Avant-coup e Après-coup

Essere e Tempo. Incontri fra Arte e Psicoanalisi al MACRO. Una mattina a via Nizza o Il mondo dell’oggetto evocativo

La lettura di Alessia Fusilli De Camillis


Essere e Tempo. Incontri fra Arte e Psicoanalisi al MACRO. Una mattina a via Nizza o Il mondo dell’oggetto evocativo

Sono quasi le dieci, accelero il passo, sarebbe un peccato perdere i momenti iniziali prima di quello che noi cittadini del mondo chiamiamo “buio in sala” o di quello che noi psicoanalisti chiamiamo con Bion “raggio di intensa oscurità”. Così nel racconto di Grotstein: «Un giorno Bion, durante una seduta analitica, in modo del tutto inconsueto per lui, si diresse alla sua libreria, ne estrasse l’edizione tedesca della corrispondenza di Freud e Lou Andreas-Salomé e me ne tradusse un passo all’impronta. Me lo appuntai qualche istante dopo: “Quando si svolge un’analisi, occorre puntare un raggio di intensa oscurità, così che quanto appariva oscuro nel bagliore dell’illuminazione possa brillare nell’oscurità”. Sono giunto a riconoscere che quest’affermazione sarebbe diventata il filo rosso che avrebbe attraversato il pensiero successivo di Bion, ed è senz’altro ciò che intendeva con la sua famosa esortazione, rivolta all’analista, di “abbandonare memoria e desiderio” durante la conduzione di un’analisi, in modo da avere fede nella risposta creativa del proprio inconscio»1.

Mi piace l’idea di questa trasferta o “delocazione” à la Parmiggiani del Centro Psicoanalitico di Roma al MACRO, uno spazio onirico e materico ad un tempo. Il ciclo di incontri fra arte e psicoanalisi porta un titolo heideggeriano, Essere e tempo, ma la finestra aperta invita lo sguardo a gettarsi anche oltre; direi da Essere e tempo a Essere nel tempo, o attraverso il tempo: il programma si confronta infatti con tre fasi fondamentali dell’esistenza, infanzia, adolescenza e vecchiaia, esplorando il modo in cui l’arte e la psicoanalisi possono offrire prospettive diverse su questi turning-point esperienziali.

Sono quasi le dieci, che peccato dover accelerare il passo proprio ora che sono a via Nizza.

Un ricordo sensoriale si affaccia. L’ultima volta che sono passata qui ero stata catturata da qualcosa di laterale, per così dire: forse una luce, un dettaglio, uno sguardo, una presenza. Non posso sottrarmi alla pulsione di conoscenza, in un attimo mi ritrovo in una entratura nascosta, un “passaggio segreto” direbbe Stefano Bolognini. Un cancello imponente, autorevole e arrugginito cinge il giardino di una antica villa monumentale disabitata; al centro una imponente statua in marmo attraversato dal tempo. Penso ad uno degli argomenti di Christopher Bollas che amo di più:

«Non sapremo perché sentiamo l’impulso di fare qualcosa all’improvviso, ma senza dubbio sarà stato su comando dell’inconscio, che scava un pozzo nella coscienza per darci una direttiva. Durante il giorno siamo impegnati in un normale lavoro onirico, ricombinando le esperienze del reale che formano l’arazzo del significato inconscio di quella giornata. Non sappiamo perché scegliamo gli oggetti, ma una ragione è certamente il loro potenziale di esperienza, in quanto ogni oggetto offre tipi di esperienze del Sé. Uno dei doni del genitore sufficientemente buono è fornire al bambino oggetti che vengano incontro al suo bisogno di elaborare le esperienze a livello emotivo. Gli oggetti presentati in questo modo possono essere trasformativi e, in quanto oggetto del potenziale trasformativo dell’altro, rimangono incorporati dentro di noi per tutta la vita».2

 

Sappiamo che cogliere il contemporaneo significa interrogare il suo costitutivo anacronismo, visitare quel luogo dove si intrecciano diacronie e sincronie: il tempo presente è infatti il precipitato dinamico di altri tempi, diversi e contraddittori, che insistono nello spazio psichico individuale e sociale realizzando quella peculiare compresenza di arcaismi e avvenirismi. Ecco allora che il Neoclassicismo delle antiche ville di via di Villa Albani si incontra con lo stile industriale contemporaneo del Museo d’Arte Contemporanea che emerge su via Nizza, audace come una Batcave dalle profondità di un sottosuolo artistico. Andiamo, sono quasi le dieci.

