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“Perché la metapsicologia” a cura di M.Balsamo F.Fiorelli A.Giuffrida. Recensione di E.Alberigi


“Perché la metapsicologia” a cura di M.Balsamo F.Fiorelli A.Giuffrida. Recensione di E.Alberigi

Introduzione

“Perché la metapsicologia” è un testo che rimette al centro della riflessione psicoanalitica la passione speculativa per la teoria, la teoria della tecnica e il metodo psicoanalitico. Parafrasando Laplanche, quando dimostra che per la teoria freudiana non tutto è sessuale ma che c’è del sessuale in ogni cosa: se non si può dire che ogni scritto psicoanalitico è metapsicologico, si deve invece riconoscere che c’è sempre qualcosa di metapsicologico in una riflessione psicoanalitica. Con analoga passione e altrettanto pudore l’interrogazione metapsicologica è presente in tutti gli scritti di Freud. Pudore perché leggendo il libro veniamo a sapere che sono proprio gli scritti espressamente metapsicologici (il Progetto e Metapsicologia) che Freud lasciò incompiuti o decise di non pubblicare.

Quali difficoltà insormontabili incontrò Freud, tali da portarlo a scartare il Progetto prima e a bruciare gli scritti metapsicologici successivi a Lutto e Melanconia poi? Forse, quando si è presi dalla passione speculativa ci si scontra con l’ostacolo principale di questa materia: l’irraggiungibilità dell’ignoto. Ostacolo che, come suggerito dal capitolo di Munari (Il perturbante. Metafisica e metapsicologia. La concatenazione, l’opposto l’enigma), può prendere forma e figura di un ombelico, ovvero qualcosa che è contemporaneamente limite e soglia oltre la quale si dispiegano infinite possibilità in quanto origine e sorgente di tutto ciò che ignoto. L’ombelico inoltre ci richiama alle nostre origini da un lato e all’“ombelico del mondo” dall’altro, l’ònfalo in greco antico, il luogo dove si incontrano uomini e Dei e dove è possibile ricevere gli oracoli. Ma al tempo stesso, più prosaicamente, ci mette in guardia dei rischi di un’indagine di questo tipo; ben evocati dal consueto modo di dire di qualcuno che è troppo “concentrato sul suo ombelico”. Rischio a cui forse Freud stesso allude quando ravvisa delle analogie tra i deliri di un paranoico e un sistema filosofico (Totem e tabù) o con le stesse costruzioni psicoanalitiche (Costruzioni in psicoanalisi). Dunque ripiegamento narcisistico da un lato e incontro con un territorio vasto, ignoto nelle sue stesse dimensioni, perturbante?

Sicuramente la metapsicologia non può essere ridotta a semplice escrescenza del metodo psicoanalitico, piuttosto si rivela l’unico strumento possibile per inventare lo spazio dove certi accadimenti possano avvenire. E questo è il primo effetto che ha avuto su di me la lettura di questo libro: conoscere, studiare e definire dei concetti crea spazio. Alcuni facili detrattori della metapsicologia ci mettono in guardia dall’effetto saturante che lo studio e l’indagine dei concetti metapsicologici possono avere sull’ascolto analitico. Ma se siamo disposti a saturare l’ascolto non ci occorre certo il ricorso a teorie precostituite, esistono tanti altri modi meno “teorici”: posso pensare ad una mia esperienza personale e ritrovarla in ciò che ascolto ad esempio. Non è certo il mezzo con cui si satura l’ascolto ad esserne la causa, ma l’esigenza interna di chi ascolta. Dunque semmai, la metapsicologia aiuta ad aprire, a creare, ad inventare uno spazio ulteriore di ascolto. Ho potuto infatti sperimentare come, nel momento in cui nella mia mente provo a posizionare i concetti di pulsione, oggetto, soggetto, Io, narcisismo, Es, e così via, ecco che l’ascolto si amplia e si dota di dimensioni nuove, ecco che a volte compare il vuoto, la domanda, la mancanza. Perché la metapsicologia è anche questo: contatto con l’ignoto le cui dimensioni aumentano tanto più ci dedichiamo a descriverlo. Tuttavia e al tempo stesso, è uno spazio che si tenta di definire da una lingua ben fatta (Roussillon, Il Narcisismo: Per una evoluzione della teoria psicoanalitica, 2023), dunque tale da mettere tra loro in comunicazione e dialogo esperienze differenti.

