I do not like metaphors. Figure dell’autismo nella letteratura: tra enigma e forma, un punto di vista psicoanalitico.

“It was 7 minutes after midnight.” 

Così si apre The Curious Incident of the Dog in the Night-Time di Mark Haddon. Un’ora precisa, registrata con ossessiva maniacalità, che inaugura non solo un racconto ma anche una modalità di coscienza: il tempo come elemento bruto, non come atmosfera, la realtà come pura registrazione e non come simbolo. 

L’incipit del romanzo non introduce quindi soltanto una storia, ma piuttosto una peculiare maniera di fare esperienza: il tempo appare come un semplice dato, niente più che una sequenza di numeri, la realtà come una successione ordinata e descrivibile di singoli fatti, il mondo come un problema da ordinare. La rappresentazione letteraria dell’autismo si colloca, fin dalle sue prime formulazioni, nel punto di frizione tra soggettività e simbolizzazione. Là dove la tradizione narrativa occidentale presuppone una mente immersa nel linguaggio, nel desiderio e nell’ambiguità, il personaggio autistico appare spesso come una coscienza che fatica a abitare pienamente la scena simbolica. La letteratura, più che spiegare l’autismo, ne fa emergere il valore di enigma: una forma di soggettività che interroga i fondamenti stessi della rappresentazione psichica.

L’autismo in letteratura si presenta infatti come una sfida alla rappresentazione stessa, come ciò che eccede o svuota il dispositivo simbolico. La letteratura, che è per vocazione il luogo dell’interiorità e dell’incertezza, incontra qui una soggettività spesso descritta come refrattaria alla metafora, all’empatia immediata, al gioco degli specchi intersoggettivi. Non ne può che nascere una tensione feconda: come scrivere una mente che sembra sottrarsi alla scena dell’Altro?

Per Freud, come sappiamo, la vita psichica – la soggettività – nasce nello scarto tra pulsione e rappresentazione: l’apparato mentale è, prima di tutto, un dispositivo di simbolizzazione. L’autismo, così come viene spesso figurato in letteratura, sembra collocarsi in una zona in cui tale trasformazione appare fragile o incompleta, dove la rappresentazione fatica a costituirsi: la cosa fatica a diventare segno, l’esperienza a diventare racconto; lo possiamo pensare come un disturbo del rapporto con il simbolico. Non sorprende, dunque, che molta narrativa insista su una percezione concreta, quasi iper-realistica, del mondo. 

Christopher, il protagonista del libro di Haddon, afferma: “I do not like metaphors.” Il rifiuto della metafora, che per Freud è già presente nel lavoro onirico come spostamento e condensazione, segnala una difficoltà nell’abitare il linguaggio come campo di sostituzioni. In termini lacaniani, potremmo dire che la catena significante tende a irrigidirsi: il segno non scivola, non rinvia, non apre ma resta ancorato al reale. La metafora, struttura fondamentale del linguaggio e del desiderio, viene qui rifiutata come fonte di confusione. Il linguaggio non è più luogo di slittamento ma di precisione, non rappresenta il campo di una possibile apertura, quanto piuttosto quello di una difesa. Il romanzo mette in scena una soggettività che non abita spontaneamente la dimensione dell’implicito. In termini più dichiaratamente psicoanalitici, potremmo dire che il lavoro di simbolizzazione appare fragile e incerto: il segno non rimanda a un altro segno, ma si fissa alla cosa. 

E tuttavia, come suggerisce Freud nel Progetto di una psicologia, anche le forme più primitive della mente cercano organizzazione. Nei testi letterari sull’autismo, questa organizzazione assume spesso una struttura logica, matematica, combinatoria. Laddove il soggetto nevrotico è attraversato dal conflitto simbolico, il soggetto autistico letterario sembra cercare un ordine senza resto, una trasparenza del mondo che riduca l’angoscia dell’indeterminato.

