In occasione della giornata dedicata al contrasto della violenza contro le donne sentiamo la responsabilità di continuare a interrogarci sulle radici profonde di questo fenomeno, mantenendo viva l’attenzione sulla sua gravità e sulla sua ricorrenza. Sappiamo infatti che non si tratta di un’emergenza episodica, ma di un fenomeno strutturale che richiede un impegno su più livelli.
A fianco alle misure di intervento di tipo giuridico e legale, che risultano necessarie, è fondamentale creare spazi di pensiero e di riflessione che possano costituirsi come luoghi per un potenziale cambiamento nei comportamenti e nei modelli di genere.
Come donne e psicoanaliste, ci sentiamo chiamate a esplorare non solo le forme manifeste della violenza, ma anche i pregiudizi, gli stereotipi e le rappresentazioni che la rendono culturalmente legittimata. È necessario interrogarsi su quali percorsi di prevenzione possano favorire una maggiore consapevolezza e aprire nuove possibilità nella trasformazione delle relazioni tra i sessi, oggi sempre più segnate dall’autodeterminazione e dalla libertà femminile.
Le radici dei modelli di genere si formano nelle relazioni quotidiane, nei linguaggi, negli immaginari e nei modelli affettivi a partire dall’infanzia, in relazione agli incontri che avvengono in famiglia, a scuola, e online. Come psicoanaliste, ci interessa comprendere non solo i comportamenti manifesti, ma anche ciò che accade modo nella società e nel mondo interno. Per questo riteniamo particolarmente significativo soffermarci su ciò che avviene nel passaggio adolescenziale: quali sono le paure, i desideri, le difficoltà nel riconoscere i confini propri e altrui in questa fase? Quali dinamiche di potere agiscono in modo sottile e possono diventare terreno fertile per forme di violenza? Come incide il declino di un modello maschile tradizionale che oggi viene messo sempre più in discussione?
La crisi del modello di mascolinità egemonica patriarcale, in cui viene rimessa in discussione l’identità di genere può dare origine a movimenti complessi: da un lato aprire a nuove libertà, dall’altro può provocare una perdita di sicurezza e stabilità che in alcuni casi potrebbe esporre al rischio di relazioni violente.
Con queste domande in mente abbiamo scelto di avvicinarci al mondo della scuola, incontrando i ragazzi nel delicato passaggio tra preadolescenza e adolescenza attraverso un dialogo con il professor Enrico Castelli Gattinara. Il professore, che insegna alla scuola media statale Mazzini di Roma, ha una lunga esperienza con le studenti e gli studenti, coltivata in una posizione non solo didattica ma anche educativa. Questo lo ha reso un osservatore privilegiato degli immaginari giovanili legati ai ruoli di genere e del modo in cui i ragazzi vivono il tema della violenza sulle donne.
Rivolgendoci al Prof. Castelli Gattinara, che ogni giorno incontra le ragazze e i ragazzi nel loro spazio di crescita, desideriamo esplorare come la scuola possa diventare un luogo di prevenzione, non solo normativa ma anche emotiva e relazionale. Gli insegnanti possono essere interlocutori importanti per i ragazzi, soprattutto nel delicato passaggio tra preadolescenza e l’inizio dell’adolescenza, e hanno la possibilità di favorire la creazione di un ambiente di scambio tra coetanei, incoraggiato dalla presenza di un adulto disponibile e aperto.
È con questo spirito che abbiamo costruito uno scambio fecondo.
1. Quali pratiche educative ritiene possano contribuire a creare nella scuola uno spazio capace di prevenire la violenza, favorendo rispetto, ascolto e reciprocità? Riteniamo che l’abitudine allo scambio, ad esempio attraverso il momento del “circle time” possa favorire un confronto sulle differenze, i vissuti e le relazioni, che può diventare un contenitore per emozioni che sono tanto intense nel periodo dell’adolescenza. Immaginiamo che questa esperienza incoraggi i ragazzi (forse soprattutto maschi) a capire che è possibile condividere le fragilità di ciascuno in un luogo protetto, magari contribuendo ad evitare pressioni sui ruoli di genere. Quali aspetti vengono portati in questo spazio? Le sembra che tale spazio venga usato diversamente dalle ragazze e dai ragazzi?
