Come osserva recentemente Amedeo Falci, uno dei paradossi della psicoanalisi contemporanea è la mancanza di uno statuto teorico sufficientemente definito per il corpo, nonostante esso costituisca il fondamento ineludibile delle pulsioni e dell’unità corpomente.
Lombardi (2016) sottolinea come il corpo sia spesso assunto prevalentemente nei suoi significati simbolici e quindi, di fatto, privato della sua consistenza di oggetto concreto, esistente nella realtà. Ne deriva il rischio che la psicoanalisi stessa finisca per trasformarsi in una delle molte declinazioni della dissociazione mente-corpo che caratterizzano il mondo contemporaneo.
Una analoga dissociazione attraversa anche la cultura scientifica, in particolare per quanto riguarda la conoscenza dell’autismo. Le teorie neurocognitive che hanno cercato di proporsi come ponte tra biologia e clinica nella spiegazione di questa condizione -Theory of Mind, Weak Central Coherence, funzioni esecutive - appaiono, sotto questo profilo, paradigmatiche: modelli esplicativi disincarnati e fondamentalmente individualisti. Con Sandra Maestro abbiamo parlato di “omino testone” (2016, pag. 667) per descrivere la rappresentazione implicita del bambino autistico in queste teorie, richiamando la forma rudimentale con cui i bambini iniziano a rappresentare la figura umana.
Non meno disincarnate risultano talvolta anche alcune teorie psicoanalitiche dell’autismo, quando cercano di ricondurne la genesi esclusivamente a fattori psicogeni, finendo per negare il peso dei dati neurobiologici e, in ultima analisi, del corpo.
E tuttavia, proprio a partire dall’autismo, il corpo torna con forza a imporsi come luogo originario dell’esperienza psichica.
L’autismo nasce nel corpo: occhi, volto, voce, mani. Pelle, ma anche muscoli, articolazioni, organi dell’equilibrio, visceri.
L’intersoggettività, che tradizionalmente si ritiene compromessa nell’autismo, è innanzitutto intercorporeità, dialogo tra corpi. Njiokiktjien (2012) parla di una “teoria del corpo” come processo esperienziale dinamico e relazionale, fondato sul riconoscimento diretto e affettivo del comportamento corporeo materno: una comprensione del corpo vivente, affettivamente connotato. L’investimento libidico del corpo del bambino da parte della madre si esprime attraverso le caratteristiche emozionali e sensoriali dei gesti materni, dotati di una qualità prosodica - ritmo, velocità, durata, forza, prevedibilità - in risonanza con la voce e la mimica.
La risposta corporea della madre ai segnali di disagio del neonato non si esaurisce nella soddisfazione di un bisogno, ma costituisce una soddisfazione pulsionale, fonte di piacere. Su questa base il bambino sviluppa aspettative che eccedono i bisogni primari. Si struttura così precocemente una diade corporea affettiva, in cui madre e neonato sperimentano alternanze di piacere e dispiacere, osservabili nel tono muscolare e nella postura.
È stato osservato, nello studio dei filmati familiari di lattanti che avrebbero successivamente ricevuto diagnosi di autismo, che con un lattante autistico il genitore tende a essere più attivo, come se inconsapevolmente cercasse di compensare la scarsità dei segnali affettivi del bambino.
Ma possiamo andare oltre: possiamo ipotizzare nell’autismo, una difficoltà primaria non solo nel segnalare l’affetto, ma ancor prima nel sentirlo? E cosa significa, in questo contesto, “sentire l’affetto”? Rimanda forse a una difficoltà di base nel processare e integrare gli stimoli che sostengono l’esperienza affettiva e l’interazione?
La clinica mostra come i bambini autistici possano essere ipo- o iper-sensibili agli stimoli sensoriali, con configurazioni estremamente variabili. L’elaborazione può essere più lenta; sono state descritte difficoltà nell’integrazione di stimoli uditivi e visivi multipli e connessioni atipiche tra aree sensoriali, motorie e integrative. Tutto ciò può ostacolare la formazione di relazioni significative tra stimoli congruenti e rendere più difficile beneficiare delle informazioni ridondanti che sostengono, tra l’altro, lo sviluppo del linguaggio.
