L’autismo: spettro, galassia o arcipelago?

Passer un pont, traverser un fleuve, franchir une frontière, c’est quitter l’espace intime et familier où l’on est à sa place pour pénétrer dans un horizon différent, un espace étranger, inconnu, où l’on risque, confronté à ce qui est autre, de se découvrir sans lieu propre, sans identité….Pour être soi, il faut se projeter vers ce qui est étranger, se prolonger dans et par lui. Demeurer enclos dans son identité, c’est se perdre et cesser d’être. On se connaît, on se construit par le contact, l’échange, le commerce avec l’autre. Entre les rives du même et de l’autre, l’homme est un pont1. 

(J.P. Vernant, 2017)

 

L’autismo: un territorio vasto e complesso

Quello dell’autismo è un campo variegato che comprende un insieme di situazioni molto diverse. Si tratta di un campo controverso in cui si sono create contrapposizioni e fratture tra modelli, sia per la comprensione del disturbo, che per il trattamento.

Nell’avvicinarmi a questo tema parto dalla mia esperienza clinica, legata all’incontro con bambini e ragazzi con autismo e con le loro famiglie, con la consapevolezza di muovermi su un terreno difficile e senza la pretesa di giungere a un quadro d’insieme esaustivo. Forse questo, oltre che con i miei limiti, ha a che fare con le caratteristiche di questo disturbo che sfugge ed è connaturato ad una difficoltà di presa e di sintesi.

 

Un concetto in evoluzione

Il termine autismo è stato introdotto da Bleuler (all’inizio del novecento) per riferirsi a un sintomo della schizofrenia e successivamente è stato ripreso da Kanner e Asperger, che indipendentemente, ma nello stesso periodo storico (negli anni ’40), hanno descritto quadri clinici in cui lo sviluppo prendeva delle forme peculiari con specifiche difficoltà nell’area delle interazioni sociali, della comunicazione e del comportamento con presenza di stereotipie e ripetitività. Tale termine è entrato poi nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM), dove viene usato per far riferimento a quadri clinici legati a diversi funzionamenti (uno spettro appunto), con alcune caratteristiche comuni: un deficit nell’area dell’interazione e della comunicazione sociale, e la presenza di interessi ristretti, ripetitivi e stereotipati, che possono prendere forme diverse a seconda del livello di funzionamento (dalle stereotipie motorie, agli interessi sensoriali ripetitivi, alla presenza di interessi settoriali, anche di tipo complesso).

Nel tempo si è passati dall’idea di una fortezza vuota a quella di una debolezza piena (Barale, 2006), per arrivare alla concezione di un funzionamento neurodivergente 2, ovvero di una soggettività che si organizza in modo singolare e ha una sua dimensione interiore tutta da capire e su cui dobbiamo ancora interrogarci.

Possiamo considerare il disturbo dello spettro dell’autismo come un disturbo del neurosviluppo multifattoriale, con eziologia complessa che coinvolge livelli diversi, con una base genetica e neurobiologica, su cui interviene una modulazione legata ad aspetti epigenetici e ambientali. Sul piano clinico osserviamo una variegata espressività, che va da quadri più compromessi (con funzionamento non verbale o scarsamente verbale, talvolta associato ad altri disturbi in comorbidità), a situazioni più lievi (in cui le difficoltà si inseriscono in una cornice di migliore adattamento, con competenze funzionali sul piano cognitivo e linguistico). In tutti i quadri si trovano spesso ‘isole di abilità’ che appaiono più sviluppate e che delineano una disarmonia nel profilo delle abilità della persona, che è complicata da un utilizzo incostante delle competenze acquisite. 

Le evidenze cliniche accumulate dimostrano che la presa in carico, soprattutto se precoce e prolungata, può portare a importanti miglioramenti nelle competenze, nell’adattamento, nelle condizioni di vita e nelle possibilità di autonomia. La prognosi appare favorevole soprattutto se anche il contesto si adatta alle necessità delle persone con funzionamento di tipo neurodivergente, divenendo rispettoso delle specifiche necessità di ciascuna persona (ad esempio ponendo attenzione alla sensibilità sensoriale, al bisogno di una prevedibilità nelle routine, ecc.).