Per comprendersi occorre conoscersi. La classe scolastica è il luogo dove molti giovani e giovanissimi passano circa cinque o sei ore al giorno insieme; eppure capita spesso che non si conoscano veramente fra loro, se non in piccoli gruppi. Il “cerchio” è un’esperienza in cui ragazze e ragazzi possono passare del tempo insieme, tutti alla pari, parlando e confrontandosi fra loro senza filtri proprio allo scopo di conoscersi meglio in profondità. Il cerchio è una figura chiusa: tutto ciò che ci si dice all’interno deve restare all’interno, come una confidenza fra amici intimi, per cui ognuna/o si deve sentir libera/o di poter dire quello che pensa, sente o crede. Questo patto intimo di sincerità condivisa viene sorprendentemente preso sempre molto sul serio e rispettato. Il che dimostra come sia possibile e relativamente facile aprire nel gruppo classe degli spazi di ascolto attivo e partecipato. È in queste occasioni che diventa possibile parlarsi e confrontarsi sui propri vissuti. Naturalmente maschi e femmine lo vivono in maniera diversa, soprattutto all’inizio, ma quando la pratica diventa regolare e costante le differenze di genere si smorzano e tutti si sentono spinti a parlare. Più difficile, naturalmente, è spingerli anche ad ascoltare veramente gli altri; ma per questo il fatto di essere gruppo e in cerchio aiuta. Aiuta a condividere le fragilità, perché ci si rende conto che non si è soli in questo (le fragilità - scoprono spesso con sorpresa - sono condivise da altri, che non sospettavano le avessero); aiuta a sentirsi ascoltati e compresi; aiuta a esprimersi e tirar fuori anche ciò che non si sarebbe mai pensato di poter dire davanti a tutti; aiuta a scoprire nell’altra/o affinità o aspetti meravigliosi e sorprendenti. Non è raro quindi che in questo spazio di esperienza escano fuori problemi relativi ai rapporti di genere, il più delle volte caratterizzati dall’atteggiamento di alcuni maschi nei confronti delle femmine (ma succede anche che i ragazzi si lamentino della “chiusura” delle femmine fra loro, quando chiacchierano escludendo i maschi dalla loro cerchia). L’aspetto comunque più importante è che in questo spazio e tempo esperienziali si liberi una condivisione paritaria fra tutti e una libertà di parola e di espressione (non è raro che a qualcuno venga da piangere) che permette di “capirsi” meglio a vicenda. Il mio ruolo, in queste situazioni, è unicamente di appoggio e di supporto per far sì che tutti riescano a parlare e che nessuno provi a prevaricare, deridere o ignorare ciò che dice l’altro. Io sono nel cerchio come gli altri, naturalmente, ma cerco di limitare le mie parole e opinioni pur senza nascondere i miei stati emotivi. Ciò che m’interessa è fargli capire che molto spesso, non conoscendo bene l’altro o l’altra, possiamo assumere comportamenti inaccettabili o problematici nei suoi confronti di cui magari neppure ci rendiamo conto. Parlandone insieme, invece (come ovvio), le tensioni si stemperano e la conoscenza - vale a dire il legame - si approfondisce.
2. Immaginiamo che la sua lunga esperienza di insegnante costituisca un osservatorio privilegiato e intimo sui ragazzi. Quali cambiamenti culturali nota nelle modalità con cui gli adolescenti parlano di relazioni, desiderio e differenze di genere? Osserva trasformazioni nel modo in cui le giovani generazioni interpretano ruoli, aspettative e stereotipi legati al maschile e al femminile?
