Santa Barbara è un romanzo che attraversa decenni di storia italiana per raccontare una vicenda familiare. Nicola Lagioia, così, costruisce la narrazione intorno al bisogno umano di sottrarsi al proprio destino e contemporaneamente all’impossibilità di liberarsi completamente da ciò che ci ha preceduti.
Dalla Puglia contadina degli anni del fascismo, attraverso la guerra, l’emigrazione e le trasformazioni del dopoguerra, il racconto si costruisce sulle esistenze individuali che si intrecciano ai grandi mutamenti collettivi. Al centro c’è il desiderio di riscatto, quella forza capace di mettere in movimento un’intera vita, di alimentare sogni e ambizioni, ma anche di trasformarsi in un’eredità ingombrante. Perché ciò che una generazione non riesce a realizzare può diventare il compito inconsapevole di quella successiva, e il desiderio di emancipazione rischia talvolta di assumere la forma di una nuova prigionia.
Santa Barbara si inserisce nella poetica di Lagioia, pur aprendola a una dimensione narrativa differente. Già in Riportando tutto a casa lo scrittore aveva raccontato le trasformazioni di un’epoca attraverso le inquietudini di una generazione, mostrando come il benessere, il denaro e le promesse di felicità potessero nascondere un profondo smarrimento. Con La ferocia, la famiglia diventava il luogo privilegiato in cui osservare le contraddizioni dell’essere umano, le dinamiche del potere, la violenza che si annida dietro le apparenze rispettabili. E ne La città dei vivi, attraverso la ricostruzione di un delitto, Lagioia aveva spinto ancora più avanti la sua indagine nelle zone oscure dell’esistenza, là dove il bisogno di comprendere si scontra con l’impossibilità di trovare spiegazioni definitive.
In Santa Barbara questi interrogativi ritornano, ma sembrano acquistare un respiro più ampio, quasi mitico. Alla dimensione psicologica e sociale si affianca quella del racconto popolare, della leggenda, del soprannaturale. La Santa che conosce il cuore delle donne e ne ascolta i desideri più segreti diventa una presenza enigmatica, sospesa tra fede e immaginazione, protezione e minaccia. È come se Lagioia affidasse a questa figura il compito di dare forma a ciò che sfugge alla coscienza, a quella parte dell’esperienza umana che non sempre trova parole per essere raccontata. Il desiderio, del resto, può nascondere una mancanza, una rivalsa, una domanda d’amore, persino una volontà di distruzione.
Santa Barbara è anche un romanzo sul mutare dei sentimenti. Nel passaggio da una generazione all’altra cambiano le possibilità di scegliere, di amare, di dare voce alla propria interiorità. Ciò che per alcuni personaggi resta imprigionato nel silenzio, nella diffidenza o nelle convenzioni sociali, per altri può diventare una possibilità di libertà. E tuttavia nessuna trasformazione sembra cancellare del tutto le contraddizioni che accompagnano i legami umani. La famiglia rimane un luogo ambiguo, capace di offrire appartenenza e protezione, ma anche di trasmettere paure, aspettative e conflitti.
C’è poi la memoria, forse la vera protagonista sotterranea del romanzo. Una memoria che non procede ordinatamente, che confonde i tempi, restituisce voci lontane, tiene insieme i vivi e i morti, chi è venuto prima e chi deve ancora nascere. Perché ogni storia familiare è anche una storia di omissioni, di versioni differenti, di ricordi che cambiano a seconda di chi li custodisce.
È a partire dal rapporto tra desiderio e destino, dalla complessità dei legami familiari e dal potere della memoria, che Nicola Lagioia risponde alle 5 domande a.
In Santa Barbara costruisce una saga familiare che attraversa diverse generazioni, intrecciando vicende individuali e trasformazioni collettive, memoria e immaginazione, passato e futuro. Ogni personaggio porta con sé una storia, ma è anche parte di un destino familiare più grande, che lo precede e in qualche modo lo condiziona. Qual è stata la difficoltà maggiore nel tenere insieme tutte queste esistenze, preservando l’unicità di ciascun personaggio senza perdere il senso di una storia comune? E quanto è stato complesso dare voce anche a ciò che, nelle famiglie, si tramanda senza essere mai raccontato?
