Le vie dell’autismo

 

 

Infant sorrow di William Blake

My mother groand! my father wept.

Into the dangerous world I leapt:

Helpless, naked, piping loud;

Like a fiend hid in a cloud.

 

Struggling in my fathers hands:

Striving against my swaddling bands:

Bound and weary I thought best 

To sulk upon my mothers breast1.

 

“In quella risata mancava qualcosa. Che cosa fosse trovo difficoltà a dire. Credo si trattasse di quella particolare sfumatura che contiene in sé la possibilità del dolore… morbidezza forse. Non sorrideva mai la principessa” (MacDonald, 1864, pag. 22). 

È un passaggio tratto dalla favola La principessa leggera, di George MacDonald, in cui si narra di una principessa affetta da una particolare forma di infermità, che comporta assenza della forza di gravità e il mancato riconoscimento di sentimenti quali il dolore e la rabbia, sostituiti da una costante disposizione al ridere: per lei era buffa la faccia del padre arrabbiato, e strana quella della madre che spremeva acqua dalle guance quando piangeva. Una condizione che sembra alludere ad alcune delle manifestazioni dell’autismo, quali l’assenza di empatia e di manifestazioni affettive congrue, il camminare sulle punte, come galleggiando in uno stato fluido, in assenza della forza di attrazione della realtà del mondo esterno, specialmente umano. Il piacere scoperto dalla principessa nell’immergersi nell’acqua del lago, come dissolvendosi in essa, e l’immagine del lago che si svuota progressivamente risucchiato da un buco sono altre immagini evocative: “le pareva che quello specchio d’acqua fosse l’essenza stessa della sua anima, che svaporava dentro di lei, tramutandosi in fango prima, in pazzia e morte poi”.

Proprio per far fronte all’angoscia di dissolversi, i pazienti di cui parlerò si costruiscono un’armatura o vanno incontro a un congelamento, una pietrificazione, una desertificazione che permettono loro di restare ancorati a terra. Il tempo è immobile, prevale l’attualizzazione, “la realtà psichica è collassata su un identico passato che si ripete, sull’immobilizzazione, sulla desertificazione”. E l’analista si sente insensibile, morto, inutile di fronte a una coriacea autosufficienza (Oliva De Cesarei, 2025, pag. 69-70).

 

Le vie dell’autismo

Che percorsi segue il nucleo psicopatologico individuato da Melanie Klein nel suo piccolo paziente Dick - che le girava intorno senza considerarla più di un mobile - nelle diverse fasi evolutive, nei legami familiari e nelle strutture psichiche adulte? Quali diverse forme può assumere, ponendo enigmi smisurati a chi cerca di affrontare la cura delle persone che ne sono affette? È proprio dall’impatto degli affetti, in quanto movimenti che toccano e modificano, che questi individui cercano di proteggersi costruendosi rigide armature difensive; e smisurata è la sofferenza che provano, se per sopravvivere devono mettere in atto difese tanto drastiche e mutilanti. Per evitare tensioni ed eccitamenti vissuti come intrusioni esplosive, l’autistico si arrocca al di qua del principio di piacere, in un regime omeostatico minimale che eviti qualsiasi increspatura o discontinuità. E fin dai primi mesi di vita si nota una peculiare povertà, disarmonia e rigidità dei movimenti spontanei globali tipici dei neonati (Laznik, 2012).

Francis Tustin ha descritto anche in adulti nevrotici, denominandole barriere autistiche, queste difese erette a protezione di un nucleo fragile e indifeso, gravato da un destino di morte: lo stesso destino di morte cui soccombevano i bambini descritti da René Spitz che, ospedalizzati e privati delle cure materne, andavano incontro a depressione anaclitica e spesso a morte per marasma; e i bambini dell’esperimento di Federico II di Svevia, che morirono quasi tutti per l’assenza della parola materna nelle cure che ricevevano.

