Il cinema, in quanto linguaggio collettivo, è da sempre chiamato a costruire narrazioni e immagini che, nel riflettere la realtà, al tempo stesso la trasformano, amplificandone alcuni aspetti, riducendone altri e talvolta arrivando a distorcerli. Anche la rappresentazione dell’autismo non sfugge a questa dinamica: fin dal suo ingresso sul grande schermo - e in parte ancora oggi - i personaggi autistici sono stati spesso raffigurati come individui ad alto funzionamento, dotati di un’intelligenza elevata e, talvolta, di una vera e propria genialità. Non sorprende che il cinema sia affascinato dal “superpotere” della mente: i cosiddetti “Asperger” sono stati protagonisti di molte pellicole, offrendo al pubblico da un lato, una maggiore conoscenza dell’autismo e, dall’altro, una rappresentazione stereotipata del bambino o ragazzo superdotato: basti pensare ai personaggi con abilità della Sindrome del savant come Rain Man, genio della matematica o a Forrest Gump, eroe americano che compie costantemente imprese epiche. Lo sguardo dello spettatore è catturato dalle competenze straordinarie di questi personaggi, tanto che le stereotipie e i manierismi, seppur presenti, suscitano una reazione ilare e di tenerezza, lontana da una scomodità che più autenticamente si produce nel contatto reale con una persona affetta da autismo.
Il rischio cui si incorre è dare vita e voce quasi esclusivamente ad uno spicchio di quello che appunto è stato definito uno spettro, ovvero una condizione del neurosviluppo che include una vasta gamma di disturbi, conferendo all’autismo una complessità di difficile rappresentazione e poco omogenea. Ciò che passa sugli schermi poterebbe condurre ad una percezione piuttosto rassicurante dell’autismo, lì dove la sofferenza data dall’emarginazione che più di frequente queste persone vivono, così come quella legata al sentirsi strani e diversi, viene bonificata e superata dalla predominanza del grande talento o intelligenza, rarità nel nostro mondo da preservare e valorizzare.
Questo pensiero non è distante da quello che Hans Asperger ha operato negli anni in cui ha lavorato per la Germania nazista: in quel periodo la psichiatria divenne un progetto per classificare le persone come geneticamente adatte o inadatte. Nell’ambito di programmi di eutanasia, il medico austriaco, complice della macchina dello sterminio, protesse i bambini che riteneva essere intelligenti e talentuosi, mentre inviò nella clinica Am Spiegelgrund di Vienna, centro di eutanasia infantile, quelli che rientravano nell’etichetta da lui coniata di “psicopatia autistica”. Era lì che venivano uccisi coloro che non erano conformi alla società, ed è lì che Hans Asperger divenne connivente nell’attuazione dell’ideale di un popolo ariano omogeneo.
Annullare la diversità o, meglio, l’alterità è la radice della promozione di uno sguardo omologante a cui anche il cinema rischia di contribuire dal momento che più di frequente predilige una particolare tipologia di rappresentazione dell’autismo, i cui protagonisti sono prevalentemente uomini bianchi, con particolari doti e sensibilità.
Nonostante le critiche che si possono rivolgere ad alcune scelte registiche, la tematica è sempre più presente e centrale nelle nuove creazioni video, in particolare nelle serie-tv che rappresentano, ormai da tempo, un nuovo modo di fare cinema.
Tra queste produzioni sicuramente c’è da segnalare Atypical, una serie tv americana, che ha avuto un grande successo grazie anche alla distribuzione Netflix. Al centro della storia c’è Sam (Keir Gilchrist), un ragazzo autistico ad alto funzionamento, alle prese con la sua adolescenza e con il desiderio sempre più forte di avere un incontro sessuale con una ragazza. Probabilmente questo è tra gli aspetti più innovativi della serie: mettere al centro la sessualità di un ragazzo con una neurodivergenza, ponendo un’attenzione non trascurabile al naturale e al contempo complesso, avvicinamento al sesso. Per Sam tutto questo è inevitabilmente complicato: il contatto con l’altro, la razionalizzazione degli impulsi e delle eccitazioni, la schiettezza nel definire ciò che desidera e ciò che non gli piace. Si confronta con una sfida evolutiva che non è facile per nessuno, ma che al suo sguardo rende gli altri più avvantaggiati, facendogli desiderare in più di un momento di essere “normale”.
