Attualità della psiche

Conclave, l'avvenire di un'illusione? - di Antonio Buonanno e Chiara Buoncristiani


Conclave, l'avvenire di un'illusione? -   di Antonio Buonanno e Chiara Buoncristiani

 

Una quota non trascurabile della Gen Z si è scoperta attratta dal Conclave. Sì, proprio quel rituale secolare, tutto incenso e latinorum, che si consuma tra marmi e stucchi, e che sembra l’opposto esatto di TikTok. Ma è davvero così distante dalle logiche social? Oppure — paradossalmente — il Conclave è diventato il contenuto perfetto per la psiche algoritmica? Un reality senza immagini: già questa definizione suona come una contraddizione. Eppure è proprio ciò che tiene incollati milioni di sguardi. In un mondo in cui tutto si mostra, in cui anche il dolore viene filtrato attraverso una storia Instagram, il Conclave si impone come l’unico evento globale che non si può vedere. Nessuna telecamera.
Nessun backstage. Nessun microfono ambientale. Solo un portone chiuso, un comignolo e un’attesa collettiva. È il trionfo del sacro nella sua definizione più letterale: separato.

L’assenza come dispositivo del desiderio

Freud ci ha insegnato che il desiderio non nasce dalla presenza dell’oggetto, ma dalla sua mancanza: il desiderio è desiderio dell’Altro, e si accende nella fessura del non detto, nel vuoto che invita a essere colmato. Il Conclave — evento blindato per eccellenza — si colloca esattamente lì. In quel buco nero in cui l’informazione scompare e lascia spazio all’immaginazione. È come una seduta analitica senza parola, in cui il paziente tace e l’analista aspetta: qualcosa accade, ma non si sa cosa. Il desiderio si mette in moto. È per questo che si moltiplicano i contenuti attorno al Conclave: i “papabili” diventano trending topic, i cardinali hanno profili quasi da celebrity (con tanto di bookmaker), le supposizioni circolano con la febbrile energia del pettegolezzo. È la nostra fantasia che lavora — in assenza di immagine, si produce rappresentazione. L’Altro si anima e ci interroga. 

Un tempo non nostro, un potere che ci esclude

C’è un altro elemento, profondamente destabilizzante per lo spettatore social: il tempo del Conclave non è prevedibile, non è performativo, e soprattutto non è nostro. Nessuno può commentare in diretta, nessuno può votare. Non c’è democrazia, non c’è partecipazione. C’è solo attesa. E subordinazione. Questa sospensione, così anacronistica, genera però una forma arcaica di eccitazione collettiva: tutti, senza distinzione di classe, genere, follower o cultura,  siamo costretti a guardare un comignolo. A interpretare il colore del fumo. A decifrare una frase in latino pronunciata da un uomo anziano vestito come un personaggio di un gioco di ruolo gotico. Non possiamo fare nulla. Solo aspettare e credere che qualcosa, là dentro, accada. E che abbia un senso. 


Il bisogno di simbolico (e il tentativo di normalizzarlo)

In un’epoca in cui il senso sembra costantemente in frantumi, dove tutto può essere decostruito ma nulla sembra reggere, il Conclave si staglia come uno degli ultimi riti che tengono. È forse per questo che affascina: perché è immutabile,  inaccessibile, non addomesticabile. Eppure, proprio per questo, lo si tenta di normalizzare. Con i ritratti dei cardinali, le biografie pop, i gossip clericali. Come a voler dire: anche loro sono umani, anche loro sono politici, anche loro hanno  i like. Il sacro viene così ridotto a contenuto, eppure resiste. Questa tensione è psichicamente interessante: da una parte il bisogno di un Altro che decida, che assegni senso, che tenga insieme il simbolico; dall’altra, la spinta a ridurre anche questo Altro a qualcosa di familiare, prevedibile, umano troppo umano. 

Un Altro senza volto (per ora)

Finché non appare quel volto — il nuovo Papa — il Conclave resta l’ultima grande performance dell’assenza. E ci riguarda perché tocca il punto centrale della vita psichica: il modo in cui rappresentiamo ciò che manca, il modo in cui costruiamo senso nell’assenza, il modo in cui sopportiamo di non sapere. Ma c’è un dettaglio che rende tutto questo ancora più vertiginoso. Il Conclave si svolge sotto gli occhi (e le mani) di Michelangelo. Alzando lo sguardo, i cardinali  votano mentre sono guardati dal Giudizio Universale: una scena di rivelazione assoluta, in cui non c’è più nulla da nascondere. È forse questo il cortocircuito più profondo: decidere nel segreto, sotto lo sguardo di un affresco che  mostra l’irrappresentabile — la verità nuda dell’anima. Anche per questo, il Conclave non è l’anti-social. È il super-social: perché ci mette di fronte a ciò che i social hanno espulso — il vuoto, l’attesa, il desiderio non soddisfatto. 
E uno sguardo — quello della rivelazione e della creazione artistica di un genio — che non si può scrollare via. 



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