Dal modello nevrotico al modello autistico. Tecnologie intime e neurodivergenze.

C’è stato un tempo - non così lontano – in cui il sintomo “parlava” soprattutto con la grammatica della nevrosi: angoscia, rimozioni, ritorno del rimosso, formazione di compromesso, colpa e desiderio in lotta, un mondo interno e relazioni oggettuali. Quel paradigma non è scomparso; semplicemente, oggi non funziona più come figura egemone della sofferenza. 

Dagli anni Ottanta in poi, la psicoanalisi ha dato nome ad altre configurazioni: la costellazione borderline, la zona dei casi limite (Kernberg, 1975; Green, 1990), le forme di angoscia che non si lasciano impastare in un racconto e affiorano come scissione, dissociazione, acting. In questo paesaggio, e dentro trasformazioni sociali che hanno modificato la stoffa stessa dell’esperienza, prende rilievo un’ulteriore modalità di organizzazione del disagio: un modo più silenzioso, più radicale, che assomiglia meno al conflitto e più alla gestione dell’intensità.

Il baricentro si sposta verso fenomeni di sovraccarico e ritiro, verso pratiche di regolazione che cercano prevedibilità, ripetizione, controllabilità. David Le Breton (2015), in un lessico antropologico, ha chiamato “biancore” questa forma di congedo da sé, una sottrazione parziale al mondo quando l’essere-sé diventa troppo oneroso. Ne Il terzo inconscio, Bifo (2021) ne offre una lettura a partire dal concetto di “psicosfera dell’era virale” parlando di “panorama autistico” come di una zona di “psico-deflazione preventiva”. In questa prospettiva, “biancore” e “psico-deflazione” non descrivono una patologia, ma una manovra di sopravvivenza che diventa culturalmente disponibile. Le Breton nomina il gesto di sottrazione quando l’essere-sé, investito dalla richiesta di presenza e di prestazione, diventa troppo oneroso: la sparizione parziale funziona come tregua. Bifo, dal canto suo, legge il presente come una psicosfera in cui l’eccitazione è continua e virale, e in cui la difesa più economica consiste nel diminuire l’investimento.

L’impressione, clinicamente, è quella di una vita psichica che tende a proteggersi dall’imprevisto riducendo la densità dell’incontro, usando interfacce e schermi o costruendo procedure e corridoi di sicurezza. Chiamare questa configurazione “paradigma autistico” può essere utile in senso metapsicologico - come nome di un modo di trattare l’eccesso di stimolazione e di domanda - a condizione di mantenerne esplicita la cautela: si tratta di un orizzonte culturale di funzionamento, non di un modello dell’autismo, né tantomeno di un dispositivo esplicativo delle neurodivergenze.

Una formula come “siamo tutti autistici” diventerebbe rapidamente un abuso concettuale e politico. Più interessante è prendere sul serio un’ipotesi meno sloganistica: la cultura contemporanea, digitale e globalmente connessa, può essere descritta come un’ecologia dell’attenzione e della relazione che rende più accessibili e spesso più premiate modalità operative, autarchiche, schermate, a intensità ridotta. Questa ecologia non produce automaticamente alcuna condizione clinica; introduce però una serie di vincoli e incentivi che, in maniera schematica, si può pensare incidano su tre livelli: il modo in cui i sintomi si presentano, il modo in cui vengono nominati e diagnosticati, il modo in cui i soggetti - neurodivergenti e non - imparano a stare nel legame.

Se il sintomo si presenta spesso con problema di overload, di frizione sensoriale, di ritiro difensivo, allora cambia anche ciò che la diagnosi cerca di nominare. La diagnosi finisce per funzionare come dispositivo che non fotografa soltanto un “disturbo” o uno “spettro”, ma può intercettare – spesso senza dichiararlo – un’intera ecologia: affetti, ritmi, standard attentivi, norme conversazionali, aspettative di prestazione relazionale. In questa ecologia si apprende precocemente un certo modo di abitare il contatto: legami più regolabili, presenze meno rischiose, relazioni costruite su soglie e parametri più che su immersioni. Lo spettro, così, non coincide più solo con chi viene collocato “nello spettro”; diventa anche l’orizzonte comune entro cui lo spettro viene nominato, inteso, talvolta dilatato.