Per quanto riguarda le dinamiche relazionali, i desideri, le curiosità e l’affettività di ragazze e ragazzi non vedo molte differenze nel corso del tempo: i modi spesso restano gli stessi di quando ero giovane io, o di quanto si legge in letteratura. La timidezza, l’esitazione nell’innamoramento, la tensione del desiderio, l’emozione dei primi contatti fisici accompagnata dalla curiosità sono costanti direi universali e senza tempo. Canzoni, poesie, romanzi, video e film ce lo confermano sfacciatamente: la trama profonda, ma anche i modi, i tempi e le forme dell’affettività e della sessualità vissuta sono sempre le stesse, salvo alcune superficiali differenze di dettaglio (magari non ci si scambiano più lunghe telefonate ma ci si parla in chat). Ragazzi e ragazze s’innamorano, tremano, desiderano, provano, sperimentano oggi come ieri. Forse però oggi mi sembrano più disorientati di ieri, troppo frastornati da modelli (influencer) da imitare. Ma questo non riguarda tanto la relazione o l’emozione, quanto l’identità e l’esperienza del corpo proprio, che oggi è sicuramente molto più incatenata e repressa di ieri. Sul rapporto col corpo ci sarebbe in effetti ancora molto da dire, e da capire.
Sotto questo aspetto noto che i maschi stanno ponendo molta più attenzione al proprio aspetto fisico ed estetico rispetto anche solo a quindici o vent’anni fa. Si avvicinano insomma alle cure della propria apparenza che le femmine hanno sempre avuto e che continuano ad avere. Quello che noto però è che l’ansia rispetto al proprio aspetto fisico è aumentata vertiginosamente, così come la disperazione e l’angoscia nei confronti di quelle che ognuna/o di loro vive come “imperfezione” o “difetto”. I social network hanno un impatto fortemente negativo, da questo punto di vista.
Nei più giovani, tuttavia, noto che i pregiudizi relativi all’identità e ai ruoli di genere sono praticamente scomparsi. È sempre meno imbarazzante o rischioso dichiarare la propria omosessualità o la propria incertezza dispetto alla binarietà: il rispetto per le scelte sessuali di ognuno mi sembra sempre più naturalmente percepito e accolto (benché ciò dipenda anche dall’estrazione sociale e dal contesto di vita di ragazze e ragazzi).
3. In questa ricorrenza dedicata al contrasto della violenza, pensa ci sia spazio nella scuola per affrontare con i ragazzi l’idea che il consenso non sia solo una regola, ma un processo relazionale basato sul riconoscimento dell’altro? Quali rappresentazioni inconsce—paure, fantasie, miti—intralciano la comprensione profonda del consenso?
La scuola dovrebbe essere (il condizionale è d’obbligo) il luogo più ovvio e naturale dove affrontare con le/i giovani tematiche legate ai rapporti affettivi e sessuali, perché è un luogo “neutro” rispetto alla famiglia ed è uno spazio dove ci si può confrontare non solo con la cerchia degli intimi (compagni di squadra, amici stretti, ecc.), ma con un gruppo più esteso dove sono presenti anche degli adulti. Purtroppo questo in Italia ancora non è considerato con sufficiente serietà, laicità e determinazione. Il sesso a scuola è ancora un argomento tabù, di cui quasi mai si parla durante le lezioni (quando succede, si scatenano risatine e battute) e che si affronta solo ed esclusivamente in quelle troppo rare occasioni del tutto circoscritte quali gli incontri sull’educazione affettiva e sessuale. Ma questo i giovani lo sentono e lo vivono come un’assurdità incomprensibile, visto che la sessualità - soprattutto in adolescenza - è un pensiero costante del proprio vissuto e permea quasi ogni aspetto della propria esistenza.
Ciò naturalmente ha anche delle ricadute molto gravi proprio sul tema del consenso, che dovrebbe essere invece il primo tema sul quale confrontarsi sia fra pari, che con gli adulti. Io noto una grande determinazione nelle ragazze sul tema del consenso, e una scarsa comprensione da parte dei ragazzi. Mi è capitato a volte di affrontare nel cerchio proprio questo argomento, quando alcune ragazze hanno sollevato il problema di molestie subite da un compagno maschio il quale faticava a capire che per loro quel tipo di contatto fisico era sgradito. Mentre fra le ragazze c’era un accordo unanime, i ragazzi erano divisi in due fazioni: alcuni avevano perfettamente capito il problema, altri invece no, convinti che sfiorare il seno o il sedere di una compagna fosse solo un casuale incidente e non un atto intenzionale che non ci si doveva permettere. E questo mi è sempre capitato a senso unico (vale a dire che sono ancora le donne a subire gesti e azioni dei maschi, non viceversa); il che la dice lunga sul permanere di fantasie e stereotipi di genere.
