Voici ma vie la plus secrète.
Catherine Millot, Abîmes ordinaires
C’è qualcosa che resiste alla cronaca, in una morte che chiude per sempre un’opera dedicata da sempre alla morte. Catherine Millot si è spenta a Nizza il 24 agosto scorso, a ottantun anni, colta da un ictus; le sue ceneri riposeranno nella tomba di famiglia al cimitero dei Chaprais, a Besançon, mentre un omaggio pubblico le sarà reso più avanti a Parigi. La notizia, per chi ne ha seguito il pensiero e la scrittura lungo quattro decenni, acquista una risonanza particolare al di là del dolore che provoca, perché l'ultimo libro che Millot ci ha lasciato, “Un peu profond ruisseau…” — il cui titolo cita un verso di Mallarmé “Un peu profond ruisseau calomnié la mort” che chiude il celebre sonetto che dedicò alla tomba dell'amico e poeta Paul Verlaine. —, tornava proprio sulla soglia da cui era passata dopo un Covid che l’aveva quasi condotta via, interrogando ciò che resta del desiderio di vivere quando persino la paura di morire sembra essersi consumata. Che la fine reale sia sopraggiunta a ricalcare, quasi per un beffardo gioco del significante, la fine che l’autrice aveva già scritto, è uno di quei cortocircuiti fra lettera e destino su cui la psicoanalisi non può che soffermarsi in silenzio.
Psicoanalista lacaniana, allieva e poi compagna di Jacques Lacan negli ultimi dieci anni della sua vita, docente per lungo tempo al dipartimento di psicoanalisi di Parigi VIII, Catherine Millot ha attraversato la propria disciplina con una libertà rara: ha saputo farne, insieme, un sapere clinico e un esercizio letterario, senza mai cedere alla tentazione — così frequente fra chi scrive di analisi — di far parlare la teoria al posto dell’esperienza. È a questa vocazione singolare, e a un libro che ne rappresenta forse il vertice, che vorrei dedicare qualche breve riflessione: “Abissi ordinari”, uscito in Francia nel 2001 e finalmente reso disponibile al lettore italiano quest’anno da Castelvecchi.
“Abissi ordinari” nasce da un pugno di esperienze che l’autrice attraversò a sei anni, poi a dodici, poi ancora sulla soglia della vita adulta: stati di vuoto beatifico, di spossessamento assoluto, in cui ogni riparo veniva meno e insieme ogni angoscia si rovesciava in una gioia che sconfinava con l’annientamento. Millot li accosta, con la cautela di chi sa quanto sia scivoloso il terreno, al sentimento oceanico di cui parlava Freud, pur senza risolvervisi: ciò che la interessa non è tanto la nomenclatura clinica di questi stati, quanto la fedeltà a un’esperienza che il linguaggio ordinario non è attrezzato a contenere, e che perciò richiede un’altra lingua — più vicina alla mistica, a Michaux, ai grandi esploratori letterari del vuoto — per essere raccontata senza tradirla.
Il libro procede per quattro movimenti che si richiamano e si smentiscono a vicenda, in una temporalità che un suo commentatore ha definito vorticosa più che lineare: l’autobiografia vi si intreccia con la teoria e con la meditazione, in pagine dove il “disastro” — per riprendere il lessico di Blanchot che Millot conosceva bene — non è mai soltanto una ferita da colmare, ma anche il luogo paradossale in cui il soggetto trova, nell’assenza di ogni suolo, un suolo diverso: la possibilità di appoggiarsi al difetto stesso di ogni appoggio. È un pensiero squisitamente lacaniano, per chi sappia riconoscervi l’eco di una mancanza che non chiede di essere colmata ma abitata; ed è anche, credo, ciò che rende “Abissi ordinari” un testo che eccede la testimonianza clinica per farsi, come è stato notato, un vero e proprio esercizio spirituale — non filosofico, ma psicoanalitico: un atto di trasformazione di sé che si compie nell’atto stesso della scrittura, e che si trasmette a chi legge al di là di ogni commento possibile.
Della bellezza di questa scrittura — spoglia, esattissima, mai indulgente verso il proprio pathos — resta difficile rendere conto senza tradirla in parafrasi. Dirò soltanto che il libro si apre su una confessione che ne annuncia il registro più intimo, e si chiude su un’immagine che mi pare condensi l’intero percorso dell'autrice: quella di un desiderio antico di stabilirsi, un giorno, su un libero niente — formula che potrebbe fungere da sigillo per un’intera esistenza spesa a interrogare ciò su cui, propriamente, non si può stare.
