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“Psicoanalisi e Istituzioni: i Gruppi Multifamiliari” - 5 dicembre 2020

Report di Agostina Toscano


“Psicoanalisi e Istituzioni: i Gruppi Multifamiliari”  - 5 dicembre 2020

Sabato 5 dicembre 2020 si è svolta, su piattaforma Zoom, la seconda giornata di studio del gruppo romano Psicoanalisi e Istituzioni sulla realtà dei Gruppi Multifamiliari (GPMF) che ha visto la partecipazione di molti esponenti del Centro di Psicoanalisi Romano e del Centro Psicoanalitico di Roma.

La mattina si apre con la relazione di Tiziana Bastianini che introduce la giornata ponendo inizialmente l’accento sulla questione delle estensioni del metodo psicoanalitico, di come all’interno di una di queste cornici, capaci di produrre dispositivi analizzanti, possiamo guardare ai GPMF.

Quando J. G. Badaracco ha concepito un dispositivo specificatamente adattato ai pazienti con grave sofferenza psichica e alle loro famiglie, ha prevalso la necessità di riconoscere la specificità dei modi di simbolizzazione della vita psichica che emergono nelle storie dei pazienti e tra i pazienti e le loro famiglie.

Il fine era chiaramente quello di creare un dispositivo ad hoc per comprendere questa forma di emergenza dell’inconscio nei legami tra due generazioni.

La Psicoanalisi Multifamiliare è una Psicoanalisi che indaga i legami, patogeni e patologici, intrapsichici e intersoggettivi, all’interno della diade, ma anche della triade e della famiglia. Il soggetto psichico cui si riferisce è un soggetto plurale che ospita al proprio interno una molteplicità di vettori identificatori non sempre in dialogo fluido nella mente. L’identificazione, specifica Bastianini, è uno dei maggiori processi di trasmissione della vita e della morte psichica tra generazioni cui Badaracco ha dato rilievo.

Che cosa si trasmette sul piano della dinamica intersoggettiva? Si trasmette ciò che resta in giacenza nella trasmissione stessa, si trasmette quello che resta in sofferenza. Per quali vie inconsce, i contenuti psichici di un simile effetto alienante sulla formazione del senso di sé passano da un soggetto all’altro e soprattutto da una generazione all’altra?

Seguendo questo interrogativo, Bastianini torna al tema dell’azione terapeutica del GPMF e si chiede se lo sviluppo del concetto di “mente ampliada”, la mente del gruppo, non generi uno sfondo, una base inconscia, intersoggettiva, rappresentando in tal senso il luogo da cui attingere nel processo di generazione delle nuove esperienze psichiche.

La mattina prosegue con il lavoro di Alessandro Antonucci attraverso la presentazione di due storie cliniche. Lo scopo è quello di raccontare gli aspetti più essenziali da seguire, per meglio comprendere la funzione terapeutica del GPMF e quella che è la sua importanza clinico-teorica, in particolare nell’esperienza di psicoanalisti.

Il materiale clinico presentato fa emergere come il GPMF è il campo dove la psicosi, che secondo le riflessioni di Badaracco riguarda almeno due persone, si manifesta e può mostrare la sua struttura originaria. La follia dell’utente sta in questo non potersi separare e aver perso la possibilità di crescere costruendo la propria identità, al punto da essere poi lui, una volta cresciuto, a riproporre questo tipo di legame al genitore.

Antonucci, dopo aver ampiamente raccontato due storie cliniche, chiude la sua relazione affermando che il lavoro individuale che si accompagna al GPMF è altrettanto necessario per aiutare l’individuo a rimodellarsi, via via che assume su di sé maggiori livelli di “soggettività”.

Fausta Calvosa e Antonio Buonanno, riflettendo sulla teoria, presentano un lavoro a partire dal concetto di “oggetto che fa impazzire” di Badaracco.

Nel 1986, sull’IJP, Badaracco pubblica un articolo dal titolo: “Identificazione e sue vicissitudini nelle psicosi. L’importanza del concetto dell’oggetto che fa impazzire”. Ripercorrendo le traiettorie di pensiero dei più importanti psicoanalisti che si sono molto occupati di psicosi (Freud, Klein, Winnicott, Bion, Rosenfeld, Searls, Green e altri), Badaracco ripropone la centralità della relazione con un “oggetto che fa impazzire” nella psicogenesi del disturbo psicotico, individuando processi identificatori patogeni.

