Convegno del Centro Psicoanalitico di Roma
La giornata del 3 ottobre, dedicata a Il sessuale infantile nella cura analitica, ha concluso il ciclo di incontri organizzato dal Centro Psicoanalitico di Roma intorno al sexual, il termine proposto da Jean Laplanche per individuare la declinazione specifica che la sessualità assume nella teoria e nella pratica psicoanalitica. Nei saluti iniziali Antonio Buonanno ha richiamato il carattere ancora scandaloso del sessuale e la difficoltà di ricondurlo alle categorie attraverso le quali siamo abituati a rappresentare la sessualità. Maurizio Balsamo ha introdotto i lavori ricordando come la scoperta freudiana del sessuale infantile abbia modificato radicalmente il modo di concepire il desiderio, il corpo e la costruzione dell'identità. Riprendendo Pontalis, Balsamo ha ricordato che il sessuale infantile non appartiene semplicemente a un'epoca della vita destinata a essere superata. È quella «quinta stagione», senza una collocazione cronologica precisa, che continua a intervenire nel presente, a disorganizzare le forme acquisite e a renderne possibili di nuove.
In questo senso, la questione della giornata non riguardava tanto ciò che la psicoanalisi ha scoperto della sessualità infantile in termini di contenuti psichici, ma come la sessualità infantile opera nel definire la stessa tecnica psicoanalitica.
La parola che tocca
Jacques André, con Ciò che la tecnica e il metodo psicoanalitico devono alla sessualità infantile, ha ripercorso la nascita del metodo freudiano a partire da una considerazione apparentemente paradossale: la psicoanalisi nasce dalla rinuncia al contatto fisico, ma proprio questa rinuncia permette alla parola di acquisire una particolare capacità di toccare. Nei primi anni della sua pratica Freud massaggia, palpa, esercita la pressione della mano sulla fronte delle pazienti per sollecitare l'emergere dei ricordi. La scoperta della resistenza, della rimozione e del transfert impongono una trasformazione della tecnica. Freud si rende conto che non è possibile penetrare direttamente nel nucleo dell'organizzazione patogena. Non serve aumentare la pressione perché il paziente dica ciò che l'analista ritiene necessario conoscere. Il metodo deve piuttosto consentirgli di dire ciò che non sa di sapere. Il transfert rivela quanto la relazione terapeutica, e in particolare il contatto fisico, siano coinvolti nell'erotizzazione dell'esperienza. Abbandonare il contatto non significa però sottrarre il sessuale alla cura. Significa trasferire sulla parola la sua capacità di produrre effetti.
André ha insistito sul valore performativo che il linguaggio può assumere nella situazione analitica. La parola non si limita a rappresentare un'esperienza: può farla accadere. Nei momenti di particolare intensità transferale, l'enunciato dell'analista può acquisire la forza di un atto, riattualizzando una scena inconscia attraverso il funzionamento allucinatorio del processo primario. Il linguaggio ritrova una forza che appartiene alla sessualità infantile, alla sua capacità di investire le rappresentazioni, di produrre condensazioni e spostamenti, di attribuire un significato sessuale a ciò che apparentemente ne è privo.
Il transfert appartiene alla condizione stessa delle relazioni umane, sempre attraversate dalle rappresentazioni, dalla memoria, dalle tracce degli incontri precedenti. La psicoanalisi è perciò «condannata alla deviazione». Non esistono scorciatoie per raggiungere la cosa inconscia. André ha interrogato da questa prospettiva alcune tendenze della psicoanalisi contemporanea che, attraverso la condivisione affettiva, l'empatia o una maggiore immediatezza della relazione, rischiano talvolta di riproporre l'aspirazione a superare l'asimmetria del transfert.
Perché, tuttavia, il sessuale infantile dovrebbe rivestire una funzione così importante nella costituzione del metodo? La risposta di André chiama in causa quella che Freud ha definito la straordinaria plasticità delle pulsioni sessuali: la capacità di mutare oggetto e meta, differire il soddisfacimento, spostarsi fra rappresentazioni differenti. Il sessuale infantile non è quindi soltanto l'oggetto privilegiato della psicoanalisi, ma il suo vettore. La possibilità stessa del cambiamento psichico dipende dalla mobilità degli investimenti pulsionali. Questa mobilità non è però garantita. Le pulsioni possono impantanarsi nella ripetizione, mentre le fragilità narcisistiche e la distruttività possono rendere particolarmente difficili gli spostamenti associativi. In alcune situazioni, il lavoro interpretativo deve lasciare il posto alla necessità di offrire una continuità dell'esperienza, una stabilità della presenza analitica senza la quale la trasformazione rischierebbe di assumere un carattere traumatico.
