Attualità della psiche

Liberazione: sogni, desideri e fantasmi del 25 aprile - di T. Romani

Il 25 aprile celebriamo la Liberazione dal nazifascismo, ma più ancora celebriamo un gesto umano profondo: la scelta di dire no al dominio, alla paura organizzata, all’identità imposta dall’alto


Liberazione: sogni, desideri e fantasmi del 25 aprile - di T. Romani

we become with each other or not at all

D. Haraway

Il 25 aprile celebriamo la Liberazione dal nazifascismo, ma più ancora celebriamo un gesto umano profondo: la scelta di dire no al dominio, alla paura organizzata, all’identità imposta dall’alto. I partigiani non furono solo combattenti armati; furono soggetti che, spesso senza garanzie di successo, scelsero di sottrarsi alla menzogna del potere assoluto. Scelsero l’ambiguità del rischio, la precarietà dell’etica vera.

In questa cornice, la psicoanalisi – oggi apparentemente fuori moda in un’epoca di algoritmi e influencer – recupera un valore attuale, quasi partigiano. Non promette identità stabili, né consolazioni facili. Anzi, lavora per decostruire il soggetto, per far emergere le contraddizioni, le crepe, i non detti. In un momento storico in cui il populismo e il sovranismo propongono soluzioni semplici a problemi complessi, la psicoanalisi fa il contrario: complica, dubita, disfa.

E lo fa attraverso la relazione, ma non nel senso ingenuo della connessione armoniosa o dell’empatia come abbraccio. La relazione è contaminazione, direbbe Donna Haraway, è interspecificità radicale, coesistenza instabile tra elementi che si trasformano toccandosi, che diventano altro proprio nell’atto di legarsi. Non c’è relazione senza esposizione, senza vulnerabilità all’altro come forza trasformatrice. In questo senso, la relazione è sempre anche un rischio: di perdere il centro, di farsi infettare, di mutare.

E se volessimo seguirne l’intuizione fino in fondo, come ci invita a fare Derrida, dovremmo dire che ogni relazione è differita, non-presente a se stessa, mai davvero chiusa né pienamente posseduta. È un’apertura strutturale all’altro, al non-identico, a ciò che scarta, eccede, slitta. Relazionarsi non è un atto di proprietà, ma di espropriazione: l’Io che entra in relazione è sempre già sporcato, contaminato da ciò che non può né contenere né controllare.

E il potere teme la relazione, perché in essa qualcosa sfugge sempre; perché teme ciò che non può possedere e prevedere.

La psicoanalisi, allora, non promette rassicurazione, ma un attraversamento. Non un’identità, ma una metamorfosi. La relazione, in analisi, è il luogo dove il soggetto smette di essere Uno e comincia a diventare molteplice. Come ogni buona r/esistenza, è un processo che non salva ma trasforma.

È un atto di r/esistenza anche questo. Perché, come scriveva Guattari, l’inconscio non è un archivio privato ma un campo di forze politiche. E Toni Negri ci ha insegnato che ogni forma di soggettivazione ha in sé un potenziale rivoluzionario, se libera e non codificata.

Il 25 aprile non è solo un ricordo: è una pratica. Un modo di essere nel mondo senza inchinarsi, né cercare rifugi. Anche dentro di sé.

In questo orizzonte già denso, il 25 aprile non è soltanto il giorno in cui si ricorda la Resistenza, ma il giorno in cui si ricorda che r/esistere è un verbo all’infinito, non un gesto confinato nel passato. I partigiani hanno abitato l’anomalia, l’interstizio tra ciò che era lecito e ciò che era giusto, tra l’identità imposta e quella da scoprire. Hanno esercitato un atto radicalmente etico, non perché puri di cuore, ma perché fuori norma. È in questo senso che la psicoanalisi, come pratica di decostruzione dell’identità, si offre oggi come atto partigiano.

Deleuze e Guattari hanno pensato l’analisi non solo come cura della persona, ma piuttosto come cartografia del desiderio. Ed è nel desiderio – instabile, delirante, incompatibile con i recinti dell’identità fissa – che si annida la possibilità del cambiamento. La psicoanalisi, se ancora intende divenire minoritaria, deve accettare il compito non solo di rappresentare i desideri non rappresentabili, ma di crearne.

In un’epoca in cui il potere si nutre di mitologie a buon mercato, la psicoanalisi resta l’ultima forma di r/esistenza a questa allucinazione collettiva. Perché, come suggeriva già il giovane Mussolini – che prima di inventare il fascismo si era specializzato in storytelling mitologico con spruzzate di rivoluzione prêt-à-porter, il cui talento principale fu trasformare la disperazione collettiva in coreografia ideologica – e come Ronchi ha il merito inquietante di ricordarci, l’illusione è forse l’unica realtà della vita. E se la realtà è fabbricata, il compito della psicoanalisi non è smascherarla – impresa troppo ingenua – ma sabotarne la macchina.