Nel 1911 Bleuler (Il pensiero autistico) coniò il termine autismo per definire una caratteristica del funzionamento mentale degli adulti schizofrenici, in cui c’è una concentrazione esclusiva sulla vita interiore e un’evasione dalla realtà esterna, con apatia, indifferenza e isolamento; il pensiero appare bizzarro e ripetitivo, con una sua logica particolare. Il termine usato da Bleuler deriva dal greco autòs, se stesso, ma anche dal termine freudiano di autoerotismo, privato dell’erotismo (per sottolineare il distacco affettivo di questi pazienti).

Il primo a individuare una specifica forma di psicopatologia infantile, che qualificò come autismo infantile precoce, fu Leo Kanner nel 1943. Distinguendola dai quadri di insufficienza mentale, sordomutismo, afasia e danno cerebrale, in cui questi bambini venivano spesso classificati, descrisse come sintomi specifici di questa sindrome la difficoltà nella comunicazione e interazione sociale, la limitatezza e ripetitività dei comportamenti, interessi e attività, e l’assenza di linguaggio comunicativo verbale, o la sua distorsione da parte di sintomi quali ecolalia immediata e/o differita e inversione pronominale. L’anno dopo Hans Asperger descrisse in Germania un insieme sintomatologico analogo, ma il fatto che fra i casi da lui osservati ci fossero molti bambini con un livello intellettivo adeguato o superiore alla media, fece sì che in seguito fosse separata dall’autismo precoce una sindrome con sintomi analoghi ma buon funzionamento intellettivo, la sindrome di Asperger.

A partire dal quadro dell’autismo infantile, scoperto, descritto e definito da Leo Kanner più di dieci anni dopo la pubblicazione del caso di Dick, oggi si è arrivati all’inquadramento nosografico di ‘spettro autistico’, una categoria più ampia che include persone in cui un funzionamento di tipo autistico può esprimersi con diversa intensità ed estensione. In questo ambito dobbiamo anche distinguere la sindrome post-autistica, evoluzione di una patologia autistica spesso favorita dagli interventi terapeutici e dominata da gravi sintomi ossessivo-compulsivi, dal permanere sottotraccia fino all’età adulta di un nucleo autistico originario rimasto latente e attivo malgrado un adattamento apparentemente adeguato del soggetto.

Non possiamo d’altronde escludere che alcune forme estreme di sofferenza psichica che si manifestano in adolescenza possano derivare dall’innesto di pulsioni autodistruttive, o francamente di morte, su un nucleo autistico sottostante, come nella proposta di Gianna Polacco Williams di considerare l’anoressia un’espressione della stessa ‘no entry syndrome’ che, in forma radicale, caratterizza l’autismo infantile. La persistenza o la ricomparsa di nuclei autistici in adolescenza può rimettere in gioco esperienze traumatiche precoci non elaborate, portando a una deformazione o a un arresto dei processi evolutivi, ma talvolta anche a nuovi impulsi evolutivi o creativi. La presenza di corpi estranei nella psiche, derivati dalla proiezione di elementi traumatici da parte delle figure di accudimento, (Polacco Williams, 1997) può dare origine a massicce difese che impediscono l’entrata non solo di cibo (nelle anoressie), ma anche di qualsiasi tipo di stimolo sensoriale proveniente dal mondo esterno (nelle forme più propriamente autistiche, schizoidi, o in alcune organizzazioni narcisistiche). L’adolescente può anche ricorrere al ritiro in fantasticherie che ne usurpano la vita, alla creazione di un’identità segreta (ad esempio sui social), all’esternalizzazione attraverso il legame con l’altro, fino al legame passionale, all’incapsulamento di angosce psicotiche in particolari parti del corpo e infine a soluzioni perverse che gli permettono di conservare un certo rapporto con una realtà non completamente tollerabile (Nicolò, 2015). 

