Dallo spettro all’oceano autistico: intervista a Marina Montagnini sulle autobiografie di persone con autismo

Le ricerche della dottoressa Marina Montagnini sull’autismo attingono da almeno tre fonti fondamentali: l’esperienza clinica diretta con pazienti autistici adolescenti o adulti in trattamento psicoanalitico; i contributi clinici, teorici e tecnici di psicoanalisti come Frances Tustin e gli Ahumada nell’ambito dei trattamenti analitici precoci; le autobiografie di autori con diagnosi di spettro autistico (Temple Grandin, Donna Williams, Daniel Tammet, Birger Sellin, Carly Fleischmann, John Elder Robison, Tito Rajarshi Mukhopadhyay). 

La Dr.ssa ha inoltre articolato questo materiale con le ipotesi neurocognitive, in particolare quelle relative alla teoria della mente (Baron-Cohen), ai talenti savant (Snyder) e alla neurocognizione affettiva degli animali e degli autistici (Panksepp).

Dopo aver approfondito il tema partendo da queste fonti così disparate, ci si rende conto che l’autismo non può essere ridotto né ad una diagnosi, né ad uno spettro in cui alcuni tratti sono presenti in modo più o meno marcato. Grazie soprattutto alle autobiografie, emerge un oceano autistico, dove si ritrova la stessa sfida di ogni essere umano: quella di contenere moltitudini, affrontata con regole proprie e peculiari.

 

Emiliano Alberigi Quaranta (EAQ): Quasi tutti gli autori delle autobiografie che hai esaminato sono stati diagnosticati nell’infanzia come autistici a basso funzionamento perché non parlavano. Donna Williams arriva ad affermare paradossalmente che spesso gli autistici a basso rendimento sono nascostamente molto intelligenti e più vicini a sé stessi, alla propria vera identità autistica, di quanto non lo siano gli autistici ad alto rendimento, semplicemente più compiacenti e più falsi. Alla luce delle conoscenze attuali, quanto ha ancora senso la distinzione tra un autismo ad alto e basso funzionamento?

Marina Montagnini (MM): Questa distinzione non ha nessun senso ed è una vera forzatura. È molto diffusa nel senso comune, ma se leggiamo le autobiografie scopriamo che molti degli autori  -come Donna Williams stessa- hanno ricevuto inizialmente una diagnosi di basso funzionamento, soprattutto legata all’incapacità di accedere al linguaggio. Temple Grandin era considerata una bambina autistica molto grave, ‘come un piccolo animale selvatico’, priva di linguaggio fino a tre anni e mezzo. Carly Fleischmann fino a 10 anni appariva come un’autistica gravissima, poi ha sconvolto tutti digitando ‘aiutomaldidenti’ e rivelando un’intelligenza straordinaria. Birger Sellin ancor oggi ha l’aspetto e il comportamento di un ritardato grave, ma scrive come un poeta. Fin dall’inizio, i pionieri Kanner e Asperger avevano delineato quadri molto simili nella fisionomia, nel comportamento e nella cognizione, con la tipica compresenza di deficit e talenti. Confrontando i casi descritti da Kanner nel 1943 e quelli di Asperger nel 1944, si nota che sono simili in tutto. Entrambi sottolineano ascendenti molto intelligenti e difficoltà di nutrizione precoci. A questo proposito alcuni studiosi hanno supposto che una precoce sovra produzione di oppioidi endogeni (Panksepp) riduca la sensazione della fame e l’importanza del primo oggetto relazionale. Ridurre la distinzione tra alto e basso funzionamento al solo accesso al linguaggio è un criterio inadeguato. Nella pratica clinica vediamo bambini che parlano, ma hanno difficoltà a intraprendere un percorso di miglioramento, e altri che non parlano per niente, ma riescono a beneficiare enormemente di un trattamento terapeutico. Birger Sellin (considerato fortemente ritardato) sfogliava meccanicamente i libri di cui strappava le pagine nella biblioteca familiare e quando riuscì ad avere accesso al linguaggio scritto, si scoprì che quei libri li leggeva veramente. Tito Mukhopadhyay sembrava un autistico a basso funzionamento mentre appare ad alto funzionamento nel suo libro - la sua esperienza autentica è molto più intelligente e sensibile di quanto non sembri dall’osservazione del comportamento.

