Far sopravvivere la psicoanalisi nelle istituzioni, per dare fiducia nei futuri possibili. Un dialogo tra generazioni

Prendersi cura di persone con autismo e le loro famiglie è molto complesso, difficile e faticoso: “la sfida per raggiungere l’umanità nascosta delle persone autistiche è racchiusa tutta nella possibilità che l’operatore si costituisca ‘figura di riferimento’, cioè, che nella sua mente si apra lo spazio per una relazione che tutto, ma proprio tutto, contribuisce a dichiarare improbabile” (Mistura, 2006). 

Cosa permette a un operatore di tenere aperto quello spazio, anno dopo anno, dentro un’istituzione che spesso non lo sostiene? Flavia Capozzi ha lavorato per oltre trent’anni come dirigente medico in qualità di neuropsichiatria infantile presso il Dipartimento di Scienze Neurologiche, Psichiatriche e Riabilitative dell’età evolutiva, dell’Università Sapienza, nel Policlinico Umberto I a Roma, ricoprendo anche il ruolo di ricercatrice e dedicandosi al trattamento dei disturbi del neurosviluppo. Essendo psicoanalista e lavorando nelle istituzioni ha dovuto effettuare un faticoso e specifico lavorio psichico di continua integrazione del suo vertice con le linee guida e i mandati che l’istituzione (locale, regionale, nazionale) dispone. Ha inoltre attraversato sia gli anni d’oro della psicoanalisi nella neuropsichiatria infantile sia gli anni del suo declino, a favore di più “incoraggianti” e “pragmatici” interventi divenuti così il “Gold standard” per il trattamento; dinamiche analoghe a quanto successo tra la psichiatria e la psicoanalisi. Lavorare nelle istituzioni è soprattutto lavorare dentro e con un gruppo eterogeneo, composto da individui diversi per formazione, funzioni e responsabilità, ma anche per umanità, desiderio di impegnarsi e origini. Leggendo l’intervista il lettore potrà comprendere come il lavoro con l’autismo richieda ancor di più una capacità integrativa dell’équipe, per contrastare il rischio di frammentazione che la condizione autistica determina. Flavia Capozzi descrive inoltre come una personale esperienza analitica permetta un continuo dialogo con l’alterità, mantenendo l’ascolto di sé senza che questo comprometta l’ascolto degli altri, e viceversa. Mostra infine quanto sia possibile generare un dialogo non solo tra genitori e figli, ma anche tra generazioni di operatori, facendo sì che l’eredità non soffochi ma aiuti la generazione successiva ad accedere alla propria virtualità sana (Garcia Badaracco, 2000). Questo può mantenere gli operatori vivi e il loro intervento terapeutico vitale, a sostegno dello sviluppo potenziale presente anche nelle condizioni croniche come l’autismo.

 

Filippo Maria Moscati (FMM): Cominciamo con una domanda difficile per poi entrare più nel dettaglio. Data la sua lunga esperienza nel campo dell’autismo, quale sono gli aspetti centrali da tenere a mente per il suo trattamento?

Flavia Capozzi (FC): Ormai si parla di spettro autistico o di “autismi” al plurale, riconoscendo la complessità e la molteplicità di espressione di questo disturbo, a cui non può essere data una sola risposta, una cura unica, uguale per tutte le fasi evolutive dall’infanzia all’età adulta. È ormai condiviso dalla comunità scientifica che l’autismo o disturbo dello spettro autistico è un disordine del neurosviluppo, che si manifesta nella prima infanzia come disturbo di relazione, caratterizzato da atipia/deficit nella comunicazione e nell’interazione sociale associato ad interessi ristretti e ripetitivi. Nell’ultima edizione del DSM V vengono aggiunti alcuni specificatori come la presenza o assenza di compromissione cognitiva, determinante nella qualità e grado di gravità del disturbo autistico. Quest’ultimo aspetto a mio avviso è stato sottovalutato in passato dalla psicoanalisi, nella mia esperienza clinica i bambini con autismo ad alto funzionamento cioè con un livello intellettivo nella norma, hanno un quadro sintomatologico caratterizzato da atipie comunicative più che da deficit, difficoltà interattive-sociali, da rituali e rigidità più che stereotipie, presentano anche forte ansia al minimo cambiamento e buoni apprendimenti accademici. Mentre i bambini a basso funzionamento appaiono più isolati e chiusi, la loro comunicazione assente o ecolalica, presentano intense stereotipie, difficoltà importanti di comprensione e rappresentazione. All’interno della stessa diagnosi abbiamo perciò quadri clinici molto diversi per sintomatologia, grado di gravità, fase evolutiva, contesto socio familiare, per questo non possiamo proporre a tutti la stessa terapia. Anche per l’autismo c’è ormai un approccio multimodale, in cui diversi tipi di interventi, riabilitazione, psicoterapia, farmacoterapia si integrano o si alternano, anche se ancora molti psicoanalisti B/A continuano a pensare che la psicoterapia sia l’unica terapia possibile, la via maestra per l’autismo e per tutti i disturbi dell’età evolutiva. 

