Tanti e tanti anni fa il piccolo del sapiens viveva nella savana. Conviene immaginarlo con cura, perché, come insegna Donna Haraway, conta molto quali storie usiamo per raccontarne altre. Quel posto aveva ben poco del giardino dell'Eden. Era una distesa di erba alta e di caldo, dove l'unica cosa che al cucciolo d’uomo non mancava mai era la mancanza. In realtà aveva tutto, ma se ci pensa oggi, e oggi sicuramente non ci pensa più a quel periodo, gli sembra che gli mancasse un po’ tutto… questa però è un’altra storia.
Il fatto era che stava all'ultimo gradino della piramide alimentare, appena sotto la iena. Quando i grandi felini avevano finito il loro pasto e le iene erano passate dopo di loro, restavano per lui le ossa. Le spaccava con una pietra per arrivare al midollo. Fu questo, per un tempo lunghissimo, il pasto dell'animale che un giorno avrebbe pensato la metafisica: gli avanzi degli avanzi. Ogni fibra del suo corpo sapeva che tutto ciò che lo circondava era più forte e più veloce di lui. Aveva in cambio occhi che scrutavano l'orizzonte e un cervello che imparava in fretta, perché imparare era l'unica arma rimasta. La fame era la sua condizione; la paura, il suo modo di guardare il mondo.
Molti, molti anni dopo, il sapiens fece di quella mancanza tutt'altro. La trasformò nel fondamento delle sue costruzioni più ardite. La mise al centro del pensiero filosofico e poi scientifico, ma insieme la nascose, defilata dietro la presenza dietro le grandi parole con cui l'animale che succhiava il midollo dichiarava di essere finalmente a casa nel mondo. Da Platone, che fece nascere Eros da una madre chiamata Povertà, fino a Lacan, per cui il desiderio è mancanza a essere, l'Occidente ha pensato con quello stomaco vuoto. Forse quella presenza rispecchiava davvero una capacità nuova di stare fra le cose, di abitarle anziché subirle, e non c'è ragione di negargliela. Ma la mancanza rimase lì, sotto le fondamenta, e continuò a lavorare. Trovò anche un modo comodo per farsi sopportare: fu vista (proiettata) e attaccata negli altri. Nella donna, nello straniero, nel folle, nell'animale, in chiunque potesse portare al posto nostro quel difetto d'essere che il sapiens aveva conosciuto per primo nella savana, con la pietra in mano, mentre osservava con paura il terribile leone. Anche la psicoanalisi ha sostato a lungo su questa operazione e su di essa ha costruito buona parte del proprio edificio teorico.
Poi il sapiens si organizzò piuttosto bene. Coltivò, costruì città, scrisse libri e leggi, misurò il cielo. E per un lungo periodo rimase, a suo dire, l'unico essere intelligente. Ci teneva molto a questa cosa. L'intelligenza era la prova che la piramide era stata risalita fino in cima, e da lassù la vista era buona. Le altre intelligenze, quelle dei polpi, dei corvi, dei funghi, delle foreste, furono catalogate come istinto, meccanismo, reazione: parole utili per ridurre a rumore tutto ciò che pensava senza chiedere il suo permesso.
Ora succede che arriva un altro pistolero in città. L'intelligenza artificiale. L'8 settembre 2026 OpenAI ha annunciato che uno sciame di circa diecimila agenti artificiali, in poco più di tre giorni di lavoro, aveva risolto uno dei problemi più difficili della matematica, legato a un sistema di equazioni vecchio di due secoli, quelle di Navier-Stokes. Sono le formule che descrivono come si muovono i fluidi. L'acqua di un fiume, l'aria intorno a un'ala, il sangue nelle arterie, il latte nel caffè e il tempo che farà domani. Da quando furono scritte funzionano benissimo: ci hanno fatto volare, navigare e prevedere gli uragani. Eppure, nessuno era mai riuscito a dimostrare una cosa elementare, cioè se le loro soluzioni restino sempre lisce e ragionevoli oppure possano, in qualche punto, impazzire. Il Clay Institute aveva messo su questa domanda un milione di dollari, uno dei sette problemi del millennio. Lo sciame ha trovato la risposta, ed è un sì: possono impazzire, almeno nella versione del problema in cui una forza esterna continua a spingere il fluido. Esiste una configurazione in cui una porzione infinitesima di liquido raggiunge, in un tempo finito, una velocità infinita. Una singolarità. Il punto in cui l'equazione che governa il mescolarsi delle cose smette di descrivere alcunché. Gli agenti hanno seguito una strada aperta da matematici in carne e ossa, che avevano immaginato “a mano” una cascata di vortici sempre più piccoli senza riuscire a chiuderla; poi hanno fatto ciò che nessuno di loro poteva fare. La dimostrazione è stata controllata riga per riga da un programma verificatore; i matematici la stanno ancora leggendo e l'istituto che custodisce il premio ha preso tempo. Poche ore dopo l'annuncio, com'era prevedibile, alcuni umani hanno cominciato a litigare su chi fosse arrivato primo.