La complessità del disturbo richiede un intervento articolato grazie al contributo di più discipline e modelli. In età evolutiva è spesso necessario il contributo della riabilitazione volto al sostegno e allo sviluppo di competenze specifiche (motorio-prassiche, comunicativo-linguistiche, ecc.), insieme ad interventi rivolti ai genitori e alla scuola. La presa in carico dovrebbe essere articolata per adattarsi alle specifiche fasi evolutive e dovrebbe essere pensata per lavorare in senso contrario a quello del disturbo, che tende a frammentare. Sappiamo bene che le competenze dei bambini spesso rimangono isole non comunicanti (sia tra loro, che con l’esterno), e che l’uso delle competenze in contesti ecologici non è affatto scontato. Gli studi longitudinali mostrano che servono interventi  prolungati, che devono essere rimodulati nel tempo per adattarsi alle specifiche sfide evolutive e alle criticità delle singole situazioni personali, familiari e sociali al cui interno la persona è inserita. 

 

L’esperienza delle persone con autismo

L’Io è in definitiva derivato da sensazioni corporee, 

soprattutto dalle sensazioni provenienti dalla superficie del corpo

(Freud, 1923)

 

Le persone con autismo a volte hanno problemi con i loro confini corporei. 

Sono incapaci di giudicare, dalle sensazioni, dove termina il loro corpo 

e dove inizia la sedia sulla quale sono seduti o l’oggetto che tengono in mano

(Grandin, 2001)

 

L’autismo viene descritto a partire da peculiarità nel comportamento. I criteri del DSM e le valutazioni delle competenze nelle diverse aree (come il livello cognitivo, le competenze linguistiche, le abilità adattive, ecc.) consentono di evidenziare l’eventuale presenza e il grado di gravità del disturbo, insieme alla presenza di eventuali ulteriori criticità (come la presenza di compromissione intellettiva, del linguaggio o di una condizione medica associata). Questi dati ci aiutano a capire chi abbiamo di fronte, grazie alla raccolta di informazioni relative alle peculiarità nel funzionamento e nel profilo di sviluppo; sono dati che saranno centrali per pensare ad un intervento cucito sulle specifiche caratteristiche del singolo.

Abbiamo allo stesso tempo bisogno di andare al di là del comportamento osservabile: interrogarci e tentare di immaginare l’esperienza interiore di queste persone, che spesso sentiamo così distante da noi. Si tratta di un vissuto che si lega ad una esperienza emotiva estrema, tra il troppo e il troppo poco, spesso radicata in una carenza nell’incorporeità originaria. Sono stati per me preziosi a questo riguardo alcuni scritti psicoanalitici, insieme a studi sul primo sviluppo: sono campi che ci aiutano a avvicinare un funzionamento psichico peculiare e ci ricordano, a partire da vertici differenti, che il sé si sviluppa a partire dal corpo e dalla relazione con l’altro. Autori come Gaddini (1989) e Winnicott (1962), ci accompagnano a scoprire come il sé derivi dai bisogni di un io corporeo che gradualmente, attraverso l’elaborazione immaginativa dell’esperienza fisica nella relazione madre-bambino, diverrà un io psichico. 

Gli studi sullo sviluppo (Stern, 1985) descrivono come i bambini dalla nascita sono al centro di sensazioni, percezioni, azioni, cognizioni, stati interni e stati di coscienza ancora non autoriflessivi, che possono essere descritte come esperienze di intensità, schemi temporali, affetti vitali e di piacere. Si tratta di forme di esperienza che continuano ad operare per tutta la vita in modo non consapevole, come matrice esperienziale di tutti i successivi stati della soggettività.

Le iniziali difficoltà dell’autismo riguardano proprio questi aspetti: i segni più precoci sono relativi a postura, tono, movimento, ad una dimensione sensoriale peculiare (ipo o iper-attivata) 3. I processi percettivi subiscono una sorta di sbriciolamento (gli psicoanalisti ne hanno parlato in termini di smantellamento 4, mentre da un punto di vista neuropsicologico questo aspetto è stato descritto facendo riferimento ad una carenza di coerenza centrale 5) che comporta una sensorialità disintegrata (i vari sensi non lavorano insieme in modo coordinato), e autoprodotta (le stereotipie e le ecolalie). Il bambino autistico si confronta con una sensazione di instabilità nella percezione dei propri confini o involucri somatopsichici, vive come in una continuità indefinita e evanescente tra se stesso e il mondo intorno a lui (che può prendere forma nella sensazione di liquefarsi, o sbriciolarsi).

