Testa di tigre di Antonio Ligabue (1899-1965) 1957, Olio su faesite
Ahi che la Tigre,
la Tigre Assenza,
o amati,
ha tutto divorato
di questo volto rivolto
a voi! La bocca sola
pura
prega ancora
voi: di pregare ancora
perché la Tigre,
la Tigre Assenza,
o amati,
non divori la bocca
e la preghiera…
Cristina Campo, La tigre assenza
Tormento: non esiste forse altra parola per descrivere l’esistenza di una donna lesa sin dalla sua infanzia. La scrittrice di Triste tigre (uscito in Francia per P.O.L. nel 2023, tradotto da Luciana Cisbani per Neri Pozza l’anno seguente e vincitore del Premio Strega Europeo 2024) Neige Sinno, è la bambina, che dai suoi sette o forse nove anni, ha subito abusi sessuali perpetrati fino all’adolescenza da parte del suo patrigno, denunciato quando era ormai maggiorenne.
La scrittrice parla con forza e acutezza del proprio viaggio e della propria dolorosa esperienza, si interroga su sé stessa e sul patrigno stupratore, la “Tigre Triste” che dà il titolo alla sua ricerca della verità - presa in prestito dalla poesia di William Blake “Songs of Innocence and Experience”, in una cascata di domande senza risposta sul male. Il grido di rabbia di Neige Sinno segue quelli che ci hanno scosso negli ultimi tre anni, dalla testimonianza di Vanessa Springora alla denuncia di Camille Kouchner fino all’eclatante caso Pelicot. Ma l'autrice, un'intellettuale che non fa parte dell'élite, ha un modo di scavare nel suo argomento con una potenza ineguagliabile, prendendo il lettore come testimone. La sua storia è impossibile da mettere giù.
Raccontare un abuso vuol dire scegliere che il proprio privato diventi pubblico, significa accettare che le fantasie del lettore violino il proprio intimo e che interpretino quanto accaduto seguendo traiettorie difensive che più frequentemente mettono al centro la dialettica tra aggressore e vittima. Il libro riesce a scavalcare questa prevalente lettura dicotomica, grazie ad una scrittura diretta, feroce che conduce alla presa di contatto del male che ci abita e che talvolta prende forme solenni ed annientanti.
Il male in Triste tigre è ovunque: quanto avvenuto in infanzia più che una convivenza è un’occupazione di spazi psichici, è come se fosse severamente sempre presente. La coordinata temporale si perde e proprio in merito a questo l’autrice denuncia la visione di un inquadramento lineare del tempo che porterebbe la vittima, una volta denunciato il crimine, a divenire una sopravvissuta: non c’è un approdo di salvezza in chi ha visto violata la propria esistenza. Nel suo confronto con la traumaticità Ferenczi definisce quanto in essa vi sia un qualcosa di non rappresentabile, dove ciò che avviene è uno “star morire” continuamente, in un tempo, come dice Luis Martin Cabrè, dove nulla inizia e in cui si perde anche il ricordo. Lo shock del trauma ha offuscato in modo permanente la cronologia degli eventi nella memoria della quarantenne che sta scrivendo: Sinno non sa dire di preciso quando sia iniziato tutto, ma sa definire come le torture siano terminate quando ormai adolescente, chiarisce in modo dissociativo al patrigno che quanto avviene non colpisce lei ma un oggetto del suo desiderio. Diversamente, i luoghi in cui si è consumato l'abuso sono rimasti impressi nella sua memoria: la cantina, il letto coniugale, ogni stanza della casa, fino alla soffitta, dove la bambina ha assistito, separando la sua mente dal corpo martoriato.
“Il ritratto del mio stupratore” è l’audace apertura del romanzo, un’immediata immersione nella psicopatologia di “un perverso narcisista con tendenze sadiche”. Non sorprende la diagnosi fatta in sede di processo, nonostante non sia sufficiente per incorniciare una condotta violenta in cui l’asimmetria tra i due protagonisti è un elemento aggravante. Il tentativo di avvicinarsi alla dinamica abusante conosce strade impervie, in particolare se si pone al centro dello sguardo il legame che stringe i due personaggi; molte domande rimangono senza sbocco di risposta, soprattutto quelle che sottintendono un perché. Tra gli interrogativi senza uscita, c’è quello relativo al silenzio in cui tutto si è svolto per tanti anni: nessuno ha visto, ascoltato, nessuno ha parlato, dato segnali. Su questo, Sinno dedica pagine profonde e dolorose, soprattutto quelle verso la madre, in cui si ritrova un impasto di parole che esprime protezione verso di lei e al contempo rabbia per non averla salvata dalla sua prigionia: quello che mi feriva tremendamente e che ancora oggi mi ferisce è che lei lo vedeva innanzitutto come un bugiardo…il suo compagno aveva stuprato sua figlia per anni e quello che lei vedeva non era lo stupratore ma il bugiardo.