 

FMM: Anche se lei non offriva una psicoterapia, aveva comunque un pensiero psicoanalitico ad accompagnarla nell’intervento.

FC: Credo che la psicoanalisi si sia poco confrontata con certe realtà come la disabilità e la cronicità. L’autismo è una disabilità del neurosviluppo, da cui spesso non si guarisce, e va affrontata come tale. Questo significa che la diagnosi è solo il punto di partenza di una presa in carico a lungo termine, integrata e multidisciplinare, flessibile ai bisogni delle diverse fasi evolutive. Vuol dire confrontarsi con il limite e prendersi cura dei bambini, adolescenti, giovani adulti insieme alla famiglia, scuola, contesto sociale durante tutto il percorso di crescita. Come ripeteva Bollea “si cresce con il disturbo e nonostante il disturbo”. Non c’è un’unica risposta terapeutica, adatta per tutte le stagioni, quello che per me è stato irrinunciabile nella cura dei disturbi in età evolutiva, non solo per l’autismo, è il lavoro con le famiglie, che vanno accompagnate e sostenute nella crescita loro e dei figli, con un approccio non educativo, come il parent training. Ho offerto un aiuto evolutivo, maturato all’interno del pensiero psicoanalitico, centrato non solo sulla disabilità/disturbo del bambino o solo sui genitori in difficoltà ma sulla dinamica della relazione genitori-figlio alterata dal disturbo durante lo sviluppo.  

 

FMM: Nella sua esperienza istituzionale come ha integrato la sua formazione analitica all’interno di un’istituzione che deve rispettare linee guida e mandati specifici, che possono indirizzare gli interventi anche in una direzione lontana dal pensiero psicoanalitico?

FC: Allora, nel lavoro istituzionale ho da sempre avuto il bisogno di far dialogare in me la medicina/neuropsichiatria infantile e la psicoanalisi, non è stato difficile trovare un accordo su tre concetti base: l’unità corpo-mente; la relazione, cioè il fatto che ogni individuo si sviluppa all’interno di una relazione madre-bambino-ambiente; e lo sviluppo, le diverse fasi di vita infanzia, adolescenza, adultità, vecchiaia. Questi tre concetti mi hanno guidato nel lavoro istituzionale ma anche nell’attività da psicoanalista con gli adulti e mi hanno permesso di interagire senza particolari contrasti e in modo reciprocamente arricchente con colleghi e operatori con formazioni diverse. Ho basato su questi principi anche l’insegnamento, che per molti anni ho tenuto al corso di laurea per Terapisti della Neuropsicomotricità dell’età evolutiva. L’intervento in riabilitazione si deve rivolgere non alla disabilità ma a quel bambino unico con quella disabilità, che ha la sua personalità, le sue emozioni, le sue relazioni e vive in quella determinata situazione familiare, scolastica, ambientale. Alle terapiste raccomandavo di occuparsi del recupero funzionale, senza mai dimenticare gli aspetti emotivi e relazionali presenti in ogni atto di cura. Sottolineavo anche la necessità di modulare l’intervento in rapporto alle diverse fasi evolutive sia in riabilitazione che in psicoterapia: con un bambino piccolo ci giochi, ci si muove molto; con un bambino più grande fai attività più strutturate, giochi di regole, narrazioni, disegni. Anche in psicoterapia man mano che si cresce si parla di più e si agisce di meno. Un bambino va visto nella sua unità corpo-mente e anche se viene portato per un problema di ansia o una difficoltà di relazione, non si può fare a meno di osservare come si muove, come cammina, se corre, se va in bicicletta, se sa nuotare, se scrive, se sa leggere, se si veste da solo ecc. Il corpo, il movimento, sono fattori fondamentali nello sviluppo della persona soprattutto nell’infanzia e adolescenza, questo è molto presente in neuropsichiatria infantile meno nella formazione psicoanalitica. 