 
   
 

 

1 Grotstein J.S. (2007), Un raggio di intensa oscurità. L’eredità di Wilfred Bion, Milano, Cortina, 2010, 7-8.

2 Bollas C. (2009), Il mondo dell’oggetto evocativo, Roma, Astrolabio, 2009, 112-113.


Stop making sense o Critica e clinica

Il promemoria dei Talking Heads suggerisce una cessazione metodica di certa deriva della ricerca del senso, Stop making sense. Arte e Psicoanalisi si - e ci - danno appuntamento al MACRO per praticare un assetto stereofonico condiviso e incarnato da Cristiana Perrella, Giuseppe Armogida, Maurizio Balsamo e Antonio Buonanno: il punto non è leggere l’arte attraverso la psicoanalisi, come vorrebbe certa applicazione patografica che intende le opere come sintomi o fantasmi degli artisti da interpretare; e neppure comprendere il metodo e le idee della psicoanalisi attraverso le illustrazioni artistiche; ma mantenere due linguaggi separati e autonomi che offrano un doppio sguardo su temi importanti. L’interesse - il punctum - è incrociare e guardare un oggetto articolandolo alla sua dimensione temporale-processuale, al suo peculiare fare-evento, fare-urto:

«Ogni opera è un viaggio, un tragitto - scrive Deleuze - ma compie questo o quel percorso esterno solo in virtù dei percorsi e delle traiettorie interne che la compongono, che ne costituiscono il paesaggio o il concerto»3.

Questa prima domenica sembra insistere sul tema degli inizi.

Domenica 27 settembre. Freud. Proiezione di Outsider. Freud di Yaiir Qedar. Incontro con Cristiana Perrella, Giuseppe Armogida, Maurizio Balsamo, Antonio Buonanno.

Incontriamo l’essere-outsider come posizione di minorità teoretica, filosofica, politica; come punto di resistenza e di non iscrizione nel linguaggio ufficiale. Una prima parentela. Iniziare, iniziare con Freud e come Freud al suo tempo, significa portare l’inconscio-straniero? Esistere è anche stare-fuori, è ek-sistere? Essere “stranieri a noi stessi”? Iniziare allora è anche fare-clivaggio? Lo spazio psichico della dislocazione, della cesura teoretica e della separazione evolutiva informa i percorsi della soggettivazione, della “bonaccia”, del “gesto spontaneo”, del sufficientemente sano rapporto dell’alterità che è in noi e fuori di noi, nell’altro e nel mondo. Penso alla concezione di “stile” espressa da Deleuze:

«Uno stile significa riuscire a balbettare nella propria lingua. Questo non significa parlare da balbuziente, ma balbettare il linguaggio stesso. Essere come uno straniero nella propria lingua. Aprire una linea di fuga. Dobbiamo avere una lingua minore all’interno della nostra lingua, dobbiamo fare della nostra lingua un uso minore, parlare nella propria lingua come uno straniero. Proust dice: “I bei libri sono scritti in una sorta di lingua straniera”. È come per la vita. C’è nella vita una sorta di goffagine, di cagionevolezza, di debolezza costituzionale, di balbettamento vitale, che costituiscono il fascino di qualcuno».4

L’orario è lo stesso ma il giorno cambia. Ancora una volta, sono quasi le dieci. Sono tornata per la seconda domenica. Buona la prima, vediamo la seconda.