La normalità viene inneggiata di frequente in questa serie come in altre, e riflette una diffusa seppur limitata interpretazione di un approccio più canonico e conforme alla vita in generale, in particolare al riconoscimento delle regole sociali implicite, alla comprensione e gestione delle proprie e altrui emozioni, deficitarie in un soggetto autistico, seppur di grado lieve. Un esempio è quando Sam, durante un approccio con una ragazza, si trova a scaraventarla giù dal letto per aver ricevuto un contatto troppo debole: “mi piace un tocco preciso, non essere sfiorato” dice tra sé e sé. Il desiderio del protagonista di avere una sessualità adulta, si inserisce in un più grande e necessario progetto di emancipazione e affrancamento familiare, in particolare da una madre (Jennifer Kason Leigh) talvolta opprimente e preoccupata di qualsiasi ripercussione che una eccessiva esposizione al mondo possa generare nel figlio. Accanto a lei, c’è un padre (Michael Rapaport) in difficoltà nel confrontarsi con Sam sin da quando era piccolo, ed una sorella (Jack Haven), forse uno dei personaggi meglio tratteggiati che, pur sentendo il peso di un fratello sul quale sono convogliate molte attenzioni e controllo, riesce ad avere un autentico scambio con lui, oscillando in una sana ambivalenza fatta di momenti protettivi e manifestazioni di rabbia che li vede maggiormente alla pari. Il risalto dato alle quotidiane dinamiche familiari, così come le risposte e le ripercussioni dell’ambiente di fronte ad una diagnosi così importante, sono tra gli aspetti più accurati della serie TV, e che contribuiscono a dare una tridimensionalità e un allargamento di sguardo che non sempre si rintracciano nei lungometraggi che parlano di autismo.
Il personaggio di Sam non manca di stereotipizzazioni che spesso si ritrovano nei soggetti con ASD ad alto funzionamento: l’uso delle cuffie come protezione dai forti rumori esterni, la passione per un animale di cui si diventa sapienti intenditori – nel caso di Sam sono i pinguini – un’amimicità delle espressioni del volto, tutti tratti che seppur verosimili, poiché marcati, conferiscono un’immagine macchiettistica, talvolta poco autentica.
Il rischio che il pubblico abbia una percezione distorta delle persone nello spettro, così come l’affidamento di questi ruoli ad attori non autistici, trova in As we see it una risposta di cambiamento. Questo dramedy che racconta la storia di tre ventenni che convivono in un appartamento a Los Angeles, porta per la prima volta sullo schermo, tre protagonisti affetti da disturbi autistici interpretati da attori che lo sono a loro volta. Jack (Rick Glassman), Harrison (Albert Rutecki), e Violet (Sue Ann Pien) li conosciamo nel loro barcamenarsi nelle sfide quotidiane tese tra lavoro, amicizie ed innamoramenti. La loro quotidianità è sotto una attenta e sensibile supervisione di Mandy (Sosie Bacon), studentessa con ambizioni di neurologa, che li aiuta con le problematiche e le incertezze che incontrano nel confronto con un mondo che non parla la loro stessa lingua e che ancora più di frequente non offre un ascolto adeguato ai loro diversi modi di essere. Jack è un giovane uomo, evidentemente molto abile nelle attività informatiche - centrali nel suo lavoro - ed altrettanto incauto nelle relazioni umane, verso le quali si pone in modo schietto e tagliente, tanto da risultare sgradevole e offensivo. Harrison, in modo meno competente degli altri due coinquilini, si confronta con i rumori del mondo schermandosi con spesse cuffie, nel tentativo di ricreare un isolamento di cui giova quasi esclusivamente dentro casa. È un bambino imprigionato in un corpo adulto in sovrappeso che fa fatica a cambiare, proprio perché camminare per strada è insopportabile: solo pochi passi sono tollerati e solo grazie a Mandy che lo motiva e lo guarda da non troppo lontano. In ultimo c’è Violet, un’appassionata giovane in cerca di un amore “normale”; il suo desiderio però non sa riconoscere l’inganno a cui è sottoposta e un fratello (Chris Pang) presente ma affaticato, non può proteggerla dal rifiuto che subisce in seguito ad un rapporto occasionale, da lei vissuto sin da subito come un travolgente innamoramento.