 

FMM: Osservare la motricità è in realtà osservare come viene integrata la mente con il corpo.

FC: Certo. Ci sono bambini impacciati, goffi, che si muovono poco e male, mentre le idee e fantasie sono ricche e vanno molto veloci. Questo crea una disunione, una dissociazione tra pensiero e azione, che può determinare problematiche emotive e relazionali. L’avvento del digitale, con tablet, videogiochi, smartphone, non ha facilitato l’integrazione tra azione e pensiero, ormai basta uno strisciamento del dito per cambiare immagine molto rapidamente e alcuni bambini non sanno più sfogliare le pagine di un libro. Io credo che si debba osservare e ascoltare un bambino con tutti i sensi e per questo c’è bisogno di più sguardi, più menti che lavorano insieme, un lavoro di equipe. Sappiamo anche quanto il corpo e il muoversi siano importanti anche in adolescenza, sono il loro biglietto da visita, non possiamo pensare che una bassa statura, non sapere giocare a pallone, essere grassi o troppo magri siano aspetti neutrali nella costruzione dell’identità, dell’affettività e socialità di un adolescente.

 

FMM: Lei ha anche scritto diversi articoli sul lavoro con i genitori e la presa in carico come equipe.

FC: La presa in carico è un lavoro specificatamente istituzionale, che considero indispensabile soprattutto quando sappiamo che quel disturbo accompagnerà il bambino nell’intero arco di crescita, come avviene per i disturbi del neurosviluppo: autismo, dislessie, ADHD, disturbo di coordinazione motoria e di linguaggio, e disabilità intellettiva. È un lavoro di rete, a lungo termine, flessibile che coinvolge bambini/adolescenti, genitori, educatori, curanti. In passato nei servizi operava l’equipe formata dal medico specialista, psicologa, terapista, assistente sociale, figure ormai scomparse dai servizi per l’età evolutiva e spesso lo specialista NPIA lavora completamente da solo e questo impoverisce e limita molto l’azione terapeutica. La presa in carico, il prendersi cura, è una cornice generale, un contenitore, all’interno della quale il curante, case manager insieme all’equipe inserisce i diversi interventi e terapie rivolti al bambino e ai genitori come psicoterapia, riabilitazione, valutazioni, esami strumentali (es. EEG, RMN), terapia della coppia genitoriale, counseling con gli insegnanti.  

 

FMM: Dalla sua esperienza: che posizione ha oggi la psicoanalisi rispetto a questo? Riesce ancora a trovare uno spazio nelle istituzioni? Soprattutto nella neuropsichiatria infantile che si occupa di autismo?

FC: Oggi la psicoanalisi ha una visione più realistica meno onnipotente di un tempo del tipo “io ti salverò” nei riguardi dell’autismo, gli psicoanalisti sono oggi più consapevoli dei limiti che il trattamento analitico può avere su chi è affetto da autismo. Contemporaneamente a questa presa di coscienza è cresciuto un forte pregiudizio nei confronti della psicoanalisi e psicoterapie in genere, rimaste fuori dalle linee guida sull’autismo, per cui nei servizi pubblici al momento vengono prescritti in caso di autismo solo interventi di tipo riabilitativo o cognitivo-comportamentale. Sono scelte ideologiche e politiche più che basate su evidence-based-medicine. Lebovici scriveva già nel 1998 che considerare i bambini autistici non più psicotici ma disabili rischia di lasciare i genitori senza alcuna assistenza. La disabilità è come un “mezzo lutto”, un lutto non elaborabile, una mancanza sempre presente, che ti viene ricordata ogni giorno. Una madre mi disse “È come avere una spina nel piede, ad ogni passo sento il dolore”. È una sofferenza difficile da sopportare anche per l’operatore, che ne può rimanere schiacciato. Penso che il pensiero psicoanalitico possa avere un ruolo di sostegno all’interno dell’istituzione sia per i bambini/adolescenti che per gli adulti, genitori, insegnanti, operatori. Punterei non tanto a fare più psicoterapie individuali nei servizi, quanto a costruire e diffondere un setting istituzionale, un assetto mentale, un ascolto psicoanalitico necessari a rivitalizzare e risignificare una pratica clinica, spesso ridotta ad un vecchio rituale, svuotato di senso. Vedrei una psicoanalisi applicata alle istituzioni, che con gruppi di discussione e supervisione di casi clinici, seminari analitici di gruppo, gruppi di psicoanalisi multifamiliare. Tutto questo potrebbe dare un importante contributo alla promozione della salute mentale.    