Domenica 11 ottobre. Infanzia. Proiezione di Ludwig (2018) e TINPO (2006) di Diego Marcon. Incontro con l’artista e Lika Costis. Buio in sala: «Dio come son stanco / mi sento proprio giù / Vorrei tirar le cuoia / e non pensarci più / Eppur / O Lord am I exhausted / I feel so low and blue / I’d like to kick the bucket / Then it would all be through / And yet». In Ludwig, un bel bambino biondo nella stiva di una nave in tempesta intona un canto alla luce di un fiammifero, finché la fiamma gli brucia le dita e si spegne. La scena ricomincia più volte inesorabilmente, sospendendo il personaggio e lo spettatore in un loop malinconico, assurdo e claustrofobico. Il legno della stiva scricchiola, la nave della psiche deve barcamenarsi tra le onde, deve “arrancare verso Betlemme”, per dirla con Nina Coltart che riprende a sua volta Il secondo avvento di Yeats per riferirsi al suo “pensare l’impensabile”, al processo analitico come all’arrancare di esperienze, fantasie e 5.

3 Deleuze G. (1993), Critica e clinica, Milano, Cortina, 1996, 12.
4 Deleuze G. e Parnet C. (1977), Conversazioni, Verona, Ombre corte, 2019, 10-11.

sentimenti senza parole verso una forma di pensabilità L’implacabile motore della ripetizione sembra imporre ed esorcizzare ad un tempo la “rozza bestia” della solitudine, del brutto sogno, della morte, del non-legame. «Eppur. And yet». Eppure qualcosa cambia, qualcosa deve cambiare. Ciascuno torna sulla scena del delitto non solo per il godimento della ripetizione ma anche per smascherare il proprio fantasma. Qui, primo video dell’artista interamente realizzato in CGI, la luce dei lampi della tempesta cade ad ogni giro di loop in maniera sempre impercettibilmente diversa. Lo psicoanalista lo sa bene, lo sa ogni settimana, più volte a settimana: si torna per lasciarsi sorprendere dall’And yet, si torna per costruire insieme un And yet.

In TINPO due bambini giocano alla guerra con pistole giocattolo durante un pranzo familiare: attraverso il montaggio a ritmo sincopato, la dimensione ludica si carica progressivamente di una tensione che rende più incerto il confine tra gioco e violenza. In questa scena di violenza delle emozioni, quale peso ha l’irruzione delle pulsioni aggressive e sessuali? Come intercettare il patrimonio di quello che Winnicott chiama amore spietato, ruthless, con cui il bambino afferra e azzanna il mondo, e accompagnarlo verso una espressione sana, in cui l’altro non sia danneggiato ma sia oggetto di concern? Quanto i due bambini di TINPO cercano anche uno sguardo di riconoscimento, o quantomeno un contatto visivo che sembra assente nel tavolo del focolare domestico?

Saranno di nuovo quasi le dieci a via Nizza. Ancora due volte per due nuove domeniche.

La terza, domenica 29 novembre. Adolescenza. Proiezione di Atlantide di Yuri Ancarani. Incontro con l’artista e Paola Carbone. La quarta e ultima, domenica 13 dicembre. Vecchiaia. Proiezione di Passeggiata in Paradiso di Stefania Galegati. Incontro con l’artista e Domenico Chianese.

Arte e Psicoanalisi vi aspettano in stereofonia.

Incontrare Cristiana Perrella o della De-coincidenza

Ho voluto incontrare Cristiana Perrella per uno slancio personale prima ancora che istituzionale.

Ho voluto parlarle di persona piuttosto che nel logisticamente più agevole setting virtuale, perché da psicoanalista non posso non dare valore all’idioma del corpo e al soggetto terzo del ponte dell’intercorporeità, alla dimensione del tra. Ho voluto parlarle di persona perché personale mi è parso il suo approccio di lavoro. And she was game. Forse non a caso, “personale” si usa nella sua forma sostativata anche per una mostra: “una personale” è una mostra delle opere di un singolo artista. Come Curatrice, lei ne ha firmate molte. In senso ampio “personale” significa “che si riferisce alla persona”, qualifica “un rapporto con qualcuno”. Non è solo in qualità di Direttrice del MACRO che Perrella apre la prima domenica del Ciclo Essere e Tempo, parte di MACROCOSMO, il programma di eventi culturali del Museo; lei vuole entrare in rapporto con quello che succede, con il progetto, con le persone. Nei momenti inziali fuori microfono della seconda domenica, lei guarda con attenzione, quasi volto per volto, quanti di noi stanno prendendo posto: «Bene, mi sembra di riconoscere molte persone dalla scorsa settimana». Lei vuole tessere un filo, costruire una continuità, stabilire un legame - ho pensato fra me e me quella domenica. Credo che la mia intuizione fosse corretta.

