Avant-coup e Après-coup

Après-coup di Emiliano Alberigi: “Essere e tempo. Incontri fra Arte e Psicoanalisi”, ciclo di quattro incontri organizzato dal MACRO e dal Centro Psicoanalitico di Roma .


Après-coup di Emiliano Alberigi: “Essere e tempo. Incontri fra Arte e Psicoanalisi”, ciclo di quattro incontri organizzato dal MACRO e dal Centro Psicoanalitico di Roma .

Il 27 settembre, al MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma, si è svolto il primo appuntamento di “Essere e tempo. Incontri fra Arte e Psicoanalisi”, ciclo di quattro incontri organizzato dal MACRO e dal Centro Psicoanalitico di Roma e dedicato alle possibili intersezioni tra arte contemporanea e psicoanalisi. Dopo questo primo incontro, costruito intorno alla figura di Sigmund Freud, i successivi appuntamenti attraverseranno tre differenti tempi dell’esistenza: l’infanzia, l’adolescenza e la vecchiaia.

Ad aprire la mattinata è stata Cristiana Perrella, direttrice del MACRO, proponendo subito una possibile ragione dell’incontro: arte e psicoanalisi condividono una relazione particolare con ciò che non è immediatamente evidente, con quanto sfugge alla visibilità e può assumere la qualità del perturbante. Non si tratta, dunque, di utilizzare la psicoanalisi come strumento per un’esegesi dell’opera d’arte, né, nel movimento inverso, di ridurre l’arte all’espressione di temi e contenuti già individuati dalla teoria psicoanalitica. Si tratta piuttosto di lasciare coesistere due sguardi, facendo lavorare la differenza tra di essi.

Maurizio Balsamo, direttore scientifico del Centro Psicoanalitico di Roma, ha quindi introdotto uno degli assi intorno ai quali è stato pensato il ciclo: il tempo come forma di declinazione dell’essere. Un medesimo oggetto, osservato nello scorrere del tempo, non rimane necessariamente lo stesso; e lo sguardo che vi rivolgiamo è a sua volta attraversato e trasformato dal tempo. Uno sguardo che non si rivolge soltanto a ciò che è stato, ma anche ai tempi assenti, mancanti o negativi: a ciò che non è accaduto, alle possibilità che non hanno trovato realizzazione, a ciò che avrebbe potuto essere e che, pur non essendo avvenuto, continua a inscriversi nel presente.

Freud, outsider

È in questa cornice che è stato proiettato Outsider. Freud (2025), documentario del regista israeliano Yair Qedar. Il film costruisce un ritratto di Freud attraverso materiali d’archivio, lettere, animazioni e sequenze oniriche, insieme agli interventi di psicoanalisti, storici e studiosi. Ne emerge una biografia che non procede soltanto secondo una successione cronologica, ma sembra continuamente cercare i punti nei quali vicenda personale, elaborazione teorica e storia collettiva si intersecano.

Balsamo aveva introdotto il film sottolineandone la dimensione in qualche modo “sincopale”: un Freud non pacificato nell’immagine monumentale del fondatore della psicoanalisi, ma attraversato da passioni, tormenti, perdite e contraddizioni. Un aspetto che, in maniera diversa, era stato intercettato anche da John Huston in Freud – Passioni segrete, il film del 1962 alla cui travagliata sceneggiatura aveva lavorato anche Jean-Paul Sartre.

Il titolo scelto da Qedar individua però soprattutto una posizione: quella dell’outsider. La condizione minoritaria di Freud, ebreo nella società viennese tra Otto e Novecento e poi costretto all’esilio dall’avvento del nazismo, non rimane sullo sfondo della sua vicenda intellettuale. Diviene un punto dal quale interrogare il suo modo di guardare alla cultura, alla soggettività e a ciò che un ordine sociale tende a lasciare ai propri margini.

