Cultura, cinema e arte

"IL MAESTRO" regia di Andrea Di Stefano. Una recensione di Emiliano ALBERIGI


"IL MAESTRO" regia di Andrea Di Stefano. Una recensione di Emiliano ALBERIGI

Il maestro è un bel film. Felice Milella ha 12 anni e ha appena vinto i tornei regionali. È il padre ad allenarlo, ma ora, per fare il salto e andare a giocare nei tornei nazionali, ingaggia un maestro vero, un ex campione di tennis (Favino), perché si rende conto che lui “il tennis lo ha solo studiato sui libri mentre serve esperienza sul campo”. Tuttavia la famiglia non sa che il maestro, che intraprenderà un viaggio estivo da solo con Felice per i diversi tornei nazionali, è stato appena dimesso da una clinica psichiatrica. Il film parla di ambizione, narcisismo, adolescenza e salute mentale; ma soprattutto parla di paternità, dove il tennis è solo un pretesto. D’altronde l’accostamento tra tennis e paternità può sembrare casuale ma non è così, e le connessioni sono molteplici, da quelle più superficiali fino a quelle più profonde.

Come nei sogni, infatti, a volte gli accostamenti superficiali mascherano connessioni più profonde. Così in questo film sembra che la scelta del tennis sia solo strumentale a un espediente di sceneggiatura: la possibilità di far indossare i polsini al maestro per nascondere un suo segreto. Tuttavia gli spunti che il tennis offre per parlare della paternità risultano alla fine molto più complessi e profondi.

Il regista non può che rilevarne l’importanza fin da subito, aggiungendo ironicamente alla consueta avvertenza d’esordio (“ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è casuale”) un’interlocuzione diretta: “capito papà?”.

Certo, si può a quel punto immaginare che il regista abbia tratto materia per il suo film da vicende autobiografiche, ma si può anche pensare che si stia rivolgendo direttamente ai padri presenti in sala: “vi avverto che questo film vi farà sentire che parla a voi, alla vostra realtà”. D’altronde lo scenario sono gli anni ’80, quando forse il processo di evaporazione del padre era agli inizi, o più semplicemente 45 anni fa, quando chi si confronta oggi con il tema della paternità era bambino.

Nel film, il padre di Felice ha talmente bisogno che il figlio diventi un campione che imporrà ogni tipo di sacrificio a tutta la sua famiglia: al figlio, alla moglie e all’altra figlia, oltre che a se stesso, per raggiungere il suo scopo. E lo farà in modo unilaterale e autoritario, forte di un ruolo patriarcale.

Ma perché il tennis? Le implicazioni psicologiche e mentali di questo sport sono già state stupendamente espresse nell’autobiografia di Agassi: il rapporto con la solitudine, l’evidente dipendenza delle prestazioni dalla condizione mentale dell’atleta e l’effetto di amore-odio per se stessi che questo evoca in relazione alla riuscita e al successo. Ma non è di questo tennis che parla il film: non si occupa del tennis visto dall’interno, vissuto, esperito e sofferto dai campioni o da chi vi anela. In questo film ci sono legami differenti con il tennis, più collaterali, evocativi o allusivi. Il film non parla di tennis, anche se questo in Italia è lo sport più popolare del momento.

C’è un contrasto tra la notorietà del tennis, che è un’eclatante evidenza, e la doppia assenza determinata dalle scelte narrative: da un lato non si vede mai una partita — in particolare non si vede la partita nella quale si potrebbe raffigurare iconicamente e plasticamente il cambiamento del personaggio — e dall’altro siamo riportati a un’ambientazione agée, anni ’80. Questo contrasto dice qualcosa, nuovamente, del tema della paternità: tema popolare ma al negativo, come non essere padri e complici di un vetero-patriarcato e soprattutto come non essere padri narcisisti.

Con la sapienza dell’arte, il film è infatti in grado di districarsi tra le critiche al patriarcato per giungere al cuore della questione della paternità: il narcisismo. Il patriarcato è in scena sin da subito, da quando il padre, dopo che il figlio vince i regionali, prende in mano il microfono per annunciare che quell’estate la famiglia rinuncerà alle vacanze per poter mandare il figlio a partecipare ai tornei nazionali. Lui decide e la moglie non può che assistere attonita e sofferente a una decisione di cui viene messa al corrente solo in quel momento. Ma il patriarcato è solo un pretesto, una facciata, come l’ambientazione agée e l’apparente casualità della scelta del tennis, mentre siamo avvertiti fin da subito che siamo alle prese con due narcisismi: il narcisismo duro e spietato del padre reale, che vuole realizzare i propri desideri narcisistici attraverso il successo del figlio, e il narcisismo dolce e sofferente del padre-maestro cui il figlio viene affidato.