È su questo sfondo che André ha proposto il confronto fra Daniel Widlöcher e Jean Laplanche, due prospettive differenti sia sulla costituzione della sessualità infantile sia sulla funzione che essa svolge nel trattamento. Per Widlöcher il sessuale infantile possiede una funzione ludica, autoerotica e traumatolitica. Il piacere non coincide soltanto con il termine dell'eccitamento, ma può accompagnare l'emergere stessa della fantasia, il gioco immaginario e l'attività associativa. Le carenze dell'amore primario possono compromettere queste possibilità, impoverendo le capacità trasformative della sessualità. Laplanche pone invece al centro la seduzione originaria. L'adulto, attraverso i gesti stessi della cura, trasmette al bambino messaggi compromessi dal proprio inconscio sessuale, messaggi enigmatici che eccedono le capacità infantili di traduzione e lasciano resti non elaborati. Il sessuale infantile viene così considerato soprattutto nella sua dimensione traumatica, nella sua alterità irriducibile e nella possibilità di produrre slegamento.
Eppure entrambi, tornando alla cura, attribuiscono al sessuale infantile una funzione trasformativa. Per Widlöcher il lavoro associativo, sostenuto dal co-pensiero con l'analista, può produrre un piacere autoerotico psichico. Per Laplanche, invece, il dispositivo analitico riattualizza qualcosa della situazione originaria di seduzione, riaprendo il confronto con l'enigma dell'altro e la possibilità di nuove traduzioni.
È attraverso questa differenza, piuttosto che attraverso la sua cancellazione, che André è tornato alla plasticità pulsionale, concludendo che il primo segno del cambiamento analitico potrebbe consistere più in una modificazione dell'economia psichica che in una variazione dei contenuti rappresentativi.
Un sessuale che insiste
Amalia Giuffrida, nella relazione Sessuale e sessualità infantile: dissonanze e articolazioni, si chiede «Come raccontare il dispiegarsi del sessuale nella stanza di analisi» e ha proposto di distinguere il sessuale sia dalla sessualità infantile che da quella adulta. Nella sua prospettiva, il sessuale conserva una dimensione anarchica, polimorfa, autoerotica, refrattaria a un'organizzazione definitiva. La sessualità infantile presenta invece anche una direzionalità verso l'oggetto e verso successive forme organizzative, fino alla genitalità e alla problematica edipica. Non si tratta di fasi che si succedono eliminandosi reciprocamente. Il sessuale parziale persiste accanto alle organizzazioni successive e continua a infiltrarsi in esse, opponendosi talvolta alle loro esigenze di stabilizzazione. Giuffrida preferisce perciò parlare, con Suchet, di paragenitale piuttosto che di pregenitale: non qualcosa che viene semplicemente prima della genitalità, ma una dimensione che continua a coesistere con essa.
La relazione ha ripreso così una questione centrale della teoria freudiana, interrogando il rapporto fra soddisfacimento del bisogno, nascita del desiderio e costituzione del corpo erogeno. È nell'esperienza originaria di soddisfacimento che il bambino incontra il soccorso dell'oggetto, necessario alla sopravvivenza ma anche portatore di un investimento erotico e fantasmatico. La nozione di appoggio permette di pensare come l'esperienza del piacere possa progressivamente emanciparsi dal bisogno, attraverso la costituzione delle tracce mnestiche e delle prime possibilità autoerotiche. Il corpo dell'infans, le sue zone erogene e le sue eccitazioni endogene incontrano il corpo, i fantasmi e il linguaggio dell'altro. La costituzione della sessualità non può quindi essere compresa prescindendo da questa articolazione originaria fra soma, pulsione e oggetto.
Giuffrida non ne ricava tuttavia una concezione pacificata dello sviluppo. Il sessuale continua a opporsi alle organizzazioni che pure contribuisce a costituire. Può essere una forza disorganizzante, persino distruttiva, ma anche una risorsa creativa. La cura analitica deve poter accogliere questa contraddizione. La rappresentazione di parola conserva elementi non linguistici e prelinguistici, ai quali l'ascolto regressivo dell'analista può accedere. Le associazioni, i sogni, le possibilità di scomporre e ricomporre le figurazioni costituiscono alcuni dei modi attraverso cui l'eccitamento può trovare nuove forme di legame. Anche la mente dell'analista partecipa a questo lavoro, in particolare tollerando , nello stato di seduta, momenti nei quali l'analista non dispone di una comprensione immediata di ciò che sta accadendo. L'esigenza di interpretare non dovrebbe interrompere prematuramente un lavoro rappresentativo ancora in corso. Il conflitto non è un inconveniente eliminabile attraverso una migliore organizzazione. È una condizione della vita psichica, e la sua incompiutezza ne conserva le possibilità di trasformazione.