È anche uno dei luoghi nei quali la biografia di Freud sembra entrare in risonanza con quella dello stesso Qedar, regista israeliano e attivista LGBTQ+. Il film nasce infatti da una lunga ricerca, ma anche dalla difficoltà del regista di trovare una forma capace di organizzare l'enorme quantità di materiale raccolto. Qedar ha raccontato come questo lavoro lo abbia condotto anche a intraprendere un'analisi freudiana intensiva. La ricerca su Freud finisce così per intrecciarsi, inevitabilmente, con la ricerca di una propria posizione rispetto a Freud.

A offrire al film una delle sue forme unificanti è infine l'immagine del treno, che attraversa il documentario e sulla quale la discussione tornerà più volte nel corso della mattinata. Un mezzo che procede lungo un tracciato già dato e che, nello stesso tempo, permette di guardare il paesaggio scorrere; immagine del viaggio, dell'esilio e della modernità, ma anche figura sorprendentemente vicina alla storia e al lessico della psicoanalisi.

Lo spazio del “fra”

Dopo la proiezione ha preso la parola Giuseppe Armogida, filosofo e docente di Estetica. Il suo intervento ha ripreso e radicalizzato una questione già introdotta da Perrella: non fare una “psicoanalisi dell’arte”, ma neppure immaginare un’arte psicoanalitica o una poetica che debba essere orientata dalla psicoanalisi.

Armogida ha proposto di soffermarsi proprio sulla preposizione contenuta nel titolo del ciclo: incontri “fra” arte e psicoanalisi. Quel fra introduce una distanza, crea uno spazio e uno scarto nel quale le due pratiche possono incontrarsi senza confondersi né sovrapporsi.

In questo senso, riprendendo il titolo del documentario, arte e psicoanalisi condividerebbero proprio una posizione da outsider. La parola contiene del resto una significativa ambivalenza: outsider è chi si trova ai margini, chi appartiene a una minoranza o non è pienamente incluso; ma è anche chi, proprio perché non occupa la posizione prevista, può sorprendere e affermarsi. La lateralità permette di vedere qualcosa che dalla posizione centrale rischia di rimanere invisibile.

Armogida ha ricostruito questa posizione laterale dell’arte a partire da Platone. Nella Repubblica l’arte rimane fuori dallo Stato non perché Platone ne sottovaluti la potenza, ma, al contrario, proprio perché la prende estremamente sul serio. L’arte non obbedisce interamente al logos: porta con sé pathos, ispirazione, mania, rimescola le categorie e intrattiene una relazione con le ombre. La sua potenza immaginativa rischia di contagiare l’ordine della città.

Un problema che ritorna, diversamente, nell’estetica hegeliana e nella celebre tesi della “morte dell’arte”. L’arte, nella modernità dominata dal concetto, dalla scienza e dalla tecnologia, non occupa più la posizione che aveva avuto in altre epoche. E tuttavia proprio l’arte contemporanea sembra continuare a rispondere a Hegel: il concetto non esaurisce tutto. L’arte può tentare di dare forma a ciò che il linguaggio concettuale non riesce interamente a tradurre: l’angoscia della morte, per esempio, o quella prodotta dalla tecnologia. E può farlo anche perché, a differenza della tecnologia, non è tenuta a fornire soluzioni.

Ma non è forse altrettanto outsider la psicoanalisi? Nasce dalla medicina, senza essere una medicina; produce teoria senza coincidere con una filosofia; lavora attraverso le parole senza essere una linguistica. Anch’essa sembra sottrarsi continuamente alla possibilità di una collocazione disciplinare definitiva.

Questa posizione, tuttavia, non è acquisita una volta per tutte. Anche ciò che nasce ai margini può produrre le proprie ortodossie, i propri maestri e le proprie istituzioni. Arte e psicoanalisi possono entrambe finire per stabilire chi stia dentro e chi fuori. Da qui il richiamo di Armogida a Elvio Fachinelli e alla distinzione tra scarto e resto: la possibilità generativa dell’outsider starebbe nel riuscire a trasformare ciò che viene scartato in un resto capace di produrre qualcosa di nuovo.