In questo sabotaggio, l’inconscio – causa e scarto del desiderio, discorso attraente e insieme abominevole – gioca un ruolo decisivo. È lui che anima la spinta del soggetto, senza mai potersi dare del tutto. È lui che fa muovere l’analisi, come una fune tesa tra il detto e l’impossibile da dire. Ed è proprio lui che i fascismi, ogni fascismo, cercano di mettere in scena, imbalsamandolo in miti, simboli, gesti, leader carismatici, con l’illusione di contenerne la forza sovversiva.

Ma non si doma l’incosncio. Lo si può solo intravedere alle nostre spalle. E se la psicoanalisi è una pratica partigiana, lo è perché continua a mettere in crisi ogni pretesa di pienezza, ogni promessa di totalità, ogni identità che si spaccia per intera. Il desiderio è sempre altrove. E il soggetto che lo riconosce è già in fuga.

Il desiderio non si dà mai per intero. È una fessura nel reale da cui entra luce.I fascismi provano a chiuderla con stemmi, statue, inni. Ma quella fessura resta. E la psicoanalisi, come i partigiani, ci invita a passarci attraverso.

Essere antifascisti oggi significa anche questo: sapere che ogni “Io” è una costruzione, ogni identità un compromesso, ogni parola una crepa.

Guattari, con la sua idea di ecosofia, e Toni Negri, con il suo richiamo al comune, ci lasciano in eredità l’idea che ogni soggetto è molteplice, connesso, collettivo. La libertà che i partigiani hanno rivendicato è ancora qui, ma non è un bene ereditabile: è una pratica, una linea di fuga da riscoprire ogni giorno, nell’analisi come nell’azione.

Forse, quel 25 aprile del 1945, un’intera nazione si è svegliata. Ora tocca a noi decidere se continuare a dormire, oppure costruire un sogno capace di svegliare gli altri.

E allora sì, delirare. Ma non qualunque delirio. Delirare meglio. Se c’è un’eredità da accogliere da questo labirinto di concetti, è che il delirio non è la perdita di contatto con la realtà, ma la sua rivelazione strutturale. La realtà – lo dice Freud – è sempre stata un’allucinazione condivisa, un mito tecnicizzato, una potenza che già da sempre si esercita. Il punto non è uscirne, ma imparare a navigarla. Usare la scuola di Megara contro la filosofia classica, Diodoro Crono contro Aristotele. Bataille contro Hegel.

Ed ecco che il 25 aprile diventa qualcosa di più di una commemorazione. Non solo la memoria di chi ha preso le armi contro il fascismo, ma la possibilità concreta di immaginare nuove alleanze, nuove giurisprudenze del desiderio. Non si tratta solo di resistere al populismo sovranista – come fosse un’infezione –, ma di comprenderlo come effetto soggettivo del reale, prodotto dalla stessa libertà moderna che ci ha fatti tutti credere fabbricanti di verità.

Se, come dice Ronchi, il soggetto sovranista è colui che allucina la potenza dell’allucinazione, colui che pensa di poter mettere la sua firma (questa la sua allucinazione) sulla potenza dell’atto, colui che dice Io, allora la psicoanalisi – quella vera, non quella integrata – è chiamata non a distruggere l’illusione, ma a sabotarla dall’interno. Non sognare meno, ma sognare meglio. Non smettere di credere, ma decostruire ciò che si crede di credere.

Il 25 aprile, allora, come esercizio percettivo. Un laboratorio dell’inconscio. Un rito minimo per ricominciare a percepire il mondo da fuori verso dentro, come i giapponesi di Deleuze, o come certi partigiani, che prima di sapere chi fossero, avevano già scelto da che parte non stare.

Infine ci piace ricordare Benjamin, che tutto questo, naturalmente, l’aveva già intravisto.

Il fascismo, per lui, non era un evento isolato, ma la forma che prende la storia quando dimentica di sognare.Il 25 aprile non è solo memoria: è un varco, una fenditura nel tempo, un attimo in cui qualcosa avrebbe potuto andare diversamente – e può ancora. Benjamin chiamava questo istante tempo messianico: non l’attesa di un miracolo, ma la capacità di riconoscere nell’adesso l’eco di ciò che non è ancora successo.

Non un futuro migliore, ma un futuro possibile.

Perché forse i partigiani non volevano solo liberare un Paese. Forse volevano riaccendere il tempo. E oggi, quel tempo non è passato. È davanti a noi. Ci guarda. Ci aspetta.

 



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