Per capire come la forma del legame si stia riconfigurando diventa allora rilevante guardare oltre le categorie cliniche, agli oggetti che organizzano quotidianamente il modo di stare al mondo, primi fra tutti quelli del nostro ambiente digitalmente connesso. Questi oggetti non sono soltanto strumenti: partecipano alla modulazione della presenza, alla micro-temporalità dell’attenzione, alla grammatica del contatto. Si potrebbe dire che, sempre più spesso, l’esperienza psichica viene co-costruita dentro un campo che include attanti non umani, dispositivi di previsione e di risposta rapida, rituali tecnici che riducono l’alea dell’incontro.

È così che la tecnologia e i device smettono di essere un semplice sfondo e diventano un problema metapsicologico. Non perché “influenzino” dall’esterno - in una modalità causa-effetto - il soggetto, ma perché lo ibridano entrando a far parte del suo modo di articolare identità, bisogni, desideri, fantasie e difese, modificando la qualità dell’Altro e il regime della presenza. 

Come scrive Turkle, riprendendo Bollas, «le tecnologie non sono mai “solo strumenti”. I diversi device (dispositivi) sono invece pensabili analiticamente come oggetti evocativi. Ci fanno vedere noi stessi e il nostro mondo in modo diverso» (Turkle, 2004, p. 18). Se prendiamo sul serio questa affermazione, allora l’interrogativo può cominciare da qui: che soggettività entra in una relazione evocativa con l’oggetto tecnologico nel campo della neurodivergenza? Quale immagine di sé promette il device (competenza, controllo, appartenenza, protezione dallo sguardo)? Quale Altro installa (un Altro ideale senza attrito), quale economia dell’eccitazione rende praticabile? E, di conseguenza, come cambia la forma del sintomo quando la via più accessibile non è il compromesso nevrotico, ma il ritiro regolato da un oggetto che – proprio perché evocativo – può diventare ponte o feticcio, spazio potenziale o tana?

Il digitale, in questa cornice, lavora come infrastruttura che rende più praticabili e socialmente efficienti alcune soluzioni difensive. Offre una presenza reversibile, parametrabile, “a controllo di intensità”: contatti che si possono interrompere senza spiegazioni, interazioni che non richiedono la negoziazione del corpo e dello sguardo, ritmi scanditi da notifiche e ricompense. In questo senso il dispositivo non sostituisce l’Altro e però ne ridisegna le condizioni: introduce un regime della presenza in cui l’esposizione può essere ridotta, mentre il ritiro può prendere la forma di una connessione senza incontro.

 

La decostruzione della diagnosi

Lo stesso movimento di trasformazioni socioculturali produce, e viene a sua volta letto da, un insieme di studi che mette in atto una vera e propria decostruzione della diagnosi. L’obiettivo non consiste nel negare la sofferenza; consiste nello spostare l’asse interpretativo dal “difetto dell’individuo” alle norme, alle barriere e alle infrastrutture che stabiliscono chi risulta leggibile come umano competente, desiderabile, adattato. È la strategia inaugurata dai Disability Studies (Oliver, 1990) il social model distingue tra impairment (una condizione del corpo/mente) e disability come svantaggio prodotto dall’organizzazione sociale, dalle aspettative e dagli ambienti che non tengono conto delle differenze. 