Se “Abissi ordinari” segna l’approdo di Millot a una scrittura sempre più personale, va segnalato come ciò sia stato reso possibile attraverso un percorso che merita di essere esaminato, perché ne illumina la coerenza sotterranea. Prima che la letteratura diventasse il suo terreno elettivo, l’autrice si era imposta con lavori di impianto più propriamente clinico: la tesi su Freud e la pedagogia, confluita in “Freud antipedagogo” — tradotto in italiano già nel 1982 —, e poi “Al di là del sesso”, il suo controverso saggio sul transessualismo. Ma è con “La vocation de l'écrivain”, nel 1991, che comincia a interrogare in Proust, in Flaubert, in Joyce, in Rilke, ciò che l’atto di scrivere rivela di un’esistenza; e prosegue quell’indagine, cinque anni dopo, nel libro che i lettori italiani conoscono come “Gide Genet Mishima. L’intelligenza della perversione” — tre scrittori lontanissimi fra loro, accostati da Millot per un’identica inclinazione verso l’estremo e per un’identica sfida al principio di non contraddizione. Vale la pena, credo, lasciar parlare l’autrice stessa su ciò che, a suo avviso, la perversione autorizza a chi sa farne uno stile: la capacità di “transmuer la souffrance en jouissance et le manque en plénitude” — di trasmutare la sofferenza in godimento e la mancanza in pienezza. È una formula che potrebbe, a buon diritto, valere anche per la scrittrice che l’ha coniata.
La stessa alchimia, spogliata di ogni riferimento alla perversione ma non della sua tensione mistica, anima “Ô Solitude”, il libro del 2011 che i lettori italiani hanno potuto incontrare grazie a Iacobelli. Qui la solitudine cessa di essere privazione per farsi spazio di libertà e di scrittura: fra il Mediterraneo e le isole Lofoten, fra Proust, Barthes e Poe, Millot costruisce una sorta di autobiografia interiore in cui il viaggio è innanzitutto viaggio verso l’unico interlocutore che la solitudine non tradisce mai — se stessi. Ne scrive, in una delle pagine più citate del libro, dicendo che “c'est la solitude la plus délicieuse, la plus paisible”: la solitudine più deliziosa, la più pacata, resta quella in cui l’altro, pur presente, non chiede nulla — formula che una psicoanalista non poteva che maneggiare con la piena consapevolezza di ciò che, in ogni legame, resta invece esigente, imperioso, mai del tutto pacificato.
Manca, in questo attraversamento sommario, il libro che forse più di ogni altro ha reso Millot nota a un pubblico più vasto: “Vita con Lacan”, uscito nel 2016 e insignito del premio Gide, tradotto l’anno seguente da Raffaello Cortina. Vi si racconta — con una discrezione che è essa stessa una forma di fedeltà — il decennio condiviso con l’uomo che era stato, prima, il suo analista: non le dottrine, non i seminari, ma un Lacan colto nell’intimità dei gesti quotidiani, nei viaggi italiani che tanto amava, nella sua energia indomabile e infantile insieme. Millot vi scrive, in un incipit che dà il tono a tutto il libro, “il fut un temps où j'avais le sentiment d'avoir saisi l'être de Lacan” — di aver avuto per un momento il sentimento di aver colto l’essere di Lacan dal di dentro, come se vi si fosse insinuata; e da quel sentire nasce una libertà singolare, quella di chi non ha più nulla da dissimulare perché una parte essenziale di sé è stata affidata, per intero, a un altro che ne custodisce la cura. È un libro breve, quasi reticente nella sua misura, eppure capace di restituire — meglio di molte biografie più ambiziose — la statura umana di un uomo che la teoria, talvolta, rischia di pietrificare in icona.
Rileggendo oggi questi libri si fa evidente un’unica traiettoria, quella di un soggetto che non ha mai smesso di interrogare, con gli strumenti insieme della clinica e della lingua, ciò che nell'esistenza resta irriducibile a ogni sapere costituito: il vuoto, il desiderio, la scrittura, la morte. Che Catherine Millot ci lasci proprio mentre l’editoria italiana le restituisce, con “Abissi ordinari”, il suo testo probabilmente più necessario, ha il sapore di una coincidenza che la psicoanalisi, più di ogni altro discorso, sa accogliere senza bisogno di scioglierla: come se il libro, arrivato ora fra le mani dei suoi nuovi lettori, fosse già memoria, mentre la sua autrice, per ottant’anni, non avesse fatto che prepararsi — con un lavoro paziente e senza consolazioni — a stabilirsi infine su quel libero niente che aveva descritto, e che nessuno, in fondo, può dire di possedere.
