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“Decostruire il genere” a cura di R. Mariani e G. Giovanardi. La Recensione di A. Fusilli


“Decostruire il genere” a cura di R. Mariani e G. Giovanardi. La Recensione di A. Fusilli

 

 

Genere, umano 2026: Odissea nello spazio del corpo.

Alessia Fusilli De Camillis

 

Benvenuti nelle pieghe epistemiche di Decostruire il genere, volume fresco di stampa a cura di Guido Giovanardi e Rachele Mariani, accademici e psicoanalisti esperti di sviluppo e processi dell’identità di genere. Benvenuti nella clinica del presente: «quando si lavora con un adolescente che non si riconosce nelle categorie disponibili, con una coppia in crisi attorno ai codici di mascolinità e femminilità, con una persona che interroga le origini del proprio desiderio di transizione» (infra, 15). Come da tradizione di après-coup, questa è una seconda odissea; per tornare alla prima bisogna sfogliare il volume del 2006 a cura di Muriel Dimen e Virginia Goldner, La decostruzione del genere. Teoria femminista, cultura postmoderna e clinica psicoanalitica. Vittorio Lingiardi introduceva la prima edizione italiana convocando una psicoanalisi capace di dialogare con la posizione espressa da Joseph Ratzinger: la «dittatura del relativismo» è una deriva che «non riconosce nulla come definitivo» e che «si lascia portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina»; in uno scenario di «correnti ideologiche», «la piccola barca del pensiero» rischia di essere «sballottata dalle onde, gettata da un estremo all’altro».
Quale «barca del pensiero» per la psicoanalisi del genere? «You’re gonna need a bigger boat» dice Roy Scheider a Robert Shaw in una scena di culto del classico di Spielberg, Lo squalo: la frase diventa didascalia di situazioni in cui solo «una barca più grande», solo un equipaggiamento “esteso” può offrire la tenuta per gli attraversamenti clinici ad alto carattere di complessità. Si convocava allora una psicoanalisi «capace di abitare la tensione degli opposti, di concepire il genere come formazione di compromesso, come campo di forze, come paradosso vitale» (infra, 11).
Ecco una prima messa a fuoco: «Una psicoanalisi che voglia restare all’altezza della propria vocazione non può concedersi il lusso dell’indifferenza politica; ma non può nemmeno indulgere nell’eccesso opposto, riducendo la propria funzione alla sola militanza. È nello spazio teso tra questi due poli che si misura la capacità di complessificazione e di trasformazione» (infra, 14). 

La psicoanalisi del genere non può essere sedotta né dalla dittatura del relativismo né dalla dittatura della normatività; Anna Ferruta lo sigla discutendo i problemi dell’ampliamento dei confini della psicoanalisi contemporanea: «non è valida la formula anything goes, come pure non è valida la ripetizione di canoni irrigiditi» (2022, 45). Camminando nello spazio di tensione vitale tra il polo dell’indifferenza e quello della militanza, penso a Carlo Ginzburg. La sua lezione sulla microstoria insegna che bisogna affrontare non solo «illustrazioni o esempi riferiti a una norma preesistente, bensì i casi: storie in miniatura che pongono una domanda senza fornire la risposta, segnalando una difficoltà irrisolta» (2023, 12); che «insistere sulla ricchezza delle anomalie è più che mai opportuno, in un contesto dominato dai big data» (2021, x-xi).
L’esperienza del genere è già cambiata; gli adolescenti parlano un vocabolario nuovo, i percorsi di affermazione di genere, le famiglie omogenitoriali e le persone trans «non sono più un caso su cui teorizzare, ma soggetti che parlano alla psicoanalisi, e talvolta la mettono in questione» (infra, 13). Possiamo allora vedere nelle identità transgender esclusivamente la negazione del dato biologico e la negazione del lutto che si accompagna alla costruzione di una anatomia fittizia? Stiamo idealizzando la fluidità contro la stabilità, il non binario contro il binario? Stiamo tradendo la psicoanalisi? Oppure ne stiamo estremizzando due volti, tradizione coercitiva e tradizione liberatoria? Non è piuttosto nella tensione tra questi due volti che la psicoanalisi torna ad essere «strumento radicale di decostruzione delle categorie date, di critica dell’eterosessualità normativa e di intuizione della plasticità della pulsione» (infra, 27)? In tema di genere e sessualità, non abbiamo già attraversato discusse e discutibili associazioni, ad esempio sulle donne in relazione alla passività e all’invidia del pene, e sulle persone omosessuali in relazione a immaturità, narcisismo e perversione? Non possiamo quindi cristallizzarci in una patologizzazione aprioristica. Ma neppure in una accettazione conformistica: il campo delle espressioni di genere richiede una postura clinica che promuova una elaborazione delle determinanti inconsce, alla luce di un pensiero critico che - ci ricorda Lorena Preta - richiede «pause, faglie, disarticolazioni della scena reale» (2023, 70).
Il genere è «simultaneamente assegnato dall’ambiente, dalla cultura, dalla famiglia; e simbolizzato, fatto proprio, riscritto dal soggetto. La clinica psicoanalitica si colloca nello spazio sottile tra queste due dimensioni, uno spazio di simbolizzazione lenta, profonda, personale» (infra, 25). Le parole sono importanti, lo spazio è sottile, l’avventura della soggettivazione è necessaria. 