 

Una tabella di contenuti, una anatomia o una cartografia?

Per recensire questo testo collettaneo ad opera del gruppo di studio “Clinica e Ricerca meta psicologica” proporrò una personale cartografia dei contributi dei diversi autori che rispecchia il modo in cui io stesso mi sono potuto orientare tra i densi e profondi, quanto estremamente variegati contenuti che si trovano nel volume. Grazie infatti alla già estesa e puntuale recensione di Mario Sasso

 (https://www.centropsicoanaliticodiroma.it/perche-la-metapsicologia-a-cura-di-m-balsamo-ffiorelli-agiuffrida-una-recensione-di-mario-sasso) posso esimermi dalla carrellata equanime ed esaustiva di tutti i capitoli.

Una cartografia non è infatti né una tabella dei contenuti, né una anatomia: ognuno di questi tre metodi di descrizione e classificazione presuppone giù un’idea sul tipo di oggetto di cui ci si vuole occupare. Se sviluppassi un’anatomia di un testo presupporrei che il testo ha una sua organicità, una composizione al suo interno variegata ma le cui parti sono tra loro solidali tali da funzionare in modo olistico; se invece mi proponessi di sviluppare una tabella di contenuti presupporrei di essere di fronte ad un insieme di dati più o meno catalogabile ed ordinabile in classi omogenee. Scelgo di farne invece una cartografia perché mi sembra di essere di fronte ad un territorio vasto, e composto da luoghi differenti, sia per caratteristiche che per importanza, ed il cui ordinamento non è né dato né ha un fine o una funzione. Inoltre i luoghi sono tra di loro variamente comunicanti, alcuni in modo diretto e contiguo, altri sono raggiungibili solo dopo averne attraversati altri, diversi altri in alcuni casi. Va da sé, come già questo modello suggerisce, che in una cartografia sono implicite delle rotte, degli itinerari e non si darà dunque una cartografia senza i possibili percorsi da seguire nel territorio che descrive. Nel farne una cartografia, esplicito dunque e sin da ora il mio intento: navigare o attraversare i diversi contenuti proposti.

Inizierò dunque collocando rapidamente i diversi contributi del libro in questa mia personale cartografia. Da qui passerò a proporre il mio itinerario che ne consegue, ovvero il possibile viaggio che immagino di svolgere attraverso i diversi capitoli. Infine attraverserò effettivamente i diversi capitoli, analizzando i contributi in questo ordine alla ricerca di nessi, continuità, contrapposizioni, scambi … come una nave fenicia o un mercantile che attraverso diversi porti trasporta della merce per scambiarla di volta in volta, con l’augurio di non naufragare, di non tornare più povero di come sono partito e di non far venire il mal di mare a chi legge.

 

Rapida panoramica (cartografica) dei contenuti

I tre contributi centrali del libro, sia per importanza che per corposità sono in ordine: Il pensiero clinico in psicoanalisi di Alessandro Garella; Osservazione clinica, costruzione teorica, pensiero metapsicologico, tre fasi della conoscenza di Jean-Claude Rolland; e Il perturbante. Metafisica e metapsicologia. La concatenazione, l’opposto l’enigma di Franca Munari.

Il testo di Garella richiama da un lato il nome della collana che la pubblicazione di questo stesso volume inaugura (“Il pensiero clinico”) e dall’altro un testo di André Green non ancora tradotto in italiano (La pensée clinique) e si occupa dello specifico psicoanalitico relativo al modo di organizzare e sviluppare un pensiero, ovvero un episteme, fondato clinicamente.

Il testo di Rolland, pubblicato nel 2004 in Francia e qui tradotto da Alessia Testa, è importante sia per la definizione del modo di procedere dell’elaborazione metapsicologica in Freud, metodo che potremmo definire storico, sia perché individua e delinea tre fasi del lavoro metapsicologico (individuazione dei fatti clinici – definizione di un concetto teorico – sviluppo di uno strumento meatapsicologico). A partire da questo testo seguono inoltre cinque commenti su di esso a firma di Stefano Bolognini (Commento a “Osservazione…” di J-C Rolland), Elisa Casini (La magia della strega. Note su invenzione e poetica in meta psicologia), Floriana Sarracino (L’incidere meta psicologico), Daniela Scotto di Fasano (Tra zoppia e meta psicologia) e Gemma Zontini (La pulsione e la norma che non c’è)).