Numerosi studi indicano inoltre una peculiare percezione del movimento. Il mondo può essere esperito come troppo rapido; emergono difficoltà nel riconoscere il movimento biologico e nell’interpretarne la direzione. In alcune prospettive, l’attenzione si concentra anche sulla percezione del movimento proprio, in linea con concezioni incarnate della cognizione sociale.
L’importanza di queste dimensioni emerge con particolare forza dalle testimonianze dirette dei soggetti autistici in grado di autorappresentarsi. Tito Mukhopadhyay (2003), per esempio, scrive di come lo sfarfallamento delle mani gli sia necessario per sentire di avere un corpo e non sentirsi sparpagliato e ansioso.
Che ne è di queste esperienze percettive nella vita psichica, soprattutto nei suoi momenti aurorali? In che modo le anomalie dell’elaborazione sensoriale incidono sulla formazione del Sé e sull’intercorporeità primaria?
Bion (1972) sottolinea come l’esperienza si fondi sulla possibilità di stabilire correlazioni tra dati provenienti da diversi sensi, dando luogo a quello che egli definisce “common sense”, inteso come ciò che è “comune a più sensi”. La realtà si costituisce nella misura in cui le diverse modalità percettive convergono nel confermare un oggetto: è questa coerenza che fonda un “senso di verità”. Quando tale integrazione fallisce, l’esperienza perde consistenza.
In continuità con il pensiero di Bion, Hautmann (2009) ipotizza una precoce unificazione delle afferenze sensoriali in una sorta di “visione interna”, fondativa del sentimento di esistere già nella vita fetale. Si tratta di una modalità originaria di organizzazione dell’esperienza, analoga per certi versi al funzionamento onirico: una “proiezione” che rende rappresentabile, in forma globale, l’insieme degli stimoli provenienti dai diversi canali sensoriali “primo modo di organizzarsi di una pellicola di pensiero che potrà acquistare consistenza sviluppandosi in elaborazione tematica”(pag. 334).
Altre prospettive, in parte convergenti, valorizzano il ruolo di specifiche modalità sensoriali nella costruzione precoce della coesione psichica. Geneviève Haag (2000) attribuisce un ruolo fondamentale alle sensazioni cutanee, in particolare a quelle provenienti dal dorso, zona del corpo che nella vita prenatale è in relazione più continua con il corpo materno. In questa prospettiva, la pelle non è soltanto un organo di percezione, ma una vera e propria superficie di organizzazione del Sé.
Danon-Boileau (2012) mette in evidenza l’importanza della propriocezione e degli schemi motori, introducendo il concetto di rappresentazioni primarie fondate sull’esperienza del movimento. Ciò che viene rappresentato non è un oggetto, ma uno schema d’azione associato alle sensazioni che lo accompagnano: il succhiare, ad esempio, non è soltanto un atto motorio, ma un’esperienza complessa che integra sensazioni tattili, gustative, olfattive, uditive e propriocettive.
In tutte queste prospettive emerge un punto comune: l’esperienza originaria non è frammentata, ma tende a organizzarsi in forme globali, in cui i diversi registri sensoriali e motori sono intrecciati.
Stern (2010) mostra come, fin dalle prime fasi della vita, tale organizzazione non avvenga all’interno di singole modalità sensoriali, ma attraverso configurazioni sopramodali, strutturate in termini di intensità, forma e temporalità. Il neonato non esperisce stimoli isolati, ma profili dinamici che attraversano diversi canali sensoriali, le cosiddette “forme vitali”.
Si potrebbe allora ipotizzare che il “senso di realtà” di cui parla Bion e il “senso di Sé emergente” descritto da Stern condividano una stessa matrice: la possibilità che l’esperienza si organizzi come totalità coerente, prima ancora che come rappresentazione differenziata.