I primi segni dell’autismo sono legati a difficoltà nel dialogo intercorporeo, precursore della comunicazione con l’altro: l’insieme dei meccanismi di sintonizzazione non procede come di consueto, per cui anche le normali abilità genitoriali sono messe in scacco. Non si avvia quella ‘danza interattiva’ (di cui ha parlato tra gli altri Stern) in cui madre e bambino si sintonizzano e avviano uno scambio in cui ciascuno influenza l’altro, in un rispecchiamento reciproco, all’interno di una cornice di piacere condiviso. Il bambino autistico è sovraccaricato da una sensorialità caotica che non riesce ad organizzare; si trova con l’ulteriore criticità di non poter utilizzare la presenza dell’altro come modulatore dell’eccitazione proveniente dal mondo, poiché la relazione funziona come ulteriore elemento di eccitazione eccedente.

Ci siamo (fortunatamente!) liberati dalle errate concezioni psicogenetiche (concezioni riduttive come quella delle madri frigorifero e dell’autismo visto come guscio difensivo e arresto a fasi pre-oggettuali dello sviluppo); ma questo sembra aver portato a mettere in ombra quanto importante sia lavorare insieme ai genitori: non perché da loro provenga la causa del disturbo, ma perché molto disagio rischia di esserci all’interno delle relazioni familiari (conseguenti alle caratteristiche del disturbo) e molte potenzialità ci sono se si interviene all’interno del contesto di vita più significativo per il bambino 6.

Spesso purtroppo vedo che il lavoro con le persone con autismo viene delegato agli ‘specialisti’, mentre sia i bambini (poi adolescenti e adulti), che le famiglie hanno bisogno di essere accompagnati per capire come ‘incontrarsi’ e tentare di sintonizzarsi al meglio, facendo i conti con le possibilità del singolo caso e dello specifico momento evolutivo. Mi vengono in mente tante situazioni in cui i genitori soffrono, si sentono rifiutati dai comportamenti dei figli e si innesca un circolo vizioso di grande dolore. Tale andamento può essere rimodulato e evolvere verso forme più funzionali se è presente un interlocutore che sostiene la relazione, favorisce le condizioni perché lo scambio possa avviarsi e sostiene la creazione di uno spazio per elaborare e condividere vissuti ed emozioni legate al contatto con il funzionamento autistico7.

 

Il cammino verso il linguaggio: le immagini e la musica delle parole tra suono e senso

Quando finisce l’infanzia(…) si entra nella ‘società’, 

uno alla volta si chiudono i recettori sensoriali, 

non impariamo più quasi niente, 

usiamo solo la ragione e la parola

(Munari, 2002)

 

Io penso in immagini. Le parole sono come una seconda lingua per me. 

Io traduco le parole, sia pronunciate che scritte, in filmati a colori, 

completi di suoni che scorrono come una videocassetta nella mia mente

(Grandin, 2001)

L’acquisizione e l’uso del linguaggio avviene grazie a quella trasformazione simbolica che richiede un allontanamento dal contatto con le sensazioni e un certo senso di separatezza corporea dal mondo esterno. Prima di giungere alla simbolizzazione secondaria basata sul linguaggio (che si fonda sull’assenza e il lutto) vi è un lento lavoro di preparazione. La simbolizzazione primaria si stabilisce in presenza dell’altro, nel ‘dialogo’ mimico-posturale e gestuale con l’adulto, che favorisce la costituzione di una prima organizzazione delle sensazioni primitive. Il piccolo via via inizia a non sentirsi sopraffatto da sensazioni violente e caotiche, grazie alla presenza di appoggio dell’adulto che ne abbassa l’intensità, le rende più prevedibili e modulate grazie al transito nella propria mente. Così a partire dal contatto con la dimensione corporea, tattile, sonora e visiva si sviluppano diversi tipi di codici (visivo -immagini-, musicale -suono-, verbale -parola-) grazie alla trasformazione delle sensazioni grezze in significanti e quindi segni.

Tutto questo, in relazione agli aspetti discussi in precedenza, risulta estremamente problematico nell’autismo e fa sì che si debba guardare al linguaggio come ad un orizzonte verso cui muoversi, con percorsi spesso accidentati e tortuosi. 