Ferenczi esplicita quanto il trauma sia connesso non solo a qualcosa di improprio che è stato fatto, ma a qualcosa che si sarebbe dovuto fare ma non è stato fatto.
Il clima in cui governa il silenzio non è esclusivamente di questa coppia figlia-patrigno. Il silenzio omertoso è ciò che si genera nei microcosmi familiari e che in un sottotesto socioculturale colluso non trova una decodifica salvifica. Come un effetto domino, il trauma dell’abuso investe la persona lesa e tutti gli altri membri che indirettamente lo hanno vissuto, perfino la comunità che, come nella storia di Neige, modificherà lo sguardo verso i protagonisti della vicenda. Drammaticamente, nella sua scelta soggettivante di definire quanto accaduto, scrive: bisogna essere pronti a perdere molte cose quando si decide di parlare. Si perde la famiglia, chiaramente, si perde anche tutto il paese, si perde l’infanzia, i ricordi dell’infanzia, le illusioni dell’infanzia.
La scrittrice conferma che tutte le vittime di incesto cercano di sopravvivere al trauma. D'altra parte, rifiuta i miraggi della nuova doxa della resilienza: anche chi, come lei, è riuscito a costruirsi una vita adulta (studiando, diventando genitore, ecc.) rimane segnato per sempre. Non si può tornare all'innocenza. Crescere nella menzogna e nella dissimulazione è stata la sua educazione. Bravissima, Neige Sinno accetta di essere una vittima e ha il coraggio di andare avanti nonostante le cicatrici eterne. Il fatto che abbia sporto denuncia contro il suo stupratore e che lui sia stato condannato a nove anni di reclusione - alla fine ne ha scontati solo cinque, formando nel frattempo una nuova famiglia - non ha saziato la sua sete di verità e di (impossibile) giustizia.
La psicoanalisi si interroga sull’incidenza del transgenerazionale nell’identità dell’essere umano: siamo interconnessi con chi ci ha preceduto, siamo portatori di tracce, tratti caratteriali, schemi che si ripetono, come ha ben evidenziato Alain de Mijolla. Il dialogo con le generazioni precedenti, fatto di compenetrazioni, di rifiuti, perdite e nuove acquisizioni, non è solo un dialogo identificatorio rispetto a quel determinato oggetto, ma anche ciò che esso rappresenta, nel suo genere e ruolo sociale: tali elementi vengono costantemente rafforzati dal contesto educativo e culturale in cui si vive e nella loro standardizzazione vanno a costituire come un ritratto di uomo e di donna a cui aderire. La similitudine viene avvertita in modo rassicurante, prima di poterne percepire anche il limite. La domanda è quanto l’interiorizzazione di condizionamenti culturali che ogni individuo affronta nel corso del proprio sviluppo, cristallizzino un dialogo che non vede i due generi interfacciarsi nelle proprie differenze, piuttosto in una continua tensione in cui vi è un potere da esercitare e di conseguenza una passivizzazione da operare e conservare.
Come può essere ascoltata una bambina abusata, se ancora adesso l’ascolto delle donne è deficitario, spesso svalutato e rigettato? Come può essere vista una bambina stuprata, se ci sono ancora donne segregate, chiuse, coperte fino a non intravedere neanche un piccolo frammento della loro pelle? Come può essere creduta una bimba se le condotte di rifiuto e aggressività, non associabili al gentil sesso, sono in prima battuta da punire e sottomettere, anziché ascoltare e interpretare?
È evidente che non siano solo le bambine ad essere abusate, il genere dei più piccoli non è una determinante certa per l’innesco di uno stupro reiterato. Ma quanto la passivizzazione sia associabile quasi esclusivamente alla posizione del femminile è anche un prodotto di una cultura che ripropone una asimmetria di potere e soprattutto una tacita legittimazione dell’uso dello stesso. Sinno chiaramente scrive: si stupra per esistere…è un atto che crea potenza, una potenza che si estende oltre sé stessi.