 

EAQ: Tutti gli autori di autobiografie descrivono l’esperienza di essere esposti a un’ipersensibilità sensoriale. Baron-Cohen considera questo aspetto alla base di ciò che costringe questi individui a divenire degli iperistematizzatori. Donna Williams sembra proporre un punto di vista leggermente diverso, preferendo parlare di un sovraccarico di informazioni, suggerendo che l’origine dell’ipersensibilità non sia necessariamente in un funzionamento diverso degli organi sensoriali, ma nella difficoltà di elaborare le informazioni. Frances Tustin non riconosce un ruolo primario alla ipersensibilità sensoriale. Quale è secondo te il ruolo della ipersensibilità sensoriale in questi disturbi?

MM: Penso che la ipersensibilità sensoriale periferica sia sempre presente e che gli organi sensoriali funzionino effettivamente in modo diverso. L’iperacuità visiva e tattile sono state accertate sperimentalmente. La vista degli autistici è acuta quanto quella degli uccelli da preda, molto superiore alla media, come ha dimostrato Baron-Cohen. È possibile che l’iperacuità riguardi tutti i sensi, anche se questo non è stato accertato sperimentalmente per tutti. L’iporeattività sensoriale -molti bambini autistici sembrano sordi, per esempio- è in realtà una conseguenza della ipersensibilità. I bambini iporeattivi sono i più ipersensibili e quindi i più esposti al sovraccarico. In questi casi il cervello va in off, si spegne, del tutto o temporaneamente, come automatismo protettivo. Daniel Tammet descrive come fosse costretto a ‘spegnere’ la mente quando disturbato dai rumori esterni. Questo meccanismo neurologico è stato spiegato da Panksepp come una disfunzione del sistema degli oppioidi: quando il bambino è in sovraccarico si ha una specie di scarica di oppioidi endogeni, e questo potrebbe spiegare anche gli sbalzi improvvisi. Il sovraccarico di informazioni di cui parla Donna Williams è dunque la conseguenza della ipersensibilità sensoriale periferica e della iperemotività, che generano iperelaborazione mentale, che a sua volta genera iperintelligenza. La sequenza ipersensibilità → iperemotività → iperintelligenza/deficit rappresenta la caratteristica comune della particolare cognizione autistica. Il deficit è ugualmente conseguenza del sovraccarico: talenti e deficit hanno una origine comune e obbligata. Queste caratteristiche neurodivergenti sono ancora più spiccate nei Savant, dove il deficit è complicato da talenti estremi. Gli psicoanalisti, compresi Tustin e Ahumada, sbagliano a non tener conto della ipersensibilità sensoriale. Gli autistici non possono avvertire i loro terapeuti di questo perché non sanno di essere diversi, devono ancora rendersene conto.

 

EAQ: Carly Fleischman fa riferimento al ruolo delle stereotipie come a un modo per filtrare le informazioni. Questo ci aiuta a considerare queste manifestazioni non come semplici reazioni a qualcosa di disturbante, ma a vederle in un ruolo attivo per fronteggiare ed elaborare la realtà esterna ed interna. A tuo parere questo ci può aiutare a rileggere il concetto di ipersensibilità sensoriale?

MM: È molto interessante questa lettura di Carly, che vede le stereotipie come un filtro. Questo suggerisce un’attitudine attiva, piuttosto che passiva, rispetto all’effetto della realtà esterna. Le stereotipie sono spesso viste, a prima impressione, come un semplice reagire, anche auto-calmante. Invece è interessante questa lettura che le vede come strumenti per schermarsi, per filtrare gli stimoli. Carly spiega: ‘Non sono stereotipie... Le stereotipie sono quando ci concentriamo su un output sensoriale per escludere un input sensoriale’. Poi precisa: ‘È un filtraggio audio... assimiliamo oltre 100 suoni al minuto. Ci costa fatica processare tutti i suoni allo stesso tempo’. Credo però che Carly ci arrivi per passaggi logici, mentre nella maggior parte dei casi la stereotipia è un meccanismo automatico di difesa da un eccesso di stimolazione. Temple Grandin da bambina si calmava osservando i granelli di sabbia scorrere tra le dita e poi girava senza fine su sé stessa in estasi -quella parcellizzazione in minuscoli bit di informazione sembra fornire una via di accesso controllabile al mondo. Daniel Tammet da bambino faceva lunghe pile di libri e si sedeva nel mezzo, creando un ambiente prevedibile. Le stereotipie possono essere dei filtraggi automatici. La loro prevedibilità incrementa la sameness, promuove l’hypersystemising e aumenta il livello degli oppioidi endogeni, come hanno dimostrato Panksepp e Scifo. L’ipersensibilità sensoriale e l’iperemotività le scatenano, oppure scatenano altre scariche d’emergenza come il panico, i tantrum o l’epilessia. In queste situazioni si mette in moto anche l’intelligenza ipersistematizzante perché costituisce una ricompensa immediata: si è trovato qualcosa di prevedibile. Tito Mukhopadhyay sviluppava tossicodipendenze per scale da salire e scendere, interruttori da accendere e spegnere, altalene -ogni situazione che diventava confortevole attraverso la ripetizione.