 

Bambini…

Rosenfeld ipotizza che processi proiettivi patogeni possano operare già in utero, alterando fin dall’inizio la relazione madre-bambino che viene a caratterizzarsi per atteggiamenti fobici, ritiro relazionale e rifiuto dell’alimentazione da parte del neonato. Inoltre, dato che la nascita e lo sviluppo somatopsichici del soggetto avvengono all’interno di una rete di relazioni umane, costituita dalla matrice familiare e dall’insieme di appartenenza (Aulagnier, 1975), potremmo anche assumere una prospettiva plurisoggettiva per scoprire i complicati intrecci e riverberi con cui il funzionamento autistico si manifesta all’interno della famiglia, senza risparmiare alcun membro. 

Ad esempio, un bambino di otto anni è presentato dai genitori al terapeuta come plus dotato, attributo spesso usato anche da lui stesso per autodefinirsi, accanto all’incapacità di contenere le sue esplosioni di rabbia: presenta un ritiro di qualità autistica di cui non è chiaro l’esordio. Mostra di avere una percezione dei propri confini come estremamente carenti e poco protettivi, esprimendo l’angoscia di disperdersi nello spazio infinito, e di essere risucchiato e sparire nell’esplosione di una supernova. L’essere plus dotato svolge la funzione di una barriera autistica condivisa con i genitori e da loro valorizzata, che la usano anche come aspetto consolatorio e protettivo rispetto a un figlio radicalmente altro e incomprensibile. A fronte dei discorsi complessi su temi scientifici portati dal bambino, i genitori mostrano un linguaggio povero e concreto, privo di emozioni, espressione di un pensiero operatorio. La madre accompagna regolarmente il figlio alle sedute, senza mai interagire con il terapeuta, ma affrettandosi a rinchiudersi in una piccola stanza utilizzata come sala d’attesa, mentre il bambino entra ed esce dalla stanza di terapia senza saluti o gesti particolari, come annullando ogni momento di passaggio e di cambiamento. Il padre, molto spaventato dalla propria rabbia e distruttività, presenta un analogo ritiro e cerca di evitare ogni contatto con il terapeuta. Madre e figlio sono manifestamente accomunati da atteggiamenti evitanti e difensivi nei confronti del terapeuta come oggetto altro, estraneo e per questo minaccioso, malgrado la terapia vada avanti producendo anche buoni risultati.

 

Il caso di Eliana2 può esemplificare quello che intendo per autismo familiare. 

Si tratta di una bambina di quattro anni che all’età di un anno e mezzo, in concomitanza con un importante intervento chirurgico della madre che ne ha comportato l’assenza da casa per oltre un mese, ha presentato una regressione del linguaggio e isolamento sociale. Fin dal primo colloquio valutativo i genitori appaiono molto taciturni, come se, analogamente alla figlia, non avessero parole per esprimere il loro dolore; la loro sottolineata preferenza per i professionisti privati allude a un’opposizione fra pubblico e privato, fra l’aprirsi al mondo esterno o il ripiegarsi sul proprio ristretto mondo familiare con i segreti che lo abitano. Se Eliana evita lo sguardo, anche i genitori hanno distolto il loro dalla figlia, del cui cambiamento vengono avvertiti dalle maestre. Viene da chiedersi se ci sia posto in famiglia per questa bambina, spesso dislocata dalla nonna, unica bambina nella famiglia allargata, quasi un eccesso non previsto, senza un posto che sia davvero per lei. Già la gravidanza era stata vissuta dai genitori con una tonalità autistica, che li aveva visti ritirarsi in isolamento un po’ per il COVID, un po’ per una riferita prescrizione del ginecologo, pur in assenza di elementi di rischio. C’è stato nella madre, fin dai primi giorni, un vissuto di rifiuto da parte di questa neonata che davanti al seno si voltava dall’altra parte, e che è stata quindi affidata alle cure totalizzanti della nonna paterna, isolandola dalla famiglia materna in cui aleggia un pesante fantasma di disabilità: una grave malattia neurologica del fratello della signora costituisce un segreto che tutti conoscono ma di cui non si può parlare. Così anche i genitori di Eliana possono regredire alla condizione di bambini della mamma-suocera che si occupa di tutto escludendoli dai compiti adulti. È una storia di rotture: la scomparsa della madre, che Eliana cercava di rappresentare sollevando le braccia quando rientrando a casa non la trovava (un gesto che fa pensare a una sparizione definitiva, come se Eliana fosse già nella fase della disperazione), ripetuti cambiamenti di scuola, di cui non è chiara la motivazione, uno sguardo genitoriale carico di identificazioni proiettive e di aspettative rispetto a funzioni da acquisire (deambulazione, linguaggio…) come rassicurazione rispetto a un temuto destino di disabilità. Fra la bambina e gli adulti che se ne prendono cura manca una sintonia, un ritmo comune, mentre prevale un andamento intermittente e imprevedibile. L’inizio e la fine delle sedute non vengono celebrate dagli adulti come momenti di ritrovamento e di separazione, e la bambina può affrontarli soltanto infilandosi, quasi scivolando nelle sedute e poi uscendone nello stesso modo. Eliana rappresenta e si fa portavoce della disperazione e delle angosce di malattia e di morte di tutto il gruppo familiare, che sottraggono loro la parola e la possibilità di affrontare le perdite e i cambiamenti con lo strumento del pensiero e con il lavoro del lutto.  