 

FMM: È importante tenere a mente la sofferenza dei genitori, che si trovano a vivere un lutto inelaborabile. Hanno figli con cui è difficile sentire una reciprocità emotiva: non perché non i figli non esprimano il loro affetto, ma perché lo fanno con una modalità che necessita di essere decodificata. Il sorriso di un bimbo che ti guarda negli occhi a 5 mesi…quel sorriso permette di dirsi: “Mi sono fatto le notti insonni, però ne è valsa la pena.” Nell’autismo questo può mancare o almeno non è presente nella forma che ci aspettiamo. Quei genitori devono imparare, dolorosamente, a coglierle quella risposta. E c’è bisogno di qualcuno che li aiuti.

FC: Ho lavorato per più di trenta anni nell’Istituto di Neuropsichiatria Infantile “Giovanni Bollea” e ho seguito bambini durante il loro sviluppo dai 3 anni ai 18 anni, ho conosciuto la disabilità, la cronicità, l’acuzie, l’urgenza e la trasformabilità dei disturbi, caratteristica specifica dell’età evolutiva. Per la psicopatologia dell’età evolutiva, spesso cronica ma al tempo stesso urgente e mutevole, è necessario un curante presente e affidabile, che sappia rispondere ai diversi bisogni di questa popolazione, in grado di ricordare e testimoniare i cambiamenti, scommettere su un futuro possibile ridisegnando insieme ai genitori un nuovo percorso di crescita per loro e per il figlio. Ricordo una mamma che era molto arrabbiata perché sua figlia con sindrome di Down, ogni sera quando tornava dal lavoro, si faceva la pipì addosso. La mamma era arrabbiata perché lo faceva solo con lei. Io le dissi: “Beh, riconosce la sua mamma dopo una lunga assenza, significa che le è mancata e ora vuole tutta la sua attenzione.” È merito della psicoanalisi se sono riuscita ad aiutare quella mamma a trovare un nuovo modo per guardare e capire sua figlia, non considerando il suo comportamento solo in termini di dispetto o inadeguatezza. In modo semplice si può aiutare a trovare il senso di un agito o di un pianto, riconoscere un’emozione, ma anche condividere la fatica e il dolore. Se non avessi avuto la psicoanalisi con me, non ci sarei riuscita. Ma il complimento più frequente, che mi facevano i colleghi era “non sembri una psicoanalista”.

 

FMM: Psicoanalista in incognito!

FC: Questo atteggiamento sottotono, di una che non crede di avere la verità in tasca, mi ha permesso di rientrare in istituto e di attivare insieme a Giacolini un gruppo di Psicoanalisi Multifamiliare con gli adolescenti del Diurno Psichiatrico. Alcuni specializzandi partecipano come facilitatori al gruppo con molto interesse. La loro partecipazione è una goccia preziosa nella loro formazione. Sembra impossibile che nell’istituto, che fu sede nel 1976 del primo corso di Psicoterapia Psicoanalitica dell’infanzia e adolescenza in Italia, la psicoanalisi ora sia guardata con sospetto o addirittura come un pericolo, “una peste”, e sia quasi scomparsa dalla attività clinica e dalla formazione dei futuri neuropsichiatri infantili. Un vero disastro, una perdita per la neuropsichiatria infantile ma anche per la psicoanalisi. 