Il cambiamento non è soltanto una questione di significato
La discussione della mattina ha messo in evidenza alcune divergenze che le relazioni avevano lasciato aperte.
Andrea Baldassarro ha richiamato la storica separazione fra Freud e Jung, riconoscendo nella loro differente lettura della psicosi uno dei momenti nei quali la centralità della sessualità infantile ha cominciato a diventare oggetto di controversia. La domanda si è estesa alle possibilità del metodo analitico nelle organizzazioni psicotiche, quando la forza perturbante del sessuale può far temere all'analista un effetto di crollo.
Giuffrida ha risposto osservando quanto sarebbe inquietante pensare una cura nella quale il sessuale non sfiorasse mai la mente dell'analista. Il problema non è decidere se il sessuale sia presente oppure assente, ma comprenderne le differenti articolazioni nelle organizzazioni psichiche.
Nella stessa discussione André ha invitato a non trasformare un paziente singolare nella rappresentazione generale della psicosi. Riprendendo Schreber, ha proposto di interrogare il conflitto omosessuale non necessariamente come causa del delirio, ma come possibile soluzione simbolica costruita di fronte alla violenza dell'ambiente originario.
Balsamo ha aggiunto che anche le soluzioni più personali e creative possono conservare le tracce dei fantasmi dell'oggetto (come ad es. nei deliri di Schreber che rielaborano le possibili esperienze infantili col padre pedagogo del nazismo). Non è dunque sufficiente contrapporre una produzione autonoma del soggetto all'influenza dell'ambiente: quest'ultima può continuare a operare nelle forme stesse attraverso cui il soggetto cerca una propria soluzione.
L'intervento di Fernando Riolo ha riportato al centro della discussione il punto di vista economico. Ha ripreso anzitutto l'affermazione di André secondo cui, nei momenti fecondi dell'analisi, verbo e azione coincidono. L'insight non può essere ridotto a un'acquisizione cognitiva: è il momento nel quale un fatto, un'emozione e una rappresentazione entrano in una relazione capace di produrre una trasformazione. Il significato non precede necessariamente il cambiamento; in certi momenti è il cambiamento stesso.
Questa considerazione rinvia alla natura pulsionale dell'esperienza analitica. La parola possiede una forza che non deriva soltanto dal significato che comunica, ma anche dall'investimento che la attraversa. Il riferimento al corpo e all'eccitamento somatico rimane dunque indispensabile. La psicoanalisi, nella sua prospettiva, è fondamentalmente orientata alla pulsione e non esclusivamente dipendente dall'oggetto. Questo non significa ridurre l'importanza dell'incontro oggettuale. Significa però riconoscere che l'oggetto viene cercato e investito in rapporto alle esigenze della pulsione, e che il destino dell'eccitamento non può essere spiegato soltanto attraverso la qualità dell'ambiente.
Un secondo punto ha riguardato il rapporto fra plasticità e legame. La necessità di legarsi all'oggetto può diventare così prevalente da impedire l'elaborazione del lutto e determinare una fissazione, non soltanto a un oggetto particolare, ma a una modalità di relazione. In questi casi la ripetizione finisce per organizzare l'esistenza, riducendo le possibilità di movimento. Riprendendo la distinzione proposta da Giuffrida fra le differenti correnti della sessualità, Riolo ha suggerito di interrogare il conflitto anche attraverso la contrapposizione fra energia libera ed energia legata.
Tiziana Bastianini ha introdotto a sua volta una questione destinata a riemergere nel pomeriggio: il rapporto fra sessuale, narcisismo e sentimento di sé. La dimensione dell'essere, così importante nel pensiero di Winnicott, non può essere pensata come completamente estranea all'economico pulsionale. Nella cura delle organizzazioni più gravi diventa necessario comprendere come il sentimento di esistere sia anche un'esperienza incarnata, attraversata dall'eccitamento e dalla relazione con l'oggetto. Occorrono dunque ponti teorici più precisi, capaci di collegare questi registri senza ridurre l'uno all'altro.