Questa fissità non è tuttavia pura povertà. La scrittura di Haddon, e più in generale la rappresentazione letteraria dell’autismo, rivela una forma alternativa di ordine. Le rappresentazioni letterarie dell’autismo insistono frequentemente su rituali, ripetizioni, sequenze numeriche, oggetti-soglia. Tali elementi non sono meri segni deficitari, ma possono essere letti, seguendo Frances Tustin, come tentativi di costruire una “pelle psichica”, una barriera sensoriale contro un’esperienza del reale vissuta come eccessiva, non mediata, talvolta catastrofica. Molti personaggi autistici letterari sembrano vivere il mondo come intrusione non trasformabile. La ripetizione diventa allora un dispositivo di contenimento. In termini bioniani, potremmo dire che siamo in difetto di funzione alfa: l’esperienza grezza fatica a diventare elemento pensabile. Da qui l’importanza di strutture ritmiche, seriali, numeriche, che funzionano come proto-contenitori.

Donald Meltzer, nella sua teoria dello “spazio autistico”, descrive una modalità di funzionamento psichico in cui il soggetto privilegia superfici, contorni, configurazioni sensoriali rispetto alla profondità simbolica. Questa intuizione trova una sorprendente risonanza nella letteratura: il mondo dei personaggi autistici è spesso fatto di texture, luci, dettagli minimi, più che di significati impliciti. Sarebbe quindi riduttivo affermare che siamo di fronte a una assenza di esperienza, ma a una impossibilità di teatralizzarla. Una delle questioni più complesse nella rappresentazione narrativa dell’autismo riguarda la vita affettiva. Se la letteratura tradizionale si fonda sulla leggibilità delle emozioni, nei personaggi autistici, invece, l’affetto appare spesso opaco, non tradotto, talvolta non narrabile.

Temple Grandin scrive: “I think in pictures. Words are like a second language to me.” La frase è rivelatrice: l’esperienza emotiva non è negata, l’affetto non è assente ma prende una via non verbale, sensoriale, figurativa. La letteratura, tentando di tradurre questa modalità, si trova davanti a un paradosso: deve usare parole per raccontare una mente che pensa oltre o prima delle parole.

Winnicott, parlando delle condizioni originarie della soggettività, sottolinea l’importanza dell’ambiente nel rendere pensabile l’esperienza emotiva. In molte narrazioni sull’autismo, si percepisce una difficoltà in questo processo: l’esperienza non sempre trova uno spazio di gioco dove trasformarsi in simbolo.

Bion, dal canto suo, descrive il pensiero come funzione che nasce dalla capacità di tollerare l’assenza e trasformare l’esperienza emotiva. Se questa funzione è fragile, il soggetto può rifugiarsi in configurazioni percettive stabili. La letteratura rende visibile questo movimento: la precisione, la logica, la classificazione non sono freddezza, ma forme di regolazione affettiva. Molte opere letterarie sull’autismo mettono in scena un rapporto peculiare con l’Altro. Espressioni facciali, ironia, finzione sociale appaiono come codici da decifrare cognitivamente, non come risonanze spontanee. Il volto umano, invece di funzionare come specchio costitutivo, diventa un testo enigmatico. Se la letteratura è lo spazio dell’incontro con l’alterità, la rappresentazione dell’autismo interroga radicalmente la figura dell’Altro. Nei romanzi contemporanei, il personaggio autistico è spesso colui che non decifra spontaneamente i codici sociali: l’Altro appare appunto come un testo indecifrabile. In The Curious Incident, Christopher osserva il volto umano come una serie di segni da catalogare, non come una risonanza affettiva. L’empatia non è abolita, ma deve essere costruita cognitivamente. Sfruttando un punto di vista lacaniano, potremmo dire che lo sguardo dell’Altro non funziona come specchio costitutivo; il soggetto non si organizza pienamente nella dimensione immaginaria del riconoscimento reciproco.

E tuttavia la letteratura introduce una torsione decisiva: il lettore, identificandosi con il narratore autistico, sperimenta una forma di empatia inversa o indiretta. Non comprendiamo nonostante l’autismo, ma attraverso di esso. L’estraneità diventa un dispositivo estetico. Il personaggio autistico non è più solo oggetto di osservazione clinica, ma soggetto di una visione del mondo.

Un testo significativo in questo senso è The Reason I Jump di Naoki Higashida, dove l’autore descrive l’esperienza autistica come una percezione del mondo simultaneamente intensissima e frammentata. L’Altro non è rifiutato, ma risulta difficile da tradurre. La scrittura diventa allora un ponte: il tentativo di costruire un campo comune.

