossessione e di autopunizione.

Nella parte finale del libro, quando S. incontra l’altra donna — la scrittrice con cui può finalmente mettere in parola la propria storia — è lei stessa a dire, in merito al suo segreto: “non serve più fare la guardia”. Come se per tutto il tempo ci fosse stata una forma di vigilanza su ciò che aveva vissuto, qualcosa che non poteva emergere e che doveva restare sotto la sua custodia.

Sì, infatti quell’incontro può avvenire solo nel momento in cui Dennis muore e quindi non c’è più nulla da attendere, non c’è nessuna risposta possibile. È proprio l’eterna attesa a creare questo tempo sospeso: il fatto di essere sempre in una condizione di attesa.

Prima che S. subisca lo stupro, è una studentessa che scrive poesie, utilizza un linguaggio più sublimato, metaforico e letterario, canale che si interrompe bruscamente quando la sua esperienza diventa più concreta e carnale. A quel punto anche il suo linguaggio cambia, diventando più diretto, cinico e realistico. Questo contrasto tra la poesia e la svolta più ‘materiale’ del racconto è stata una scelta consapevole? E che ruolo ha per te la poesia come forma espressiva nella costruzione del personaggio?

In realtà molto spesso chi scrive, parte dalla poesia. È, secondo me, qualcosa che appartiene anche alla giovinezza e a un certo modo di credere nella letteratura che poi, con il tempo, si perde, perché si diventa magari più cinici in generale. Nel caso di S., la poesia ha entrambe le funzioni. Nel momento in cui smette di scrivere, è come se smettesse anche di credere nella scrittura e nella letteratura. A quel punto resta soltanto un potere evocativo delle cose, ma in senso quasi rovesciato: non più quello della creazione, bensì quello di una lettura disincantata, che vede solo la parte marcia, malata dei processi letterari — i versi degli altri, gli apparati, i premi, tutto il sistema.  È un crollo delle sue credenze e in qualche modo non arriva nemmeno a riconoscere di averci creduto prima, quasi non si legittimasse nemmeno quel passato. Non sappiamo se avesse talento o no, e in fondo non è nemmeno possibile esplorarlo davvero. A quel punto le diventa più facile ironizzare e dissacrare anche quella parte di sé. Eppure, ci ha creduto, altrimenti non avrebbe scritto poesie: qualcosa deve averla spinta, perché nessuno scrive senza volerlo, almeno all’inizio.

La sospensione della sua esistenza la porta a costruire una realtà parallela e a diventare, di fatto, un’impostora rispetto a un percorso universitario che naufraga, generando una narrazione fittizia da rendere credibile ai suoi genitori e non solo. La dimensione del fallimento sembra così diventare inaccettabile, una ferita impossibile da affrontare. Quale pensiero ti ha accompagnata in questa scelta?

Su questo c’è anche un dato generazionale, che riguarda il fallimento e la mancanza di speranza. Lei è una donna di oggi, ha circa 35 anni e sento una differenza con la mia generazione: noi siamo cresciuti ancora con delle speranze, anche se già in parte incrinate, mentre chi è venuto subito dopo sembra non averle avute nello stesso modo. Non esiste più nemmeno un’estetizzazione del fallimento. Un tempo, penso ai Beautiful Losers, c’era l’idea che anche il dropout potesse avere un suo fascino, una sua forma di rappresentabilità. Oggi invece è molto più binario: o ce l’hai fatta o sei uno sfigato. E se sei uno sfigato, non c’è nulla che possa riscattarti. C’è una pressione molto più forte. Anche per i social, per la visibilità continua, per il confronto costante: è molto facile vedere chi “ce l’ha fatta” e chi no, con criteri molto più immediati e oggettivabili rispetto al passato. Questo rende tutto più esposto.

Ci ha colpito il modo in cui i personaggi secondari sembrano progressivamente perdere consistenza, come se si sfocassero man mano che ci avviciniamo alla scena centrale e più traumatica del racconto. Pensiamo al primo fidanzato, Gionata, che all’inizio appare più presente e poi diventa quasi un’ombra. Ci chiedevamo se questi personaggi “collaterali” abbiano una loro storia e profondità nella tua immaginazione, anche se restano in secondo piano nel libro, oppure se siano stati costruiti intenzionalmente come figure che si svuotano progressivamente, seguendo lo sguardo e la memoria della protagonista.

Gionata è un personaggio a cui si vuole bene: nel libro si incontra anche un maschile molto negativo e non volevo che per contro lui sembrasse la parodia del bravo ragazzo. Nella seconda stesura del libro ho lavorato molto sulla contemporaneità dei due personaggi (Dennis e Gionata). Non volevo separarli nettamente tra un prima e un dopo e ho insistito sui movimenti turbolenti di S., che accecata dal desiderio, tenta in un primo momento di trasporre l’eccitazione del suo incontro nella relazione con Gionata. Lo coinvolge portando un nuovo desiderio nella sua coppia. Emergono quindi sovrapposizioni quando sente la mancanza di Gionata mentre cerca Dennis o si muove in direzione delle sue passioni e vorrebbe condividerle con il suo compagno e in generale nei suoi rapporti.

Anche Lorenzo è un personaggio che da un lato prova dell'autentico bene nei confronti di S., però è una persona narcisista, che si muove in modo paternalistico. Nel momento in cui si confronta con l'ossessione di S. — una sorta di "tossicodipendenza" affettiva nei confronti di Dennis — non riesce a starle realmente accanto. Al contrario, tenta di eliminare il problema alla radice, cercando di estirpare la dipendenza di S. da Dennis. Così facendo, però, si sostituisce alla sua volontà e finisce per negare la profondità della sofferenza e del male che hanno segnato la loro storia.



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