 

EAQ: Donna Williams si riferisce alle ‘personalità di facciata’ cui ricorre quando capisce di dover fingere di essere in un certo modo per poter ottenere qualcosa o cavarsela in qualche situazione. Quanto e come le personalità di facciata costituiscono un ostacolo, piuttosto che una risorsa nella vita di questi individui?

MM: Nei blog online gli autistici insegnano a sviluppare personalità di facciata per adattarsi al mondo normale: ‘mask!’ è il termine che usano. John Elder Robinson racconta di aver comprato ‘Etiquette’ di Emily Post, un tomo di 800 pagine, a 25 anni per imparare le regole sociali, e consiglia di osservare attentamente cosa fanno gli altri in qualunque situazione per imitarli con profitto -masking appunto. In generale penso che siano ostacoli per raggiungere un’autoconsapevolezza identitaria autentica. Donna Williams, per esempio distingue la sua vera identità autistica da due ‘facciate’: Willie, la facciata logica e impersonale, capace di ottime prestazioni automatiche, e Carol, sorridente, buffa, chiacchierona, socialmente accettabile, ma costruita su imitazione. Può sembrare che anche Temple Grandin, in una forma diversa, usi un meccanismo simile attraverso l’identificazione con gli animali: questa visione di sé come preda con visione periferica potrebbe essere un modo per tollerare un senso di sé mediato da un’identificazione con qualcuno che non è lei. Tuttavia, oltre all’identificazione vi è il contatto emotivo: Temple accarezzando una mucca capisce se è agitata, tranquilla, ecc. In contrasto con la teoria della mente si immedesima totalmente con lo stato d’animo dell’animale. Il problema è che il bambino autistico non vuole essere autoconsapevole. L’autistico ha tanta paura, quindi preferisce gli oggetti che sono più prevedibili, mentre le relazioni con gli umani, oltre ad essere altamente imprevedibili, comportano anche la consapevolezza di sé, che per loro è un lusso impossibile da un punto di vista emotivo. Quando Donna Williams nell’autobiografia si avvicina decisamente a un senso di sé e di autoconsapevolezza entra nel panico (e questo è legato al senso di imprevedibilità profonda quando questa riguarda se stessi). Non sappiamo perché, forse perché l’emozione della autoconsapevolezza di sé è eccessiva, un ulteriore sovraccarico.

La cultura iperinclusiva o le terapie comportamentali eccessive costituiscono altri ostacoli alla costruzione di un’identità autentica.

 

EAQ: Dall’autismo si può guarire? Tutti gli autori delle autobiografie sostengono una lettura organogenetica rispetto a una psicogenetica. Temple Grandin si è sottoposta a diversi studi di risonanza magnetica riscontrando specificità neurologiche. Dalle osservazioni cliniche vediamo invece come interventi efficaci e precoci possano ottenere miglioramenti significativi. Cosa possiamo dedurre?