L'energia, la sua mobilità e la sua fissazione
Dominique Scarfone, discutendo la relazione di André, ha ripreso il problema della forza che la parola può assumere nella situazione analitica. Il dispositivo psicoanalitico viene paragonato a un acceleratore di particelle: un enunciato apparentemente ordinario può acquistare una potenza imprevedibile quando interviene nel campo del transfert. Scarfone ha considerato in particolare la possibilità che un intervento dell'analista non si limiti a proporre una rappresentazione, ma imponga al soggetto una definizione totalizzante di sé. In questo caso la parola perde la propria funzione di apertura e diventa un atto che immobilizza, riduce la soggettualità e compromette lo spazio delle elaborazioni fantasmatiche. Non si tratta soltanto di un fallimento delle capacità rappresentative del paziente. Scarfone propone di pensare un'impasse narcisistica dell'intera situazione analitica, nella quale il controtransfert agito prende il posto del lavoro psichico che avrebbe dovuto renderlo elaborabile.
Da qui la riflessione si è spostata sulla natura dell'energia pulsionale. Il sessuale infantile non deve essere pensato come una sostanza e neppure la libido come una quantità dotata di qualità intrinseche. Per Scarfone l'energia pulsionale rinvia alla messa in movimento di un corpo eccitabile, erogeno, che non può essere definitivamente contenuto in una forma stabile. Il conflitto fra energia libera ed energia legata diventa così centrale. L'Io svolge una funzione di regolazione e di inibizione, ma anche l'Io deve conservare una certa mobilità per non irrigidirsi in un'organizzazione immutabile. Scarfone ha richiamato a questo proposito il concetto di metastabilità di Gilbert Simondon: un sistema capace di mantenere una propria organizzazione senza perdere la possibilità di riconfigurarsi.
Ne deriva una particolare lettura della desessualizzazione. Se il sessuale infantile si caratterizza soprattutto per la mobilità, la perdita della capacità di spostamento e di simbolizzazione potrebbe rappresentare una perdita della qualità sessuale del funzionamento, anche quando i suoi contenuti conservano una connotazione manifestamente sessuale. Il problema, tuttavia, non è pacifico. Nella discussione successiva André avrebbe osservato che fissità e compulsione appartengono anch'esse alla sessualità: la perdita della plasticità non comporta necessariamente la scomparsa del sessuale.
Un'altra questione riguarda il rapporto fra soddisfacimento e rilancio del desiderio. Scarfone ha ripreso l'osservazione freudiana secondo cui qualcosa, nella natura della pulsione sessuale, si oppone alla sua piena soddisfazione. Per discuterla ha proposto, non senza qualche riserva sulla terminologia, il concetto di allostasi, utilizzato da Ansermet e Magistretti per descrivere processi nei quali il soddisfacimento, anziché placare definitivamente la tensione, contribuisce a rilanciarla. Un simile funzionamento può essere riconosciuto in fenomeni molto differenti: nelle dipendenze, nella ricerca del potere, nelle forme della compulsione, ma anche nella creazione. Scarfone ha citato a questo proposito una formulazione di Paul Valéry, riferita alle produzioni dello spirito: «Creare il bisogno a partire dalla soddisfazione». E ha richiamato Borges, che descrive l'opera d'arte come «l'imminenza persistente di una rivelazione che non si produce». Si apre qui una difficoltà: se il rilancio dell'eccitamento caratterizza tanto le forme creative quanto quelle compulsive, in che cosa consiste la differenza fra questi destini?
Il confronto fra Scarfone e Riolo è tornato quindi sulla distinzione fra sublimazione e desessualizzazione e sul problema del dualismo pulsionale. Riolo ha ricordato come la sublimazione comporti una modificazione della meta, senza che la libido perda per questo la propria qualità sessuale. La desessualizzazione, nella seconda topica, introduce invece il problema della neutralizzazione dell'energia libidica e della possibile disintricazione pulsionale.
Scarfone ha espresso la propria riserva nei confronti di una concezione sostanzialistica di due energie differenti, preferendo pensare il loro carattere legante o slegante attraverso gli effetti che producono nel funzionamento del corpo-mente.
La discussione non ha sciolto il problema, ma ne ha chiarito la posta in gioco: non basta constatare che qualcosa si muove. Occorre comprendere quale organizzazione renda possibile quel movimento e in quali condizioni esso diventi trasformativo oppure disorganizzante.
Il piacere, il pensiero, il sentimento di esistere
Nella relazione In principio è il piacere, Paola Camassa ha ripreso un altro versante del problema: il rapporto fra ricerca del piacere, seduzione e organizzazione dell'esperienza.