4. In che modo vede manifestarsi tra gli studenti dinamiche di potere che possono diventare terreni fertili per forme di violenza psicologica o relazionale?
Non ho molto da dire su questo, perché a parte il permanere di stereotipi di genere, in classe vedo sempre meno esercizio di potere da parte dei maschi nei confronti delle femmine. Anzi, capita sovente che i rapporti di potere siano invertiti, perché sempre più spesso più femmine sono brave e capaci a scuola rispetto ai maschi, senza che per questo si comportino come superiori in relazioni di potere interni alla classe. Secondo me, almeno per ciò che mi capita di osservare, gli episodi di violenza di genere o di molestie sono dettati da due elementi: atteggiamenti reattivi, oppure una cultura di dominio che purtroppo resiste, ma che mi sembra sempre più messa in discussione. Mi sembrano estremamente ridotti rispetto ad alcuni decenni fa; sebbene la strada da percorrere sia ancora lunga.
5. Come insegnante pensa sia possibile contribuire a rendere pensabile agli studenti la violenza “sommersa”: magari iniziando a condividere esperienze di controllo, ricatti emotivi, gelosia normalizzata o isolamento? Gli adolescenti riescono a riconoscere quando stanno agendo o subendo forme di violenza simbolica o di manipolazione affettiva?
Assolutamente sì, e in questo la scuola ha un compito importantissimo anche per stemperare gli estremismi (come la cancel culture): riconoscere gli stereotipi di genere permette di non subirli, di stemperarne la violenza tacita e soggiacente, di neutralizzarne la forza. Più ragazze ragazzi sono giovani, più sono permeabili e ricettivi a criticare e contrastare ogni forma di violenza, fosse anche la più velata. occorrerebbe cominciare a discuterne con loro fin da bambini. Vi racconto questo piccolo giochino che mi diverto a fare in classe quando entro: ad alta voce, mentre tutti sono ancora in piedi, grido “Tutte sedute, per favore!”. Se la classe dove sono entrato non mi conosce, in genere le ragazze si mettono sedute, così come alcuni ragazzi, mentre c’è sempre un nutrito gruppetto di maschi che ostentatamente non si siede, perché - si giustificano - usando il femminile era ovvio che non mi stessi rivolgendo a loro. Da qui parto sempre con la domanda sul perché un ordine al maschile plurale viene accolto come rivolto a tutti e tutte, senza esitazione, mentre non è così quando è al femminile. Parte quindi subito una lunga discussione. Ma a me interessa solo aver sollevato il problema, partendo da un’espressione apparentemente senza importanza. Perché è dalle piccole cose che si deve cominciare, da quelle che si danno per scontate e sulle quali non si riflette. Il che non significa rinunciare al maschile plurale per rivolgersi a ognuno, maschio o femmina che sia (oppure usare opinabili forzature lessicali sulle desinenze); ma essere consapevoli del perché e del come, per poi scegliere insieme se usarlo ancora, stemperato ormai della soggiacente valenza maschilista. Loro lo capiscono subito, e imparano a stanare le discriminazioni ovunque si annidino.
6. Quali resistenze o timori emergono più spesso tra studenti, docenti o famiglie quando si affrontano temi legati al genere e alla violenza?
Sulla violenza è raro che emergano riserve o difficoltà fra studenti, famiglie o insegnanti. Tutti concordano sul fatto che sia inaccettabile. Il problema non è là. Il problema è piuttosto quello di capire quali dinamiche reali vengano vissute giorno per giorno sotto l’ombra di violenze inapparenti, che si depositano lentamente e s’intrecciano fra loro legittimandosi e confermandosi fino al punto, talvolta, di sfociare in modo manifesto. Il problema, voglio dire, è che la violenza manifesta non è mai qualcosa che insorge per caso, ma è sempre l’intreccio di molti fattori differenti, di molte forme inapparenti di violenza anche non necessariamente legate alle questioni di genere e alla sessualità. Finché non se ne prende atto, di questa grande complessità, ogni discorso sulla violenza diventa banale e inutile.