“L’autismo ci chiede un cambio di prospettiva. Non si tratta di rendere conscio l’inconscio ma di creare condizioni perché nasca una mente che non c’è ancora, che rendano possibile a un non-ancora-soggetto di esistere accanto a un altro soggetto, di colmare il profondo divario che esiste tra la nascita fisica e la nascita psichica. Non ci sono i meccanismi di difesa che conosciamo, bensì protezioni autosensuali da stati di non integrazione intollerabili, non c’è capacità di rappresentazione, manca l’idea di uno spazio nel mondo interno e tra sé-altro, il corpo non è abitato, mancano le funzioni dell’Io e il senso di esistere come un soggetto. Le angosce sono di qualità e intensità diversa da quelle che troviamo in altre condizioni, sono minacce al senso di esistere. Le emozioni, non trasformate nella relazione, sono estreme e polarizzate. Queste mancanze e conseguenti eccessi traumatizzanti creano una situazione di isolamento dal contesto umano”. Così Chiara Cattelan introduceva la giornata sull’Autismo organizzata dalla SPI nel febbraio 2025, e mi sembra che le sue parole ci possano aiutare a comprendere le forme di funzionamento che caratterizzano il campo esteso che ho appena definito, in cui un apparente adattamento può proteggere dalla percezione di un sé fragile e lacunoso con un’inadeguata integrazione corpo-mente, cui si associano gravi difficoltà nel comprendere la mente dell’altro, nell’andare oltre il contenuto concreto del linguaggio e nell’esprimere le proprie emozioni.

Bernard Golse (2023) ha proposto un approccio evolutivo all’autismo infantile, che collega al perdurare di nuclei autistici nelle fasi successive della vita, inquadrandolo come malattia epigenetica in cui l’ambiente ha un’influenza fondamentale sull’espressione del genoma. La potenzialità autistica sarebbe dunque inscritta nel divenire psichico, implicando la presenza di nuclei autistici in ogni essere umano. Patologia dell’accesso al pensiero simbolico, in questa prospettiva l’autismo è ritenuto conseguenza del fallimento dello strutturarsi dell’involucro psichico che si costituisce a partire dalla ritmica e armoniosa articolazione dei flussi sensoriali che investono il corpo e la psiche nascenti: il soggetto rimane così in balìa della sensorialità e incapace di gestire la pulsionalità. Più specificamente, Marie-Christine Laznik ha parlato di un fallimento dell’attivazione del circuito pulsionale. Sulla funzione della pelle come necessario involucro, contenitore e confine delle diverse parti della personalità, non ancora differenziate dalle parti del corpo, ha scritto Esther Bick nel 1968: il passaggio da uno stato di non integrazione, come esperienza passiva di totale impotenza, alla disintegrazione ad opera della scissione, quale operazione difensiva al servizio delle sviluppo, può essere disturbato da un’inadeguata funzione contenitiva della pelle e portare alla formazione di una seconda pelle3 : in tal modo la dipendenza dall’oggetto è sostituita da una pseudo-indipendenza in cui spesso funzioni mentali o talenti innati sono utilizzati impropriamente per sostituire la funzione contenitiva della pelle. 