 

FMM: Voi generosamente cercate di lasciare un po’ di eredità, sperando ci sia qualcuno che la colga. Mi viene in mente che è stata anche ricercatrice. Come e quanto è stato possibile fare ricerca sulla psicoanalisi ? 

FC: Sono stata una ricercatrice universitaria atipica avendo privilegiato più l’assistenza, la clinica e la didattica rispetto alla ricerca e alle pubblicazioni. Per esperienza è difficile e molto impegnativo fare ricerca su popolazioni cliniche, quella che mi interessava, tante sono le variabili relazionali, sociali, terapeutiche che incidono sull’evoluzione di un disturbo. Ma mi rendo conto che come psicoanalisti se non iniziamo ad impegnarci nella ricerca clinica e continuiamo a pubblicare solo su singoli case report sulle nostre riviste di nicchia senza confrontarci con il mondo scientifico, la psicoanalisi continuerà a rimanere ai margini del dibattito scientifico e fuori dalle scelte politiche riguardanti la salute mentale e la sua cura, come è avvenuto per l’autismo. In quest’ottica insieme a Giacolini stiamo portando avanti un progetto di ricerca sui gruppi di psicoanalisi multifamiliare con l’università e i servizi territoriali.

 

FMM: A proposito dei servizi territoriali: nei Centri di Salute Mentale è molto difficile vedere la presa in carico di persone adulte con autismo. Ma d’altra parte sarebbe cimentarsi con un campo quasi sconosciuto: da psichiatra mi rendo conto che ho avuto pochissima formazione sull’autismo, e nulla sull’autismo nella vita adulta. 

FC: I bambini con autismo diventati adulti o “guariscono” miracolosamente e scompaiono dai servizi di salute mentale. Se sono autismi ad alto funzionamento almeno in passato venivano diagnosticati dagli psichiatri come psicotici o schizofrenici. Mentre l’autismo a basso funzionamento viene tuttora considerato solo come deficit intellettivo e dirottato direttamente verso i servizi dei Disabili Adulti.

 

FMM: Nel 2023 sono state prodotte le nuove linee guida per il trattamento degli adulti con diagnosi di autismo, in indica la necessità di costruire un “progetto di vita” per i pazienti. Questo presupporrebbe una forte integrazione tra vari ambiti sanitari, non ultimo proprio quello della psichiatria degli adulti. Nella sua esperienza, si è riusciti a realizzare questa indicazione? 

FC: Non credo che al momento attuale gli psichiatri siano interessati a seguire e curare in età adulta i disturbi del neurosviluppo come l’autismo, la dislessia, l’ADHD, il disturbo dello sviluppo intellettivo. Sebbene sappiamo che i soggetti con disturbi del neurosviluppo già in età adolescenziale e ancor di più da adulti presentino con alta frequenza una comorbidità psichiatrica. Non mi sembra che gli psichiatri degli adulti siano stati formati su queste patologie né vogliano mettere in discussione il loro modello biogenetico e psicofarmacologico a favore di un lavoro più ampio con le famiglie e la scuola. Per questo non sono d’accordo con la transizione anticipata cioè al passaggio dai 14 anni dei ragazzi nei servizi di psichiatria degli adulti, come viene prospettato nel PANSM 2025-2030. Di fronte ad un’emergenza psichiatrica, che interessa soprattutto i ragazzi e all’esordio di disturbi psichiatrici (Depressione, disturbi alimentari) in età sempre più precoci già a 9-11 anni, invece di dare più risorse ai servizi, che si occupano da sempre di salute mentale dei minori, si sta decidendo di inviare gli adolescenti nei servizi di psichiatria degli adulti. Si rischia a mio parere di dare loro un precoce stigma prima che abbiano costruito una loro identità. Questo avviene in una fase di vita in cui è molto difficile differenziare un disagio psicosociale, una crisi evolutiva propria dell’età da un disturbo francamente psichiatrico. Il visionario Bollea, fin dal primo momento della fondazione della disciplina (1966), ha chiesto ai politici una legge a tutela della salute mentale dei minori. Purtroppo il sogno è rimasto nel cassetto nonostante l’impegno di pochi illuminati neuropsichiatri infantili. Ultimamente ho letto il report sulla Salute Mentale del Ministero della Salute per il 2024, da poco pubblicato, che riporta dati solo sugli adulti e ignora l’emergenza salute mentale dei minori, figli di un Dio minore. 