L’esperienza traumatica ripetitiva si struttura come una fissazione del trauma. La situazione di dipendere da e aver bisogno di un “oggetto che fa impazzire” porta come unica conseguenza l’identificazione patogena con l’oggetto. Si forma così nell’apparato psichico un’organizzazione polarizzata: una coppia simbiotica patologica in cui c’è un padrone ed uno schiavo. Entrambi svolgono ruoli interscambiabili. Entrambi sono indispensabili l’uno all’altro, nessuno dei due è autonomo ed individuato. Una pazzia a due, conclude Badaracco.

Queste vicende traumatiche determinano la tendenza, dentro e fuori la stanza di analisi, alla ripetizione che consente il ritorno a sé attraverso l’elemento ritmico della reiterazione, in cui anche la coppia terapeutica può restare imprigionata. Per dare senso a quei brandelli di storia e permettere al soggetto di abbandonare quelle posizioni identificatorie, può essere essenziale la con-presenza dell’oggetto, talvolta unico depositario di quella storia altrimenti cancellata, soprattutto nelle sue irruzioni violente nelle vicende psichiche dell’individuo in formazione. Queste vicende, che rischiano di divenire inconoscibili e indicibili nella realtà delle interazioni del GPMF, sono riattivate e spesso si presentano sia nelle dinamiche dei partecipanti, sia nei transfert multipli, permessi dal rispecchiamento, il cui ricordo e conseguente racconto sono spesso troppo dolorosi da poter essere sostenuti da soli. Anche la dimensione transgenerazionale della psicosi, la cui origine può affondare le proprie radici nelle dinamiche parentali della generazione precedente, trova nel grande GPMF una possibilità di espressione inedita, anche attraverso transfert multipli tra le diverse famiglie partecipanti ai gruppi. Ciò permette di allargare il campo e andare oltre la diade. Una delle funzioni terapeutiche del gruppo è proprio quella di vedere le somiglianze tra quanto accade in una famiglia e quanto accade in un’altra (rispecchiamento), il che facilita l’accesso ad una possibile metaforizzazione e di nuovi spazi mentali per pensare.

Nel GPMF, inoltre, gli operatori abbandonano la condizione di oggetti idealizzati, rassicurati dalla presenza di altri colleghi e dal gruppo stesso, e “sani” e “folli” sono finalmente pari, cioè sia le persone in cui sono meno presenti aspetti dissociati, sia le persone in cui questi sono più presenti, possono esprimere le proprie opinioni in forma paritaria.

I relatori concludono citando Balsamo (2018): il GPMF propone “un terreno di comunicabilità e di messa in rappresentazione di affetti e vissuti caotici o intrattabili, rendendo possibile l’incontro analitico come un luogo e un tempo in cui il principio di speranza può ancora sussistere”.

A seguire, Pier Luca Zuppi apre ad una lunga riflessione rispetto alla cura del paziente e delle istituzioni. Le forme gravi di psicosi possono essere trattate solo nelle istituzioni deputate, poiché queste si occupano di quanti si avventurano nel contatto con la follia e ne sostengono gli strumenti di orientamento.

Badaracco basa la propria teoria sull’ipotesi che la follia non sia mai della singola persona, ma risieda nella mancata evoluzione del rapporto che il paziente struttura con uno o entrambi i genitori.

Il GPMF è un grande gruppo, costituito da molte famiglie di pazienti gravi e da un buon numero di operatori di un Servizio, che si riunisce una volta alla settimana per un’ora e mezza. La prassi è costituita da due tempi: un gruppo che mette insieme famiglie ed operatori e un post-gruppo composto da soli operatori per la discussione sull’esperienza appena svolta.

Il GPMF è uno strumento fortemente attivante, è una immersione in un mondo di confusioni, di sovrapposizione di scambi generazionali, di identificazioni proiettive. C’è un grande coinvolgimento, ci si immedesima profondamente e si prova paura di non farcela e di essere travolti. Ci si avvicina al mondo dello psicotico, si dubita della propria sanità mentale. Tutti gli operatori partecipanti (infermieri, assistenti sociali, riabilitatori psichiatrici, psicoterapeuti non psicoanalitici, psicoanalisti) possono sperimentare l’importanza dell’inconscio.