è necessario un paziente lavoro di preparazione delle condizioni per l’emergere del linguaggio verbale, sostando sullo scambio corporeo e i giochi sensomotori. è necessario tollerare un percorso discontinuo, caratterizzato da acquisizioni e apparenti retrocessioni, poiché le competenze acquisite rimangono fragili e sono elicitabili solo a certe condizioni (in certi contesti e a certe ‘temperature’ emotive, al di là delle quali invece tutto può essere apparentemente ‘perso’). Talvolta il linguaggio verbale è assente a lungo; laddove emerge il rapporto con il linguaggio rimane peculiare e il suo uso insolito. A volte compare in modo improvviso, talvolta si inceppa su un uso sensoriale e autostimolatorio, invece che condiviso e comunicativo. In alcuni casi scopriamo a un tratto che il linguaggio viene acquisito passando attraverso la ‘strada’ della letto-scrittura, invece che a partire dallo scambio con l’altro. 

Da un certo numero di anni osservo che bambini autistici iniziano a parlare usando l’inglese e mostrano come l’interesse verso il linguaggio non si orienti verso la lingua ‘madre’ appresa nello scambio intercorporeo, ma passi attraverso canali diversi, grazie al fascino per particolari elementi sensoriali (una certa sonorità) e facilitati dall’interesse per video e materiali digitali.  Nel lavoro clinico con bambini autistici dobbiamo adattarci a percorsi atipici, cercare di accostarci al loro modo di avvicinare il simbolo: possiamo iniziare a giocare insieme sulle parole usate in modo ecolalico o in piccole cantilene che proviamo a ripetere insieme; possiamo avviare giochi di imitazione vocale con variazioni di tono e ritmo, accompagnati da movimenti o dall’uso delle immagini 8. 

 

Quello che l’autismo ci ricorda e aiuta ad imparare

…a volte capita di colludere con i pazienti per anni, 

occupandoci delle loro comunicazioni verbali 

senza vedere che ci stanno dicendo ben altro 

con le comunicazioni non verbali 

(Winnicott, 1962)

 

La riflessione sul lavoro con l’autismo sul ‘prima della parola’ credo che sia stimolante anche per lavorare con pazienti con diverso funzionamento. 

La psicoanalisi è stata definita da una delle prime pazienti (descritte negli Studi sull’isteria- Freud 1892-95) come ‘talking cure’9 e ha dato molta importanza alla parola. Parallelamente si è sviluppato un interesse per la dimensione pre-rappresentativa, in relazione alla necessità di trattare patologie e aree extra-nevrotiche della mente. Questo filone di studio ci ricorda che il fondo dell’esperienza rimane sensoriale per tutta la vita.

Accostarsi all’autismo, mi sembra ci stimoli a sintonizzarsi con le dimensioni preverbali e arcaiche anche di pazienti borderline, psicotici, o con aspetti traumatici. Nella cura delle patologie identitarie ci troviamo ad avere a che fare con i resti di elementi solo in piccola parte organizzati poiché legati ad esperienze avvenute ‘prima della parola’. Tali elementi grezzi, prima di poter essere rappresentati in parole, devono ancora transitare in immagini visive o forme sonore, grazie ad un ascolto polimorfo e sensoriale (Bastianini, Ferruta, Guerrini Degl’Innocenti, 2021). 

Mi torna in mente un caso presentato da Barale (2024) di un paziente adulto (non autistico e con ottima padronanza di diverse lingue) in cui emergeva che l’ascolto della dimensione musicale -ritmo, prosodia, andamento del parlare- da parte dell’analista, consentisse il recupero di tracce mnestiche depositate nella memoria implicita, che sfuggivano al legame tramite rappresentazioni di parola. Si tratta di tutte quelle tracce -inconscio non rimosso- che costituiscono la struttura portante della nostra vita e difficilmente emergono nelle comunicazioni verbali, ma più facilmente possono essere contattate grazie a un ascolto polifonico che permette l’elaborazione di forme e contenuti non ancora rappresentabili.

 

Stereotipie e ripetitività: aspetti da contrastare o possibili abbozzi di comunicazione?