MM: È un grande problema. Non ho motivo di dubitare degli Ahumada, con i quali ho parlato recentemente. Ribadiscono che i loro cinque casi sono guariti, non si tratta solo di miglioramento o addestramento. Secondo loro ci sono grandi pregiudizi in tema di guarigione. All’origine non si può ipotizzare nient’altro che la neurodivergenza sia geneticamente determinata, allo stato attuale della ricerca in campo neuro cognitivista: i gemelli omozigoti nel 60% dei casi e più sono entrambi autistici; da un anno ho in trattamento una donna molto intelligente, ADHD, sposata con un uomo molto intelligente Asperger e ADHD che hanno tre figli: la maggiore è certificata Asperger e ADHD, gli altri due sono molto intelligenti e con tratti Asperger. Temple Grandin afferma chiaramente: ‘L’autismo è nella vostra mente? No. È nel vostro cervello’. Nelle sue scansioni cerebrali il fascicolo fronto-occipitale è iperconnesso, le fibre visive sono il 400% superiori al soggetto di controllo, mentre quelle tra udito e linguaggio sono l’1%. Io vedo l’autismo come un problema organico, ma la guarigione è possibile se i bambini vengono trattati quando il cervello è ancora molto plastico, quando l’interruzione del dialogo primario (Spitz) è recente (per esempio una depressione o un allontanamento della madre) e non si è ancora cristallizzata un’identità autistica. Anche Tustin nota che alcuni bambini escono dal guscio, illesi, come se avessero aspettato condizioni ambientali favorevoli: quando le condizioni glielo permettono, mostrano doti eccellenti di intelligenza ed empatia. Lo sviluppo tecnologico gioca un ruolo nella disconnessione, perché l’autistico predilige la relazione con gli oggetti piuttosto che con gli umani, troppo imprevedibili. Allo stesso tempo la tecnologia seleziona l’intelligenza ipersistematizzante e produce l’attuale epidemia di autismo. Secondo il ragionamento ex adiuvantibus degli Ahumada: se la terapia psicoanalitica guarisce, se ne deduce che la causa della malattia è psicologica. Non lo credo. Secondo me l’autismo ha un’origine organica, ma questa condizione può essere corretta se si interviene molto presto con modalità corrette -bisogna intervenire prima che si cristallizzi un’identità autistica, quando il cervello può ancora ritornare a funzionare normalmente attraverso la ‘ripresa del dialogo primario’ (Tustin, 1990).

 

EAQ: In alcuni ambiti degli studi e dei trattamenti dell’autismo, la psicoanalisi non gode di buona stampa. Possiamo ricostruire come mai? Alcune critiche si sono rivelate ben fondate, come imputare a una madre fredda o intellettuale l’origine del disturbo autistico. Cosa rimane oggi di queste critiche?

MM: Non decostruisco le critiche perché sono in gran parte giustificate. La colpevolizzazione delle madri è sempre in agguato, anche nelle forme politically correct. Bettelheim e la scuola Kleiniana, Meltzer e compagnia, hanno sbagliato, hanno ostacolato la guarigione e screditato il metodo psicoanalitico all’interno della comunità autistica, sia tra i genitori che tra i figli. Temple Grandin ricorda amaramente che Bettelheim avrebbe visto in lei una ‘fortezza vuota’ e sua madre avrebbe ricevuto l’etichetta di ‘madre frigorifero’. Scrive: ‘mia madre... alla fine sarebbe diventata vulnerabile al senso di colpa della madre frigorifero. ...Un medico la informò che la causa del mio comportamento era un trauma psichico e che finché io non fossi arrivata a identificarlo ero condannata ad abitare il mio piccolo mondo di isolamento’.  Naturalmente è giusto sottolineare che qui si può subito cadere nella colpevolizzazione della madre. Ma dobbiamo pensare che la madre in questo periodo storico abbia particolari difficoltà. Come scrivono gli Ahumada, se il terapeuta riesce a far recuperare al bambino la sensazione di avere a che fare con un individuo umano, il bambino è disposto a riconoscere l’umanità del terapeuta e quindi anche la propria. Nelle autobiografie emergono ritratti commoventi di genitori teneramente devoti ai loro figli autistici. Mi ha particolarmente colpito il racconto di come la madre di Tito M. riesce ad insegnargli a scrivere, per esempio. Carly ha una sorella gemella monozigote che si è sviluppata normalmente - tutto lascia supporre che i genitori abbiano seguito le due sorelline con amore e attenzione, entrambe nello stesso modo. Eppure, Carly fin dall’inizio, come dice il padre: ‘pareva venuta da un altro pianeta’.

 

EAQ: Il tentativo della psicoanalisi di cercare un senso nel funzionamento autistico viene spesso confuso con l’indicazione di una causa. Ipotizzare che per un soggetto autistico sia importante ricostruire un dialogo primario relazionale, che Stern chiama la danza innamorata tra madre e neonato, viene confuso con l’indicare nel rapporto primario con la madre la causa del disturbo. Non ti sembra che cercare di dare senso alle esperienze venga confuso con il tentativo di attribuire colpe?