Per la prima volta scrivere un romanzo è stato, per me, più gratificante che problematico, più entusiasmante che angoscioso, benché ci fosse da governare una materia molto vasta, fatta di diversi personaggi, appartenenti a diverse generazioni, rappresentati in epoche diverse. Mi portavo dentro le matrici di quelle storie non da anni, ma da decenni. Da bambino e da ragazzo avevo immagazzinato il prodigioso patrimonio di racconto orale di quelle zone d’Italia, e ci sono poi tornato decenni dopo, qualche anno fa, per interpellare i vecchi e le vecchie ancora in vita, per farmi raccontare (per l’ennesima volta, come quarant’anni prima) le storie, le dicerie, le leggende di cui loro erano i custodi. A quel punto il problema, per me, è consistito nel travasare quel patrimonio in scrittura senza farlo diventare il “morto orale”. L’oralità ha una vitalità, e una scabrezza, che la letteratura scritta può soffocare, anestetizzare, murare viva. Lo sforzo è stato quello. Mesi trascorsi ad accordare gli strumenti fino a quando non mi sono sintonizzato con “la musica del libro”. Ma i personaggi, la loro personalità, quello che sarebbero stati in grado ciascuno di dire e di non dire, di fare e di non fare (insomma la loro coerenza drammaturgica) ce li avevo ben presenti sin dall’inizio. Nunzia, Nicola, Domenico, Anna, Giovanni, Caterina, don Martino… È come se avessi vissuto tutta la vita con loro, li conoscevo bene, il margine d’errore nel ritrarli era insomma molto basso.
Nel suo libro l’amore sembra cambiare linguaggio da una generazione all’altra. Se nella prima i sentimenti faticano a trovare parole, quasi fossero qualcosa da nascondere o di cui diffidare, nella successiva l’amore sembra conquistare una maggiore libertà di espressione e di scelta. Secondo lei, nel passaggio tra queste due generazioni, è cambiato davvero il modo di amare o è cambiata soprattutto la possibilità di riconoscere, raccontare e vivere i propri sentimenti?
Da una generazione all’altra in Italia cambia tutto: cambiano le condizioni economiche, il paesaggio urbano e quello rurale, le abitudini, il lessico, dunque anche il linguaggio dell’amore. In dialetto capursese (in molti dialetti italiani, in realtà) non esistono le parole per dire “ti amo”. C’è solo “ti voglio bene”. Questo non succede solo perché nella cultura rurale – un mondo povero, dominato spesso dalla lotta per la sopravvivenza – l’amore era un lusso che non ci si poteva permettere, ma per qualcosa di più raffinato (povertà e raffinatezza sono cose che andavano insieme). L’amore, cioè, era solo quello di Cristo (e per Cristo). Il bene, era una faccenda più umana. Un senso della misura considerevole. La generazione successiva è già quella che si parla con i testi di Mina e di Lucio Battisti, sono i ragazzi che si fidanzano e fanno l’amore fuori dal matrimonio, diventeranno gli adulti che potranno finalmente divorziare. Ogni generazione ha il suo modo di amare. Già quello del secondo Novecento (che per semplificare ho associato alle canzoni di Mina e Battisti, ma avrei potuto dire i film con Marcello Mastroianni, Monica Vitti ecc) ho l’impressione che non esista più, sostituito da un nuovo lessico. A ogni generazione i suoi problemi, e il suo modo di vivere l’amore.
In Santa Barbara il desiderio di riscatto attraversa le generazioni, assumendo forme diverse, quasi fosse un’eredità invisibile che si trasmette dai genitori ai figli. Quanto di questo desiderio nasce da un bisogno autenticamente personale e quando il desiderio di riscatto smette di essere una possibilità di libertà e diventa un destino da cui è difficile sottrarsi?
Non si è mai del tutto liberi. Rompi una gabbia e ti ritrovi in un’altra. Ti affranchi dalla povertà con uno strappo ma quello strappo te lo porti dentro, ti porti dentro aria di tempesta, e l’onda che credi di cavalcare a un certo punto rischia di travolgerti.
Nel libro, la figura della Santa, capace di leggere nel cuore delle donne e di conoscerne i desideri più segreti, sembra muoversi sul confine tra dimensione religiosa, simbolica e psicologica. È una presenza che non si limita ad accompagnare le vicende dei personaggi, ma sembra dare voce a ciò che spesso rimane inespresso, persino a se stessi. Quale funzione narrativa ha voluto affidare a questa figura? E quanto la sua capacità di conoscere i desideri più profondi rappresenta anche il bisogno umano di essere riconosciuti in quella parte di noi che non sempre abbiamo il coraggio di mostrare?
Il pensiero magico-religioso (come insegna in modo mirabile Ernesto De Martino) si sviluppa in quel modo in certe società particolarmente fragili, sempre sotto lo schiaffo della sorte, le quali ricorrono all’invisibile (ai santi, le fatture, i malefici, la possessione, tutto un sincretismo prodigioso) per contenere in una cornice un’esistenza altrimenti terrorizzante, per contenere il caos del mondo sempre pronto a irrompere nelle vite dei componenti di quel mondo. La Santa Barbara del romanzo è una santa cristiana dietro cui sembrano muoversi le potenze pagane, così come dietro la modernità si sente il pneuma del sacro e dell’arcaico.
Quando uno scrittore termina un romanzo, i suoi personaggi continuano in qualche modo a vivere anche fuori dalle pagine. Se oggi potesse incontrare uno dei protagonisti di Santa Barbara e fargli una sola domanda, chi sceglierebbe e che cosa vorrebbe sapere?
Vorrei incontrare Nunzia e chiederle: che cosa hai visto veramente tra i fumi del braciere?