La ripetitività, la ricerca di schemi stabili e l’uso stereotipato di oggetti sono caratteristiche dell’autismo, che possono prendere forme diverse a seconda del livello di funzionamento. Spesso i bambini autistici manipolano il loro corpo per ricercare particolari sensazioni, in particolare tattili e cinestesiche. Tustin ha descritto questi fenomeni parlando di oggetti e forme sensoriali autistiche, legate al contatto con oggetti duri-rigidi o allo sfregare-strisciare superfici, che sembrano aiutare il bambino a percepire la propria continuità dell’esistenza, funzionando come una sorta di tranquillante di origine somatica. 

Queste descrizioni sono di aiuto a immaginare la funzione di certi comportamenti atipici, a non pensarli come ad erbacce da estirpare, ma piuttosto tentativi di modulare un contatto con il proprio mondo interno e con l’altro che risulta caotico e debordante.

Mi torna in mente una scena del film ‘Misericordia’ diretto da Emma Dante (del 2023) in cui un ragazzo con disabilità gira su se stesso (come molto spesso fanno i bambini autistici) e la sua mamma ‘adottiva’ inizia a girare ridendo insieme a lui, contando il numero di giravolte. 

Avvicinarci, mostrare curiosità e provare a condividere il comportamento ripetitivo può essere un primo passo per introdurre variazioni e aprire a qualche forma o momento di incontro. Spesso invece i genitori, e anche gli operatori (insegnanti, educatori, terapisti, analisti) si sentono a disagio di fronte a tali comportamenti, poiché risultano bizzarri e sfuggono alla nostra comprensione. è difficile mantenere una spinta a osservare aspetti che generano inquietudine, metterci in gioco per tentare di comprendere e decodificare, piuttosto che allontanare con una modalità difensiva. In questo credo che la funzione analitica della mente possa fare la differenza, grazie alla possibilità di tollerare il contatto con la sofferenza e il non sapere, e rimanere in ascolto delle risonanze interne. Proprio l’ascolto del controtransfert può consentire l’accesso ad aree mute dell’altro, che così possono venire accolte, avere accesso a reti di possibile significato che creano aperture trasformative.

 

Ancora qualche riflessione verso un’integrazione dei trattamenti

Dalle prime descrizioni dell’autismo ad oggi, molta strada è stata fatta: dalla chiusura delle istituzioni totali con la legge Basaglia, si sono costituiti centri di igiene mentale e neuropsichiatria infantile, sono state chiuse le scuole speciali e i bambini con disabilità sono stati inseriti all’interno delle scuole normali, con l’affiancamento di insegnanti formati10. Abbiamo oggi più informazioni e un ampio ventaglio di modelli di intervento, anche molto precoci. Osserviamo un miglioramento della prognosi, con sviluppo di competenze nei diversi ambiti e riduzione dell’impatto delle difficoltà. 

A fianco a tutto questo, sappiamo anche che l’autismo è una modalità di funzionamento che tende a permanere per tutta la vita (sebbene la letteratura evidenzi una certa percentuale di casi che escono dallo spettro). Spostare lo sguardo a cosa succede nell’età adulta ci aiuta a riflettere sugli interventi, andando a vedere quale sia l’esito a lungo termine: anche nei funzionamenti più alti spesso troviamo un adattamento e un benessere ridotto, e comunque la correlazione tra interventi ‘efficaci’ in età evolutiva e buon esito in età adulta sono deboli. 

Attualmente inizia a stabilirsi un equilibrio tra i diversi interventi e approcci, e a delinearsi l’importanza del ruolo dei clinici nella valutazione del trattamento. Le linee guida più recenti chiariscono come non sussista l’indicazione per un trattamento unico, ridimensionando l’entusiasmo per alcuni interventi (compresi ABA), che hanno avuto in una certa fase particolare credito. Uno sguardo complessivo indica che ciò che a lungo termine sembra funzionare non sia il ‘marchio’ dei singoli interventi, ma la coerenza, specificità e continuità del progetto oltre all’età evolutiva, e l’attenzione al sostegno e coinvolgimento dei contesti di vita11. 