La sua proposta attribuisce alla seduzione una funzione oggettualizzante. L'incontro fra il bambino e la madre non rappresenta soltanto il soddisfacimento di un bisogno, ma inaugura una difficile trattativa fra il piacere polimorfo e la progressiva ricerca di un oggetto. La sessualità infantile prende forma in questa trattativa, nella quale il piacere dell'esperienza sensoriale e autoerotica si confronta con l'investimento oggettuale, con le sue possibilità ma anche con le rinunce che comporta.
Camassa ha richiamato Bion per interrogare un secondo passaggio. La presenza del seno, la sua assenza e la necessità di tollerare la frustrazione partecipano alla costituzione della capacità di pensare. Il piacere immediato e l'azione possono entrare in conflitto con il lavoro della rappresentazione. Quando la frustrazione diventa intollerabile, la psiche può ricorrere all'onnipotenza, all'iperbole, all'allucinosi, tentando di sottrarsi al compito di riconoscere la realtà. La funzione dell'oggetto e quella della cura analitica presentano allora una particolare affinità: rendere possibile il passaggio verso la rappresentazione, senza pretendere che il principio di piacere venga semplicemente abolito.
Camassa ha inoltre insistito sul valore conoscitivo del metodo freudiano nell'interpretazione dei sogni. Il lavoro onirico non può essere ridotto all'applicazione di un repertorio simbolico, non si tratta soltanto di riconoscere un significato nascosto. La forza del desiderio che anima il sogno può modificare il valore delle rappresentazioni e il modo in cui il soggetto si rapporta alla propria esperienza.
Un'ulteriore direzione del lavoro di Camassa riguarda il rapporto fra piacere e biologia. La relatrice ha richiamato le ricerche sui circuiti cerebrali della ricompensa per interrogare la relativa autonomia della ricerca del piacere rispetto alle funzioni autoconservative e riproduttive. Anche da questa prospettiva emerge il problema di un piacere che può sottrarsi alle proprie finalità originarie, diventando una fonte di investimento e di ricerca, ma anche di ripetizione e di dipendenza. La relazione non ha dunque proposto una semplice celebrazione del piacere: ne ha interrogato le vicissitudini e il rapporto con quelle funzioni dell'oggetto e del pensiero che permettono all'esperienza di diventare psichicamente rappresentabile.
Benedetta Guerrini degl'Innocenti, con Il piacere di esistere, ha preso le mosse dal rapporto fra attaccamento e sessuale, interrogando lo spazio nel quale il bisogno dell'altro comincia a diventare anche piacere dell'altro. Una distinzione percorre l'intera relazione: quella fra essere mantenuti in vita, sentirsi vivi e poter desiderare. Il soddisfacimento del bisogno non coincide necessariamente con la possibilità di investire la propria esistenza. Un corpo può essere accudito e conservato senza diventare un corpo sufficientemente abitabile, desiderabile, capace di sentire il piacere come un'esperienza propria.
Guerrini ha ripreso la teoria freudiana dell'appoggio, ma ha insistito sulla difficoltà di separare, nell'esperienza originaria, il piacere dall'oggetto che lo rende possibile. L'investimento del corpo, lo sguardo desiderante dell'altro e la qualità della relazione primaria partecipano alla costituzione del sentimento di sé. Richiamando Meltzer, Winnicott e Bollas, ha introdotto la dimensione estetica dell'incontro originario. Lo sguardo materno non si limita a osservare il bambino, ma può contribuire a conferirgli una prima esperienza di riconoscimento e di desiderabilità. La possibilità di sentirsi vivi è dunque strettamente legata all'essere stati investiti e riconosciuti dall'oggetto.
Ma la relazione ha messo in evidenza anche un movimento differente. Talvolta è proprio alla sessualità che viene affidato il compito di sostenere un sentimento di esistenza precario. La ricerca incessante di nuove eccitazioni può allora diventare il tentativo di sottrarsi a un vuoto del Sé. Non si cerca necessariamente un nuovo oggetto, ma il momento nel quale l'oggetto non è ancora stato incontrato nella sua realtà e può promettere tutto. Il desiderio rischia così di diventare intollerabile proprio quando deve confrontarsi con il limite di un oggetto reale, che non può corrispondere interamente alle sue attese.
La questione, per Guerrini, non è eliminare l'incolmabilità del desiderio, ma renderla psichicamente abitabile: consentire che fra desiderio e soddisfazione possa esistere uno spazio senza che questo venga immediatamente vissuto come vuoto. In questa prospettiva, la sessualità manifesta può anche essere portatrice di esigenze non immediatamente sessuali, legate alla continuità del Sé, alla dipendenza e al bisogno di riconoscimento. È un movimento inverso rispetto a quello che Freud ci ha insegnato a compiere quando cerchiamo il sessuale dietro manifestazioni apparentemente estranee alla sessualità. Ma non dovrebbe tradursi in un nuovo riduzionismo che finirebbe, ancora una volta, per cancellare il sessuale.