L’appuntamento è in via Reggio Emilia, nello storico complesso ex-Peroni che ospita gli Uffici del Museo. Proprio come lei, lo studio di Cristiana Perrella ha un sapore newyorkese unito ad una temperatura calda romana: il legno chiaro del parquet parla di ospitalità, i libri e le riviste parlano di cultura, ogni cosa è decisa ma insatura. Comincio col dirle quanto mi piaccia questo connubio tra arte e psicoanalisi e che molti dei progetti che hanno segnato la sua carriera mi sembra abbiano a che fare con il legame tra epoche e linguaggi diversi. 

 
   
 

 

5 Coltart N. (2000), Pensare l’impensabile e altre esplorazioni psicoanalitiche, Milano, Cortina, 2017.

 

CP: L’arte mi ha permesso di entrare in contatto con istituzioni, pratiche e luoghi lontanissimi fra loro, di viaggiare tra le cose, tra le epoche. Certo, ho avuto la possibilità di curare progetti che legano antico e contemporaneo. A proposito di antico e contemporaneo, il Museo stesso mantiene al suo interno questa duplicità. Questa parte dove siamo noi ora non era propriamente la fabbrica della Peroni, che la teneva come scuderia per i cavalli che portavano la birra, mentre qui sotto c’era la fabbrica del ghiaccio. Nell’Ottocento la birra non era ricercata quanto il vino, quindi la Peroni regalava la birra per affermarla come bene di consumo a chi comprava il ghiaccio, che invece andava forte perché non c’erano i frigoriferi. Questa parte ottocentesca delle stalle convive quindi con l’altra parte contemporanea di via Nizza, una natura completamente diversa. Quello che è interessante è trovare la maniera di armonizzare queste differenze.

Prima di arrivare a chiederle di Essere e tempo, la prendo larga. Ho selezionato alcune sue interviste che toccano il grande tema della complessità, in senso antropologico, scientifico, artistico. Le chiedo di commentarle. Le dico anche che nel preparare questa intervista ero stata colpita nel trovare online alcuni articoli di matrice cattolica o pseudo-tale che discutono criticamente la sua elezione a Presidente della Pontificia Accademia di Belle Arti e Lettere dei Viruosi al Pantheon. 

AFDC: Da una sua intervista di luglio 2021 per Libero: «L’arte dà un messaggio complessità che credo sia un vero e proprio baluardo contro la banalizzazione a cui oggi anche i temi più grandi sono spesso sottoposti. È compito delle istituzioni culturali e dei musei portare questo messaggio e renderlo accessibile a pubblici molto diversi». Cosa vuol dire per lei «messaggio di complessità»? 