MM: Assolutamente sì. È una confusione molto dannosa. Cercare di comprendere il senso di un’esperienza, di un comportamento, di un modo di funzionare non significa necessariamente individuare una causa o, peggio ancora, un colpevole. Il bambino autistico ha un problema di disconnessione dal mondo umano, ma non è affatto lontano dalle capacità simboliche (in generale gli autistici sono troppo sottovalutati). Nutrire questa disconnessione comporta problemi rispetto alla propria identità autistica. Questo è un grosso problema che compare nell’intera terapia, perché le esperienze sono talmente faticose che alcuni autistici esprimono nostalgia di ‘normalità’, si sentono imprigionati, come dice Birger Sellin nel titolo stesso del suo libro: ‘Prigioniero di me stesso’. L’odio verso se stessi è un elemento clinicamente molto rilevante. In effetti è una cosa che si riscontra anche nelle autobiografie, quella di Sellin stesso che scrive di non sentirsi degno di usare il linguaggio, non abbastanza meritevole. Ci sono aspetti di grande distruttività. Prova a pensare all’odio di una minoranza razziale: la prova della sua diversità ‘razziale’ è la stessa cosa. L’autistico vede che gli altri sono normali e capisce perché lui è diverso. John Elder Robinson da bambino si sentiva ‘come un cervo solitario in una foresta di lupi’: un’esperienza di diversità radicale e dolorosa.

 

EAQ: Vi sono errori propri di alcuni approcci psicoanalitici, basati sul mancato riconoscimento della specificità dei soggetti autistici, che è possibile reperire dai rilievi della Tustin e degli Ahumada. Quanto possiamo imparare dagli scritti autobiografici sul modo migliore per avvicinarci a un soggetto autistico?

MM: Gli psicoanalisti dovrebbero diventare degli esperti di autismo leggendo le autobiografie autistiche, guardando le numerose serie televisive che ormai fioriscono ad ogni stagione (Avvocata Woo, The good Doctor, Detective Monk, Dr House, etc), frequentando i blog e magari anche giocando molto ai videogiochi (li hanno inventati gli autistici!). Dagli autistici gli psicoanalisti possono imparare moltissimo, se rinunciano alla supponenza. Donna Williams dà almeno due esempi del modo giusto di contattare l’autistico: il caso di Robbie e il caso della bambina della spazzola. Con Robbie, insaccato in un pannolone nella casa di cura, Donna gli porge uno ad uno oggetti insignificanti (una forchetta di plastica, una pallina), non lo guarda e non dà alcun accento significativo ai suoi movimenti. Guarda lontano, oltre, come fa lui. Con stupore lo staff vede Robbie tenere in mano gli oggetti. ‘Era possibile che il mio ‘non esserci’ permettesse a lui di esserci?’ riflette Donna. Con la bambina in panico al campeggio, butta via la bambola che il personale le aveva dato e porta una spazzola, ci passa sopra una mano per il fruscio, accompagna con una melodia lasciando spazi vuoti che la bimba riempie, finché la bambina si calma. Come dice Carly Fleischman, molti si avvicinano all’autistico con l’arroganza di chi vuole curare i denti con gli attrezzi da giardinaggio. Il terapeuta deve accettare di essere assente, di non esserci. Come dice Donna Williams: ‘Guarda che io non ci sono, attento, io non ci sono’. Se il terapeuta è assente, allora l’autistico può forse essere presente, magari per pochi istanti. Perché se il terapeuta è presente, l’autistico scompare dal mondo. Carly fornisce suggerimenti interessanti sugli accorgimenti da avere in mente per interagire con un soggetto autistico: l’uso dello sguardo, i tempi di elaborazione delle informazioni. Spiega che è sbagliato incoraggiare i pazienti a guardare negli occhi le persone: ‘scattiamo immagini nella testa come una macchina fotografica. È come riempire una macchina fotografica con troppe foto. Diventa insostenibile’. Ci sono elementi che ritornano nei diversi casi clinici: il rafforzamento propriocettivo della identità fisica attraverso l’utilizzo di oggetti duri inanimati, l’esigenza e il valore terapeutico di sentirsi riconosciuti, il fatto che questo possa avvenire in un rapporto in cui il terapeuta accetta quasi di scomparire.

Queste osservazioni ci fanno capire che le interpretazioni precoci di matrice kleiniana o il ricorso alla tecnica della ‘reclamation’ della Alvarez possono essere errori gravi. Le interpretazioni sono intrusioni traumatiche, almeno nelle fasi precoci del trattamento.

 

EAQ: Quali ritieni che siano le specifiche opportunità che un approccio psicoanalitico può offrire alla cura e conoscenza dell’autismo?