La relazione di Guerrini ha contribuito così a porre il rapporto fra sessualità e narcisismo non nei termini di una concorrenza fra due spiegazioni, ma come un problema di articolazione fra differenti funzioni psichiche.
La vitalità della mente dell'analista
Negli interventi conclusivi della sala sono emerse altre questioni che meritano di essere ricordate.
Chianese ha ripreso anzitutto la dimensione estetica che aveva riconosciuto nelle relazioni, interrogandone il rapporto con la simbolizzazione e con l'eredità freudiana. La ripetizione non deve essere confusa con una riproduzione meccanica. Un direttore d'orchestra ripete una partitura, ma ogni esecuzione comporta un lavoro interpretativo. Allo stesso modo, l'eredità freudiana non consiste semplicemente nel ripetere formule teoriche. Da Freud ereditiamo anche una postura psichica ed etica, un modo di accostarci all'esperienza inconscia. Chianese ha collegato questa considerazione al problema dell'interpretazione dei sogni, richiamato da Camassa. Rispettare le associazioni del paziente, anziché imporre loro un significato già disponibile nella mente dell'analista, non è soltanto una regola tecnica. È una posizione etica. Riprendendo Winnicott, ha osservato che nessun paziente desidererebbe essere l'opera d'arte del proprio analista. Un'ulteriore considerazione ha riguardato la passione per la conoscenza. Le relazioni di Camassa e Guerrini mostravano, secondo Chianese, quanto il lavoro intellettuale possa essere attraversato dalla passione, smentendo l'idea di una conoscenza necessariamente arida o separata dalla vita affettiva. Richiamando Bion e il rapporto fra K e L, ha sottolineato come la passione per conoscere possa costituire anche una forma di passione per il paziente.
Tiziana Bastianini è tornata sulla necessità di costruire ponti teorici fra le differenti dimensioni della vita psichica, senza perdere il riferimento alla singolarità dell'esperienza. Nelle relazioni del pomeriggio ha riconosciuto soprattutto la vitalità dell'oggetto analitico: una mente che lavora, sente, formula ipotesi, le modifica, tollera di non possedere una verità definitiva. Questa attività non costituisce soltanto il mezzo attraverso cui l'analista comprende il paziente. Può diventare essa stessa un'esperienza trasformativa. Il paziente può progressivamente interiorizzare la possibilità di un lavoro psichico che non si esaurisce nell'applicazione di significati già conosciuti, ma mantiene aperta la ricerca di nuove connessioni. Torna qui il rapporto fra sessualità e sentimento di sé. L'oggetto analitico può essere vivo, capace di eccitare e di suscitare desiderio, senza che questo comporti necessariamente un'effrazione. Il problema riguarda le condizioni nelle quali l'incontro diventa utilizzabile dal soggetto per ampliare le proprie possibilità di esistenza e di pensiero.
André, riprendendo alcune domande della discussione, ha proposto una distinzione fra la madre seduttrice inconscia della tradizione freudiana e la madre-ambiente del modello winnicottiano, quando fallisce nella funzione di sostegno e contenimento. Le due configurazioni rimandano a problematiche cliniche differenti e richiedono un'attenzione tecnica differente. Se la plasticità del sessuale costituisce uno dei vettori del cambiamento, è necessario tuttavia riconoscere che non sempre il paziente dispone già delle condizioni per giocare con le proprie fantasie. In certe situazioni, prima ancora del lavoro interpretativo, può essere necessario rendere possibile il gioco stesso.
Balsamo ha concluso la giornata rinunciando a ricondurre la ricchezza dei contributi a una sintesi unitaria. Ha proposto piuttosto un'immagine: perché in un circuito vi sia movimento occorre una differenza di potenziale. Anche nella cura può essere necessario introdurre una differenza minima là dove sembra prevalere la ripetizione di una configurazione immutabile. Richiamando Didi-Huberman e le lucciole di Pasolini, Balsamo ha formulato un'altra domanda: il movimento è realmente assente oppure è il nostro sguardo a non riuscire più a riconoscerlo? Seduta dopo seduta, anche dentro scene apparentemente identiche, possono essere rintracciate differenze che permettono di scomporre la ripetizione e di rimettere in movimento il pensiero. L'analista è, in questo senso, un cercatore di differenze.