Second thoughts
Riflettendoci meglio è la resa italiana di Second thoughts di Bion: il titolo insiste sul valore popperiano del ripensare pensieri acquisiti. La lettura di Decostruire permette sia di guardare allo stato dell’arte rispetto al campo del sapere sul genere sia di rinfrescare la memoria su questioni controverse inerenti certe concezioni cliniche e relative pratiche terapeutiche. Diane Ehrensaft argomenta ad esempio la critica di matrice etica e clinica alla terapia “riparativa”, di “correzione” e “riorientamento” della sessualità e del Sé di genere di un bambino, affinché si conformi alle norme e alle aspettative sociali. Il topos dello sviluppo di genere consolidato a partire dalle tappe dello sviluppo psicosessuale di freudiana memoria, è un punto gravitazionale su cui si impegnano gli Autori per sottoporlo ad una problematizzazione, soprattutto quando lo si incontra in una veste ipersemplificata e dogmatica: oggi sappiamo che lo sviluppo del genere non segue un unico percorso lineare ma molteplici traiettorie; e che è dovere del clinico riconoscere il genere come una costruzione sociale dotata di ampia variabilità, piuttosto che come una dicotomia maschio/femmina in cui la biologia e l’anatomia esprimono un destino.
In un mondo che cambia, molte sono le questioni suscettibili di discussione. Una su tutte: quali sono i percorsi delle identificazioni di genere quando la coppia non incarna la logica della differenza sessuale e l’esercizio della genitorialità non coincide con le figure concrete di padre-maschio e madre-femmina? Della rivisitazione del complesso edipico come complessità edipica, e della sua applicazione euristica indipendentemente dalle caratteristiche anatomiche dei genitori, si occupa Vittorio Lingiardi, che pure si prende autorevole cura della risposta alla obiezione classica “i figli hanno bisogno di entrambe le figure”. Le figure necessarie per lo sviluppo di un’identità sessuale matura, flessibile e non confusa non sono riducibili a soggetti anatomici ma sono immagini mentali o più propriamente “posizioni” o “funzioni”; i codici simbolici materni e paterni convivono in noi, per cui uno stesso genitore può ad esempio svolgere alternativamente o prevalentemente funzioni materne o paterne. The kids are alright.
Ma che cos’è l’identità? Alessandra Lemma discute il “modo” in cui usiamo il concetto di identità trasgender come “mattone”: «Alcuni usano questo mattone per costruire strutture simboliche che le sostengono, abbracciando un insieme fluido di esperienze, idee e credenze. Altri diventano prigionieri delle proprie costruzioni murarie». Assumendo un approccio à la Deleuze, Lemma propone il rizoma come modello di
sviluppo che permette vie di ingresso e di uscita multiple e non gerarchiche nel modo in cui pensiamo all’identità; un modo che non vincoli a percorsi evolutivi che prescrivano “come essere per essere sano”.
D’altra parte pensare all’identità e al transgender significa anche pensare alle possibili seduzioni: una concettualizzazione del transgender non può essere ridotta né ad una patologia né ad un atto creativo in senso assoluto. Interrogativi etici e scientifici devono essere posti quando sulla scena umana, medica, culturale e politica entrano in gioco provvedimenti che vanno dalla somministrazione di farmaci agli interventi chirurgici. Con la matassa delle implicazioni culturali e politiche si confrontano Autori quali Judith Butler, Virginia Goldner e Nancy J. Chodorow.
Questo corpo che non passa… direi parafrasando Pontalis. Sul tema dell’embodiment si impegnano molte voci, tra cui Muriel Dimen, Ken Corbett, Jessica Benjamin e Paul E. Lynch. Quella dell’insediamento della psiche nel corpo e del sentirsi a casa nel proprio corpo non è una faccenda chiavi-in-mano ma un processo; con Winnicott, un dibattersi, uno struggling-through. Il corpo è uno dei «miei lontani meno distanti», per Merleau- Ponty (1964, 81); luogo di «spietata topia» come pure di «tutti gli altrove del mondo», per Foucault (1966, 6, 15); qui fondativo della mente incarnata e laggiù enigmatico dei percorsi delle identificazioni, del desiderio inconscio e del discorso pronunciato dall’inconscio di chi ci ha generati.
In un saggio per il numero di Psiche che con Stefania Nicasi abbiamo dedicato a Genere, Tiziana Bastianini apre la porta della stanza d’analisi: «Credo che un’esperienza analitica debba farsi garante dell’ascolto non solo di ciò che ha colonizzato invadendo la psiche del soggetto, ma di tutte le potenzialità psichiche future, ancora non nate, senza esercitare alcuna pressione interpsichica a dare precocemente una forma: sei uomo, sei donna, sei trans, sei binario» (2024, pp. 289-290).
È una qualità dell’esperienza analitica che ritengo altamente caratterizzante il nostro lavoro e che mi sembra vicina a quella cosa che Luciana Nissim Momigliano ha chiamato «la psicoanalisi dal volto umano».
 