Inoltre, anche se non è un semplice commento, ma un testo a se stante, l’articolo di Franca Munari si costruisce attorno a buona parte del testo di Rolland per poi centrarsi sui nessi tra perturbante e pensiero metapsicologico. A sua volta il testo di Munari è stato discusso dal gruppo di lavoro che ha partecipato alla stesura del volume, discussione che è raccolta in un articolo ad opera di Gemma Zontini.

Oltre a questi tre articoli centrali, corredati in varia misura da commenti e collegamenti intertestuali, ci sono i tre articoli dei curatori del volume (Fabio Fiorelli, Maurizio Balsamo e Amalia Giuffrida) dove è possibile trovare anche delle applicazioni cliniche della ricerca metapsicologica (Fiorelli e Balsamo) e gli interessanti sviluppi metapsicologici in altri autori oltre a Freud, come Winnicott (Giuffrida).  Vi è inoltre a un articolo di Simonetta Diena (Perché occorre un metodo nella pratica psicoanalitica?); un articolo iniziale di Giuseppe De Renzis che inquadra attraverso una ricerca lessicale e di filologia psicoanalitica l’ambito semantico e concettuale della ricerca meta psicologica (versus metafisica); e un’introduzione anch’essa collettanea (Malde Vigneri, Amalia Giuffrida e Caterina Castelli) che si propone di rispondere alle diverse domande di apertura poste da Chiara Matteini che discendono dal titolo del volume: perché la metapsicologia? Formula che nel titolo, contrariamente all’introduzione, è espressa in forma affermativa e non interrogativa così ha come acutamente colto Mario Sasso.

Dunque, per riassumere vi sono alcuni articoli che svolgono un ruolo di cornice (l’introduzione corale e l’articolo di De Renzis), i tre articoli centrali che a mio parere in ordine di importanza e per consequenzialità sono quello di Garella, Rolland e Munari (che si riallaccia consistentemente al precedente), una sezione di articoli di commento sia a Rolland che a Munari ed infine gli articoli dei curatori e di Diena che propongono diversi nessi e punti di vista a completamento dei contributi centrali anche se non vi si rivolgono espressamente.

Procederò dunque esaminando in modo più approfondito solo i tre contributi centrali separatamente richiamandomi ad eventuali spunti forniti dagli altri capitoli.

Il concetto di pensiero clinico in psicoanalisi (Green e Garella)

Dal capitolo di Alessandro Garella si può evincere molto bene come la metapsicologia non serva anzitutto a riempire lo spazio clinico di spiegazioni, ma a creare uno spazio nel quale certi fatti psichici possano diventare pensabili.

Il fatto clinico psicoanalitico ha una sua specificità epistemologica, distinta dal modello medico-scientifico. La medicina tende verso la causalità; la psicoanalisi verso le origini: una causa dovrebbe poter essere isolata, mentre un'origine continua in qualche modo ad agire e a «originarsi» nel presente. Inoltre “Il pensiero psicoanalitico […] concepisce una conoscenza in azione, prima che in formulazione ideativo-linguistica, del mondo psichico e dunque la pratica che essa svolge non rientra nel campo delle applicazioni, cioè della tecnica, ma è la teoria stessa incarnata. Non si tratta solo della questione, comune ad altre scienze e discipline, del rapporto fra teoria e riferimento empirico, ma dell'assunto fondamentale su cui poggia la teoria psicoanalitica: la relazione fra teoria e clinica è la stessa che intercorre fra psiche e corро e psiche e realtà esterna.” (pg 151, corsivo mio). La difficoltà nel riconoscere e delineare tale specificità ha comportato una polarizzazione storica: da una parte la teoria che pretende di governare la clinica; dall'altra una clinica che, per liberarsi da questo dominio, tende a rivendicare la propria singolarità, creatività, intuizione, fino al rischio dell'empirismo.

Con il concetto di pensiero clinico si vuole delineare qualcosa che non sia né applicazione della teoria alla clinica né semplice estrazione induttiva della teoria dalla clinica.