7. Quale tipo di sostegno istituzionale sarebbe necessario per rendere questi percorsi più continui e incisivi, soprattutto pensando alla prevenzione della violenza nelle prime fasi delle relazioni?
Innanzitutto il ruolo degli insegnanti andrebbe ormai ripensato da capo a fondo, perché non vengono ancora sufficientemente formati sulla relazione con gli adolescenti. In secondo luogo occorrerebbero molti più spazi e tempi per permettere agli studenti di ogni età di confrontarsi fra loro e di essere ascoltati dagli adulti. Servono cioè molti più spazi e tempi di ascolto e di discussione libera. In terzo luogo la scuola dovrebbe dotarsi istituzionalmente di figure professionali attente alla salute sia fisica (una volta esisteva il medico scolastico) che mentale (lo psicologo scolastico) di tutti.
Contrastare la violenza significa assumersi una responsabilità collettiva. Una cartografia adeguata serve a inventare una nuova segnaletica e quindi a produrre strategie di resistenza che siano all’altezza della complessità della nostra epoca (Braidotti, 2002). Le parole raccolte in questa intervista ci ricordano che ogni contesto educativo può diventare un luogo di trasformazione: uno spazio in cui comprendere, scambiare e dare voce a ciò che nelle relazioni spesso rimane inesplorato. La complessità della violenza di genere ci convoca tutti e ci invita a costruire ambienti sicuri, in cui sia possibile pensare insieme e riconoscere ciò che nelle dinamiche sociali, culturali e affettive alimenta la violenza. Le sue radici si intrecciano infatti con dimensioni politiche, interpersonali e intrapsichiche; solo un dialogo tra interlocutori diversi può favorire una comprensione più profonda e avviare reali processi di cambiamento.
La crisi e la progressiva decostruzione del modello patriarcale tradizionale aprono certamente nuovi spazi di possibilità: ci chiediamo se questo movimento, possa permetterci di ripensare i ruoli, interrogare i desideri e immaginare relazioni meno gerarchiche e più simmetriche. Al tempo stesso immaginiamo che questo processo di liberazione possa portare con sé anche un inevitabile smarrimento. Venuti meno i riferimenti rigidi che per secoli hanno funzionato da organizzatori sociali, adesso sembra che il soggetto si ritrovi più esposto, più nomade e talvolta più solo nel compito di dare forma alla propria identità.
Dentro questa transizione si amplificano le domande sul proprio posto nel mondo e sulla qualità dei legami possibili. L’assenza di modelli stabili può generare ansie profonde e, in alcuni casi, spingere verso tentativi di controllo o di chiusura difensiva, fino a manifestazioni di potere e violenza. Per questo diventa essenziale imparare a confrontarsi con l’alterità in modo autentico, riconoscendo che l’altro non è né un’emanazione di sé né un oggetto da possedere, ma un soggetto distinto, portatore di limiti, bisogni e desideri propri.
Accogliere la vulnerabilità che ogni relazione comporta e riconoscere il valore dell’altro come soggetto separato sono passi indispensabili per costruire legami capaci di evolvere senza passare attraverso la forza o la sopraffazione. È in questa maturazione emotiva e simbolica che può radicarsi una reale prevenzione della violenza. Promuovere momenti di confronto tra pari, soprattutto tra i ragazzi e ragazze, significa sostenere questo percorso dall’interno. È attraverso il dialogo, l’ascolto e la presenza di adulti capaci di accogliere la complessità che si costruisce una cultura capace di prevenire la violenza prima che si manifesti.
Enrico Castelli Gattinara:
insegna da quasi trent'anni nelle scuole medie; è chiamato a tenere lezioni presso università italiane e straniere e ha partecipato a numerosi convegni internazionali; si è occupato anche di argomenti filosofici su cui ha scritto articoli e saggi. È autore di diversi libri tra cui: 10 lezioni sulle emozioni (2018); Come Dante può salvarti la vita (2019); Cerca sempre la bellezza (2021); Il bello di sbagliare (2024).