CP: Io sono interessata a tutti gli ambiti in cui si riconosce all’essere umano una piena complessità. Il mio interesse per l’arte queer, interesse per cui sono stata criticata da frange religiose fanatiche e oltranziste, è per il suo essere un ambito di non semplificazione. Più in generale, la banalizzazione e le categorizzazioni possono essere una diminutio: mi interessa tutto quello che rifugge a semplificazione e lo schematismo; ho maturato questa idea attraversando la mia esperienza libero professionale e istituzionale. Dopo aver iniziato come freelance, per molti anni mi sono occupata del programma di arte contemporanea all’Accademia Britannica a Roma, fino a lavorare come Curatrice esterna per il MAXXI. Penso che oggi il messaggio di complessità sia al centro della mia pratica museologica, ora qui al MACRO e prima al Centro Pecci a Prato: il lavoro di programmazione a lungo termine non è fatto solo delle mostre o degli eventi ma si incarna nel modo in cui ti interfacci con le persone, con la comunità. Oggi i mezzi di informazione tendono ad essere schematici e veloci, sollecitano reazioni vive e forti, ma polarizzanti; invece io credo ci sia biogno di una cosa diversa, di sviluppare un pensiero critico, di guardare alle infinite sfumature delle cose e ci sia bisogno di confrontarsi umanamente, personalmente con gli altri, e non attraverso la mediazione dello schermo. La comunicazione de visu è diversa, il corpo è fondamentale. In questo senso dico che la presenza di una istituzione come un museo sul territorio è una baluardo di complessità.

 

AFDC: Mi sembra che stiamo parlando del valore dei luoghi e del fare-legame attraverso l’arte, la cultura, declinate secondo un ritmo ospitale e plurale. Nella conferenza stampa nel dicembre 2025 per la sua elezione a Direttrice del MACRO, lei ha detto: «Il museo deve vivere di ritmi diversi. La temporalità lunga delle mostre, quella veloce del cinema, quella ripetititva e quotidiana dello studio. Temporalità diverse e linguaggi diversi».

CP: La presenza fisica delle persone insieme credo sia molto importante: una istituzione deve diventare un luogo dell’incontro tra persone e con l’arte, dell’incontro tra discipline diverse; un luogo in cui comunità diverse, argomenti diversi, linguaggi diversi stanno insieme e possibilmente si integrano; un luogo in cui ti interessi a qualcosa che magari non conoscevi. Oggi va molto di moda parlare dei cosiddetti “terzi luoghi”: un po’ un’etichetta che però è interessante se pensiamo alla definizione di terzo luogo come luogo a cui viene riconosciuta una centralità nella vita delle persona, centralità che non è legata esclusivamente alle funzioni di quel luogo. Tu ci vai non per uno scopo preciso ma perché lo riconosci come un luogo che ti appartiene, sai che può esserci qualcosa per te. Tu ci vai per trovare e costruire un tuo ritmo perssonale. Ci vai anche perché è un luogo bello, la bellezza è importante. Così era successo a me quando era stato inaugurato l’Auditorium a Roma, ci andavo senza un motivo preciso ma sapevo che avrei trovato qualcosa, avrei trascorso un bel tempo anche con i bambini che potevano fare delle attività: il museo che immaginavo doveva funzionare in maniera analoga. Poi ho letto questo tema dei terzi luoghi e mi sono detta “Va bene, il museo che vorrei è un terzo luogo”. Mi piacerebbe che il museo riuscisse ad essere eloquente, comunicativo, aperto, per nulla elitario o esclusivo. Odio questa parola, “esclusivo”, cioè che esclude, ma chi esclude, perché? Penso piuttosto al lavoro di Antonella Agnoli, progettista e teorica dell’accessibilità che ha pensato ad esempio Sala Borsa a Bologna come un luogo di cultura aperto anche agli homeless, che in inverno possono entrare a scaldarsi, ad usare il bagno o a leggere un quotidiano dall’emeroteca. Ecco, io credo che questo sia alla radice di quello che una istituzione pubblica debba fare, essere a diposizione. Certo poi è anche un luogo dove si impara, si viene colpiti da uno stile di vita, da una dimensione di possibilità che riguarda anche la bellezza. La bellezza conta, un luogo semplice ma curato chiama la cura. Pensi che questo parquet si era rialzato in certi punti e io con piglio di controllo mi sono battuta per farlo rifare… [NdA, ridiamo].

 AFDC: I musei e le istituzioni come luoghi di incontro. Quali sono stati gli incontri turning-point della sua vita, della sua carriera? 