La narrativa contemporanea ha progressivamente spostato l’accento dalla logica del deficit – della mancanza – a quella della differenza. In The Speed of Dark di Elizabeth Moon, il protagonista autistico possiede una mente analitica straordinaria: la questione qui non è più nella distinzione tra normalità e patologia ma la specifica di un’identità. Che cosa si perderebbe “guarendo”? Quale forma di soggettività verrebbe cancellata?

Anche l’autobiografia di Donna Williams, Nobody Nowhere, mostra come la ripetizione, l’isolamento, la costruzione di micro-mondi non siano solo difese, ma invenzioni. Avendo Freud in mente, potremmo dire che ogni soggetto è chiamato a costruire compromessi tra la pulsione e la realtà, e il soggetto autistico non fa eccezione: la sua economia psichica produce forme, non solo sintomi. La letteratura coglie con particolare finezza questa dimensione inventiva, il personaggio autistico difatti non è riducibile fortunatamente alla diagnosi ma rappresenta una modalità di esistenza, che si struttura attorno a una specifica configurazione del rapporto tra percezione, linguaggio e affetto. L’autismo, in sintesi, non è più leggibile soltanto nel senso di una mancanza, ma acquisisce la sostanza di una dimensione singolare della mente; ciò implica uno slittamento di senso sostanziale, proiettando la dimensione autistica dalla patologia come disfunzione alla soggettività come stile. Ogni soggetto, anche quello autistico, costruisce soluzioni, invenzioni, compromessi. La ripetizione non è mera stereotipia, ma tentativo di stabilizzare il rapporto con il reale. La precisione, la logica, la sensibilità percettiva diventano forme di organizzazione del mondo ed è proprio la letteratura, più della clinica, a cogliere meglio e più spesso questa dimensione inventiva: il personaggio autistico viene sdoganato dal suo destino e non è più riducibile alla diagnosi ma diventa una modalità di esistenza possibile, uno dei molti modi di leggere il mondo. Si potrebbe ipotizzare una parentela segreta tra funzionamento autistico e gesto letterario. Scrivere significa isolare, selezionare, ordinare, costruire sistemi di segni che rendano abitabile l’esperienza. Molti testi sull’autismo descrivono una mente che registra, cataloga, struttura: una coscienza iper-scritturale. La narrativa sull’autismo mette in crisi il modello romantico dell’interiorità fluida e passionale, proponendo invece una soggettività che pensa per schemi, immagini e sequenze. Sarebbe quindi improprio, se non riduttivo, pensare all’assenza di un mondo interno nell’esperienza autistica, ma piuttosto sarà necessario ipotizzarne una sua diversa architettura. In questa prospettiva, alcune figure letterarie “pre-diagnostiche” acquistano nuova luce: il Bartleby di Melville con il suo “I would prefer not to”, o certi personaggi kafkiani, chiusi in logiche autoreferenziali e asfittiche, non sono rappresentazioni cliniche dell’autismo in senso stretto, ma anticipano la figura di una soggettività sottratta al gioco intersoggettivo ordinario. La modernità letteraria, con la sua attenzione alle forme marginali della coscienza, prepara il terreno alla comparsa del personaggio autistico contemporaneo.

La letteratura non offre una definizione clinica dell’autismo, e del resto non è chiamata a farlo, ma ne esplora la portata antropologica. aprendo uno spazio di interrogazione sul soggetto, sul linguaggio e sull’alterità. L’autismo appare come limite del simbolico e, insieme e proprio per questo, come laboratorio di nuove forme di simbolizzazione. 

La rappresentazione letteraria dell’autismo non descrive una mente “senza interiorità”, ma una mente che costruisce l’interiorità secondo altre leggi e attraverso l’invenzione di simboli alternativi: non siamo convocati in una dimensione dove regna il silenzio della soggettività, ma piuttosto invitati e sollecitati a immaginare e pensare un’altra grammatica del soggetto.

Forse, più che una mente senza specchio, quella autistica andrà pensata come una mente che inventa specchi opachi, non destinati a riflettere l’immagine dell’Altro, ma a trattenere – con precisione, con rigore e con singolare fedeltà – l’enigma del reale. 

 

BIBLIOGRAFIA

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