“immagini di violenza, protesta e repressione a Los Angeles: nel flusso dei social è guerra semiotica”
[immagine] Los Angeles: la rivolta
Negli ultimi giorni, tutti stiamo vedendo immagini che colpiscono nel profondo. Non serve cercarle: arrivano da sole, attraversano le schermate, si ripetono ossessivamente nei feed e nei notiziari. Volti contusi, mani alzate, corpi a terra, barricate di fortuna. Scene che si confondono tra loro, tanto che a volte diventa difficile distinguere dove siano state girate: Los Angeles? Kiev? Gaza? In questa sovrapposizione, che sembra produrre un presente senza coordinate, si compie ciò che Franco “Bifo” Berardi (2020) ha descritto come anestesia semiotica: un eccesso di stimoli che non intensifica la percezione, ma la paralizza. Le immagini non ci raggiungono più come ferite, ma come scosse senza durata: qualcosa che non fa sparire l’orrore ma cerca di normalizzarlo.
Eppure sembra proprio che il mondo, in questa stagione insensata, stia tornando a parlare attraverso la grammatica della forza.
Tanto che qualcosa in queste immagini merita uno sguardo più attento. Non solo per i dettagli — pur sempre dolorosi — quanto per la forma che la violenza assume. Per la modalità con cui il potere si manifesta. In queste settimane, la città di Los Angeles è tornata al centro di una protesta intensa, diffusa, a tratti violenta. Ma la violenza più impressionante non è quella che sale dalle strade: è quella che scende dall’alto. L’uso della forza pubblica come risposta immediata e sproporzionata a ogni deviazione, a ogni forma di espressione che non rientri nei codici ufficiali del confronto democratico, ha assunto un carattere allarmante.
La polizia, in assetto da guerra, non è più semplicemente un organo di sicurezza. È diventata, a tutti gli effetti, un apparato semiotico. Questo apparato non si rivela solo nel momento della repressione diretta: si manifesta pienamente quando la sua presenza armata viene resa visibile, documentata, condivisa, e tuttavia normalizzata nel flusso visivo dei social. È proprio lì, nella ripetizione delle immagini, che l’ordine si riscrive come inevitabile. La violenza non scompare: viene integrata nel racconto visivo del presente, come se fosse parte del paesaggio.
Non serve più aspettare che reprima un gesto: è la sua stessa presenza a delimitare il dicibile, a regolare ciò che può apparire nello spazio pubblico. La pattuglia che sosta davanti a un presidio, la camionetta blindata che blocca un incrocio, il drone che sorvola una piazza: tutto questo produce significato, impone una sintassi. Una sintassi dell’ordine. Una sintassi della paura.
In questo senso, come suggeriva Michel Foucault, il potere non si esercita solo attraverso il divieto, ma attraverso la produzione selettiva di visibilità. È visibile ciò che è conforme. È invisibile — o punito — ciò che non rientra nei parametri. L’immigrato, il corpo queer, il dissenso. Ma ciò che accade nelle strade, al di fuori dei comunicati ufficiali, è precisamente questo: l’irruzione dell’invisibile. Una soggettività che non chiede legittimazione, ma vuole esprimersi, si organizza.
Da psicoanalisti, sappiamo che ogni società si costruisce attorno a un racconto condiviso, una trama simbolica (Aulagnier, 1975) che tiene insieme i corpi e le parole, offrendo a ciascuno un posto nella finzione comune del vivere. Ma quando questa trama si lacera, quando i nomi si svuotano e le istituzioni non sono più in grado di contenere il disagio, allora ciò che resta non scompare: torna sotto forma di gesto. È il corpo che parla quando il discorso non può più farlo. È il sintomo collettivo che si scrive nelle strade, nei cortei, nelle fughe improvvise, nel silenzio di chi non vuole più spiegarsi.
Non sono solo proteste: sono sequenze di un’inconscia rottura. Segnali che il contratto narcisistico tra individuo e istituzioni si è incrinato. Che la promessa implicita è stata tradita. E in assenza di quella promessa, ciò che emerge non è caos, ma una forma germinale e incandescente di pensiero: un pensiero che ancora non ha parola, ma che si fa vedere, che costringe a interrogare ciò che viene dato per scontato.
Il potere, naturalmente, legge tutto questo come disordine. E risponde irrigidendo le sue difese, alzando il tono, sorvegliando ogni crepa. Ma chi ha lavorato anche solo un giorno dentro l’inconscio sa che ciò che ritorna lo fa perché non è stato ascoltato. Sa che ciò che oggi si manifesta con violenza è, spesso, ciò che è stato per troppo tempo messo a tacere. Ciò a cui è stato vietato il diritto di esistere.
Chi manifesta in questi giorni a Los Angeles non sta solo opponendosi a una decisione amministrativa, o rivendicando un diritto. Sta segnando un’altra traiettoria possibile della soggettivazione. Sta producendo desiderio. E proprio per questo, spaventa.
Perché il potere, ogni volta che incontra il desiderio, cerca una cella. Non lo interroga: lo imprigiona. Lo psicologizza, lo medicalizza, lo addestra, lo traduce in devianza o in eccezione. Non tollera che esista una forza che sfugge al controllo, una vita che non chiede permesso per espandersi. Ogni manifestazione del desiderio, per il potere, è un reato semantico: qualcosa che va ricondotto all’ordine, o punito.
Il potere, in ogni sua forma, riconosce questo movimento come un pericolo non tanto perché è violento, ma perché è creativo. Perché dà luogo a forme di vita che non passano più per il riconoscimento istituzionale. Forme di vita che cercano una molteplicità. Che non cercano lo spazio pubblico per parlare “a nome di”, ma che occupano lo spazio per renderlo altro. In questo senso, ciò che vediamo oggi a Los Angeles non è una crisi dell’ordine. È una crisi del linguaggio con cui l’ordine ha imparato a nominarsi.
Non sfugge infatti che, tra gli oggetti più frequentemente vandalizzati durante le proteste, vi siano i taxi a guida autonoma di Waymo — azienda della galassia Alphabet, e dunque parte dell’universo Google. Negli ultimi mesi, veicoli e sedi legati alle grandi compagnie tecnologiche, in particolare Tesla, sono diventati bersagli ricorrenti. Non si tratta più soltanto di “multinazionali cattive” nel senso generico e retorico dell’espressione, ma di simboli concreti di un potere nuovo: opaco, algoritmico, capace di intervenire sulla vita materiale con la stessa discrezionalità con cui regola le immagini, le emozioni, i dati.
Chi lavora con l’inconscio, chi ascolta e chi scrive, non può fingere che tutto questo sia marginale, che la politica riguardi solo ciò che accade nei palazzi o nelle urne. La politica, oggi, è soprattutto questo: un corpo che non accetta più di essere silenziato, imprigionato, deportato, un desiderio che non vuole più farsi gestire, una lingua che balbetta fuori norma. Saperlo vedere è un dovere. Saperlo ascoltare, una forma di alleanza.