MM: I terapeuti dovrebbero ripristinare il dialogo primario e restituire all’autistico la consapevolezza di esistere come essere umano, non come cosa, e che gli altri esistono come esseri umani e non come cose. Gli oggetti sono infinitamente più prevedibili e gli autistici sono tormentati dalla paura dell’imprevedibile: sono prede in un mondo di predatori. Temple Grandin lo dice esplicitamente con la sua teoria del sistema nervoso paleomammaliano, antipredatorio. John Elder Robinson si descrive come ‘un cervo solitario in una foresta di lupi’. Il terapeuta deve essere devoto, stabile, calmo, oggettivo, senza intenzioni o aspettative. È un lavoro ingrato che richiede un ottimo setting interno. Possibilmente deve accettare di essere una cosa, deve non esserci1. Donna Williams racconta che con il marito Jan (Asperger), ciascuno dei due ‘conversasse’ parlando a sé stesso in lunghi soliloqui, evitando la consapevolezza dell’altro per conservare quella di sé stessi, e il loro abbraccio si limitava ad un reciproco appoggio del tronco, braccia penzoloni. Anche Temple progettò la ‘macchina degli abbracci’ per ottenere il conforto della pressione, senza il contatto umano intollerabile. Gli psicoanalisti che trattano i bambini con un setting interno ed esterno privo di risonanze emotive eccessive, con molta devozione e speranza, possono fare molto. Molti psicoanalisti d’istinto adottano un metodo appropriato, ma l’apparato teorico è vecchio e non si confrontano con le nuove acquisizioni neuroscientifiche di Panksepp, Snyder, Baron-Cohen. Bisogna lasciar cadere la supponenza e essere molto attenti ad imparare. Occorre predisporsi a una lunga attesa, ma anche qualcosa di più: devozione e speranza. Di solito non sono elementi che vengono analizzati nel percorso formativo, ma sono fondamentali.

Penso che la lettura delle autobiografie contribuisca molto a questo senso di devozione e speranza, perché veramente veicola un senso di umanità profondissima, al di là di tutte le manifestazioni più evidenti del disturbo.

 

EAQ: Dallo studio dell’autismo possiamo apprendere nuove vie della simbolizzazione? E qual è il ruolo del linguaggio?

MM: Gli autistici non sono affatto lontani dalle capacità simboliche, in generale sono troppo sottovalutati. Il simbolo è acquisito con relativa facilità dall’autistico mentre il suo mimetismo è una identità di facciata che gli permette ancora una volta di fuggire a sé stesso, come nel caso di Sofia. Parafrasando Gaddini alla rovescia, si potrebbe dire che ‘imita per non essere’. Il rapporto tra sinestesia e iperassociatività visiva o sensoriale può essere un percorso per recuperare vie simboliche altrimenti non percorse, come nei casi di Tammet, Sellin e Donna Williams. Temple Grandin utilizza prevalentemente il senso visivo, ricostruendo scenari visivi completi: proietta nella mente il suo progetto come un film tridimensionale, lo osserva dall’alto, dal basso, di lato, fa scorrere il film avanti o indietro. Tito Mukhopadhyay è più orientato verso il sensoriale-uditivo-olfattivo-gustativo: dice che ascolta i suoi sogni, non li vede. O anche se prendiamo il modo in cui ricorda e dice che ‘un giardino mi ricorda il giardino di Minnesore il giorno in cui la mamma compiva gli anni e io ascoltavo il gocciolio della fontana e assaggiando la zucca ho sentito un gusto amaro e gli steli delle piante erano altrettanto amari e verdi come il pallone verde del giorno che ho giocato con mio cugino che aveva un berretto verde’. Tito a questo punto parlerebbe di tutti gli oggetti verdi che ricorda da quando è nato. In questo flusso associativo si inseriscono delle sinestesie: ‘le parole erano dei nastri gialli di silenzio che vibravano tra le gambe delle sedie’. Ogni giardino gli ricorda i giardini visitati con sua mamma: quello dove c’era una fontana che gocciolava, una zucca che aveva un gusto molto amaro: una serie di elementi sensoriali che a volte costruiscono delle sinestesie, come ‘il silenzio blu’, utilizzando contemporaneamente sensazioni attinenti a due sensi diversi (udito e vista). Lo specchio gli raccontava ‘storie in verde e rosso’: verde come le tende, rosso come il pavimento. Mi ha molto colpito anche il dotare di caratteristiche vivide e sensoriali elementi così astratti come i numeri in Tammet: ‘Sono nato il 31 gennaio 1979: un mercoledì. Lo so perché nella mia testa i mercoledì sono sempre azzurri’. Questi paesaggi numerici suggeriscono una sinestesia anche nel vedere il pensiero. Quando recitò 22514 decimali del pi greco, visualizzava mentalmente un grafico: ‘il numero sale, poi si scurisce e diventa irregolare nel mezzo, per poi scendere serpeggiando’. L’applicazione di questi schemi sensoriali di base dei Savant non viene inibita nelle persone autistiche, come invece accade nei neurotipici.