In particolare, al personaggio di Violet va dedicata una riflessione più accurata in merito a diversi aspetti. In primo luogo, è molto più raro incontrare prodotti cinematografici che trattino di autismo incentrati su di un personaggio femminile. Questa rappresentazione deficitaria dialoga molto da vicino sulla falsa credenza che l’autismo sia una condizione che riguarda maggiormente i maschi, attribuendo il disturbo ad un “cervello estremamente maschile”. La ricerca della biologa britannica Gina Rippon del 2024 ha evidenziato che, «tra più di cento studi sui modelli cerebrali dell’autismo, quasi il 70% aveva testato solo maschi, o al massimo una o due femmine. Su più di quattromila partecipanti coinvolti in questi studi, le donne erano meno del 10%»1. Sin dagli anni ‘40 del secolo scorso, dagli studi di Leo Kanner e con la diffusione della sindrome che prese il suo nome, le indagini epidemiologiche fecero evincere una maggiore prevalenza nelle persone di sesso maschile. Anche Asperger contribuì alla mascolinizzazione di questa visione, dal momento in cui ne parlava come una “variante estrema dell’intelligenza maschile”. Ma l’essere maschi non rientra in nessun criterio formale per l’autismo. I test che si sono iniziati a produrre derivavano esclusivamente dall’osservazione di individui maschi già diagnosticati, generando un’osservazione faziosa e parziale dei numerosi tratti da ricondurre allo spettro. Brevemente, ciò che si è riscontrato è che la diagnosi di autismo alle donne era più di frequente sostituita da diagnosi di disturbo borderline di personalità, ansia generalizzata, depressione o disturbi alimentari. Questo ritardo e perpetrazione di un vero errore diagnostico è, tra le tante, conseguenza di diversi comportamenti sociali nelle donne che le vedrebbero, a differenza del più consueto evitamento e isolamento manifestati dalle persone nello spettro, alla ricerca di un contatto con gli altri, un tentativo che si fa talvolta ossessivo di integrarsi e sentirsi parte di una comunità. Tutto questo - sostiene Rippon - risponde alla grande paura di sentirsi diverse e mira al desiderio di essere “il più normale possibile”. Violet esprime molto accuratamente questa fame di contatto, questa sua ostinazione a voler fare sesso come le altre persone e volere a tutti i costi non essere assimilata al gruppo dei neurodivergenti. Il mimetismo che usa per somigliare il più possibile ad un modello di donna nei suoi usi e costumi, la porta ad esporsi senza difese ad approcci con uomini che, poco sensibilmente, non la aiutano a decifrare la differenza di investimento del loro incontro.
Il pericolo di maggiori abusi, di un’esposizione ad inganni e violenza è un altro tratto di cui si parla poco quando ci si confronta con le persone autistiche. Da una disamina legata a più ricerche in merito al tema, si evince che «essere autistici comporta un rischio del 10–16% di subire molestie sessuali durante l’infanzia e un rischio del 62–70% di essere vittimizzati sessualmente in età adulta. La maggior parte delle vittime sono bambine e donne: il rischio per le donne autistiche di subire un’aggressione sessuale è da due a tre volte superiore rispetto alle donne non autistiche e circa quattro volte superiore rispetto agli uomini autistici. Queste cifre sono coerenti con i tassi della popolazione generale: circa il 30% delle donne e il 12% dei bambini subiscono vittimizzazione sessuale nel corso della vita» 2. Tra i molteplici fattori di rischio si evidenzia la difficoltà o talvolta l’impossibilità di decodificare i segnali sociali impliciti - come possiamo vedere bene dal comportamento di Violet - rendendo molto faticoso identificare condotte pericolose: spesso non riconoscono bugie o intenzioni nascoste, rendendosi maggiormente persuadibili e manipolabili.