Entrambi i padri, quello reale e il maestro, trasmettono la loro più totale vulnerabilità narcisistica nel relazionarsi con il figlio-allievo, anche se declinata in modo differente, quasi opposto. Il padre reale ha bisogno che il figlio vinca perché questo dimostrerà che lui “non è pazzo ad aver creduto che diventerà un campione”. Il maestro, nel rapporto con il ragazzino allievo, non potrà mai evitare di essere se stesso, di sospendere le sue implicazioni personali ed eclissare o mediare la sua personalità, senza riuscire a calarsi nel ruolo di insegnante, così come nel ruolo di padre reale in relazione alla sua vicenda personale che il film ci disvela nel finale. Certo, le nostre simpatie sono tutte per il maestro-Favino e per questo secondo tipo di narcisismo, che quanto meno è in grado di far “illuminare la stanza con il sorriso” di ogni donna frustrata o sottomessa che incontra, dalla receptionist della rivista che pubblica gli annunci della prima scena alla madre di Felice quando gli prepara il caffè.

Ma, come ogni operazione simbolica, artistica o di pensiero che si rispetti, l’intento non è separare per dividere o scindere, come non è quello di confondere i due elementi, i due narcisismi, bensì di articolare, connettere, integrare, provando a perdere il meno possibile di ciò che c’è in ciascuno di essi.

Ad esempio, entrambi esprimono dei nodi cruciali degli aspetti narcisistici relativi alla paternità attraverso le loro proprie trame simboliche, anche se entrambi questi nodi hanno a che fare con la comunicazione con il figlio-allievo. Il padre reale attraverso il quadernetto nel quale è riportato il sistema di (tele)comunicazione con il figlio; il maestro attraverso l’ex voto alla Madonna.

Nel primo caso, il padre — ingegnere per le telecomunicazioni alla SIP — sviluppa un sistema di segni segreto per poter comunicare dagli spalti con il figlio mentre gioca (mi tocco la spalla destra e tu indietreggi). È una comunicazione robotica, che si realizza con un codice, dove c’è tutta la distanza e l’assenza di ogni variabilità propria della comunicazione umana, fatta di fraintendimenti, allusioni, rotture e riparazioni. È la comunicazione del “tu devi essere così come dico io” per poter vincere. Ma è anche una comunicazione segreta, il vincolo che unisce padre e figlio quando questi si trova al centro di uno stadio che lo osserva giocare in attesa di vedere se vincerà o meno; è una presenza ingombrante ed alienante, ma è un riferimento. Non dimentichiamo che oltre al mezzo di comunicazione, il messaggio lo fa ovviamente anche il contenuto: “se tu fai quel che dico io, vincerai”; e la strategia vincente è la difesa (il miglior attacco è la difesa), immagine del difendersi dalla vita e dal piacere di esprimersi.

Nel secondo caso, siamo nel momento di crisi più drammatica del film, quando si certifica il fallimento di tutti: del maestro, di Felice e di suo padre. Il maestro si ritrova a pregare la Madonna scrivendo un ex voto. Ma questo è solo un espediente per fare uno scherzo al bambino, che non potrà fare a meno di andare a curiosare quale possa essere il desiderio segreto e inconfessabile del suo maestro, trovando la scritta: “FELICE PIPPONE”. Qui tutto è rovesciato rispetto al padre, nelle modalità e nei contenuti. Il segreto è tra il maestro e la Madonna, e il figlio si impegnerà per scoprirlo. Non c’è nulla di serio, prevedibile ed efficiente, ma il messaggio è autentico: se riconosci che non sei un campione salverai te stesso e tuo padre. Di nuovo, ogni nostra simpatia non può che andare al maestro rispetto al padre, ma sappiamo anche che un messaggio, per essere colto, non basta che sia autentico: deve anche essere preso sul serio.

Inoltre, di fatto, entrambi i padri sono carenti in un punto fondamentale: la relazione con il femminile e il materno. Quando il maestro vorrà incontrare una donna “il cui sorriso è stato tutto”, lascerà Felice fuori dalla porta. Così come il padre non avrà mai alcun contatto con la moglie e madre di Felice. Anche qui modalità così lontane da sembrare inaccostabili, ma di fatto è un tema ineludibile nella paternità, tema che rende necessario disporre il maestro e il padre nello stesso campo: uniti da una medesima incapacità, ma tenuti a distanza, separati da una rete e ai bordi, con una palla che andrà da un lato all’altro senza che mai si possano toccare.



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