Il caso di Birger Sellin, a cui accennavo precedentemente, è commuovente: era considerato ritardato e sfogliava meccanicamente i libri in biblioteca, e quando riuscì ad avere accesso al linguaggio scritto si scoprì che quei libri li leggeva veramente. Era come se archiviasse nella memoria tutto, sensazioni e pensieri, e poi in un secondo tempo riuscisse ad elaborare gli stimoli. Una memoria non selettiva, perché proprio nella selettività c’è il contributo di un io, di un senso di sé che gli autistici hanno difficoltà a tollerare. Sul sollievo che dà il linguaggio sono d’accordo. Soprattutto leggendo la Tustin, ma anche studiando le autobiografie, non si può sottostimare il ruolo che l’accesso al linguaggio costituisce per un soggetto autistico per permettergli di appropriarsi del proprio mondo in un modo più mediato, protetto e creativo. La cura analitica si basa anche sulla possibilità, una volta che si riesce a tollerare e recuperare il dialogo primario con l’altro, di accedere al linguaggio. Nelle autobiografie possiamo riconoscere momenti di autocura fondamentali, raggiunti proprio attraverso l’accesso al linguaggio. Donna Williams scrive: ‘A 25 anni arrivai a Londra e comprai una macchina da scrivere. Le parole cominciarono a riversarsi da me, raccontando la storia della mia vita... quando accadde, mi fu consegnata la proprietà della mia stessa vita, perché non sapevo solo teoricamente chi fossi e chi fossi stata, ma riuscivo anche a sentirlo’.

 

EAQ: Come consideri la teoria della mente in relazione all’autismo? 

MM: Questa è una domanda importantissima anche nella cura dei soggetti autistici. Alcuni approcci si fondano sull’assunto sbagliato che gli autistici siano privi di una teoria della mente, cioè non riescano ad immedesimarsi nel mondo interno di un altro per un’assenza o incapacità di empatia. Ma Baron-Cohen e Frith probabilmente si sbagliano. La prova sperimentale degli sperimentatori è la seguente: ci sono due scatole con due oggetti diversi (palla e dolcetto per esempio). Il bambino autistico guarda cosa succede. Lo sperimentatore scambia il posto degli oggetti nelle due scatole. Entra il bambino che fa da soggetto di controllo e si chiede al bambino autistico: ‘dove deve guardare questo bambino per trovare la palla?’. Il bimbo autistico risponde come se non avesse visto che la palla ora si trova in una scatola diversa, o come se il bambino che non ha visto nulla avesse visto lo scambio di scatola. Critiche: 1) il bambino autistico è così poco interessato a tutta questa faccenda che risponde a casaccio, 2) il bambino autistico che volesse essere collaborativo sarebbe comunque incapace di dire qualcosa che denunci la sua esistenza e la sua consapevolezza e la sua competenza. Birger Sellin racconta di una signora in autobus: ‘una volta in questa metropolitana mi è successo che una donna mi abbia guardato con affetto; era bello ci penso spesso con fiducia e non lo dimenticherò’. In questo caso si sente che lo sguardo della signora non è come i soliti sguardi pietosi che riceve, e ogni tanto richiama alla memoria questo sguardo perché è consolatorio, gli ha fatto bene. Allora qui la teoria della mente funziona benissimo: è riuscito a entrare nella mente di qualcuno. E ha capito che lo sguardo della signora era pieno di bontà per lui.

Ci sono tanti autistici che non riescono a tollerare l’imbarazzo del personaggio neanche in un film, neanche in un cartone animato. Non è che siano incapaci di empatizzare, semplicemente questa capacità li travolge emotivamente, quindi preferiscono non esercitarla. L’empatia per loro è insopportabile. CarlyFleischmann, pur non potendo parlare, è descritta come ironica, empatica, altruista, capace di forti slanci di affetto verso i suoi fan online.

 

EAQ: Come è nato il tuo interesse per le autobiografie autistiche 2?

