Attualità della psiche

La scomparsa dei fenicotteri. Le oligarchie fuori-mondo e il diritto di abitare la Terra

DI TOMMASO ROMANI


La scomparsa dei fenicotteri. Le oligarchie fuori-mondo e il diritto di abitare la Terra

 

C’è una costa, in Albania, dove il Mediterraneo è ancora quello di prima: la laguna di Narta, le dune, la pineta, l’isola di Sazan affacciata sullo Ionio, le acque dove passa la foca monaca e le spiagge dove le tartarughe vengono a deporre. È uno degli ultimi luoghi in cui la Terra somiglia ancora a se stessa. E proprio per questo è stato scelto. Un grande investimento immobiliare legato a Jared Kushner, attraverso il fondo Affinity Partners e patrocinato dal governo di Edi Rama, promette di farne una destinazione di lusso: hotel, ville, marina, appartamenti per una clientela internazionale che pagherà per avere ciò che la nostra epoca distrugge ovunque — il silenzio, l’acqua limpida, la luce intatta. Il lessico è quello di sempre, levigato fino all’innocenza: modernizzazione, posti di lavoro, capitali, l’Albania finalmente «destinazione globale».

Contro tutto questo, nelle piazze di Tirana, è comparso un uccello. Il fenicottero rosa è diventato l’insegna della rivolta, e non per civetteria: perché è un animale migratore, perché attraversa i confini che gli Stati e i fondi d’investimento pretendono di possedere, perché la sua eleganza un poco comica dice, meglio di mille discorsi, ciò che è in gioco. Cinquant’anni fa Pasolini scrisse che le lucciole erano scomparse, e che nella loro scomparsa si leggeva una mutazione: un Potere nuovo, consumistico, che aveva avvelenato l’aria e con essa una forma di vita. I fenicotteri di Narta sono le nostre lucciole. La domanda che portano in strada è la stessa, ed è terribile nella sua semplicità: quanto vale una laguna, nell’istante esatto in cui incontra una società d’investimento?

Il Palazzo e la secessione

Qui non è in discussione un albergo. È in discussione chi ha diritto al mondo. La lotta di classe non è finita: ha cambiato terreno, è scesa dalla fabbrica al territorio, dal salario all’aria che respiriamo, dalla proprietà dei mezzi di produzione alla proprietà delle coste, delle acque, delle ultime zone ancora viventi. Bruno Latour ha dato a questo spostamento la sua mappa. Quando il suolo comincia a tremare e la Terra cessa di essere il fondale stabile su cui i moderni avevano dipinto il progresso, i vecchi orientamenti si sfaldano e restano due soli modi di stare al mondo. Da un lato i Terrestri, che provano ad «atterrare»: riconoscere i vincoli del pianeta, pensarsi dentro la sottile pellicola — la zona critica — in cui soltanto la vita è possibile. Dall’altro i fuori-suolo, gli Hors-sol, che continuano a vivere come se la Terra fosse una riserva illimitata, una superficie da attraversare con il privilegio di chi può sempre ripartire: verso un’altra costa, un altro asset e, in fondo, verso Marte, sui razzi dei miliardari.

Le oligarchie del nostro tempo appartengono per intero a questa seconda specie. Hanno fatto ciò che Pasolini chiamava ritirarsi nel Palazzo: si sono separate dal Paese reale, dalla gente, dalla Terra. Sanno meglio di chiunque che il pianeta non reggerà una crescita senza fine, e per questo si attrezzano altrove — in enclave sorvegliate, in isole private, in resort che sono già piccoli bunker contro il mondo che esse stesse rendono invivibile. Ciò che ci vendono come sviluppo non è progresso: lo sviluppo è la crescita delle merci, dei consumi, dei profitti; il progresso sarebbe la crescita della giustizia, della dignità, della vita comune. Il resort albanese è sviluppo allo stato puro e progresso pari a zero: arricchisce chi è già ricco, recinta ciò che era di tutti, e lascia agli abitanti le briciole di un lavoro stagionale e il lutto di un paesaggio.

