Non parlare di ... ma ascolta: uno sguardo informato e rispettoso sulle famiglie omogenitoriali

L’importanza di soffermarsi sulla capacità del genitore di tenere a mente il bambino e la qualità dell’ascolto e dello sguardo psicoanalitico nel lavoro con le famiglie omogenitoriali come indicatori fondamentali per tutelare il “migliore interesse del bambino”.

Laura Porzio Giusto e Nicola Carone

 

Come la bellezza, la famiglia è negli occhi di chi guarda.

Margaret Crosbie-Burnett, David M. Klein,

The Wiley-Blackwell Handbook of Family Psychology

 

Parlare di famiglie, e dunque di bambini e bambine, è sempre complesso. La prima preoccupazione, legittima, che si accende è quella che, in ambito giuridico, è chiamata “the best interest of the child”, ossia “il superiore interesse del minore”. Ed è quella che, certamente, è prioritaria anche per chi, come noi, si occupa di salute mentale.

La realtà delle famiglie omogenitoriali ha suscitato un ampio dibattito in tal senso, dibattito “forse più conosciuto mediaticamente e ‘ideologicamente’ che scientificamente” (Speranza, 2013, p. 71), puntando l’attenzione su (presunte) condizioni dannose per la crescita di bambini e bambine oscurando la possibilità di guardare e comprendere la realtà di queste famiglie, nonché di considerare le conoscenze e i dati provenienti da letteratura e ricerca scientifiche.

È da qui che ci sembra necessario partire.

Oltre quarant’anni di ricerche empiriche concordano che bambine e bambini cresciute/i in famiglie omogenitoriali presentano percorsi di sviluppo psicologico socio-emotivo e cognitivo paragonabili a loro coetanee e coetanei cresciute/i in famiglie tradizionali (per una bibliografia delle ricerche rimandiamo a Carone, 2021). Questi risultati hanno spinto le maggiori associazioni nazionali e internazionali di medici e psicologi a esprimersi con chiarezza sul tema, tra cui l’American Psychoanalytic Association che nel 2012 ha rilevato che:

“è nell’interesse del bambino sviluppare un attaccamento verso genitori coinvolti, competenti e capaci di cure. La valutazione di queste qualità genitoriali dovrebbe essere determinata senza pregiudizi rispetto all’orientamento sessuale.”

 

Anche in Italia il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (2014) e l’Associazione Italiana di Psicologia (2011) hanno richiamato l’attenzione sugli esiti della ricerca sull’omogenitorialità, invitando i responsabili delle istituzioni a tenerne conto e a garantire la tutela dei diritti di queste famiglie al pari di quelle eterogenitoriali, senza discriminazioni né condizionamenti ideologici.

Teorie e ricerche sullo sviluppo e, in particolare in ambito psicoanalitico la prospettiva dell’attaccamento e il filone sviluppato dell’Infant Research, mostrano come sia la qualità delle relazioni primarie l’elemento in grado di promuovere o meno una sana crescita di bambini e bambine. Genitori omosessuali possono essere buoni (Lalli, 2009) o cattivi genitori quanto quelli eterosessuali. A fare la differenza sarebbero le capacità di esercitare funzioni (genitoriali) quali, prendersi cura, essere responsivi, fornire sicurezza e protezione, negoziare i conflitti, insegnare il senso del limite, entrare in risonanza/sintonizzazione affettiva, garantire processi di regolazione emotiva, provvedere al raggiungimento delle tappe evolutive, svolgere funzioni significanti.

La genitorialità sarebbe da intendersi innanzitutto come “dimensione interna simbolica” (Bastianoni & Baiamonte, 2015, p. 108), una funzione autonoma processuale dell’essere umano (Stern, 1985) che trova le sue origini e i suoi sviluppi in configurazioni relazionali interne e nella possibilità di tradurre il proprio mondo affettivo in sentimenti e comportamenti di cura, co-costruendo pattern interattivo-relazionali.

 

Nonostante tali evidenze, il dibattito politico-sociale è tuttora attraversato da pregiudizi e, in alcuni casi, anche da vere e proprie dichiarazioni violente sulla legittimità di queste famiglie. Anche una parte della comunità scientifica, e con essa una parte della psicoanalisi, fatica a prestare uno sguardo e un ascolto libero da pregiudizi fino ad arrivare talvolta a sostenere (implicitamente o esplicitamente) che la famiglia dovrebbe comporsi di una mamma e un papà, e che quindi le famiglie omogenitoriali sono quanto meno “sospette” portatrici di elementi non favorevoli (se non addirittura dannosi) per la crescita di bambini e bambine. Tra le obiezioni e gli interrogativi che ricorrono più frequentemente troviamo: “per una crescita sana occorrono una madre e un padre”, “come si dispiegheranno le identificazioni? E l’Edipo? Quali fantasie sulla scena primaria?”, “Quale sarà l’orientamento sessuale e l’identità di genere di figli e figlie di genitori omosessuali?”