Rendere visibile l’invisibile

Antonio Buonanno, presidente del Centro Psicoanalitico di Roma, ha ripreso uno dei fili che avevano attraversato gli interventi precedenti: rendere visibile l’invisibile è forse uno dei gesti che accomunano arte e psicoanalisi.

Alla “morte dell’arte” evocata da Armogida ha accostato, non senza ironia, le molte morti della psicoanalisi annunciate nel corso della sua storia. E proprio l’ironia ha permesso di tornare al Freud mostrato dal documentario. Nelle immagini con Marie Bonaparte compare infatti un Freud capace di ridere, distante dall’icona severa alla quale siamo abituati. Buonanno ha ricordato a questo proposito la celebre battuta attribuita a Freud dopo essere stato costretto, prima di lasciare Vienna, a firmare una dichiarazione sul trattamento ricevuto dalla Gestapo: avrebbe ironicamente aggiunto di poterla “raccomandare a tutti”.

Buonanno ha poi proposto di leggere il film attraverso il tema che dà il titolo all’intero ciclo: il tempo. La sua struttura in quattro movimenti – l’identità ebraica e l’infanzia; il “diventare Freud”, con la morte del padre e l’autoanalisi; l’amore e la morte, attraversati dai lutti della vita adulta; infine l’esilio e l’avvicinarsi della propria morte – può essere letta come un percorso attraverso la perdita e l’elaborazione del lutto. E il fatto che il film sia stato concepito negli anni segnati dalla pandemia e poi dal 7 ottobre 2023 apre inevitabilmente anche la domanda su quanto il lutto attraversi non soltanto l’oggetto del documentario, ma lo stesso autore che lo costruisce.

Parlare d’arte da psicoanalisti può essere scomodo. Eppure esiste almeno un’esperienza che avvicina ciascuno di noi alla produzione di immagini: il sogno, forse la forma più quotidiana e insieme più radicalmente singolare di produzione “artistica” della mente.

È a questo punto che ritorna il treno. Qedar ha raccontato di aver trovato proprio in questa immagine la forma capace di tenere insieme il film. Buonanno ne ha seguito alcune associazioni. Il treno appartiene alla nascita stessa del cinema: una delle immagini fondative della nuova arte è L’arrivée d’un train en gare de La Ciotat dei fratelli Lumière. Ma il treno appartiene anche all’immaginario psicoanalitico: Freud paragona il lavoro delle associazioni libere allo sguardo di un viaggiatore che, seduto accanto al finestrino, riferisce il paesaggio che vede scorrere.

Il treno attraversa inoltre l’opera e la biografia freudiana in molti altri modi: compare nell’Interpretazione dei sogni, si lega alla sessualità e alla morte, e ritorna nel celebre episodio del Perturbante nel quale Freud, vedendo improvvisamente riflessa la propria immagine nello specchio della toilette di un vagone, per un istante non riconosce se stesso.

Una coincidenza ha aggiunto alla mattinata un ulteriore après-coup. Buonanno è andato a cercare che cosa Freud scrivesse proprio il 27 settembre. In una lettera del 27 settembre 1897 Freud racconta di un lungo viaggio in treno durante il quale aveva dormito “come in una bara”. È una lettera immediatamente successiva a quella del 21 settembre, divenuta celebre per la frase «non credo più ai miei neurotica»: uno dei passaggi attraverso i quali prende forma quella realtà psichica che diventerà centrale nella nascente psicoanalisi.

Una pratica minoritaria?

La figura dell’outsider ha condotto infine alla nozione di letteratura minore di Deleuze e Guattari: non la letteratura scritta in una lingua “minore”, ma quella che una minoranza produce all’interno di una lingua maggioritaria, deterritorializzandola e facendo assumere alla vicenda individuale una valenza immediatamente collettiva.