Quando i processi di differenziazione e di separazione sono deficitari, manca la percezione dello spazio fra sé e l’oggetto, quindi il riconoscimento dell’altro da sé e la possibilità di costruire legami. La naturale oscillazione fra momenti di indifferenziazione ed esperienze di legame con l’altro si blocca, impedendo l’integrazione sensoriale; l’impossibilità di costruire una rappresentazione mentale di sé e dell’oggetto ostacola i processi di soggettualizzazione e soggettivazione, e impedisce lo sviluppo dell’intersoggettività.

 

…e adulti

Il primo a parlare di fenomeni autistici in pazienti nevrotici adulti è stato Sidney Klein nel 1980. Egli ha segnalato l’importanza di individuarli e affrontarli in pazienti apparentemente non gravi, la cui analisi sembrava procedere malgrado alcuni aspetti del loro mondo interno non fossero contattabili dall’analista: si trattava cioè dell’incapsulamento di una parte del sé del paziente, che risultava impenetrabile al paziente stesso, oltre che all’analista, producendo un appiattimento e una scarsa consistenza degli affetti. Klein descrive un attaccamento tenace e disperato di questi pazienti all’analista, di cui tuttavia non riescono a utilizzare le interpretazioni, sia perché la loro attenzione è diretta esclusivamente sugli aspetti infraverbali delle comunicazioni dell’analista, sia perché, proprio come i bambini autistici non riescono a giocare con il materiale preparato per loro nella stanza di terapia, non riescono a fare proprie e ad elaborare le interpretazioni dell’analista, ma vi aderiscono in maniera ripetitiva e compulsiva. Le difese autistiche usate da questi pazienti hanno la funzione primaria di evitare il dolore causato dal terrore della morte e della disintegrazione suscitato da ogni movimento verso la separatezza (quali le separazioni per weekend e vacanze, o i movimenti in avanti dovuti al lavoro analitico).

Frances Tustin, nel suo libro sulle barriere autistiche nei pazienti nevrotici (1986), dedica molto spazio alla sua esperienza con i bambini autistici, riprendendo anche l’accurata descrizione che ne fa, ancora inconsapevolmente, Melanie Klein, a proposito del suo piccolo paziente Dick. La Klein aveva individuato, quale nucleo della sofferenza di Dick, un’inibizione dello sviluppo, diversa dalla regressione che era ipotizzata nella patogenesi della schizofrenia. Pertanto, conclude la Tustin, mentre il bambino schizofrenico è disintegrato, il bambino autistico è non integrato.

Il bambino autistico vive in un mondo bidimensionale, fatto di forme, figure e modelli, e dominato dalle sensazioni; i suoi rapporti non sono con le persone, ma con le sensazioni che esse generano in lui. Attraverso una modalità di identificazione o fusione imitativa, in cui non c’è distinzione fra oggetti inanimati ed esseri umani, esperisce ogni cosa come un flusso di sensazioni corporee, tutt’uno con il suo sé. Gli affetti si manifestano soltanto attraverso manifestazioni di rabbia o terrore, il linguaggio è assente o povero, ecolalico, atipico. Dietro l’impenetrabilità autistica descritta come un guscio o una conchiglia c’è un bambino terribilmente vulnerabile, che avverte costantemente la minaccia di non esistere: le radici dell’autismo psicogeno risiederebbero in uno stadio pre-narcisistico di autosensualità indifferenziata, precedente l’azione psichica che Freud ha posto al passaggio dall’autoerotismo al narcisismo.