Altrettante sono le risposte che provengono dalla stessa psicoanalisi, nonché dagli studi sopra citati. La possibilità di esercitare le funzioni di cui abbiamo parlato non è legata al sesso, al genere o all’orientamento sessuale del genitore, bensì a capacità personali, alla qualità di benessere ed equilibrio emotivo-psicologico della persona, alla qualità del legame di coppia, a condizioni socio-economiche, alla possibilità di usufruire di sostegni (economici, affettivi, sociali…) e, come per ogni altra genitorialità, al modo in cui la propria storia di figlie e figli è stata rielaborata.

A ciò si aggiunge la trama delle identificazioni (non solo di genere) che è molto più complessa e sfaccettata di un modello che prevede l’identificazione con il genitore del proprio sesso, prospettiva peraltro che non è sufficiente nemmeno a cogliere le dinamiche identificatorie nelle famiglie eterogenitoriali. La ricerca ha poi mostrato che nelle famiglie omogenitoriali lo sviluppo sia dell’identità di genere sia dell’orientamento sessuale segue traiettorie simili a quelle di bambine e bambini cresciute/i in famiglie eterogenitoriali, per cui avere un genitore omosessuale non determina un orientamento omosessuale. Alcune specificità emerse, per esempio la maggiore flessibilità di genere, invece che allarmare rappresentano una risorsa in quanto possono contribuire e/o riflettere una maggiore flessibilità cognitiva, che a sua volta può portare a migliori risultati, per esempio in ambito scolastico o lavorativo. Per questo, invece che fermarci al risultato delle ricerche secondo cui le figlie e i figli di genitori omosessuali hanno comportamenti di genere meno stereotipati, sarebbe interessante esplorare in che modo e perché questo avviene, ampliando i nostri modelli sullo sviluppo del genere, e traendo delle indicazioni per quei genitori (omo o etero) che ritengono auspicabile una tale flessibilità per le loro figlie e i loro figli (Goldberg, 2016).

Una possibile interpretazione di questo dato può connettersi con l’esperienza di vivere in un ambiente familiare in cui ruoli e funzioni non sono rigidamente assolti da donne/madri o da uomini/padri (per esempio, nello svolgimento di funzioni di cura e regolazione di limiti, lavoro domestico e professionale, ecc.) e in cui non si è incoraggiati, in quanto figlie o figli, a uniformarsi a questi stereotipi, bensì a esprimersi e sperimentarsi più liberamente.

La scena primaria, infine, lungi dal poter essere intesa come (soltanto e concretamente) un rapporto sessuale che genera una nuova vita, rappresenta piuttosto, in un registro simbolico, il mistero delle origini e la storia di quel particolare concepimento (Porzio Giusto & Vagnarelli, 2022). Considerazioni che valgono anche per le coppie eterosessuali che si avvalgono delle procreazioni medicalmente assistite, laddove il concepimento oltre che certamente (anche) biologico, ossia l’incontro dei due gameti, non può dirsi tale se non è concepito nella mente, nello spazio interno dei genitori e della coppia e se non è affettivamente connotato. Del resto, “Un bambino nasce quando è pensato” (Winnicott, 1987). Da tale prospettiva, quindi, anche la struttura del complesso di Edipo va ripensata in termini di “possibilità di trovare il proprio posto all’interno della scena familiare” (Lingiardi & Carone, 2019), per poter passare dal “complesso alla complessità di Edipo” (ibidem).

È interessante notare quanto molte di queste considerazioni, come già accennato, possano aiutarci ad allargare il campo della comprensione di tutta la varietà delle configurazioni familiari (famiglie tradizionali, omogenitoriali, allargate, adottive, con concepimento spontaneo o assistito, con gameti della coppia o di donatori/donatrici, ecc.).

I temi che ci troviamo oggi ad affrontare sono, per così dire, su più livelli, la cui intersezione costituisce, a nostro parere, nodi cruciali che, se osservati da una posizione di ascolto quanto più possibile rispettosa, possono dirci qualcosa sulle invarianti di un buon funzionamento familiare.

Torniamo quindi alla questione da cui eravamo partiti, “the best interest of the child” e con esso quindi alla cura del benessere delle famiglie di cui ci stiamo occupando. I pregiudizi, spesso fonte di discriminazioni e all’origine della mancanza di riconoscimento giuridico di queste famiglie, costituiscono elementi, questi sì, che possono influire negativamente sul benessere di bambine e bambini e delle loro famiglie (Bos & Gartrell, 2020). Nonostante la stigmatizzazione e la mancanza di tutele familiari rappresentino fattori di rischio significativi, figlie e figli di coppie omogenitoriali mostrano buone capacità di adattamento, con problemi comportamentali inferiori rispetto alla norma (Gartrell & Bos, 2010). Fattori protettivi che possono concorrere a spiegare tali qualità resilienti sono un ambiente familiare amorevole e protettivo, una buona comunicazione tra genitori e figlie/i, con scambi adeguati in base all’età e l’apertura dei genitori rispetto al proprio orientamento sessuale (ibidem).