Questa donna, che non si è sottoposta a psicoterapia o psicoanalisi e non appartiene ad alcun
movimento femminista o militante, lotta con le parole. Ciò che l'ha salvata - anche se lei rifiuta questo termine - sono i libri che ha divorato fin dalla più tenera età e le cui citazioni fanno da cornice alla sua narrazione. Da Annie Ernaux a Varlam Chalamov, da Toni Morrison a William Faulkner, i suoi predecessori sono tutti lì a fornirle il materiale per il suo mulino, mentre lei si rifiuta di estetizzare la violenza o di fare arte con le lacrime. Qui non c'è un'erudizione travolgente, ma solo un percorso che permette di convivere con il proprio lato oscuro. Nel pantheon personale di Neige Sinno c'è Claude Ponti, l'autore per bambini maltrattato dal nonno che ha inventato un mondo in cui la paura non ha mai l'ultima parola. Dolcezza e tenerezza: questo è il dono finale di questo straordinario racconto. È la storia di una scrittrice che è allo stesso tempo una bambina ferita, un'allieva eccellente, una giovane donna spericolata e desiderosa di libertà, e un'amorevole quarantenne diventata madre di una bambina. Alla quale ha anche confidato la sua verità.
“Chi tace acconsente”. Che strano proverbio quello che parla di consenso e silenzio, un proverbio che sembra definire il consenso attraverso il silenzio, un proverbio che pretende di dire cos'è il consenso dal fatto di non dire una parola.
“Chi tace acconsente”: una strana affermazione che non sappiamo da dove sia stata pronunciata, né da chi. Manca un soggetto che parli a nome proprio e che si faccia portavoce di sé stesso. Che strana interpretazione del silenzio; forse per capire questo aforisma dobbiamo semplicemente ricordare che la parola consenso, nella sua storia, ha un primo uso dimenticato, che è quello di dare l'autorizzazione. Potremmo dire che nel senso originario del consenso, che era innanzitutto quello di un'autorizzazione data da un padre, da un padrone, da Dio, infatti, "chi non dice niente" potrebbe voler significare consenso nel senso di accordo e autorizzazione, nel senso di non opporsi e quindi lasciare che le cose accadano. Ma è lo stesso se il consenso non è più quello di un’autorità ma quello del soggetto stesso?
Possiamo ancora dire “chi tace acconsente” quando parliamo del silenzio di una persona che non è in grado di rispondere alla situazione che incontra, quando parliamo di un minore, per esempio, di fronte alle richieste di un Altro che ha potere su di lui? O di una bambina di nove anni di fronte a un patrigno che vuole insegnarle il sesso? Possiamo dire “chi tace acconsente”, quando si tratta di un soggetto sottoposto a un’influenza tale da non avere la possibilità di reagire? Non c'è un modo per non dire una parola che si riferisca al fatto di sentirsi in trappola? È un modo per farci dimenticare che non possiamo dire nulla sotto l'effetto della paura, dell'ansia e talvolta anche dello spavento? È anche per farci credere che dire “sì” – ancora una volta senza sapere sempre a cosa o a chi stiamo dicendo “sì” - ci impone di obbedire a tutto? È forse per dire che questo “sì” è irreversibile, perché siamo già andati troppo oltre?
Bisogna esaminare questo punto di svolta in cui il soggetto non dice nulla, non perché acconsente, ma perché si è arreso a una situazione a cui non può rispondere. Bisognerà affrontare l'aforisma “chi tace acconsente” a partire da un altro aforisma “cedere non è acconsentire”. Dobbiamo tornare alle origini della psicoanalisi: nel 1895, al primo caso di Freud, il caso Emma. Con questa ragazza, Freud scoprì la logica del trauma e diede un nuovo significato all'aforisma “Chi tace acconsente”. Gli fanno eco le parole di Neige Sinno e il modo in cui la scrittrice ci mette di fronte alla triste tigre che si è impossessata di lei. La domanda che si pone è: un bambino che non oppone resistenza, che non corre a chiedere aiuto, che non si oppone al suo aggressore graffiandolo in faccia (...) significa che acconsente a ciò che gli viene imposto?
Seeking comfort
where
there is
alas
no comfort
to be found.
If only it were so simple
if only we could
end rape
by simply changing clothes
I remember also
what he was wearing
that night
even though
it’s true
that no one
has ever asked.
Mary Simmerling, What I was wearing