“Il mio istinto fa schifo, gli autistici sono facilmente ingannabili e non sanno mentire. La gente vive in un mondo fatto di me e te, ma gli autistici sono più abituati a vivere in un mondo fatto solo di me. Devo sempre impegnarmi per non farmi ingannare dalle bugie”. Queste sono le parole espresse dall’Avvocata Woo, altra protagonista femminile con autismo ad alto funzionamento di una rinomata serie TV sudcoreana. Anche in questo caso, la trattazione del personaggio si rifà maggiormente a quella canonica della persona autistica superdotata: Woo Young-woo (Parc Eun-bin) - nome palindromo nella scrittura coreana e sottolineatura che la donna fa ogni volta che si presenta all’altro - è una promessa dell’avvocatura coreana, con una memoria eidetica, una giovane donna dall’intelligenza sorprendente. I suoi “super poteri” sono accompagnati da alcune peculiarità comportamentali e corporee riconducibili all’autismo: come Sam (Atypical) ed Harrison (As we see it), Young-woo indossa le cuffie per attutire i rumori forti in contesti affollati. Come molti “Asperger” (lei si definisce tale), ha una precisione maniacale che la porta ad allineare ogni tipo di oggetto che reputa fuori posto, ha un incontrollabile desiderio di parlare di balene, cetacei, delfini, ogni tipo di mammifero marino, ingaggiando l’altro ad essere spettatore di monologhi nozionistici seppur ricchi di spunti di approfondimento. I suoi movimenti appaiono goffi, disarmonici e non manca lo sguardo giudicante dei suoi colleghi quando assistono alle sue stranezze, fatta eccezione di Jun-Ho (Kang Tae-oh), uno degli impiegati dello studio legale che, ad esempio, in una prima interazione, teneramente si avvicina a lei e le insegna come, a passo di valzer, possa valicare il grande ostacolo della porta girevole per entrare a lavoro.
La sfida difficile delle serie che trattano questa tipologia di personaggi è rappresentare una storia che possa dare informazioni su una condizione che molte persone nella propria vita non è scontato che incontrino direttamente o che la sappiano riconoscere: pertanto sarebbe rilevante che il prodotto cinematografico fosse il più possibile realistico e rispettoso, senza eccedere in momenti di romanticismo e trame idealizzate, elementi però che sappiamo essere necessari per rendere la narrazione più coinvolgente.
Nell’Avvocata Woo, gli ingredienti sembrano ben amalgamati: vi sono momenti di grande veridicità, in particolare quando viene rappresentato l’autismo infantile della piccola Young-woo che fino a cinque anni rimane chiusa in un isolamento tale da non proferire alcuna parola. Struggenti sono le parole del padre in risposta alla figlia che, ormai adulta, gli domanda com’è vivere con una persona autistica, al fine di poter trarre qualche indicazione in vista dell’interazione con un cliente affetto da un severo autismo. Con onestà il padre le risponde: “vivere con una persona autistica è piuttosto solitario, per me siamo io e te contro il mondo, ma a te figlia mia, non importa nulla di me. Ed era anche peggio quando eri piccola”. In questo momento siamo trasportati - grazie ad un flashback - nel passato dei due, ed assistiamo ad un episodio in cui il padre, inciampando su uno dei lego della piccola e mostrando dolore per la caduta, non trova alcuno sguardo di compassione e vicinanza: Young-woo continua a giocare imperterrita senza curarsi di ciò che è appena accaduto e della richiesta di aiuto del padre. Nella storia si comprende che l’uscita dal silenzio assordante della bimba, avvenga nel momento in cui il genitore si trova coinvolto in una lite e colluttazione con un vicino di casa; nell’assistere allo scontro, la bambina improvvisamente, inizia a declinare gli articoli del Codice Penale relativi al reato in corso, mostrando una dote di memorizzazione dei libri di giurisprudenza presenti in casa per via degli studi pregressi del padre. Da quel momento il Diritto diventa “un sollievo” perché fornisce argomenti di scambio e dialogo tra i due, oltre ad essere una materia di così tanto interesse da farla diventare la prima avvocata autistica della Repubblica Sudcoreana. Tra le altre cose, la serie fornisce una rappresentazione accurata della cultura e del paese, trattati con profondità e poesia: i temi sono i più vari quali il suicidio giovanile, le discriminazioni di genere sul luogo di lavoro, l’omofobia, la protezione ambientale e dei piccoli centri rurali.