 

FMM: È paradossale come la psichiatria, trattata da “sorella minore” dalla “medicina”, si faccia “fratello maggiore” della neuropsichiatria infantile. 

FC: La neuropsichiatria è schiacciata non solo dalla psichiatria, che pensa di poter curare ragazzi, che vanno ancora a scuola e vivono in famiglia, solo con i farmaci, ma anche dalla pediatria che pensa di curare un disturbo neurologico o del neurosviluppo come l’epilessia o l’autismo senza occuparsi dei vissuti familiari, degli apprendimenti scolastici, della socialità di quel bambino. Per un periodo la neuropsichiatria infantile era nel Dipartimento con la pediatria. Quando lamentavo la carenza di personale della neuropsichiatria infantile, i pediatri mi rispondevano: “noi curiamo i bambini con la leucemia, i nostri pazienti muoiono”. Non capivano che anche i nostri bambini e ragazzi, se non curati, possono morire, di una morte psichica. Riemerge ancora una volta la difficoltà da parte dei medici di mettere insieme corpo e mente. Da alcuni anni la Neuropsichiatria Infantile è tornata a far parte del Dipartimento di Neuroscienze Umane e Salute Mentale della Sapienza, Università di Roma. 

 

FMM: Questo equilibrio tra corpo e mente va trovato innanzitutto nella mente di chi cura. Altrimenti è molto difficile trasmetterlo ai genitori dei bambini con disabilità, come i bambini autistici. Dobbiamo accettare di rimanere sul crinale corpo-mente per tenerli insieme. 

FC: In quello che tu dici mi ritrovo molto, spesso in istituto mi piaceva definirmi una borderline, rivendicavo di rimanere al confine del corpo-mente, tra neuropsichiatria infantile e psicoanalisi, una posizione rischiosa quella di non definirsi completamente, ma quella dove mi sentivo più a mio agio. E tuttora invito i giovani specializzandi a coltivare il dubbio più che le certezze. 

 

FMM: E a proposito di questo, volevo riprendere una cosa che ha detto prima: il ruolo degli operatori. Pensavo ai gruppi multifamiliari, che aiutano anche i curanti, e alla fatica di confrontarsi quotidianamente con una condizione cronica come l’autismo che può essere logorante, anche se gli operatori nel tempo capiscono come leggere anche le micro-evoluzioni. Diceva che la psicoanalisi la ha aiutata ad evitare questo logorio. Nella sua esperienza, c’è stato qualcosa che ha aiutato gli operatori ad andare avanti, a mantenere la loro vitalità, a non diventare “morti dentro”? 

FC: Tre fattori mi hanno molto sostenuto, lavorare con i bambini e i ragazzi, che trasmettono un carico di energia nonostante la sofferenza accumulata, il pensiero psicoanalitico e il gruppo di lavoro dell’istituto fatto da infermieri, terapisti, studenti, tirocinanti, specializzandi, colleghi, sempre stimolante e arricchente nella sua diversità. Il lunedì mattina c’era la riunione con tutto il gruppo degli operatori per conoscere e discutere i bambini che iniziavano l’osservazione nel Diurno Diagnostico dei Disturbi del Neurosviluppo. Il gruppo con gli operatori, specializzandi, tirocinanti aveva una forte carica vitale, il confronto con le nuove generazioni di professionisti è l’unico aspetto che mi manca del mio lavoro da neuropsichiatra infantile. Ho fatto con regolarità gruppi con i genitori dei bambini di 3-4 anni, che frequentavano il Diurno Terapeutico, ma anche un gruppo con gli infermieri del Reparto di Degenza Neurologica. Sono riuscita a lavorare nell’istituzione finché ho trovato un accordo, un compromesso, come diceva Claudio Neri: se vuoi lavorare in un istituzione non puoi metterti contro, devi stabilire un’alleanza e così avviene anche con i genitori dei nostri bambini. 