In questa traiettoria si colloca il paradigma delle neurodivergenze. Storicamente associato alla riflessione di Judy Singer (199) e sviluppato in forme molteplici da comunità e studiosi, propone di trattare le differenze neurocognitive come parte della variabilità umana e come questione di diritti, linguaggi, accomodamenti. Dentro questo quadro, il concetto di varianza, così come lo chiarisce Leticia Glocer Fiorini (2004), offre uno snodo teorico particolarmente utile alla psicoanalisi. Varianza nomina una differenziazione che non chiede legittimazione a partire da un modello normativo implicito; consente di pensare configurazioni soggettive singolari senza trasformarle in deviazioni rispetto a uno standard tacito. In questo senso, la varianza non è un’etichetta identitaria e non è una parola-cuscinetto: è un operatore critico che obbliga la clinica a distinguere la sofferenza dalla differenza e a riconoscere quanto spesso la sofferenza venga prodotta dall’urto tra differenza e norma. 

La torsione neuroqueer (Walker, 2021) radicalizza ulteriormente questa traiettoria di pensiero. Neuroqueering non coincide con una semplice somma tra neurodivergenza e queer; funziona come pratica critica che interroga insieme neuronormatività ed eteronormatività, cioè i codici che prescrivono quali menti e quali generi siano ammessi come normali. La posta in gioco riguarda la normalità come tecnologia di potere: una posizione non dichiarata che si presenta come “l’umano in generale” e che si regge sulla marcatura degli altri come eccessivi, inadeguati, incomprensibili. Le genealogie postumane (Braidotti, 2013) e decoloniali (Wynter, S. (2003) hanno mostrato a lungo quanto la figura dell’“Uomo” universale sia stata, storicamente, la maschera epistemica e politica del potere di alcuni.

Una parte della cultura contemporanea ristruttura dunque le categorie con cui chiamiamo “disturbo” ciò che spesso coincide con una frizione tra differenza e norma. Questa doppia dinamica – metapsicologica, perché muta le forme del sintomo e del legame; politico-epistemica, perché rimette in questione gli standard di leggibilità – è il terreno su cui il discorso psicoanalitico è chiamato a muoversi con precisione. La clinica perde consistenza quando scivola nel moralismo; perde altrettanto quando si lascia catturare dall’idealizzazione identitaria. Il lavoro, caso per caso, riguarda piuttosto le condizioni perché una varianza possa diventare forma vivibile, consentendo una trasformazione possibile e un riconoscimento che non riduca la differenza a deficit e non la trasformi in bandiera.

 

Autismo, diagnosi e inflazione diagnostica: dal “disordine” alla differenza 

Per quanto detto, se l’aumento delle diagnosi di autismo negli ultimi decenni è un dato reale sul piano epidemiologico, il suo significato resta clinicamente e politicamente controverso: non autorizza né la scorciatoia del “tutto è autismo”, né la reazione speculare del “è solo moda”. Una parte consistente della letteratura attribuisce l’incremento a fattori di accertamento: ampliamento dei criteri e delle pratiche diagnostiche, maggiore consapevolezza, migliore accesso ai servizi, diagnostic substitution (spostamento di diagnosi precedenti verso lo spettro) e accumulo di categorie e comorbidità che rendono più probabile l’etichetta ASD, la cosiddetta “accrezione diagnostica”. In parallelo, la discussione recente insiste sempre più su un punto: “autismo” non va trattato come un’unica entità con una sola causa, ma come uno spettro eterogeneo, ma proprio questo, a ben guardare, rende inevitabile che i confini diagnostici diventino mobili e sensibili al contesto clinico-culturale.

La svolta proposta dalla neurodiversità (Singer, 1999) diventa così decisiva per non trasformare l’inflazione diagnostica in una caccia alle streghe o in forma di autogiustifizione culturale. Singer propone di leggere le differenze neurocognitive in analogia alla biodiversità: non cancellare la sofferenza e i bisogni di supporto, ma smontare l’idea che la deviazione dalla norma coincida automaticamente con un difetto da correggere. 

Per la psicoanalisi questo è un vincolo metodologico: evitare che la diagnosi diventi una narrazione totalizzante che copre il singolare (storia, fantasmi, difese, vergogna, affetti e tracce corporee, elementi traumatici), e insieme evitare l’errore opposto — “de-diagnosticare” — quando la diagnosi è ciò che finalmente rende leggibili bisogni, accomodamenti e diritti.