L’esperienza del post-gruppo, l’Ateneo, ovvero un dopo gruppo che per un’ora si trattiene per scambiarsi il proprio vissuto personale, per parlare dei pazienti e delle loro famiglie, assume così una doppia valenza: disintossicante e narrativa. Il gruppo lavora per ricostruire la “capacità di rendersi soggetto” dei singoli partecipanti; questo può essere molto faticoso per i pazienti, per i familiari e per gli operatori stessi. Tutto ciò facilita la possibilità di avvicinarsi alla sofferenza dell’individuo in modo meno stereotipato e standard.

 

Nel modello di lavoro del GPMF, Zuppi evidenzia come si possa ritrovare:

-     la possibilità di estendere il raggio di osservazione: l’orizzonte può così contenere l’intero mondo del paziente (traumi, lutti, separazioni dolorose); l’interdipendenza del suo mondo con quello della sua famiglia; il mondo del terapeuta, con le sue teorie e risonanze, il contesto della cura;

-     la possibilità di trasformare la presenza di differenze di impostazione teorica in ricchezze, per una comune progettazione clinica;

-     il sostegno ad una organizzazione del servizio in un assetto di “laboratorio” continuo di rielaborazione delle conoscenze che vengono incontro al paziente, inteso come esplorazione, messa in discussione, desiderio di imparare.

 

A concludere la sezione relativa all’impatto sulle Istituzioni da parte del GPMF è Caterina Tabasso, che esplora approfonditamente e attraverso la condivisione di esperienze personali e dirette, il rapporto che intercorre tra il privato sociale e la multifamiliarità.

Lo fa attraversando tre temi:

-       dando una definizione di ciò che intende per privato sociale che si occupa di salute mentale, e quale rapporto è necessario mantenere con l’Istituzione, non in contrapposizione o in alternativa, ma affiancandosi ed integrandosi con essa;

-       raccontando il modello di Luciana De Franco per uno spazio di privato sociale di struttura multifamiliare (quella di “Infiniti Angoli”), cui De Franco ha molto creduto, in particolare ha creduto nella dimensione gruppale per la cura della patologia severa. L’incontro con la dimensione multifamiliare promossa da Badaracco è stato sentito da De Franco come sincronico e arricchente;

-       cosa emerge nel passaggio tra un privato sociale romano e uno lombardo attraverso la lente del multifamiliare. La situazione attuale è ben lungi dall’essere frutto di una diversa cultura e impostazione locali, ma ha a che fare con precisi eventi storici, politici ed economici che hanno stornato gran parte delle risorse verso il settore privato, arrivando di fatto a frammentare la coerenza dei percorsi di cura dell’utente e delle famiglie, andando ad acuire di conseguenza l’isolamento e le frammentazioni proprie del fenomeno psicotico stesso. Quale modello se non quello del GPMF è lo strumento giusto per mettersi all’ascolto di sé e dell’altro e col quale possa essere iniziato un modo per ricucire le frammentazioni e riconnettere persone, informazioni, progetti.

 

Molto fertile è il dibattito che si apre a seguito di tutte le relazioni presentate e intorno al lavoro di Badaracco a chiamare la discussione è Andrea Narracci.

Molte sono le testimonianze e i contributi che vengono portati all’interno di questa seconda parte della giornata. Intervengono i membri del Laboratorio italiano di Psicoanalisi Multifamiliare: Claudia Tardugno, Fiorella Ceppi e Federico Russo e tutti gli operatori che stanno utilizzando il Gruppo di Psicoanalisi Multifamiliare, sia nelle Istituzioni che nel Privato Sociale, tra cui Francesca Viola Borgogno (Torino), Marcella Venier (Roma Frascati), Assunta Maglione e Alessia Ranieri (Napoli), Maria Antonietta Masia (Cagliari), Milena Meistro e Carola Battaglia (Varazze), Marco Grignani (Perugia), Cristina Ricci (Teramo), Patrizia Monti e Lucio Macioce (Frosinone), Silvia Rivolta e Maria Luisa Rainer (Milano), Massimo Mari (Ancona), Raffaele Barone (Caltagirone), Vittorio Valenti (Savona).

A conclusione dei lavori, Andrea Narracci sottolinea come il mondo della psicoanalisi potrebbe giovarsi del vertice che il GPMF propone.

 



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