 

FMM: Come con i genitori è inutile “mettersi contro” perché sono i primi ad essere in difficoltà, anche con l’istituzione non ha molto senso “mettersi contro” perché l’istituzione siamo anche noi, se ci stiamo dentro. Finiremmo per lottare con noi stessi. Se vogliamo trasformare, bisogna scendere a patti e a poco a poco tentare di avviare un cambiamento. Come nel gruppo multifamiliare: cercare di cogliere dei bisogni delle famiglie (che a volte le istituzioni lasciano cadere) senza imporsi. Se si prova ad agire bruscamente senza avere sufficiente potere decisionale, le istituzioni espellono, come hanno fatto con la psicoanalisi. Noto che nei suoi esempi, i fondatori della neuropsichiatria erano sempre in due. Da soli non si può fare nulla…

FC: A questo proposito desidero ricordare Francesca Piperno, la mia compagna istituzionale, la sua perdita è stato un duro colpo per me. Entrambe ricercatrici, lei psicologa, io medico, lavoravamo nello stesso servizio, fianco a fianco, anche se con interessi e modalità diverse. La psicoanalisi, matrice comune per entrambe, ha funzionato da collante e stimolo reciproco. Nella prima consultazione cercavo di instaurare una relazione con il bambino da solo, poi facevo entrare i genitori, che mi raccontavano il motivo della visita, a volte li interrompevo per chiedere al figlio, bambino di 7-8 anni, se era d’accordo con quello che i genitori stavano dicendo. Pian piano nel tempo e grande continuità si creava un legame. Non era una psicoterapia né tanto meno un’analisi ma si era stabilito una sorta di setting istituzionale, una base sicura, non mi facevo mai sostituire se dovevo assentarmi spostavo l’appuntamento, sapevano che li tenevo in mente, che mi ricordavo di loro. 

 

FMM: Sapere che c’è qualcuno che ti ha in mente... e che svolge una funzione temporale.

FC: I genitori di un figlio con autismo o una disabilità perdono il senso del tempo, dello sviluppo “è sempre tutto uguale, è rimasto piccolo” anche a 15 anni, una crescita bloccata dal disturbo, dalla disabilità. Cercavo di rimettere in moto le lancette del tempo, funzionavo da memoria per loro. Man mano si andava costruendo un percorso di crescita, che interessa tutte e due le parti, figli e genitori, come scriveva Winnicott in Gioco e Realtà “la psicoterapia ha a che fare con due persone che giocano insieme”.

 

FMM: Questo lavoro su tutte e due le parti credo che sia il punto centrale. Ed è poi quello che i gruppi multifamiliari cercano di fare: aiutare a crescere entrambe le parti della relazione genitori-figli.

FC: Nella terapia di un adulto puoi immaginare com’è stata la madre o il padre, sono genitori ricordati, raccontati, sognati. Nella cura di un bambino o adolescente i genitori sono presenti e reali. Puoi fare poco per quel bambino o adolescente se non coinvolgi i genitori e stabilisci con loro un’alleanza, un clima di fiducia affinché anche il bambino possa affidarsi a sua volta al curante.

 

FMM: Pensavo: se il bambino sente che tu hai in mente come si è sentito visto dal genitore, si affida. E poi proporgli un altro sguardo, un altro modo di essere visti, può davvero dare vita. A proposito di quella vita minacciata di cui parlava…

FC: Nell’autismo il lavoro con i genitori rimane al centro come sempre dovrebbe avvenire nella cura della salute mentale dei minori. Un counseling psicodinamico può aiutare i genitori a guardare il proprio figlio in modo nuovo, non solo in termini di malattia, deficit, inadeguatezza, colpa. Il mio obiettivo è stato quello di ridisegnare insieme ai genitori un percorso di crescita e autonomia e, questa volta con “memoria e desiderio”, trasmettere fiducia e speranza verso i tanti futuri possibili per quel figlio.

 

BIBLIOGRAFIA 

Badaracco, J. E.G. (2000). La Psicoanalisi Multifamiliare, Torino, Bollati Boringhieri.

Mistura, S. (2006), introduzione in Ballerini, A., Barale, F., Gallese, V., Ucelli, S. (2006). Autismo. L’umanità nascosta. Torino, Einaudi.

 

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