Accanto alla predilezione per personaggi ad alto funzionamento, vi sono altre scelte cinematografiche, in cui la neurodiversità è più marcata, si avvicina - a volte lo è chiaramente - ad una disabilità franca e l’aspetto che viene messo più in risalto è la dedizione e la difficoltà di uno o più componenti della famiglia a confrontarsi con una crescita complicata e un’incertezza su un futuro di autonomia. Si può ricordare il famoso Buon compleanno Mr Grape, che vede un giovanissimo Leonardo Di Caprio nei panni di Arnie, un ragazzo autistico con ritardo mentale e suo fratello maggiore, Johnny Depp, teso tra amori e gestione del talvolta incontenibile Arnie; Il faro delle orche, film sudamericano in cui una madre (Maribel Verdù) intraprende un viaggio dalla Spagna alla Patagonia, nel tentativo di promuovere una connessione emozionale tra suo figlio Tristan (Joaquin Rapalini), affetto da autismo, e le orche, animali studiati e monitorati da Peto (Joaquin Furriel), guardiano del faro e documentarista. La connessione emotiva tra la natura e soggetti con autismo, in particolare tra animali e bambini, è un approfondimento ricorrente nelle pellicole che trattano questo tema. L’iposensibilità o l’ipersensibilità ad esperienze sensoriali come l’udito, il gusto, l’olfatto e il tatto possono migliorare quando c’è un contatto diretto con elementi naturali, definendo un aiuto nel far fronte ad una più vasta gamma di stimoli, spesso limitati, deficitari e ripetitivi nella vita di una persona autistica.
Un tentativo di dare una rappresentazione il più autentica possibile della vita di una persona nello spettro e delle sfide complicate che sono chiamate a vivere i familiari e le persone che si prendono cura di lei, è trarre spunto da biografie e autobiografie, lì dove la storia vera non fa sconti e non tenta di sedurre tratteggiando personaggi edulcorati o cadendo eccessivamente in sentimentalismi.
È il caso di due film italiani: Tutto il mio folle amore e Vita da grandi.
Il primo, liberamente tratto dal romanzo “Se ti abbraccio non aver paura” di Fulvio Ervas, è un road movie incentrato su un incontro tardivo e sorprendente tra Willy (Claudio Santamaria) e Vincent (Giulio Pranno). Willy è il padre biologico di Vincent che lo incontra per la prima volta quando lui è ormai adolescente, ignorandone completamente la disabilità. I due intraprenderanno un viaggio insieme seguendo le tappe del tour musicale che vede protagonista il padre, trovandosi al centro di numerose vicissitudini e scoperte reciproche. Vita da grandi è ispirato ad un libro autobiografico: “Mia sorella mi rompe le balle. Una storia di autismo normale” dei fratelli Damiano e Margherita Tercon. Il film racconta la storia di Omar (Yuri Tuci), un ragazzo autistico impersonato da un attore anch’egli nello spettro, che si confronta con il desiderio di autonomia e affrancamento dai due genitori iperprotettivi, grazie al sostegno e talvolta lo scontro con la sorella Irene (Matilda De Angelis).
È evidente quanto la proliferazione di pellicole che illustrino questo tema dia un segnale di una minore emarginazione della trattazione della condizione autistica, di una spinta a portare sugli schermi persone che conducono una vita in un continuum tra un buon adattamento alla realtà ad un incapsulamento e isolamento dai connotati ancora misteriosi. Il sentimentalismo che si produce in alcune produzioni filmiche, così come la promozione di un percorso normativo che presupporrebbe che una strada sia migliore di un’altra, spesso tolgono complessità e al contempo rispetto e dignità verso l’alterità che ogni persona avrebbe il diritto di vedere preservati. Indubbiamente il coinvolgimento sempre più frequente di attori e attrici che sono nell’ASD, restituisce autenticità e veridicità a trame che per essere accattivanti, si concedono numerose licenze poetiche, come questa similitudine dell’Avvocata Woo che però, a fine serie TV, strappa una commozione genuina e liberatoria: “ho visto un narvalo convivere con un branco di beluga in un documentario, io sono come quel narvalo. Mi trovo in un oceano sconosciuto con dei beluga sconosciuti, tutti diversi da me e non è facile adattarsi, ci sono anche molte balene che mi odiano, ma non fa niente perché questa è la mia vita. Anche se la mia vita è strana e insolita, è comunque preziosa e meravigliosa”.