Nella clinica qualcosa può inizialmente presentarsi (Darstellung) senza essere ancora rappresentato (Vorstellung). Un'esperienza, un affetto, una configurazione relazionale, un particolare del discorso possono esserci prima che esista un pensiero capace di comprenderli. La teoria interviene allora non tanto per dire immediatamente che cosa significa ciò che accade, ma per consentire una trasformazione: il concetto crea lo spazio rappresentativo entro il quale qualcosa che nella clinica era soltanto presente può diventare pensabile. La metapsicologia può certamente saturare l'ascolto se viene utilizzata come griglia interpretativa già compiuta; ma nella sua funzione propriamente analitica dovrebbe fare quasi l'opposto, cioè moltiplicare le possibilità di rappresentazione. Si tratta dunque di uno spazio intermedio cui Green si riferisce nei termini di pensiero clinico, e conserva ciò che una razionalità puramente teorica tenderebbe a espungere: contraddizione, eterogeneità, temporalità, affetto, sensorialità, partecipazione dell'osservatore.

Di particolare aiuto nel concepire le peculiarità del procedere del pensiero clinico psicoanalitico sono i concetti di Peirce di abduzione da un lato e la concezione triadica del segno dall’altro.

Con l'abduzione l'analista non deduce il singolo caso dalla teoria e non induce semplicemente una legge dal caso; formula qualcosa, mette del proprio, produce un'ipotesi e ne esplora le conseguenze. In questo procedimento c’è una componente inventiva e finzionale che rende possibili i fenomeni che si stanno osservando.

D’altro canto, la concezione del segno come struttura triadica dove il “segno è manifestazione (primità) di un oggetto (secondità) per un interpretante (terzità), interpretante che è innanzi tutto interpretazione del rapporto tra segno e oggetto”, permette di estendere ed ampliare il terzo intersoggettivo di Ogden da fatto clinico a funzione strutturale del lavoro psicoanalitico (terzità in Green) rendendone possibile l’applicazione ad un più ampio campo di fenomeni. Difatti la terzità diventa in Green una funzione di messa in relazione, differenziazione e mediazione che non riguarda dunque soltanto l’incontro tra analista e paziente da cui si genera il terzo analitico, ma anche: primario, secondario e processi terziari; soggetto, oggetto e altro dell'oggetto; transfert, controtransfert e setting; esperienza, rappresentazione e processo di simbolizzazione; intrapsichico, intersoggettivo e spazio analitico.

Per questo Urribarri, citato da Garella, definisce la terzità greeniana un «asse metaconcettuale» che attraversa aree differenti della teoria, dalla «triangolazione aperta con terzo sostituibile» fino ai processi terziari.

Al tempo stesso, il terzo non risolve la tensione, ma la mantiene pensabile: diversamente dalla sintesi dialettica, il terzo non elimina i due termini iniziali. Consente loro di continuare a differenziarsi e a comunicare. Perciò anche il setting interno dell'analista, l’oggetto analitico, il pensiero clinico stesso finiscono per assumere una funzione affine: sono strutture terze che impediscono alla relazione di ridursi semplicemente a ciò che accade fra due persone.

Queste due attitudini di pensiero ispirate dalle riflessioni di Pierce agiscono in modo solidale: è solo tramite la produzione di ipotesi abduttive che è possibile generare un terzo che non risolve le tensioni, che non elimina i due termini iniziali attraverso una sintesi dialettica.

La rapida sintesi del denso contributo di Garella non gli rende sicuramente merito e non c’è qui spazio per citare molti altri spunti e contributi di cui il testo è pieno, anche presi da altri campi del sapere, tra i quali ad esempio quello di ricerca documentale/analisi monumentale dello storico J. Le Goff per evocare le diverse attitudini che un analista può tenere di fronte ai reperti della storia di un paziente o, ancora, quello di esperimento di natura / esperimento di laboratorio del biologo J. Diamond (già noto per Armi, acciaio e malattie) per riconoscere dignità scientifica alla ricerca psicoanalitica basata su una casistica e non su una statistica.

 

Rolland: la metapsicologia al lavoro.