A questo punto del discorso è necessario porre l’attenzione su di noi: quali sono i nostri pensieri, le nostre teorie, i nostri eventuali pregiudizi nei confronti di queste famiglie? Quale, quindi, la qualità del nostro ascolto e del nostro sguardo? Conosciamo le ricerche sull’omogenitorialità e siamo sufficientemente formati e aggiornati sui temi specifici che toccano queste famiglie? Siamo in grado di guardarle innanzitutto come guarderemmo qualsiasi altra famiglia?

In un bel volume dal titolo evocativo “Genitori come gli altri e tra gli altri” (a cura di Everri, 2016) nella dedica iniziale si legge:

 

“Questo volume è dedicato ai bambini e ai loro genitori omosessuali, perché quello che racconta P., qui sotto, non si ripeta più”.

“Questa cosa che sto per raccontare è un po’ triste. La maestra ci ha fatto disegnare l’albero genealogico e io avevo disegnato due mamme. La maestra insisteva che non era possibile che io avessi due mamme, allora ha fatto una X su una delle mamme e ha disegnato un uomo con la barba … Ero dispiaciuta, l’ho strappato”. (P., 10 anni, V Elementare, ha due mamme)

 

Può il nostro sguardo talora veicolare le parole e il gesto di questa maestra?

Come psicoanalisti, è nostra precisa responsabilità porci questi interrogativi e cercarne le risposte. Non farlo potrebbe significare offrire nelle nostre stanze un ambiente ri-traumatizzante che nega, disconosce, delegittima la realtà di legami familiari e affettivi. Riconoscimento, legittimazione, visibilità sono parole chiave e temi che, con qualità e gradazione soggettivamente diverse, attraversano l’esperienza di tutte le famiglie omogenitoriali. Ancora una volta occorre tenere presente l’intersezione tra l’ambiente (micro e macro) e i vissuti e i sentimenti che possono scaturirne, poiché la mancanza di riconoscimento giuridico rafforza la legittimazione di atteggiamenti omofobi e discriminatori con inevitabili ripercussioni sui vissuti interni di persone gay e lesbiche e delle loro famiglie.

Per concludere, il racconto di P. introduce un elemento essenziale: la voce delle persone coinvolte. Un tema, infatti, ricorrente nella vita di queste famiglie è l’esperienza di sentire che gli altri parlano di loro, formulando ipotesi, congetture, idee che hanno poi ripercussioni concrete sulle loro vite (da episodi omofobi nella vita quotidiana all’assenza di riconoscimento giuridico). Interessante a questo proposito è un corto realizzato da Margherita Fiengo Pardi, figlia di due mamme, dal titolo “Chiedimi se” (https://vimeo.com/678177902), dove la giovane donna centra proprio il punto sulla necessità, anziché o prima di “parlare di”, di prestare ascolto alla realtà e all’esperienza delle persone di cui si intende parlare.

 

Bibliografia

Bastianoni, P., & Baiamonte, C. (2015) (a cura di). Le famiglie omogenitoriali in Italia. Relazioni familiari e diritti dei figli. Parma: Edizioni junior.

Bos, H. M. W., & Gartrell, N. K. (2010). Adolescents of the usa National Longitudinal Lesbian Family Study: Can family characteristics counteract the negative effects of stigmatization? Family Process, 49, 559–572.

Bos, H. M. W., & Gartrell, N. K. (2020). Lesbian-mother families formed through donor insemination. In Goldberg, A. E., & Allen, K. R. (a cura di), LGBTQ-parent families. Innovations in research and implications for practice (pp. 25–44). Cham (CH): Springer.

Carone, N. (2021). Le famiglie omogenitoriali. Teorie, clinica e ricerca. Milano: Raffaello Cortina.

Everri, M. (2016) (a cura di). Genitori come gli altri e tra gli altri. Le famiglie omogenitoriali in Italia. Sesto San Giovanni (mi): Mimesis.

Goldberg, A. E. (2016). Oltre il binarismo: concettualizzare il genere nelle ricerche sui bambini con genitori gay e lesbiche. Giornale Italiano di Psicologia, 1–2, 143–146.

Lalli, C. (2009). Buoni genitori. Storie di mamme e di papà. Milano: il Saggiatore.

Lingiardi, V., & Carone, N. (2019). Challenging Oedipus in changing families: Gender identifications and access to origins in same-sex parent families created through third-party reproduction. The International Journal of PsychoAnalysis, 100, 229–246.

Porzio Giusto L., Vagnarelli M. (2022). Adolescenti LGBT+ e famiglie omogenitoriali. Teorie, clinica e ricerche. In Tardioli E. (a cura di), Prendersi cura dei legami familiari. Una clinica centrata sulle persone (pp. 99-129). Roma: Alpes

Speranza, A. M. (2013). Introduzione. Infanzia & Adolescenza, 12(2), 71–73.

Stern, D. N. (1985). Il mondo interpersonale del bambino. Tr. it. Bollati Boringhieri, Torino 1987.

Winnicott, D. W. (1987). I bambini e le loro madri. Milano: Raffaello Cortina.

 

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