Temple Grandin - a cui è stato dedicato un film omonimo -, professoressa con autismo alla Colorado State University, attivista ed etologa statunitense, nei suoi incontri divulgativi prova a descrivere qual è il punto di vista di una persona autistica, nel tentativo di affinare metodologie di intervento che possano adattarsi nel miglior modo possibile a questi altri tipi di funzionamento. Il suo sguardo è ben lontano da quello più diffuso e comune del mondo neurotipico, che spesso agisce, nei vari linguaggi in cui opera, in un’ottica di assimilazione e omologazione a ciò che reputa più adeguato e conforme alle regole sociali, talvolta discriminando ciò che si esprime in modo altro, ma non per questo meno efficace e ricco.
Concludendo questa breve e parziale disamina della filmografia sull’autismo, appare chiaro come il cinema stia progressivamente rivolgendosi a una rappresentazione più articolata dei molteplici profili che compongono questo complesso spettro.
Tuttavia, la forza delle immagini e delle storie che il cinema porta sullo schermo comporta una grande responsabilità: i film, come le serie TV, attraverso i loro racconti, possono favorire una visione più inclusiva e comprensiva della realtà delle persone autistiche e, così facendo, allontanarsi da un approccio più stereotipato che finora ha prevalso.
I prodotti filmici più significativi a livello internazionale sembrano essere quelli che riescono a restituire autenticità all’esperienza autistica, soprattutto quando sceneggiatura e interpretazioni nascono in collaborazione con persone dello spettro: ci si augura che nel tempo, tale scelta possa incarnare in maniera tangibile l’idea di Temple Grandin quando sostiene che “il mondo ha bisogno che tutti i tipi diversi di menti lavorino insieme”.
1 Rippon G. (2024) www.pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/38872228/
2 Cazalis F, Reyes E, Leduc S, Gourion D. (2022) www.frontiersin.org/journals/behavioral-neuroscience/articles/10.3389/fnbeh.2022.852203/full
BIBLIOGRAFIA
American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). Arlington, VA: American Psychiatric Publishing, 2013. Edizione italiana: Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Milano, Raffaello Cortina, 2014.
Sheffer, E. (2020). I bambini di Asperger. La scoperta dell’autismo nella Vienna nazista. Marsilio, Padova.
Cazalis F, Reyes E, Leduc S, Gourion D. (2022). Evidence That Nine Autistic Women Out of Ten Have Been Victims of Sexual Violence.Front. Behav. Neurosci.
Rippon, G. (2024) Differently different? A commentary on the emerging social cognitive neuroscience of female autism. Biol Sex Differ.
FILMOGRAFIA
Rain Man. Regia di Barry Lavinson. Genere Drammatico - USA, 1988, durata 133’
Buon compleanno Mr. Grape. Regia di Lasse Hallstrom. Genere Drammatico - USA, 1993, durata 116’
Forrest Gump. Regia di Robert Zemeckis. Genere Commedia/Drammatico - USA, 1994, durata 142’
Temple Grandin. Regia di Mick Jackson. Genere Commedia/Biografico - USA, 2010, durata 103’
Il faro delle orche. Regia di Gerardo Olivares. Genere Drammatico – Spagna, Argentina 2016, durata 110’
Tutto il mio folle amore. Regia di Gabriele Salvatores, Genere Drammatico – Italia, 2019, durata 97’
Vita da Grandi. Regia di Greta Scarano. Genere Commedia - Italia, 2025, durata 96’
Atypical. Regia di Seth Gordon, Michael Patrick Jann, Joe Kessler. Genere Commedia – USA, 2017. Serie TV - 5 stagioni, Netflix
L’avvocata Woo. Regia di Yoo In-shik. Genere Giudiziario/Commedia – Corea del Sud, 2022. Serie TV - 1 stagione, Netflix
As we see it. Regia di Jason Katmis. Genere Commedia/Drammatico – USA, 2022. Serie TV – 1 stagione, Amazon Prime
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