Con il contributo di Rolland, scritto in modo godibile, assistiamo all’esplorazione, a partire dalle testimonianze di E. Jones, delle evoluzioni delle operazioni metapsicologiche compiute da Freud stesso il cui coronamento e punto culminante nonché esemplare è costituito dal testo più romanticamente gotico di Freud: Al di là del principio di piacere. Questo permette a Rolland, tra le altre cose, di mettere a punto una sequenza metodologica della ricerca metapsicologica in tre passaggi. Si individuano e descrivono fatti clinici (ad es. sogni traumatici, gioco del rocchetto, reazione terapeutica negativa); si definisce un concetto teorico (ad es. la coazione a ripetere); ed infine si sviluppa uno strumento metapsicologico che consente di situare all’interno della teoria psicoanalitica il concetto individuato (in questo caso ridefinizione del dualismo pulsionale). Ma questa è solo un’operazione di contorno a molti altri contenuti tra i quali il rapporto tanto passionale e viscerale, quanto contrastato, di Freud con la metapsicologia; la concezione di ricerca metapsicologica come contatto con il perturbante estraneo insito nella clinica e in una teoria che al suo fondamento pone l’inconscio sessuale (tema che Munari riprenderà ed amplierà); e, per finire, una raffinata lettura del binomio pulsione sessuale – pulsione di morte attraverso il prisma della ricerca metapsicologica qui messa in campo come contrapposizione tra “l’attrazione incestuosa comandata dal fantasma inconscio [pulsione di morte] e la libido oggettuale, sottomessa, attraverso un lungo lavoro di civiltà, alla rimozione [pulsioni di vita]”.

Rispetto a quest’ultimo punto ho trovato particolarmente stimolante la considerazione che, analoga opposizione tra pulsioni di vita e morte, è quella presente in Pulsioni e loro destini nei termini di tendenza e pulsione. È solo una frase del contributo di Rolland ma da qui si apre una possibilità esplorativa del testo freudiano piuttosto promettente. Ciò che nell’articolo di Rolland è tradotto come “tendenza”, nella traduzione italiana del testo freudiano è “intenzione” (“Tendenz” in Freud). Da qui discende un passaggio fortemente chiarificatore tra pulsioni di vita e di morte: le prime sono pulsioni vere e proprie, nei termini dunque della nota definizione della misura del lavoro necessarie alla psiche in virtù della sua connessione con il corpo; mentre la seconda è riferibile alle tendenze – l’intenzionalità biologica – dell’apparato psichico a scaricare la tensione o a mantenere il più basso possibile il livello energetico. Pulsioni di vita e di morte non condividono lo stesso ambito, lo stesso registro ma appartengono a mondi e dinamiche differenti. Le pulsioni di vita sono il corporeo che insiste sullo psichico in cerca di una traduzione o espressione. Le pulsioni di morte sono il funzionamento meccanico ed automatico di un apparato governato dai principi di piacere-dispiacere e costanza. Ed è pertanto per tale motivo che di fronte a questo binomio possiamo parlare di impasto-disimpasto più che di conflitto vero e proprio.

 

Munari e l’esplorazione metapsicologica tra poesia, mito, arte e letteratura.

De Renzis, nel suo saggio all’inizio del volume, ci segnala la prima occorrenza pubblica della parola metapsicologia in Psicopatologia della vita quotidiana di Freud: “L’oscura conoscenza […] di fattori e rapporti psichici inerenti all’inconscio si rispecchia […] nella costruzione di una realtà sovrasensibile, che la scienza deve ritrasformare in psicologia dell’inconscio. Potremmo avventurarci in tal modo a risolvere i miti […], traducendo la metafisica in metapsicologia.” (pg. 27 in nota, corsivo mio).

Munari, in modo solidale con De Renzis, esplora la complessa filiazione polisemica del termine metapsicologia a partire dal termine filosofico metafisica: sono termini “diametralmente opposti” o che “finiscono per molti versi per coincidere” (pg31)? Vi sono ovviamente entrambe le cose come già la scelta del termine “traduzione” da parte di Freud indica bene. La metafisica ha infatti un ruolo nella ricerca scientifica, la cui definizione può essere vista in forte continuità col caratterizzare il pensiero clinico psicoanalitico con l’abduzione di Pierce (vedi Garella). Nel caso di Munari, il richiamo è a Popper: “tutte le teorie scientifiche […] partono da assunti metafisici: non scaturiscono cioè da procedimenti induttivi originati dalla sperimentazione della realtà, ma nascono da processi mentali intuitivi espressi in forma deduttiva.”(pg. 93) E più avanti, Munari conclude: “Questo tipo di processo psichico prende corpo repentinamente, improvvisamente, come <precipitato di un gran numero di impressioni sperimentali>, il suo carattere è abrupto.” (pg.93, corsivo mio) Dove per abrupto, oltre a trovare possibili assonanze concettuali con l’abduzione di Pierce, la Munari fa riferimento a Roberto Calasso quando esplora la conoscenza oracolare: “La conoscenza attraverso la possessione […] non è soltanto un inganno di astuti sacerdoti […] la voce del soggetto che conosce sarà sempre almeno una voce doppia, la voce della phrònesis che controlla, ma anche una parola che accoglie in sé un dio entheos, parola che con lo stesso carattere abrupto, prima si impone, poi ci abbandona. E quella voce doppia è tale perché corrisponde a uno sguardo doppio, lo sguardo che osserva e lo sguardo che contempla colui che osserva” (pg.91, corsivi nel testo).