In après-coup
Una questione mi è apparsa centrale: che cosa intendiamo quando parliamo di plasticità pulsionale? André ne ha fatto una proprietà fondamentale del sessuale infantile e una condizione del cambiamento analitico. Scarfone ha cercato di pensarla attraverso la mobilità dell'energia, il rapporto fra legame e slegamento e la necessità che anche l'Io conservi una condizione di “metastabilità”. Giuffrida ha interrogato l'articolazione fra le differenti correnti pulsionali e le organizzazioni della sessualità. Riolo ha ricordato quanto il destino del pulsionale non possa essere separato dal punto di vista economico.
Ma la plasticità è una proprietà originaria della pulsione, che le vicissitudini dell'esistenza possono favorire oppure ostacolare? Oppure possiamo pensare che essa stessa prenda forma attraverso l'incontro con l'oggetto?
È una domanda sulla quale mi sembra possibile tornare a Freud, e in particolare al Progetto di una psicologia del 1895. Freud vi descrive l'esperienza di soddisfacimento a partire dall'impotenza originaria dell'infans, che non può provvedere autonomamente all'eliminazione della tensione provocata dal bisogno. È necessario l'intervento dell'altro, del Nebenmensch, che compie l'azione specifica e permette il soddisfacimento. L'esperienza, tuttavia, non si esaurisce con la cessazione del bisogno. Lascia tracce, modifica le vie attraverso cui potrà successivamente scorrere l'eccitamento, costituisce facilitazioni che partecipano alla memoria e alla possibilità di desiderare. Quando il bisogno ritorna, non incontra più un apparato psichico identico a quello che lo aveva preceduto. Le tracce dell'esperienza permettono la riattivazione dell'immagine dell'oggetto, inizialmente anche attraverso una soddisfazione allucinatoria. Nel terzo capitolo del Progetto, Freud descrive inoltre come l'Io impari progressivamente a inibire i processi primari, a differire la scarica, a distinguere l'immagine desiderata dalla percezione. La possibilità di attendere, di non esaurire immediatamente l'eccitamento, di conservarne una parte legata alla rappresentazione, appare così come una conquista dell'organizzazione psichica. La sorgente somatica dello stimolo non nasce certamente dall'incontro con l'oggetto. Ma le vie attraverso le quali quell'eccitamento potrà essere investito, legato, differito o ripetuto sembrano difficilmente separabili dalla storia delle esperienze.
Mi domando allora se la plasticità non debba essere pensata meno come una proprietà che la pulsione possiede prima di ogni incontro e più come una possibilità che si costituisce nella relazione dinamica fra pulsione, Io e oggetto. Questa ipotesi mi riporta al confronto fra Widlöcher e Laplanche proposto da André. Le differenze fra le due teorie non possono essere cancellate. Il ruolo traumatolitico della sessualità infantile sottolineato da Widlöcher non coincide con il carattere strutturalmente traumatico della seduzione originaria laplanchiana. Eppure mi chiedo se, per comprenderne meglio la distanza, non sia utile considerare ciò che entrambe consentono di vedere dell'incontro originario.
Widlöcher riconosce la funzione del piacere autoerotico, dell'immaginazione e del gioco nell'elaborazione delle esperienze traumatiche. Laplanche mostra invece quanto l'incontro con l'adulto sia sempre attraversato da qualcosa che eccede il bisogno e la funzione di cura: il sessuale inconscio dell'altro. Ma il bambino non è soltanto il destinatario passivo di questa eccedenza. Anche la sua sessualità, con la propria capacità di sollecitare e perturbare l'adulto, entra nell'incontro. Mi domando se non si debba considerare con maggiore attenzione questa reciproca sollecitazione, naturalmente all'interno di una relazione profondamente asimmetrica. I messaggi enigmatici dell'adulto potrebbero allora essere pensati non soltanto come qualcosa che viene trasmesso al bambino, ma anche come ciò che prende forma nell'incontro fra la sessualità infantile dell'infans e quella, rimossa, dell'adulto che se ne prende cura.
La questione si ripresenta nella cura. L'analista non ascolta il sessuale infantile da una posizione esterna. Il suo inconscio viene sollecitato, partecipa ai movimenti transferali, può contribuire alla loro elaborazione ma anche alla loro immobilizzazione. Le osservazioni di Scarfone sulla violenza interpretativa, quelle di Giuffrida sul lavoro psichico silenzioso dell'analista e quelle di Bastianini sulla vitalità dell'oggetto analitico sembrano interrogare, da prospettive differenti, questa stessa dimensione. Ma che cosa permette a un incontro di diventare trasformativo anziché traumaticamente ripetitivo?