Io so. Lo scrivo nel senso in cui lo scriveva lui, senza prove e con assoluta certezza. So che dietro il linguaggio gentile della modernizzazione c’è la più antica delle violenze: la recinzione, l’espropriazione di ciò che è comune. So che la «sostenibilità» stampata sulle brochure è il nome che il capitale dà a se stesso quando vuole apparire innocente. So che la bellezza, quando incontra un fondo d’investimento, smette di essere bellezza e diventa rendita. So che chi compra un’isola non compra un luogo: compra il diritto di escludere, che è il vero lusso del nostro secolo. E so che questa logica non ha volto, perché può indossarne mille: non è un uomo, è una struttura, ed è precisamente per questo che è così difficile combatterla e così necessario nominarla.

Il feticcio del fuori-mondo

Ma una struttura, per funzionare, deve abitare delle menti. E qui il discorso politico diventa, senza soluzione di continuità, discorso psicoanalitico. Il fuori-mondo non è soltanto una posizione economica: è una struttura psichica, un modo di esistere che consuma il mondo per tenere in piedi un’unica, fragilissima illusione — quella di poter godere della Terra senza appartenervi.

Questo godimento ha un nome preciso nella lingua di Freud: il diniego, la Verleugnung. Non la rimozione, che dimentica; non il delirio, che cancella la realtà in blocco; ma quel sapere scisso che Octave Mannoni racchiuse nella formula del feticista, «lo so bene… ma comunque». So benissimo che la laguna è viva, che le specie scompaiono, che il pianeta brucia; ma comunque costruisco, comunque compro, comunque recinto. Il diniego non ignora il vero: lo conosce e, nello stesso gesto, lo disinnesca. Il resort è il feticcio che rende possibile la scissione, perché tiene insieme i due tempi opposti — la vista sul mare e la macchina che la divora, l’acqua pura e i reflui — senza costringere il soggetto a scegliere. Marx aveva mostrato come la merce nasconda, sotto lo scintillio dell’oggetto, i corpi viventi che l’hanno prodotta; il feticcio freudiano vi aggiunge la posta più intima: ciò che l’oggetto luccicante permette di non sentire è la propria dipendenza, la propria perdita, il proprio limite.

Sotto il diniego, instancabile, lavora il narcisismo. Freud descriveva il bambino sovrano, «Sua Maestà il Bambino», per cui il mondo intero è estensione del proprio desiderio; il fuori-mondo conserva quella maestà nell’età adulta e tratta i luoghi come specchi della propria potenza — posso espandermi, posso comprare, posso fare di ogni costa la scena della mia grandezza. È l’onnipotenza del pensiero, quella che Freud riconosceva all’animismo, montata su capitali planetari; e proprio perché è onnipotenza non sopporta il limite. In termini che Lacan avrebbe accolto, il capitale estremo forclude la castrazione: espelle quel «non puoi tutto» che ci rende viventi finiti tra altri viventi, e gli sostituisce un godimento che si nutre della propria stessa dismisura.

E resta da nominare il fondo, là dove la distruzione ecologica smette di essere avidità e si rivela follia. Lo nominò, in un libro che andrebbe riaperto, Harold Searles: l’ambiente non-umano — la terra, l’acqua, gli animali, le cose — non è uno sfondo della psiche, ma una sua parte costitutiva; e negare questo legame non è forza, è prossimità alla psicosi. L’uomo che si crede separato dal vivente paga la separazione con un impoverimento di sé e un’angoscia sorda, senza nome. Il fuori-mondo è questo soggetto: per non sentire la mancanza del mondo deve possederlo senza tregua, recintarlo, ridurlo a merce. La sua ricchezza è una malattia del legame.

La dipendenza e l’angoscia

C’è però un fatto che nessuna potenza finanziaria potrà mai abolire: nessuno viene al mondo da sé. Ogni psiche si costruisce dentro una dipendenza originaria — un ambiente, una madre, altri corpi che la reggono, una lingua, un paesaggio degli affetti. Winnicott lo diceva con una frase che andrebbe scolpita all’ingresso di ogni cantiere: non esiste una cosa come un bambino, esiste sempre un bambino-e-qualcuno, un piccolo dentro un ambiente che lo tiene. La fantasia del fuori-mondo è la cancellazione di questo holding: un Io che si sogna autosufficiente mentre vive, a ogni respiro, di mille mediazioni invisibili — il clima mite, l’acqua potabile, gli insetti che impollinano, le correnti, il lavoro di altri uomini.