Non potendo rinunciare all’oggetto perduto né trasformarlo in una rappresentazione mentale, la capacità di simbolizzazione di questi soggetti non si sviluppa o rimane lacerata da profonde lacune. La separazione dalla madre lascia un buco nero, che porta a un diniego della dipendenza e all’affermazione di un’autosufficienza patologica basata sulla paura.

Di qui la Tustin arriva ai pazienti adulti, in cui la perdita dell’unione felice con la madre piò aver causato una disillusione insopportabile che ha prodotto una reazione autistica incapsulante finalizzata a proteggere la parte danneggiata, con il congelamento del funzionamento psichico. Quando con questi pazienti si passa a lavorare dai livelli di funzionamento nevrotico ai livelli più profondi, ci si avvicina alle ferite aperte della separazione primaria, che sono state difensivamente avvolte e immobilizzate in un incapsulamento autistico: quest’ultimo ha la funzione di proteggerli dall’angoscia di straripamento e dissoluzione, o meglio di non-essere, che risulta da una inconsistenza dei confini del sé. L’uso di forme e oggetti autistici per tamponare le ferite originarie impedisce il passaggio all’esperienza transizionale che potrebbe aprire la strada ai processi di lutto e alle espressioni creative.  Ne consegue che anche l’emotività di questi pazienti è piatta e sottile, protetta da un’autosufficienza nutrita da elevate aspettative nei propri confronti, che può portarli a importanti realizzazioni nel campo intellettuale o a devastanti delusioni. A volte questi pazienti possono richiedere un’analisi cercando un rifugio dal contatto con se stessi e con le loro parti ferite a morte.  Quando poi le protezioni autistiche vengono meno, si sviluppa una dolorosa dipendenza che subordina la loro esistenza dalla presenza concreta dell’altro, di cui non tollerano alcuna assenza. Un interessante commento della Tustin estende la presenza di una quota di autismo psicogeno a molti di noi, come protezione o fuga dal dolore suscitato dalle relazioni e separazioni: erigendo delle barriere autistiche cerchiamo di dimenticarlo e di evitare che questa terribile sofferenza ci invada.

Dorian è un giovane paziente con una storia familiare punteggiata da suicidi e dalla depressione, etichetta con cui qualifica la sofferenza, sia pur di qualità diversa, di sua madre, suo padre e altri membri della famiglia: in suo padre essa si manifesta in un destino di fallimento sia come compagno desiderabile nella coppia coniugale, sia come titolare dell’azienda di famiglia di cui è incapace di evitare l’inesorabile rovina; in sua madre, numerosi sintomi psicosomatici esprimono una grave sofferenza depressiva che trova sollievo soltanto nel mantenere una relazione intima e seduttiva con quest’unico figlio, che fin da piccolo è stato ricettacolo dei suoi sfoghi anche sugli aspetti più intimi della sua vita sessuale. Dorian collega la sua nascita al suicidio del nonno materno, sottolineando ripetutamente che è accaduto soltanto due anni prima del suo concepimento. A questo suicidio si erano poi aggiunti quello del padre del suo migliore amico, che egli cercò in qualche modo di sostituire assumendo un ruolo protettivo verso il figlio; e la morte del migliore amico di un giovane da lui molto ammirato, evento che gli aprì la speranza di prenderne il posto. Dorian è abitato e posseduto da questi morti, che costituiscono un nucleo devitalizzato che lo minaccia costantemente dall’interno; riesce a darsi una parvenza identitaria di superficie soltanto tramite l’imitazione e la specularità: “rubo pezzi dalle persone, faccio copia e incolla per farli miei”. È un attore, ma si impegna molto di più nell’attività di influencer, sicuramente più redditizia. È molto sensibile alle espressioni esteriori del lusso e del bello, oscillando continuamente, nelle relazioni con gli altri, fra l’idealizzazione e il disprezzo. Si presenta nel mio studio guardandosi intorno e commentando che l’analisi con il precedente terapeuta non poteva continuare: aveva uno studio piccolo e brutto, a differenza del mio, e una macchina vecchia e sgangherata. La sua vita è piena di attività, legami, eventi, che tuttavia non riescono ad assumere pienamente il valore di esperienze da cui poter uscire arricchito. 