Più che scoraggiare, questi dati portano ad una visione più bilanciata, che va oltre posizioni dogmatiche e semplicistiche. Se gli studi longitudinali mostrano che non c’è un modello di presa in carico e di trattamento ‘predefinito’ e ‘migliore’ per tutti i casi, ci sono però alcune indicazioni di cui tenere conto nel trattamento: la centralità di un intervento precoce, la necessità di intervento globale e intensivo nelle prime fasi gestito da una equipe di operatori, l’importanza di un lavoro oltre che sul bambino anche sui genitori e sull’intera famiglia. L’intervento deve essere prolungato nel tempo e pensato per cicli (potendo includere a seconda delle necessità riabilitazione individuale di tipo neuropsicomotorio e logopedico, interventi congiunti con genitori, sostegno alla genitorialità, interventi in piccolo gruppo, psicoterapia). 

È necessario lavorare con interventi dal basso e dall’alto (come sostiene Danon Boileau, 2015) integrando funzioni analitiche e educative-riabilitative. Ovvero da un lato è importante cercare di favorire il piacere dello scambio, tentando di decifrare gli abbozzi comunicativi e accogliere la persona come essere umano, rimandando l’immagine di soggetto significante anche laddove gli strumenti sono molto deficitari e l’apertura allo scambio è ridotta. Dall’altro serve insegnare le regole dello scambio e della vita sociale, favorendo lo sviluppo di competenze specifiche. Un approccio di questo tipo, in cui diverse cose sono necessarie e nessuna sufficiente, è ancora lontano dalla realtà. Ciò che osservo spesso è la presenza di molti elementi frammentati, se non in conflitto tra loro (sia relativamente alle diverse necessità della persona, che ai servizi).

Nei servizi e nelle scelte politiche sono previste risorse per la riabilitazione (importanti e necessarie), mentre viene dato poco spazio alla psicoterapia (si aprirebbe poi tutto un discorso a parte su quale tipo di psicoterapia, quando e rivolta a chi); viene messo frequentemente l’accento sulla necessità di lavoro su alcune competenze, mentre viene data poca attenzione ai vissuti e al benessere della persona; molta attenzione viene data alla diagnosi e alla terapia precoce (peraltro importantissima), mentre c’è una perdita di attenzione all’evoluzione del disturbo nel tempo. Insomma si assiste spesso alla perdita del quadro d’insieme, questione particolarmente critica quando il disturbo con cui abbiamo a che fare ha per sua natura un aspetto dissociativo, legato allo smantellamento di cui abbiamo parlato in precedenza. Spesso sono i genitori a pagare il prezzo di questa frammentazione e a sobbarcarsi faticosamente del tentativo di integrare (o mettere una pezza o trovarsi a fare i conti con dei buchi, a seconda dei casi…).

 

Operatori, tecnici o compagni viventi?  

Possiamo quindi dire che la presa in carico dell’autismo richiede la presenza di più persone, ciascuno con le proprie competenze specifiche e i propri modelli di riferimento, che dovrebbero lavorare in rete in modo da comporre i diversi tasselli per creare un insieme più ampio e integrato. Lavorando in un centro di riabilitazione da tanti anni, ho cercato nel tempo di pensare e costruire (insieme a tanti colleghi) un progetto con interventi che comprendono diversi aspetti, tra cui un accompagnamento per i genitori, un lavoro individuale con i bambini (psicomotorio/ logopedico) con periodiche riunioni di equipe, cicli di terapia in piccolo gruppo, coordinamento con la scuola. Nel tempo il tentativo è stato di includere nuovi tasselli, fino ad arrivare recentemente all’avvio di incontri di condivisione rivolti agli operatori del servizio che si prendono cura di questo tipo di bambini e ragazzi. Ho pensato fosse importante proporre un contenitore in cui mettere al centro non tanto i modelli di intervento, né le teorie e neanche la discussione dei singoli casi, ma uno spazio aperto di ascolto in gruppo. In modo naturale è emerso un desiderio di parlare di vissuti personali, momenti di disagio e anche di ‘crisi’ nel lavoro che fanno talvolta riemergere questioni personali. Più persone (per lo più terapisti senza una specifica formazione analitica) hanno raccontato come i bambini e i ragazzi che hanno in carico entrino spesso nelle trame dei loro sogni. Da Freud in poi, sappiamo quanto il sogno sia prezioso non solo nel dar forma a desideri rimossi, ma più in generale come processo alla fonte del pensiero. Come Bion ha illustrato, il lavoro onirico è una funzione che può essere attiva sia di giorno che di notte, e consente di avviare un processo di elaborazione delle esperienze emotive grezze in pensieri grazie alla funzione alfa (Bion, 1962). Mi ha colpito ritrovare come filo conduttore degli interventi del gruppo di condivisione il riferimento ai sogni e mi ha fatto pensare a quanto grande sia il lavoro degli operatori: un lavoro impegnativo per accogliere, tentare di agganciare e contenere bambini spesso difficili, un lavoro che prosegue in una elaborazione interna, in larga parte solitaria e che lascia molti resti. Sarebbe prezioso (direi necessario) il passaggio in uno spazio allargato in cui poter depositare tali resti e lasciar decantare l’importante carico emotivo legato al contatto con un funzionamento così complesso. Uno spazio in cui sperimentare davvero che ‘nessun uomo è un’isola’, anche se qualcuno sembra esserlo un po’ di più. 