E Winnicott aggiunge la soglia decisiva, quella che dà alla crisi ecologica la sua verità più nascosta. Perché un oggetto diventi reale e utilizzabile, deve sopravvivere alla distruttività del soggetto: il bambino, in fantasia, attacca e annienta l’oggetto, e deve poter scoprire che l’oggetto è ancora là, intatto, non vendicativo. È questa sopravvivenza a fondare la realtà come ciò che esiste fuori di noi, indipendente dalla nostra onnipotenza. Ma se l’oggetto non sopravvive — se cede sotto i colpi, se viene distrutto davvero — allora non accade soltanto una perdita: accade il massimo dell’angoscia. Un oggetto che non resiste lascia il soggetto solo, murato nella propria onnipotenza come in una tomba, in un mondo che è ormai soltanto proiezione di sé, senza più nessun altro a contenerlo. È l’angoscia impensabile, senza nome, l’agonia primitiva che precede ogni parola: la catastrofe di un Io che ha vinto e si ritrova solo. Ed è esattamente lo scenario che il fuori-mondo prepara per tutti. Distruggendo l’oggetto-Terra — l’unico che davvero non possiamo sostituire — non ci consegna alla ricchezza: ci consegna a quell’angoscia ultima, un pianeta che non sopravvive ai nostri attacchi e dunque un’umanità rimasta sola con il proprio delirio di potenza, senza più mondo a farle da sponda.

Melanie Klein ha dato a tutto questo i suoi nomi. C’è una posizione, che lei chiama schizoparanoide, in cui l’oggetto è fatto a pezzi, idealizzato o persecutorio, e ci si difende dall’angoscia con la difesa maniacale: trionfo, controllo, disprezzo. È, parola per parola, l’affettività dell’oligarchia, che trionfa sui territori, li governa per enclave, disprezza la fragilità della laguna e di chi la abita. Ma c’è anche una posizione depressiva, in cui l’oggetto è riconosciuto come intero, separato, vulnerabile, e in cui il soggetto sente il danno inflitto dalla propria aggressività. Da quel dolore — e soltanto da quello — nasce l’impulso a riparare. Ecco perché l’ecologia non è sentimentalismo: è l’ingresso di un’intera civiltà nella posizione depressiva, la capacità di reggere il lutto e di trasformarlo in riparazione, invece di fuggire nel trionfo maniacale dell’investimento successivo.

Atterrare

Si capisce, allora, perché Latour scelga il verbo atterrare. Tutto il conflitto sta nella distanza tra chi cerca un mondo abitabile e chi cerca un mondo disponibile: abitare significa entrare in rapporto, accettare i vincoli, lasciarsi cambiare dai luoghi; disporre significa prendere senza appartenere. È, con Bion, la differenza tra costruire il legame e attaccarlo — quel lavoro di scollamento con cui il fuori-mondo recide a uno a uno i fili che lo tengono nella trama del vivente, pur di continuare a credersi solo, sovrano, immortale.

I fenicotteri di Tirana, allora, non sono un grazioso simbolo da campagna pubblicitaria. Sono il ritorno del terrestre forcluso: ciò che il capitale aveva espulso dal mondo comune si ripresenta nel reale, sotto forma di corpi nelle piazze e di animali che pretendono di essere contati senza diventare merce. Sono le lucciole che Pasolini credeva perdute e che, ostinate, riappaiono: una luce minima e viva contro il buio del Palazzo. Chiedono una cosa sola, ma è la più radicale di tutte — esistere fuori dal contratto, avere una consistenza che precede ogni prezzo.

In fondo l’Albania ci sta insegnando che l’ecologia coincide con la cura, e che le due parole — quella della clinica e quella della politica — sono la stessa parola. Curare significa tollerare la dipendenza, reggere il limite, riconoscere l’alterità dell’oggetto senza divorarla: vale per un paziente e vale per un pianeta. Difendere una laguna è difendere un modo di stare al mondo in cui un territorio è fatto di uomini e di animali, di piante e di venti, di memorie, di correnti, di lavoro e di storie. Lo scrivo con la stessa disperata tenerezza con cui lui guardava sparire le lucciole: il mondo non è il teatro del nostro godimento, non è una superficie da consumare e poi abbandonare. È la trama fragile — terrestre, dipendente e ancora, per poco, riparabile — dentro cui soltanto possiamo continuare a essere umani. Difenderla non è nostalgia. È l’ultima forma rimasta dell’amore.



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