MM: È nato dall’incontro con i pazienti. Uno dei miei pazienti è venuto da me al raggiungimento della maggiore età. Nel servizio di neuropsichiatria infantile non sapevano che diagnosi fare: il servizio si era diviso tra alcuni che pensavano ad una forma di psicosi atipica e altri che ipotizzavano una grave nevrosi ossessiva. Essendo molto intelligente, lui ha fatto ricerche approfondite, che condivideva con me; poi ha trovato in rete un blog di ragazzi Asperger e ha capito che quella era la sua diagnosi. È stato lui a propormi la lettura di alcune autobiografie. Ho capito che gli autistici capivano di se stessi molte più cose di quanto non capissero gli esperti di materia. 

Nella diversità delle singole storie ritroviamo tuttavia uno stile iperassociativo. In Temple Grandin è legato al ricostruire scenari visivi completi. In Tito e in altri assume caratteristiche diverse a seconda del senso su cui sono più orientati. Questo li rende estremamente vicini alla poesia. Birger Sellin scrive: ‘canto la canzone dalla profondità dell’inferno / e chiamo tutti i muti di questo mondo / fate di questo canto la vostra canzone’: una prosa poetica straziante e bellissima.

 

EAQ: Come affrontano gli autistici l’adolescenza e la vita affettiva?

MM: Quando arrivano all’adolescenza si riproduce uno scontro terribile. Ci sono da un lato le pulsioni vitali che spingono verso l’incontro con l’altro, dall’altro l’autismo che richiede isolamento. Un mio paziente Asperger si è innamorato e ha avuto dei tentativi di dialogo con una ragazza,  niente di più, ma era già troppo. Purtroppo, la storia è morta lì. Donna Williams si è sposata. Nei libri racconta la fase dell’innamoramento con lo sconosciuto gallese: seduti uno di fronte all’altra sul treno, sapevano come scherzare con il cuore in gola, fronteggiando la paura di morire, tremando entrambi, controllando a stento la voglia di scappare. John Elder Robinson racconta dei suoi fallimenti con le ragazze. Quando Amy lo invitò a cena, fece il bucato di una intera vita in un giorno solo, si lavò e si tagliò i capelli: voleva fare colpo! Davanti agli asparagi procedette spedito nella veloce triturazione del gambo, poteva mangiarne un chilo in un attimo... Quando rialzò gli occhi su Amy, rimase atterrito e stupefatto. Non fu in grado di render conto e la perse.

 

EAQ: Molti autistici sono attivamente impegnati per la comunità autistica. Come interpreti questo?

MM: Prova a pensare all’odio di cui è oggetto una minoranza razziale: la prova della diversità è la stessa cosa. L’autistico vede che gli altri sono normali e capisce di essere diverso e incomprensibile. Questo genera un senso di ingiustizia. A volte però la cultura iperinclusiva nega le differenze, nega i talenti speciali, e porta a un’ulteriore iperstimolazione. L’ingiustizia viene seguita a volte anche da forme di terapie comportamentiste eccessive. Questo fa sì che molti autistici sentano il dovere di impegnarsi per la propria comunità.

Tra tutti, Robinson è quello che forse in modo meno conflittuale ha accettato questa posizione. Lui ha una storia diversa, più capacità adattive, e sottolinea l’orgoglio della diversità: è praticamente l’unico. Scrive: ‘Sono fermamente convinto che noi [...] siamo qui per un motivo preciso e abbiamo molto da offrire’. Carly Fleischmann è diventata una celebrità in televisione come portavoce dell’autismo, capace di rispondere ai fan online con ironia ed empatia.

Per concludere con le parole di Birger Sellin, l’obiettivo è ‘sciogliere i gelidi muri e rifiutare di essere emarginati’: un obiettivo che richiede devozione, speranza e la disponibilità ad imparare da chi vive questa esperienza dall’interno.

 

1 Affianco all'atteggiamento di apparente non esserci vi è contemporaneamente una profonda fiducia che dietro quell'apparente non esistere vi è un profondo coinvolgimento emotivo verso l'altro.

2  A questo link le recensioni delle autobiografie autistiche a cura della Dr.ssa Montagnini: www.centrovenetodipsicoanalisi.it/biografie-di-persone-autistiche/

 

BIBLIOGRAFIA

Alvarez, A. (2012). The thinking heart: Three levels of psychoanalytic therapy with disturbed children. London, Routledge.  

Asperger, H. (1944). Autistic Psychopathy in Childhood in Autism and Asperger Syndrome, a cura di U. Frith, Cambridge, Cambridge University Press.

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www.centrovenetodipsicoanalisi.it/biografie-di-persone-autistiche/

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