Il quadro si complica ulteriormente perché oggi la diagnosi non circola solo tra clinici e servizi: circola negli algoritmi dei social. Studi recenti (Foster, 2024) parlano di “platformed diagnosis”, cioè del modo in cui piattaforme come TikTok possono funzionare, per alcuni, come spazio di esplorazione identitaria e accesso a linguaggi di sé, ma anche come meccanismo di targeting che spinge verso autoattribuzioni rapide, a volte imprecise, con effetti sulle decisioni sanitarie e sul rapporto con la cura. È qui che la critica psicoanalitica alla patologizzazione può diventare più fine: non si tratta di squalificare l’autodiagnosi in blocco (spesso nasce da un vuoto di riconoscimento), né di celebrarla come liberazione automatica. Si tratta di tenere ferma una distinzione clinicamente utile: diagnosi come strumento e processo (per orientare supporti e comprensione) versus diagnosi come destino (etichetta che chiude il lavoro psichico). In altre parole: l’inflazione diagnostica non è solo una questione di “numeri”, ma il segno di una mutazione del campo in cui il soggetto cerca cornici di senso rapide per non restare solo con l’enigma della propria sofferenza — e proprio per questo il compito analitico diventa restituire tempo, terzietà e possibilità di simbolizzazione, senza sottrarre dignità politica alla differenza neurodivergente.

Proprio in quest’area la psicoanalisi può incontrare il suo compito più specifico: non scegliere tra l’etica del riconoscimento e la metapsicologia, ma farle lavorare insieme. Perché, se la diagnosi può diventare un destino quando viene usata come risposta satura alla sofferenza soggettiva, la mutazione contemporanea consiste anche nel fatto che le risposte – oggi – non arrivano solo dalle istituzioni cliniche o dai discorsi sociali, ma da un intero ecosistema di dispositivi e discorsi che si offrono come scorciatoie di senso, regolazione e appartenenza. In altre parole: la dignità della neurodivergenza si gioca anche nel modo in cui il soggetto viene “preso” (o lasciato) da questi oggetti culturali e sempre più spesso digitali, e nel tipo di legami che essi rendono possibili o impossibili. Dana Amir (2018), leggendo Orlando, usa un’immagine. Riprendendo Britton (1998), parla dell’“altra stanza” come di uno spazio psichico che consente la coesistenza di più registri senza collassarli in un’unica verità: una stanza dove l’esperienza può restare in trasformazione, dove ciò che si è non coincide interamente con ciò che si pensa di essere, e dove la continuità non richiede rigidità. In questa prospettiva, la diagnosi diventa clinicamente feconda quando funziona come porta verso l’altra stanza — un modo per rendere leggibili bisogni e accomodamenti — e diventa clinicamente povera quando pretende di essere destino.

Il rischio, oggi, è che la diagnosi “satura” si trasformi in una nuova forma di binarismo: dentro/fuori, neurotipico/neurodivergente, cura/negazione del problema. È un binarismo particolarmente seducente perché promette riconoscimento, ma come ogni soluzione binaria, riduce la complessità e alza il prezzo del legame, chiedendo al soggetto di esistere soprattutto come categoria. La clinica psicoanalitica, invece, prova a sostenere un movimento più delicato: tenere insieme il valore politico del nome e l’irriducibilità del singolare; mantenere accessibile il diritto al riconoscimento senza chiudere la domanda sulla sofferenza, sulle difese, sulla vergogna e sui modi incarnati della relazione.

Si tratta allora, per citare Bion di trasformare la diagnosi da cut, un taglio che stabilizza una certezza, in caesura (1977), un intervallo che permette trasformazione: lo spazio in cui la diagnosi può essere usata senza diventare un assoluto, e in cui la varianza può essere riconosciuta come forma di vita senza essere immediatamente convertita in norma alternativa. In una cultura che tende a premiare la chiarezza istantanea, la psicoanalisi può offrire qualcosa di contro-intuitivo e necessario: tempo, e quindi complessità, terzietà, e quindi gioco.

 

 

BIBLIOGRAFIA

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