Anche la psicoanalisi, da questo punto di vista, compie continuamente operazioni di deterritorializzazione. Il sonno smette di essere soltanto il luogo del riposo e diventa quello di un lavoro; il sintomo isterico viene sottratto a una spiegazione esclusivamente organica; la coscienza perde il privilegio di coincidere con la psiche. La psicoanalisi istituisce così anche un tempo nuovo e inattuale, nel quale passato e presente non si dispongono semplicemente in successione.

Gli interventi del pubblico hanno aperto numerose altre questioni. Tra queste, quella relativa alla possibilità che la psicoanalisi conservi oggi in Italia una posizione da outsider non soltanto sul piano teorico, ma anche su quello della cura.

Balsamo, rispondendo, è tornato ancora una volta al treno, immagine della modernità, del capitalismo e del progresso, ricordando però anche l’angoscia che i viaggi ferroviari suscitavano in Freud: il medesimo oggetto può essere insieme luogo dell’ambizione e della realizzazione e fonte di paura.

Ha poi sottolineato la singolarità della cura psicoanalitica nel rivolgersi al soggetto proprio là dove il discorso sociale tende inevitabilmente a pensarlo attraverso categorie collettive. Per descrivere il rapporto tra psicoanalisi e società ha proposto un’immagine tratta da Hansel e Gretel: la strega controlla ogni giorno se Hansel sia ingrassato abbastanza da poter essere mangiato; lui, per ingannarla, le porge invece un ossicino. Forse, finché la società chiederà alla psicoanalisi un certo tipo di nutrimento, essa non potrà che continuare a porgerle, ostinatamente, quell’ossicino.

In après-coup

A distanza di qualche giorno dall’incontro, rimangono per me alcune associazioni.

La prima riguarda proprio capitalismo e psicoanalisi. È curioso ricordare come Freud, per spiegare il funzionamento del sogno, ricorra a una metafora esplicitamente economica. I desideri recenti, i residui del giorno, possono agire come imprenditori del sogno; ma perché il sogno possa essere effettivamente prodotto occorre il capitale fornito dai desideri infantili rimossi. L’immagine è potente anche perché opera un singolare capovolgimento: il capitale psichico non coincide con ciò che possediamo, ma con ciò che ci manca. È il desiderio infantile insoddisfatto e rimosso a fornire l’energia con cui le insoddisfazioni del presente possono essere rimesse al lavoro nel sogno.

La seconda considerazione riguarda il modo stesso in cui immaginiamo un incontro tra arte e psicoanalisi. Che cosa stiamo facendo incontrare? Una teoria psicoanalitica e un’opera d’arte? Due sistemi di pensiero? Due prodotti? Forse un terreno più fertile si apre quando il confronto viene spostato dalle opere compiute alle pratiche che le rendono possibili.

Che cosa possono dirsi la pratica artistica e la pratica psicoanalitica? E che cosa accade se, anziché confrontare immediatamente teorie e manufatti, proviamo a guardare ai soggetti impegnati in quelle pratiche e ai processi che attraversano?

Forse è proprio qui che quel piccolo fra sottolineato da Armogida acquista tutta la sua importanza. Arte e psicoanalisi non hanno bisogno di coincidere per incontrarsi. Possono condividere piuttosto una certa indisponibilità ad assumere la realtà come qualcosa di già dato nella sua immediatezza. Entrambe implicano un percorso, un itinerario, una traversata; entrambe lavorano su qualcosa che, per diventare visibile o pensabile, deve essere trasformato.

L’arte mira all’espressione, ma difficilmente può privarsi del tutto di una dimensione curativa, fosse anche soltanto autocurativa. La psicoanalisi mira costitutivamente alla cura, ma non può privarsi di una dimensione espressiva. Forse il loro incontro più interessante avviene proprio lì: non quando l’una pretende di spiegare l’altra, ma quando, mantenendo lo scarto che le separa, due pratiche differenti provano a rendere percepibile qualcosa che prima non lo era.

 



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