Food for thought
Cari lettori, be aware, sappiate che il volume è corposo: cinquecento pagine di corpo e di corpo-a-corpo con il problema del genere. Ma è un corpo-a-corpo salutare, che sollecita quel passo che Stefano Bolognini chiama la tendenza ecologica della psicoanalisi: «Un processo virtuoso di individuazione, selezione e riciclaggio di cataboliti teorico-tecnici che vengono trasformati in qualcosa di potenzialmente fruttuoso, ostacoli che diventano strumenti. Sogno, transfert e controtransfert non erano vie regie, all’inizio: lo sono diventati con il progredire delle nostre conoscenze scientifiche» (2008, p. 90).
Mi sembra che gli eserghi scelti da Lingiardi possano valere sia per il nostro vivere sia per il nostro pensare il genere: None of us want to be in calm waters all our lives, Jane Austen, 1818; I am rooted, but I flow, Virginia Woolf, 1931. Bisogna pure poter «cambiare rimanendo se stesso», direbbe Stefania Turillazzi Manfredi (2008).
In sintonia con l’incandescenza del tema, Decostruire fa pensare ma fa anche sentire, sudare: alcune certezze potrebbero essere interrogate, alcune ingannevoli duttilità e militanti perplessità potrebbero viceversa essere illuminate. Effetti secondari di un buon libro. Questo libro abita la tensione, accompagna le transizioni, quelle delle persone e quelle delle teorie. Un buon libro ha anche una bella copertina; qui, nella illustrazione di Dominic Kesterton, una mela matrioska contiene al suo interno una pera.
Food for thought. Buon appetito, buona lettura.

 

 


Bibliografia
Bastianini T. (2024), Metamorfosi del sessuale. Il corpo tra progetto identificatorio e desiderio, in
Psiche, 1/2024, pp. 281-292.
Bolognini S. (2008), Passaggi segreti. Teoria e tecnica della relazione interpsichica, Torino,
Bollati Boringhieri.
Carver R. (1983), Il mestiere di scrivere, Torino, Einaudi, 1997.
Ferruta A. (2022), Gli orizzonti non sono confini, in Federici D. e Marchiori E. (a cura di)
(2022), Gradiva e le frontiere della psicoanalisi, Trento, Fondazione Museo storico del
Trentino, pp. 45-54.
Foucault M. (1966), Il corpo, luogo di utopia, Roma, Nottetempo, 2008.
Ginzburg C. (2021), La lettera uccide, Milano, Adelphi.
Ginzburg C. (2023), Il filo e le tracce. Vero, falso, finto, Nuova edizione riveduta, Macerata,
Quodlibet.
Merleau-Ponty M. (1964), Il visibile e l’invisibile, Milano, Bompiani, 1969.
Preta L. (2023), La fantasia di autogenerazione tra diniego, illusione e speranza, in Ceolin M.
(a cura di), Diniego, illusione, speranza. Atti del IX Colloquio del Centro Veneto di Psicoanalisi,
KnotGarden, 4, pp. 65-79.
Ratzinger J. (2005), Missa pro eligendo romano pontifice, Patriarcale Basilica di San Pietro,
www.vatican.va.
Turillazzi Manfredi S. (2008), Cambiare rimanendo se stesso, in Psiche, 1/2023, pp. 43-62.



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