Se questa integrazione è compromessa, come alcune ricerche suggeriscono nell’autismo, non viene meno soltanto una capacità percettiva specifica, ma la possibilità stessa di costruire una esperienza condivisibile.
A questo punto la questione del “sentire l’affetto” si ripropone in termini nuovi.
Se seguiamo la linea che va da Bion a Stern, l’affetto non può essere pensato come uno stato interno già costituito. Esso emerge come qualità dell’esperienza, come esito dell’organizzazione tra diversi registri sensoriali e motori: una configurazione dinamica fatta di ritmo, intensità, direzione e andamento temporale.
In altri termini, l’affetto è inseparabile dalle forme vitali che lo veicolano.
“Sentire un affetto” significherebbe allora poter riconoscere e abitare queste configurazioni, viverle come proprie e sufficientemente stabili da poter essere condivise. Non si tratta soltanto di avere una risposta emotiva, ma di poterla organizzare in una forma esperibile come appartenente a un Sé.
Quando questo processo è compromesso, gli stimoli possono essere presenti - anche intensamente - ma non organizzarsi in un’esperienza affettiva riconoscibile. In termini bioniani, potremmo dire che manca la possibilità di trasformazione degli elementi beta in elementi alfa.
Si potrebbe allora ipotizzare che in alcune forme di autismo il problema non sia primariamente una assenza di affetti, ma una difficoltà a costituirli come tali.
È all’interno della relazione precoce che queste configurazioni trovano la loro prima organizzazione. Il neonato non costruisce da solo l’unità della propria esperienza: essa si costituisce nel dialogo tra corpi.
La “teoria del corpo” di Njiokiktjien può essere riletta in questa prospettiva: i gesti materni, con la loro qualità prosodica, non si limitano a rispondere, ma organizzano l’esperienza del bambino in forme riconoscibili. La madre, attraverso il proprio corpo, contribuisce a dare forma all’affetto del bambino.
La sintonizzazione affettiva, come descritta da Stern, consiste in una corrispondenza tra forme vitali resa possibile da modalità transmodali: la madre coglie la qualità dinamica dell’esperienza del bambino e la restituisce attraverso un altro canale.
Spesso è la voce tale canale, e nella prima infanzia questo può essere in qualche misura obiettivato attraverso lo studio delle caratteristiche del motherese, la particolare forma di linguaggio con cui gli adulti si rivolgono ai lattanti. Gli studi che dimostrano la mancanza di risposta dei bambini autistici ai particolari picchi prosodici del motherese coglierebbero la difficoltà di cogliere la vitalità presente nella voce. Tuttavia qui la questione è più complessa (Tancredi, 2025) in quanto le esperienze in ambito clinico e terapeutico dimostrano una risposta sorprendente perlomeno di alcuni bambini autistici alle modulazioni della voce.
Perché ci sia una effettiva sintonizzazione è necessario che il bambino possa percepire una continuità tra le diverse modalità sensoriali: che ciò che è vissuto nel corpo possa essere ritrovato nella voce, nello sguardo, nel gesto dell’altro.
Se questa integrazione è fragile, l’interazione perde coerenza e la sintonizzazione diventa intermittente. Le difficoltà intersoggettive nell’autismo possono allora essere rilette non tanto come un deficit primario della relazione, quanto come l’esito di una difficoltà più originaria nell’organizzazione dell’esperienza.
In questa luce, anche la variabilità dei profili sensoriali acquista un significato particolare. Il fatto che uno stesso bambino possa essere ipersensibile in un canale e iposensibile in un altro suggerisce non tanto una disfunzione localizzata, quanto una instabilità nei processi di integrazione.
Questa difficoltà emerge con particolare evidenza nella percezione e nell’organizzazione del movimento. Non si tratta soltanto di un problema motorio, ma di una compromissione nella possibilità di cogliere e produrre quelle qualità dinamiche, direi musicali, attraverso cui si veicolano gli stati affettivi.