Se è presente uno spazio di pensiero, sia personale che gruppale, trovo che il lavoro con l’autismo sia uno stimolo prezioso e una continua sfida a interrogarsi sulla complessità del funzionamento mentale. L’autismo ci conduce ai luoghi germinali dello sviluppo psichico, un’area al confine tra mente e corpo, legata alle esperienze primarie, che ci stimola a attivare una rêverie sensoriale per  contattare contenuti disturbanti e ospitarli il tempo necessario per trasformarli, in modi e forme tutte da scoprire caso per caso.

Penso che la psicoanalisi potrebbe dare un contributo importante in questa direzione verso la costruzione di ponti e barche che consentano di muoversi tra le isole (o almeno mantenere vivo il desiderio di raggiungere aree al momento non raggiungibili!). Lo penso come un lavoro volto alla costruzione di una rete di ‘compagni viventi’ tra le persone che si prendono cura dell’autismo (genitori, operatori, insegnanti) per condividere emozioni e favorire processi di ‘metabolizzazione’, che poi i bambini possano gradualmente interiorizzare. Un lavoro che può proteggere al contempo gli operatori dal rischio di burnout e dalla perdita dell’energia necessaria a proseguire il lavoro in modo creativo e proficuo.

Come psicoanalisti sappiamo che il contatto con le patologie complesse convoca gli operatori su un piano personale e profondo: in questi casi è necessario un lavoro per trasformare noi stessi perché si avviino trasformazioni nel paziente. La presenza di elementi arcaici e poco organizzati deve transitare in una mente in cui tracce di diverso genere, affetti e rappresentazioni vengono lavorate, avviando un processo di elaborazione, piuttosto che di evacuazione. Tale processo necessita della presenza di un’altra mente, soprattutto quando si ha a che fare con aspetti complessi, o anche di più menti in un gruppo allargato.

L’autismo ci ricorda che la cura deve essere una pratica umana, e non disincarnata e adattativa. Una pratica umile, spesso incompleta e imprecisa, in cui ciascuno si confronta con il limite e con il non sapere. Cosa che se da un lato può apparire inquietante, e evocare una dimensione ‘spettrale’, dall’altro può essere stimolante e consentirci di stare in contatto con dimensioni generative. Non si tratta di osservare da lontano galassie affascinanti, ma di continuare a navigare tra tante isole: collegare, esplorare, tentare di toccare e attraversare luoghi al confine tra terra e acqua, provare ad abitarli insieme.

 

1  Passare un ponte, attraversare un fiume, oltrepassare una frontiera, significa lasciare lo spazio intimo e familiare dove si è al proprio posto per entrare in un orizzonte diverso, uno spazio estraneo, sconosciuto, dove si rischia, di fronte a ciò che è altro, di scoprirsi senza un posto proprio, senza identità… Per essere se stessi bisogna proiettarsi verso ciò che è estraneo, estendersi dentro e attraverso di esso. Rimanere racchiusi nella propria identità significa perdersi e smettere di essere. Ci conosciamo, ci costruiamo tramite contatto, scambio, commercio con l'altro. Tra le rive del proprio e dell'altro, l'uomo è un ponte.

2  Per una revisione della storia del concetto di autismo si può far riferimento al testo di Ballerini, Barale, Gallese e Ucelli (2006) che ne ripercorre nel dettaglio la complessa evoluzione nel tempo, mettendo in discussione tra le altre cose la concezione di Bettelheim dell’autismo come difesa rispetto a contesti relazionali disfunzionali.

