Il Caso clinico natalizio di “Mamma, ho perso l'aereo”
“Potevo amarti molto di più, è vero, ma potevo amarti anche molto meno”.
È Natale. Neve che cade con una puntualità quasi sospetta, lucine intermittenti che sembrano pensate per tenere insieme l’euforia e l’esaurimento, un coro gospel che promette salvezza mentre tutti sono già in ritardo. In questo scenario, che è insieme liturgico e isterico, accade l’impensabile: un bambino viene dimenticato a casa. Non metaforicamente, non come immagine psicoanalitica dell’infanzia trascurata, non come allegoria del mancato riconoscimento. Proprio dimenticato. Concreta amnesia parentale. Casa chiusa, valigie partite, aeroporto raggiunto. Fine.
Eppure, ed è qui che il film compie il suo vero miracolo teorico, non siamo davanti a una catastrofe psichica irreversibile. Se prendiamo Mamma, ho perso l'aereo come se fosse una vignetta clinica travestita da commedia natalizia, ciò che colpisce subito è che la madre non è affatto una figura crudele o irresponsabile nel senso caricaturale del termine. È distratta, sovraccarica, emotivamente presente ma organizzativamente disastrosa. Ama il figlio, ma non governa tutto. Tiene, ma non anticipa ogni evenienza. Vuole proteggere, ma non riesce a prevenire ogni falla. Insomma, senza saperlo, incarna perfettamente ciò che Donald Winnicott avrebbe chiamato una madre sufficientemente buona.
E questo è il punto che a volte le mamme si dimenticano... La madre sufficientemente buona non è una santa, né una figura idealizzata immune da errori. Non è quella che non sbaglia mai, che non perde mai il figlio, che non alza mai la voce, che non viene mai attraversata da stanchezza, nevralgie, parenti invadenti e ansia natalizia. Quella, semmai, è una madre onnipotente. E l’onnipotenza, come sappiamo, non è mai terapeutica: seduce, rassicura, ma alla lunga sterilizza. Non lascia spazio al gioco, non consente il rischio, non permette al soggetto di fare esperienza di sé.
Qui invece accade altro. Kevin viene lasciato solo, sì, ma non viene abbandonato nel senso winnicottiano del termine. Perché l’abbandono, nella clinica, non coincide con l’assenza momentanea della madre, ma con il collasso dell’ambiente. È quando il mondo smette di reggere, quando il setting implode, quando la continuità dell’esperienza si spezza senza possibilità di simbolizzazione. Nulla di tutto questo accade nel film. La casa resta una casa. Il mondo resta, tutto sommato, affidabile. Ed è proprio per questo che il bambino non si dissolve, non si frammenta, non precipita in uno stato di angoscia senza nome. Al contrario, inventa.
Kevin gioca. Trasforma la paura in azione, l’angoscia in strategia, l’intrusione persecutoria in una sequenza di trappole grottesche e creative. Non si tratta di acting out distruttivo, ma di una forma iperbolica di gioco, una messa in scena che gli consente di riprendere il controllo simbolico di una situazione inizialmente ingestibile. L’ambiente fallisce un po’, ma non troppo. E proprio per questo consente al soggetto di emergere.
Se lo leggiamo davvero come un caso clinico natalizio, il messaggio del film diventa sorprendentemente sobrio e quasi commovente: un ambiente che fallisce moderatamente è un ambiente che rende possibile l’esistenza del soggetto. Kevin non diventa psicotico, non si disorganizza, non chiama l’analista d’urgenza. E non perché la madre sia impeccabile, ma perché, pur potendo fare meglio, avrebbe potuto fare infinitamente peggio.
La differenza sta tutta nel dopo. La madre torna, cerca il figlio, lo riconosce. Si assume la colpa senza trasformarla in colpa del bambino, senza rovesciare su di lui il peso dell’errore. Il legame viene ristabilito non attraverso la perfezione, ma attraverso la riparazione. E la riparazione, lo sappiamo, è infinitamente più strutturante della perfezione.
Forse è per questo che Mamma, ho perso l’aereo continua a funzionare, anno dopo anno, come rituale natalizio inconsapevolmente terapeutico. Non racconta un’infanzia ideale, igienizzata, iperprotetta. Racconta un’infanzia abitabile. Con sbagli, assenze, ritorni. Winnicott, sotto l’albero, probabilmente sorriderebbe.