Al cuore della ricerca scientifica e filosofica, particolarmente in relazione al processo di scoperta, vi è dunque un carattere perturbante che la psicoanalisi non rifugge. Il saggio di Munari sviluppa ed esplora questo tema, rilanciando le considerazioni di Rolland attraverso orizzonti letterari e artistici (ad es. Giorgio De Chirico e Guy de Maupassant) ed esplorandone le ulteriori declinazioni (dal perturbante, all’enigma e al tema del doppio).

La vastità e profondità di questi temi, che non è possibile qui discutere compiutamente, viene affrontata nel capitolo di Zontini sulla discussione che il gruppo di ricerca ha svolto sul testo di Munari, che si conclude con questa risposta alla domanda “perché la meta psicologia?”: “perché è un sistema di pensiero che consente l’annessione allo psichico del perturbante, dell’enigma, dei nostri persistenti doppi, del mistero, dell’incomprensibile.” (pg. 138)

A questo punto si è tentati di chiedersi se il perturbante, coerentemente con la sequenza proposta da Rolland di cui sopra, da fatto clinico, a concezione teorica poi e strumento metapsicologico infine, non possa assurgere appunto a quest’ultimo. Difatti, per la centralità che il perturbante assume nel caratterizzare la riflessione psicoanalitica, al punto da determinarne il suo stesso tessuto, si potrebbe riconoscerne ed esplorarne il suo carattere trasversale e pervasivo dei concetti psicoanalitici dal momento che ognuno di essi intrattiene un rapporto col perturbante. Ma in modo ancora più proficuo e specifico, se ne potrebbe esplorare le determinanti nelle note coordinate metapsicologiche: dinamica, topica ed economica.

 

Per concludere

In questa strana cartografia del libro che alfine diviene anche cartografia della metapsicologia, non ci si può esimere dal rilevare, per metterla meglio al lavoro, una costante quanto implicita tensione che ne è alla base. Quando si dice metapsicologia vengono alla mente due cose, tanto distanti quanto entrambe essenziali e fondanti: la nota descrizione dell’operare metapsicologico nei termini di definire i processi psicologici sotto il triplice profilo dinamico, topico ed economico da un lato e le altrettanto note citazioni che associano la metapsicologia ad operazioni misteriche (metapsicologia come la Strega di Faust o quando Freud afferma che la teoria delle pulsioni è la nostra mitologia). Pensiero dunque strutturante ed inquadrante o misterico ed evocativo? Qui ritorno alla mia immagine iniziale nonostante il rischio che appaia trita e ritrita: in una mappa abbiamo le coordinate geografiche per orientarci da un lato e gli oggetti dall’altro: i monti, laghi, mari, valli, etc. La metapsicologia li contiene e descrive entrambi, sia le coordinate (dinamiche, topiche ed economiche) che gli oggetti del territorio (pulsioni, oggetto, inconscio, Es, Io, etc.) con una singolare particolarità tuttavia: gli oggetti del territorio hanno, a volte, lo strano potere di influenzare e mutare le coordinate stesse. La teoria delle pulsioni ridefinisce il sistema inconscio che ridefinisce inevitabilmente le coordinate dinamiche, topiche ed economiche. Ma d’altronde questo non ricorda la scoperta che l’energia e la massa di un corpo sono in grado di curvare lo spazio-tempo?

Questo, sul piano clinico, si traspone in un pensiero che muta l’oggetto di osservazione e il suo stesso pensare attraverso il suo operare e procedere. E non è forse questa una delle possibili figure in grado di cogliere il cambiamento (strutturale) che avviene nel corso di una psicoanalisi?



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