3  Aspetti descritti da sempre dagli psicoanalisti e solo successivamente introdotti nei criteri nel DSM.

4  Vedi i lavori di Meltzer (1975).

5  Vedi la concettualizzazione di Uta Frith (1989).

6  Mi è anche capitato di seguire in analisi fratelli o sorelle di persone con autismo e verificare quanto forte possa essere l’impatto del disturbo su tutto il nucleo familiare.

7  Lo stesso piano regionale per l’autismo della Regione Lazio del 2025, seppur nelle criticità di alcuni aspetti, segnala la necessità di coinvolgere la famiglia e i caregiver nella presa in carico.

8  Le persone con autismo sono state definite pensatori per immagini. Molti bambini si esprimono attraverso i disegni, usano i fumetti per raccontare le loro esperienze e condividere vissuti. Nel lavoro riabilitativo le immagini stesse possono essere utilizzate come sostegno alla comunicazione (CAA) generando un grande sollievo per il bambino che riesce così a comprendere le attività, le routine  e gli imprevisti (cosa che porta a una riduzione dei comportamenti problematici e dei momenti di crisi).

9 Anna O. Utilizzò questa espressione per riferirsi al metodo che portava alla attenuazione e superamento dei sintomi grazie alla verbalizzazione dei ricordi traumatici e delle emozioni legate ad essi.

10 Interessante il racconto dal vivo di questi passaggi di Ammaniti (2022).

11 Se ciò si realizza, vi sono anche lenti ma significativi spostamenti verso l’alto nelle autonomie e capacità adattive anche al di là dell’età evolutiva (Barale e al. 2009.

 

BIBLIOGRAFIA

Ammaniti, M. (2022). Passoscuro. I miei anni con i bambini del Padiglione 8. Milano, Bompiani.

Ballerini, A., Barale, F., Gallese, V., Ucelli, S. (2006). Autismo. L’umanità nascosta. Torino, Einaudi.

Barale, F. Politi, P., Boso, M., Broglia, D., Orsi, P., Pace, A., Ucelli di Nemi, S. (2009). L’autismo a partire dalla sua evoluzione nell’età adulta: nuove conoscenze, criticità, implicazioni abilitative. Nóos, 3, 257-291.

Barale, F. (2024). Il rumore della vita. Pluralità degli inconsci, molteplici alterità. All’interno del volume di Multiversi: Attualità di Freud a cento anni dall’Io e l’Es.

Bastianini, T., Ferruta, A., Guerrini Degl’Innocenti, B. (2021). Ascoltare con tutti i sensi. Estensioni del paradigma e dell’ascolto psicoanalitico. Roma, Fioriti Editore.

Bion, W.R. (1962). Apprendere dall’esperienza. Trad. it. 2019. Roma, Astrolabio Ubaldini.  

Danon-Boileau, L. (2015). L’autismo, un altro modo di comunicare. Milano, Franco Angeli.

Freud, S. (1892-95). Studi sull’isteria. OSF vol 1.

Freud, S. (1923). L’io e l’Es. OSF, 9.

Frith, U. (1989). L’autismo. Spiegazione di un enigma. Trad. it. 1998. Roma-Bari, Laterza. 

Gaddini, E. (1989). Scritti. Milano, Raffaello Cortina.

Grandin, T. (2001). Pensare in immagini. E altre testimonianze della mia vita autistica. Trento, Erickson.

Meltzer, (1975). Esplorazioni sull’autismo. Trad. it. 1976. Torino, Bollati Boringhieri.

Munari (2002) in Restelli, B. Giocare con tatto. Per una educazione plurisensoriale secondo il metodo Bruno Munari. Milano, Franco Angeli.

Winnicott, D. W. (2016). Il sentimento del reale. Scritti inediti. Trad. it. 2025. Milano, Raffaello Cortina.

Winnicott, D. W. (1962). Dalla pediatria alla psicoanalisi. Trad. it. 1975. Firenze, Martinelli.

Stern, D. (1985). Il mondo interpersonale del bambino. Trad. it. 1987. Torino, Bollati Boringhieri.

Tustin, F. (1990). Protezioni autistiche nei bambini e negli adulti. Trad. it. 1991. Milano, Raffaello Cortina.

Vernant, J.P. (2017). La traversée des frontières. Le Seuil.

Torna all'indice

Partners & Collaborazioni