CP: Direi l’incontro con il mio primo marito [NdA, Luca Beatrice, critico d’arte contemporanea, curatore e saggista] perché con lui c’è stata una forma di rispecchiamento e riconoscimento reciproco. Entrambi venivamo da una famiglia della piccola borghesia e siamo stati i primi laureati di casa, che decidono perfino di lavorare in un ambito senza rete come quello dell’arte. Ma avevamo grande fame di stimoli e desiderio di spaziare. Sette anni molto belli di percorso insieme, un momento molto importante della mia vita. Dopo la laurea e la scuola di specializzazione a Siena, avevo vinto il concorso per la Scuola Curatori a Prato, ci siamo conosciuti lì. Abbiamo firmato moltissimi progetti in due, abbiamo condiviso complicità, familiarità, appartenenza e scambio. In generale, non posso dire di avere avuto dei maestri. Forse questo mi mancava come mi mancava la biblioteca di famiglia, benché la mia famiglia ha sempre creduto fortemente nel valore della cultura. Mio padre, figlio di operai, anziché le favole mi raccontava le opere liriche, l’Iliade e l’Odissea. A dicei anni avevo un conto aperto nella libreria sotto casa di mia nonna, e mio padre a fine mese passava per pagare i miei acquisti. Lui credeva in me e nella cultura. È stata la sua forza e la mia forza.

AFDC: Che peccato sia già quasi finito il nostro tempo. Rimarrei per ore a parlare con lei. Arriviamo al Ciclo Essere e tempo. Perché fare incontrare Arte e Psicoanalisi?

CP: Quando Maurizio Balsamo mi ha contattata, gli ho detto che il progetto mi interessava moltissimo. Al Centro Pecci avevamo portato avanti un progetto di dialogo tra arte e psicologia, #KeyWords. Parole che aprono il presente: un format di incontri digitali e multidisciplinari ideato dal Pecci in collaborazione con LabCom, spin-off accademico dell’Università di Firenze.

 

 

Chiamavamo di volta in volta un artista e uno psicologo o uno psicoterapeuta di varie scuole a discutere insieme la parola scelta: è stata una bella esperienza, con una partecipazione viva. Credo la psicologia e la psicoanalisi possano aiutare ad uscire fuori dai momenti critici della nostra esistenza e possano dare uno sguardo altro sulla vita. Proprio per una mia attitudine a lavorare molto sulle cose, su un problema, su un’idea, sui rapporti con gli artisti e con i loro processi creativi, il lavoro della psicoanalisi come approfondimento ad esempio dell’inconscio mi è sempre sembrato più vicino al modo in cui io ragiono e funziono. Ho sempre avuto grande interesse e fiducia nella psicoanalisi e nella psicologia perché penso siano fondamentali oggi per convivere con noi stessi. Per quanto riguarda Essere e tempo, è molto bello vedere come questo pubblico reagisca alle cose. Con un incredibile interesse e partecipazione, e con un’analisi dell’opera e dell’immagine molto profonda e sofisticata. Ho pensato che sarebbe bellissimo scrivere queste cose che stanno succedendo nelle nostre domeniche. Ho sentito delle riflessioni ad esempio sulle opere di Diego Marcon che ho trovato precise e puntuali, non soverchianti. Arte e psicoanalisi sono due discipline che hanno una loro identità e specificità. Si tratta di capire come tenere presenti questi due punti di vista e metterli in dialogo per generare un arricchimento. Non si tratta di avere insieme arte e psicoanalisi come due cose che quadrano, per così dire, ma per avere un doppio sguardo. Io credo nell’importanza della frizione, del meccanismo non oliato del confronto e della dialettica di posizioni anche molto diverse. Noi presentiamo temi e artisti per farci una idea complessa delle cose, di ciò che ci accade. Noi dobbiamo essere vicini alle forze telluriche del presente.

È passata più di un’ora di tempo. Cristiana Perrella si è data con generosità. La sua visione e il suo pensiero sono ricchi, dinamici, sofisticati. Le dico che ascoltandola mi è venuto in mente a più riprese il concetto di de-coincidenza di François Jullien. La parola le è piaciuta. La saluto promettendole il libro di Jullien in segno di ringraziamento. Mi incammino lungo via Nizza.




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