Il riferimento di Scarfone all'allostasi aggiunge un problema interessante. Se la soddisfazione può rilanciare l'eccitamento anziché placarlo, questa caratteristica non basta, da sola, a rendere conto della plasticità pulsionale. Lo stesso rilancio può sostenere la ricerca di nuovi oggetti e nuove rappresentazioni oppure imprigionare il soggetto in una ripetizione obbligata. Occorre dunque comprendere come il movimento pulsionale possa incontrare condizioni capaci di regolarlo senza arrestarlo, consentendo temporanee stabilizzazioni che non precludano ulteriori trasformazioni. È qui che la funzione dell'oggetto e quella dell'Io tornano a presentarsi non soltanto come possibili ostacoli alla plasticità, ma anche come sue condizioni.
Una seconda considerazione riguarda il rapporto fra sessuale e narcisismo. Nel corso della giornata è emersa ripetutamente la difficoltà di pensare il sessuale infantile senza chiamare in causa il sentimento di sé. Ma non credo che questo significhi semplicemente aggiungere un'altra dimensione per ottenere una descrizione più completa. A volte, di fronte a un problema complesso, la sua soluzione richiede di introdurre una seconda relazione che permetta di determinarlo con maggiore precisione. Una singola equazione con due incognite ammette infinite soluzioni; aggiungendone una seconda, indipendente dalla prima, diventa possibile individuare una soluzione determinata. Forse accade qualcosa di simile anche nel nostro lavoro teorico. Considerare il sentimento di sé non serve soltanto ad ampliare il quadro delle manifestazioni del sessuale. Potrebbe permetterci di comprendere più precisamente il sessuale stesso, i suoi differenti destini, la possibilità che l'eccitamento venga riconosciuto e vissuto come proprio oppure che debba essere continuamente ricercato per sostenere un'esperienza precaria di esistenza. Le considerazioni di Guerrini sul piacere di esistere mi sembrano particolarmente significative in questa direzione.
Infine, ritorno alla dimensione estetica, che ha attraversato diversi momenti della giornata. Guerrini ha richiamato l'importanza dell'incontro originario con l'oggetto estetico, la possibilità di essere riconosciuti da uno sguardo che investe e desidera. Chianese ha parlato della dimensione estetica della simbolizzazione e del lavoro conoscitivo dell'analista. Scarfone, attraverso Valéry e Borges, ha interrogato la particolare economia di un desiderio che può rinnovarsi attraverso la stessa esperienza del piacere.
Mi domando perché possiamo tornare molte volte davanti a un'opera d'arte senza esaurire la possibilità di esserne sorpresi. Perché la sua rievocazione mentale non riesce mai a sostituire completamente l'incontro?
Non credo che si tratti soltanto dell'impossibilità di ricordarne tutti i dettagli. L'opera conserva qualcosa che non coincide con le rappresentazioni che ne costruiamo. Ciò che conosciamo non esaurisce ciò che possiamo ancora incontrare. Mi sembra che il sentimento estetico ci permetta di riconoscere, in una forma particolarmente evidente, la differenza fra un oggetto realmente altro da sé e la sua ripresa nella fantasia e nella memoria: la bellezza contiene un’alterità irriducibile.
La possibilità di ritrovare l’altro da sé senza poterlo possedere definitivamente, di rinnovare l'incontro senza cancellarne l'alterità, potrebbe essere una delle espressioni della plasticità pulsionale. Naturalmente non ogni ricerca dell'oggetto conserva questa possibilità. L'idealizzazione, la fissazione e la ricerca compulsiva di nuove eccitazioni possono diventare modi differenti di sottrarsi alla sua alterità.
Forse il punto non consiste allora nella capacità di moltiplicare indefinitamente gli oggetti del desiderio, né in quella di ottenere una soddisfazione definitiva, ma nel poter mantenere vivo lo scarto fra ciò che sappiamo dell'oggetto e ciò che l'incontro può ancora mostrarci.
Tornando all'immagine conclusiva di Balsamo: perché qualcosa si muova occorre una differenza. Ma non basta che la differenza esista; bisogna anche poterla riconoscere e tollerare, senza annullarla immediatamente. Mi sembra che la giornata abbia mostrato quanto il lavoro analitico dipenda da questa possibilità: una mente che incontra un'altra mente, una pulsionalità che ne sollecita un'altra, un'attività rappresentativa che tenta nuove forme senza poter mai esaurire ciò che incontra. Forse è anche in questo senso che il sessuale infantile continua a essere non soltanto un oggetto della psicoanalisi, ma una delle forze che ne rendono possibile il movimento.