Attualità della psiche

Corpi in catene di Chiara Buoncristiani e Tommaso Romani

Maja T., attivista non-binary tedesca, condannata a otto anni in Ungheria dopo gli scontri legati al “Day of Honour”.


Corpi in catene di Chiara Buoncristiani e Tommaso Romani

A Budapest, in una mattina dinverno, una persona entra in aula portandosi addosso due pesi diversi: il peso materiale delle catene, e quello simbolico di una parola che oggi vale come un capo daccusa. Antifa.” Il 4 febbraio 2026 un tribunale ungherese ha condannato Maja T., attivista tedesca che si identifica come non-binary, a otto anni di carcere per il coinvolgimento in aggressioni contro persone ritenute vicine allestrema destra durante il Day of Honour” a Budapest (febbraio 2023).

Giusto per ricordarlo il “giorno dell’onore” (!) è una manifestazione annuale a Budapest, in cui gruppi dellultradestra commemorano il tentativo di sortita del 1945 di truppe tedesche (anche Waffen-SS) e ungheresi durante lassedio sovietico della città.

Col tempo è diventata un raduno far-right/neo-nazi europeo.

Torniamo ai fatti. Maja era stata arrestata a Berlino nel dicembre 2023 su mandato europeo e estradata in Ungheria nel giugno 2024 in una procedura diventata un caso politico e giuridico: la Corte costituzionale tedesca ha poi giudicato lestradizione illegittima per insufficiente valutazione dei rischi legati alle condizioni detentive e alle tutele fondamentali.  La condanna, da quanto riportato, è di primo grado ed è impugnabile (e contestata su più fronti).

Fin qui, la cronaca. Ma la cronaca, da sola, non spiega latmosfera. Perché questo processo non è stato soltanto un processo. È stato un set dove lEuropa prova, senza ammetterlo, una scena che dovrebbe temere: una giustizia usata come teatro politico, con la retorica della sicurezza” che entra in aula al posto dei testimoni. Le fonti raccontano una vicenda già polarizzata, inserita nelle frizioni tra governo ungherese e istituzioni europee su diritti e stato di diritto.

In quel teatro, tra i banchi, cera anche Zerocalcare. La sua presenza al processo, insieme ad altri sostenitori, è stata raccontata e commentata pubblicamente in Italia, come gesto di solidarietà e come segnale: questo caso non deve restare chiuso in unaula, ma tendere fili nel discorso pubblico.

In quanto psicoanalisti sentiamo fortemente la necessità di scegliere di parlare, per nominare ciò che vediamo accadere quando la politica decide di colonizzare limmaginario con categorie assolute: nemico”, terrorista”, devianza”, ordine”. In unepoca così, che sovverte quei codici simbolici sui quali le moderne democrazie si sono fondate dopo la seconda guerra mondiale, ovvero la condanna del fascismo, che oggi viene portata in catena in un tribunale, nel corpo di Maja in catene, la psiche collettiva tende a funzionare con una grammatica semplice e infantile nel senso più spietato e negativo: scissione, proiezione, identificazione immediata. La complessità dà fastidio. La complessità fa perdere consenso.

La questione non è stabilire, da analisti, che cosa è successo davvero” in quei giorni del 2023: su questo lavorano giudici, avvocati, prove, appelli. La questione è unaltra, più sottile e più pericolosa: che cosa succede a una società quando il diritto diventa un dispositivo di produzione del nemico, e quando alcuni corpi diventano il supporto materiale su cui scrivere quella narrazione.

Winnicott ci ha insegnato che una vita psichica possibile nasce dentro un ambiente sufficientemente buono, un holding” che non è indulgenza ma condizione di realtà: un contenimento che permette al soggetto di non dover scegliere tra dissociazione e compiacenza. Quando lo spazio di vita viene saturato da minaccia, umiliazione, esposizione, il soggetto si irrigidisce: compare un falso Sé sociale, un modo di sopravvivere che ha il tono del mi adeguo o sparisco”. In quell’aula, nella prigione, in certe procedure accelerate, la politica sembra cercare proprio questo: non la verità di un fatto, ma la forma della resa per chi non si conforma.

L’edificio teorico psicoanalitico è pieno di concetti che aiutano a leggere ciò che sta avvenendo. Ogden, ad esempio, parla di un campo intersoggettivo che non appartiene né a uno né allaltro: un terzo che emerge tra le parti e che può diventare creativo oppure persecutorio. Se applichiamo questa idea fuori dal setting, vediamo meglio il terzo collettivo: tra Stato e imputato, tra giudice e opinione pubblica, tra media e paura. Quel terzo può essere un luogo di pensiero, oppure un acceleratore di fantasmi. E quando si incarica di produrre esempi”, moniti”, deterrenza”, rischia di diventare un terzo sadico: una macchina che trasforma una persona in messaggio. Come nel caso di Maja.

Per questo, se la psicoanalisi prende posizione, lo fa su un punto preciso: difendere lo spazio del pensiero contro ogni semplificazione punitiva. Difendere lidea che un soggetto non coincide mai con letichetta che gli incollano addosso, e che un processo non dovrebbe mai diventare un poster elettorale.

C’è poi un dettaglio che, nel 2026, non è più un dettaglio: Maja è una persona non-binary. In un contesto mondiale attraversato da guerre culturali sul genere e sullordine morale, lidentità può diventare benzina narrativa, un moltiplicatore di ostilità. Nessuno oggi può permettersi di ignorare che ogni posizione presa su corpi non conformi è una posizione politica.

Le autorità ungheresi hanno sostenuto che non vi siano maltrattamenti specifici; i sostenitori hanno denunciato condizioni detentive degradanti.  Di nuovo: qui la psicoanalisi non emette sentenze, ma riconosce un pattern politico antico e preoccupante. Il potere ama i corpi che possono essere raccontati come eccezioni” o minacce”, perché le eccezioni fanno scuola: insegnano agli altri come stare zitti.

Dunque sì, non c’è dubbio: la psicoanalisi può e deve manifestare sostegno. Non perché "sa” cosa è giusto, ma perché conosce bene laltra faccia della repressione: la produzione di soggetti che non riescono più a immaginare un futuro, che imparano a parlare con parole non loro, che interiorizzano quel tribunale come Super-Io. La psicoanalisi, quando è viva, lavora per lopposto: per restituire al soggetto una zona di gioco, un margine di possibilità, una lingua che non sia soltanto difesa.

Quando la legge diventa un linguaggio che umilia, il sintomo sociale cresce. E prima o poi, come ogni sintomo, chiede il conto.

 



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