Le anomalie motorie precoci - la ridotta iniziativa, la scarsa variabilità dei movimenti, le difficoltà di coordinazione - limitano la possibilità di entrare in una relazione ritmica con l’altro, riducendo le occasioni di sintonizzazione.
Il comportamento del bambino può così diventare meno leggibile per l’altro, e l’interazione perdere progressivamente quella qualità di reciprocità che caratterizza le prime proto-conversazioni.
In questo quadro, anche fenomeni come lo sfarfallio delle mani o altri movimenti ripetitivi possono essere considerati come tentativi di auto-organizzazione: modalità attraverso cui il bambino cerca di produrre una continuità dell’esperienza.
Le testimonianze dirette vanno in questa direzione. Quando Tito Mukhopadhyay (2003) descrive la necessità del movimento per “sentire di avere un corpo”, mette in evidenza come, in assenza di una integrazione spontanea, sia necessario costruire attivamente un senso di unità.
In questa prospettiva, la clinica dell’autismo appare attraversata da un filo comune: la difficoltà a costituire forme sufficientemente coerenti da sostenere l’emergere dell’affetto e della relazione.
A conclusione di questo breve e incompleto excursus, mi sembra di poter dire che rimettere il corpo al centro - tanto nel pensiero psicoanalitico quanto nelle interpretazioni dell’autismo provenienti da altri ambiti - consente una sorta di riallineamento dello sguardo: una riconquista, per quanto sempre precaria, di una visione binoculare, capace di tenere insieme prospettive differenti.
L’autismo sembra così spingerci verso la ricerca continua di un vertice integrativo. L’ampiezza degli elementi in gioco richiederebbe uno sguardo teorico forse mai del tutto raggiungibile; ciò che appare essenziale è non assolutizzare gli scorci parziali che ciascuno di noi può cogliere.
In fondo, interrogarsi sull’autismo non è molto diverso dall’interrogarsi sul senso della vita umana. Pensare l’autismo significa interrogare le condizioni stesse del nostro essere umani.
BIBLIOGRAFIA
Bion, W. (1972). Apprendere dall’esperienza. Roma, Armando.
Danon-Boileau, L. (2012) Voir l’autisme autrement. Paris, Odile Jacob.
Falci, A. (2025). Körper, Seele, Leib. Riflessioni sul corpomente e sulla corporeità in psicoanalisi. Rivista di psicoanalisi 2025/4.
Haag, G. (2000). Le moi corporel. In: Geissmann, C. e Houzel, D. (sous la direction de). L’enfant, ses parents et le psychanalyste. Paris, Bayar.
Hautmann, G. (2009). Il processo analitico della nascita psichica. Pellicola di pensiero, gruppalità, simbolizzazione iconica, gemellarità, anche ripensando Richard. Rivista di Psicoanalisi 55 (325-340).
Lombardi, R. (2016). Metà prigioniero, metà alato. La dissociazione corpo-mente in psicoanalisi. Milano, Bollati Boringhieri.
Maestro, S., Tancredi, R. (2016). Psicoanalisi e autismo: dialoghi fra mente e corpo. Rivista di Psicoanalisi 2016/3.
Mukhopadhyay, T.R. (2003). The Mind Tree: A Miraculous Child Breaks the Silence of Autism. New York, Arcade.
Njiokiktjien, C., Verschoor, A., Leo de Sonneville (2012). Understanding of Its Caretaker’s Affective Gestures by the Young Infant Is the Basis of a Theory of Body. Neuropsychoanalysis, 2012, 14 (1).
Stern, D. (1987). Il mondo interpersonale del bambino. Milano, Bollati Boringhieri.
Stern, D. (2010). Le forme vitali, Raffaello Cortina, Milano.
Tancredi, R. (2025). Musica e linguaggio nella tessitura della relazione, agli albori della vita. in Di Frenna, R., Gentile, R., Pappa, M.G. (a cura di) Inizi difficili. Roma, Alpes.
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