Come nei pazienti descritti da S. Klein e da F. Tustin, ci troviamo di fronte a un nucleo autistico protetto da una struttura narcisistica, con una “dissociazione mente-psichesoma, un Io precoce e brillante in una struttura di carattere congelata o pietrificata, o una corazza dura e metallica” (Oliva De Cesarei, 1924, pag. 57). Ciò comporta l’impossibilità di apprendere e lasciarsi trasformare dall’esperienza, mentre prevalgono l’anestesia e l’immobilità che caratterizza la pulsione di morte. Con questi pazienti è necessario “far abitare in noi ‘il morto vivente’ come senso di non esistenza, ciò che appare morto, asettico, senza vita, ma anche le deboli tracce di vita che il paziente ha potuto salvare” (ivi, pag. 70).

In un clima oscillante vertiginosamente fra l’esaltazione grandiosa e lo sconforto e l’autodenigrazione, sottese da un’emotività piatta e inconsistente, il lavoro analitico ha richiesto di percorrere con il paziente i margini di un abisso, sospesi in un malessere senza identità né nome, che in qualsiasi momento poteva prenderlo alle spalle e risucchiarlo in un vortice fatto di nulla cancellandolo per sempre. Malgrado Dorian esprimesse il desiderio di capire da che cosa stesse fuggendo, ogni suo movimento sembrava determinato, piuttosto che da una meta davanti a sé, da una costante minaccia dietro di sé, caratterizzandosi in un movimento ripetitivo piuttosto che trasformativo. Ci sono voluti diversi anni di faticoso percorso comune per ritornare infine all’auto sgangherata e all’ambiente squallido e ristretto che fin dalla prima seduta evocavano un ambiente primario carente e mortifero. Malgrado il paziente avesse cercato per tutta la vita di cancellarne le riemergenze attraverso ambizioni e idealizzazioni grandiose, il dolore, il vuoto e il senso di non esistenza primari venivano costantemente evocati nelle lunghe ore passate in solitarie attività autoerotiche assistite dai social o in fuggevoli e ripetitivamente monotoni incontri sessuali, attività autosensuali delle quali mi informava escludendomene al tempo stesso: “dottoressa, lei non si scandalizza, vero?” A lungo ho dovuto accogliere dentro di me questo funzionamento autistico, mortifero e segregante prima che diventasse possibile riammettere, integrare e vivere gli affetti temuti e annichilenti, trasformandoli in modo che la vita di Dorian potesse arricchirsi e recuperare un nuovo senso di autenticità.

Dorian è un paziente che forse Steiner (1993) avrebbe incluso fra coloro che si costruiscono un rifugio psichico per proteggersi dall’angoscia e dal dolore, cercando di legare, neutralizzare e controllare la distruttività primitiva. In analisi, dopo una prima fase di apparenti progressi, l’analista comincia a sentire di non riuscire a raggiungere il paziente, e che il lavoro analitico è diventato ripetitivo, statico e sterile. Il paziente tende a idealizzare il rifugio e cerca di utilizzare l’analista come parte della sua organizzazione difensiva, che ne ostacola il contatto con la realtà e i processi di crescita e cambiamento: spesso la realtà è contemporaneamente ripudiata e riconosciuta, per cui si viene a creare una configurazione psichica di tipo perverso o, come afferma Steiner una posizione borderline, a metà fra le posizioni kleiniane paranoide e depressiva, dalle cui angosce costituisce una difesa. Steiner precisa che in questi casi anche la scissione s’indebolisce, minando la possibilità di differenziare chiaramente visioni contraddittorie della realtà: in tal modo possono coesistere una pseudo-accettazione della realtà falsamente conciliata a un suo travisamento sostenuto da giustificazioni perverse. 

