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Conflitto: necessario o inevitabile? di Maria Serena Sapegno

"Ma non si può evitare di tornare al nodo dei rapporti d’odio o d’amore e ai dati impressionanti della incidenza della violenza fisica, ma anche di quella psicologica, nei rapporti familiari e di coppia."


Conflitto: necessario o inevitabile? di Maria Serena Sapegno

Se la cronaca, secondo alcuni solo più attenta oggi al fenomeno che in passato, ci restituisce implacabilmente, pressoché ogni giorno, gli eventi tragici dei femminicidi, si tratta naturalmente soltanto della punta dell'iceberg.

In generale si può affermare che, anche se probabilmente abbiamo più notizie, manca una consapevolezza diffusa della pervasività dei rapporti violenti tra i due sessi, della trasversale incidenza di tali eventi in tutte le fasce economiche culturali e generazionali della società. Ma ancora di più della dimensione spesso sottile e implicita di tale violenza sulle donne per la trasmissione inconsapevole e perciò tanto più potente di stereotipi. Per questo motivo la vicenda di Giulia Cecchettin, in contemporanea con il grande successo del film di Paola Cortellesi e a breve distanza dal 25 novembre, hanno prodotto un impatto per la prima volta fortemente emotivo sul grande pubblico. Per il tempo che dura, e soprattutto per la iconicità del caso. In quella vicenda ci fu un punto particolarmente importante, sottolineato dai discorsi molto lucidi della sorella di Giulia: la sottolineatura della “normalità” dell’accaduto, nel senso specifico che si voleva escludere ogni patologicità nel comportamento del giovane omicida, e ricondurre invece tutto ad una “sanità” inquietante, ma normale, nella quale ci muoviamo: non si tratta quindi di perdere la testa, di avere disturbi psichici o di essere sotto l’effetto di sostanze varie. No: "non è malato, è un figlio sano del patriarcato” ripetevano i cori nelle diverse manifestazioni e soprattutto in quella del 25 novembre. E la provocazione colpisce certamente nel profondo.

Se quindi, oltre alla punta, sta diventando visibile un pezzetto ulteriore del famoso iceberg lo si deve ad un lento cambiamento della coscienza collettiva, alle modifiche legislative e istituzionali dovute anche all’Europa, oltre al fondamentale lascito di decenni di movimenti femministi. E tale stessa problematica emersione di consapevolezza va inserita in un contesto di cambiamenti vari.

Il primo quadro che mi sembra più rilevante è quello di una mutazione rispetto ad un atteggiamento nei confronti dell’altro sesso che appariva ancora dominante nella generazione nata tra gli anni 20 e i primi anni 40 del secolo scorso, quella di mia madre. Nate e cresciute durante il fascismo, queste donne ricevevano messaggi molto contraddittori: invitate a studiare e ad uscire di casa insieme, valorizzate dallo stato in modo nuovo come patrimonio collettivo, erano tuttavia condannate ad una funzione riproduttiva, obbligatoria ed esasperata, e alla ubbidienza rigorosa in una struttura patriarcale e macista. Avevano pertanto imparato a costruirsi un potere materno e ad aggirare ogni scontro, usando semmai la manipolazione e l’inganno. Lo scontro si evitava ad ogni costo. Del resto ciò si può capire anche perché tutto accadeva in un quadro simbolico, ma anche legislativo, piuttosto diverso dal periodo successivo. Solo per toccare alcuni nodi cardinali di quella vita: la contraccezione era rudimentale ed affidata agli uomini, il divorzio non c’era, il diritto di famiglia era arcaico e fortemente patriarcale, esisteva lius corrigendi” del marito nei confronti del comportamento della moglie. Insomma l’autonomia delle donne era del tutto inesistente, anzi illegale.

La forza di questo immaginario ha prodotto perfino l’annacquamento del racconto sulle partigiane, trasformate spesso in agenti di conforto per i partigiani, accudenti al loro servizio, nella impossibilità di accettare la figura di una donna che si scontra e si oppone, fino a prendere le armi.

Rispetto a quella generazione è iniziato un processo nel quale è stato sempre più possibile, anche se mai facile, ma talora indispensabile, iniziare a dire di no, a deludere le aspettative e rifiutarsi di trovare un escamotage che dissimulasse la differenza o perfino il rifiuto. Dalle piccole cose del quotidiano alle grandi questioni. Un processo certo non uniforme né generalizzato, ma molto esteso, che si è andato a complicare ulteriormente nelle generazioni successive, producendo la situazione variegata e complessa cui assistiamo ora.

Ad oggi sembrerebbe che ai giovani siano passati dalla nostra società, in tutto l’Occidente ma in particolare in Italia, dei messaggi fortemente contraddittori. Per quanto riguarda le ragazze possiamo dire schematicamente che il modello implicito sia quello di percepirsi come oggetto sessuale da curare ossessivamente e coltivare per aumentarne l’attrattività e il valore, ma allo stesso tempo come preda inerme, in continuo stato di pericolo, bisognosa di protezione. Inoltre il modello di libertà a cui conformarsi è quello maschile che preveda la carriera, ma soprattutto l’autonomia economica. D’altra parte un messaggio profondissimo che arriva da lontano è quello della importanza di essere innanzitutto studiosa, affidabile, responsabile. Tutto nello stesso faticosissimo insieme.   ( continua a leggere su MULTIVERSI )

 



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