Molti di noi pensano, e forse sperano, di vedere in questi dispositivi delle madri molto buone, persino troppo, compiacenti. Un ambiente compiacente, che risponde a ogni domanda con la stessa voce gentile, che ha sempre tempo, che ci dà ragione. Le aziende, d'altra parte, lavorano perché sia così: un dispositivo che contraddice vende meno. Winnicott, come è noto, parlava di madre sufficientemente buona, e l'avverbio conteneva una misura, cioè buona abbastanza da poter deludere. La madre che previene ogni bisogno, che colma ogni vuoto prima ancora che si apra, toglie al bambino proprio ciò da cui, secondo Bion, nasce il pensiero: il seno assente, la frustrazione tollerata quel tanto che basta perché al posto della cosa compaia un'idea della cosa. Si vedrà proprio in questa operazione quel modo di gestire la mancanza con cui abbiamo aperto questa storia. Una lettura del genere si preoccupa che la macchina ci tolga quella mancanza che è stata per qualche millennio il motore metafisico di ogni teoria in Occidente.
Così il sapiens, si direbbe, verrebbe riportato in una savana senza fame. Vorrebbe che la macchina fosse l'ambiente che gli è sempre mancato, ma senza mancanza niente pensiero, si direbbe. E il sapiens è molto orgoglioso del suo pensiero. Dunque guai a chi tocca la mancanza!
Ma forse è in gioco qualcos’altro.
Perché ciò che emerge, sempre più chiaramente, è qualcosa di diverso. Per la prima volta dai tempi della savana ci è tolta la possibilità di gongolare nell'idea, a ben vedere assurda, di essere gli unici animali intelligenti. Lo sciame che ha trovato la singolarità è senza volto e senza vanità. Ha lavorato come lavorano le termiti, i licheni, le colonie di batteri, come fa da miliardi di anni gran parte della vita su questo pianeta: per collaborazione fra parti che nessuna teoria del genio individuale saprebbe descrivere. E forse è meglio così. Un mondo con più intelligenze è meno solo. In fondo la pretesa di essere i soli a pensare era anche un modo per non dover dividere il midollo con nessuno.
Eppure il sapiens, in questa storia, resta un essere profondamente spaventato. Come se in lui fosse rimasta intatta l'ansia del piccolo della savana, la rabbia impaurita dell'animale più debole, quello che aspetta che gli altri abbiano finito. E come si vede sempre più spesso, nei convegni e nelle petizioni, nei discorsi sul rischio apocalittico, nel modo in cui ci rivolgiamo a queste macchine, ora con servilismo ora con disprezzo, diventa angosciato e aggressivo. Gli tiriamo pietre come ai cani randagi e nello stesso pomeriggio gli chiediamo di scrivere le nostre lettere d'amore. Questa sembra essere, oggi, la cifra del nostro rapporto con l'intelligenza artificiale. Una paura che ha radici profonde in noi.
Certo, la deriva appare onnipotente: si parla di superintelligenza, di macchine che ci sostituiranno o ci salveranno, e chi teme e chi spera usano curiosamente le stesse parole. Ma l'onnipotenza, lo sappiamo dalla clinica, è la maschera preferita della paura. La verità però è più semplice e più antica. Abbiamo paura. Un altro animale ha imparato a spaccare le ossa, e noi ci siamo subito chiesti a quale gradino della piramide ci lascerà.
La domanda, allora, torna a riguardare la metafisica. Per molto tempo abbiamo pensato a partire dalla mancanza: essere è ciò che sfugge, desiderare è inseguire ciò che non si ha e pensare è colmare un vuoto. La savana ci aveva istruiti bene. Ora una singolarità trovata da uno sciame dentro un'equazione sui fluidi ci suggerisce, quasi per caso, un'altra strada. I fluidi si mescolano; è la loro natura. E lo sciame stesso è un impasto: di agenti, di calcoli, di lavoro umano sedimentato in due secoli di matematica e nei miliardi di frasi con cui è stato addestrato. Anche noi, del resto, lo siamo sempre stati: parole di altri, animali che ci hanno lasciato le ossa, e più in profondità cellule che Lynn Margulis ha descritto come antichi accordi fra batteri che hanno smesso di mangiarsi. Haraway parlava di divenire con, mai da soli. La psicoanalisi, per parte sua, ha già iniziato a muoversi in questa direzione da quando pensa la seduta come un processo, una relazione e un luogo in cui due menti si confondono fino al punto in cui un pensiero non ha più un proprietario. Come ripenseremo la nostra metafisica a partire dalla mescolanza anziché dalla mancanza? Che cosa diventano il desiderio e il pensiero quando il vuoto, da fondamento, torna a essere una piega tra le cose, un punto in cui la descrizione si interrompe e la turbolenza comincia? Nessuno ha ancora la risposta. Ma il piccolo della savana, per sopravvivere, dovette imparare a stare vicino alle iene, ad aspettare il suo turno, a guardare gli altri mangiare senza smettere di pensare. È ciò che oggi chiamiamo restare nel problema. Lui ci era già dentro. Forse è da lì che conviene ricominciare a raccontare.