È un quadro che evoca la teorizzazione di Bleger, secondo cui ogni soggetto conserva nel suo inconscio un nucleo di indifferenziazione primaria (nucleo agglutinato) che ha origine nella condizione di dipendenza assoluta in cui il neonato è tutt’uno con l’ambiente circostante e l’Io non è differenziato dal mondo esterno, né dagli altri. Per proteggerci dalle angosce arcaiche di annientamento, abbiamo bisogno di creare dei legami simbiotici con dei depositari (persone, contesti, istituzioni), in cui pensieri, affetti e valori opposti possano coesistere senza conflitto, con una qualità indeterminata e ambigua. In situazioni particolarmente difficili e traumatiche, in cui i suddetti depositari vengono a mancare, può aversi una regressione allo stato di indifferenziazione e non discriminazione pre-soggettive: il bisogno di sicurezza ci spinge ad assumere un’attitudine accomodante e ambigua, basata su una dipendenza automatica e inconscia dall’ambiente che, trasformando in familiare ciò che è inquietante e disorganizzante, ci permette di “adattarci a qualsiasi cosa” (Amati Sas, 2019) e conservare la sopravvivenza psichica e la capacità di resistere a traumi estremi, al prezzo di perdere la funzione discriminatoria dell’Io (Amati Sas), oltre a indebolire le capacità rappresentative e simboliche. 

Steiner ritiene che, per aiutare il paziente a rinunciare al suo rifugio, l’analista debba riconoscere l’organizzazione onnipotente in cui il paziente è prigioniero, senza aggredirla o arrendersi ad essa. È importante capire che tipo di angosce tema il paziente se abbandona la sua posizione nel rifugio: quelle che caratterizzano la posizione schizoparanoide (frammentazione, persecuzione, spersonalizzazione…) o quelle implicate nella posizione depressiva (colpa, perdita…). In ogni caso, l’uso massiccio dell’identificazione proiettiva impoverisce l’Io, e soltanto l’avvio di un lavoro del lutto può rendere reversibile tale meccanismo, portando al recupero di parti di sé che erano state proiettate nell’oggetto. Con le interpretazioni centrate sull’analista si offre al paziente un contenimento alternativo a quello dato dal rifugio, mentre con le interpretazioni centrate sul paziente si avviano processi introiettivi e discriminativi.

Anna Oliva De Cesarei (2025) riporta come in Crisi e controtransfert (1992) Pierre Fédida abbia sottolineato che la sfida più radicale è nel ricostruire lì dove si è distrutto, dove la rimozione primaria è fallita, creando un deficit di rappresentazione per mancanza di uno schermo o di una scena in cui collocare il trauma (ivi, p. 58). Nella cura dei “buchi di esperienza”, solo attraverso il suo ‘essere’ l’analista può recuperare o aiutare a costruire l’essere nel paziente (Green, 2016), dunque attraverso la modulazione della voce, il respiro, il suono della parola, lo sguardo, la presenza corporea… (Oliva De Cesarei, ivi, pag. 71). È necessario costruire un luogo perché “ciò che si ripete, ciò che insiste, è ciò che non ha avuto luogo, non ha trovato il suo luogo, … non è esistito come evento psichico” per un infans in stato di disaiuto e dis-essere che non può tradurre sensazioni e movimenti in segni (Pontalis, 1997) significativi per un altro ricettivo.

 

1 Mia madre gemette! Mio padre pianse. /Nel mondo pericoloso mi lanciai:/Indifeso, nudo, piangendo forte; /Come un demone nascosto in una nuvola. Lottando tra le braccia di mio padre: /Lottando contro le mie fasce: /Legato e stanco pensai fosse meglio/Tenere il broncio sul seno di mia madre. Con questa poesia Frances Tustin introduce il tema delle barriere autistiche nei pazienti nevrotici.

2 Si tratta di un caso condotto dalla drssa Floriana Vecchione in setting familiare, che ho seguito in supervisione.

3 Questa seconda pelle può essere di natura muscolare, verbale, intellettuale, oppure concreta (vestiti, coperte…) o basata su una prevalenza dei meccanismi di identificazione proiettiva

 

BIBLIOGRAFIA

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