Attualità della psiche

Come si disimpara a vedere. Gaza e l’etica dell’orrore disconosciuto - di C. Buoncristiani e T. Romani

Gaza è diventata una soglia etica. Una domanda che non si rivolge più solo ai governi, ma a ciascuna coscienza: come possiamo continuare a vivere, amare, analizzare, scrivere, mentre altrove — ma non troppo altrove — il mondo crolla con una tale regolarità da sembrare strutturale?


Come si disimpara a vedere. Gaza e l’etica dell’orrore disconosciuto - di C. Buoncristiani e T. Romani

 

Nel momento esatto in cui la parola “Gaza” compare su uno schermo — un titolo, una notifica, un’immagine disgraziatamente patinata — qualcosa si arresta. Non nel mondo, che continua a produrre decreti, proiettili, commenti e dispositivi, ma nella lingua stessa, che sembra incepparsi come se avesse bisogno di una pausa respiratoria prima di nominare l’indicibile. Gaza non è solo una “crisi”, un “teatro”, un “conflitto” né la “tragedia” che chiaramente è: è una persistenza. Una topologia del trauma che resiste alla grammatica del presente, e che ritorna, come un sintomo mal curato, ogni volta più devastato e ogni volta meno dicibile.

Si potrebbe cominciare, come spesso accade, con i numeri. Le vittime civili, le famiglie annientate, le abitazioni polverizzate, gli ospedali sventrati. Ma i numeri, in questa regione incistata nel corpo malato della storia, non descrivono mai abbastanza. Spesso, anzi, rischiano di operare come anestetici morali, statistiche del dolore che sostituiscono la comprensione con una forma sofisticata di scissione. Parlare di Gaza, allora, significa forse disimparare a parlare. Lasciare che la lingua si incrini, che la narrazione si contamini, che le mappe concettuali a cui ci affidiamo — quelle che distinguono il politico dal personale, la guerra dalla pace, l’Occidente dalla sua ombra — vengano sospese, come in uno stato di eccezione semiotica.

Gaza è un prisma. Un punto di rifrazione in cui si incrociano, senza comporsi, la catastrofe della modernità, il fallimento della diplomazia, la brutalità delle tecnologie militari, la memoria biblica e l’oblio coloniale. È anche un luogo corporeo: trentasei chilometri di lunghezza, dodici di larghezza, densità abitativa tra le più alte al mondo, sabbia che si mescola al sangue, bambini che imparano troppo presto il significato della parola “assedio”. Ma soprattutto, Gaza è diventata una condizione. Una soglia etica. Una domanda che non si rivolge più solo ai governi, ma a ciascuna coscienza: come possiamo continuare a vivere, amare, analizzare, scrivere, mentre altrove — ma non troppo altrove — il mondo crolla con una tale regolarità da sembrare strutturale?

Una delle operazioni più potenti del potere è la normalizzazione dell’eccezionale. E l’eccezione di Gaza — che dovrebbe sfigurare ogni giorno le nostre coordinate morali — si è trasformata in rumore di fondo. Una striscia di terra che arde senza tregua mentre il resto del pianeta trattiene il fiato per un momento, poi passa ad altro. La violenza, quando è reiterata, perde la sua capacità di scuotere: diventa paesaggio. E la nostra, come ha scritto qualcuno, è ormai un’estetica del rimosso, dove l’orrore viene consumato come intrattenimento e l’informazione si dissolve nella simultaneità.

E tuttavia, forse il punto non è più semplicemente “sapere” o “informarsi”. Non è moltiplicare fonti né scegliere con più cura le parole. Il punto è domandarsi quanto orrore siamo disposti a lasciar entrare nella nostra vita quotidiana. Non per indulgere in un feticismo del dolore altrui, né per sentirci moralmente assolvibili attraverso l’empatia digitale, ma per interrompere, almeno per un istante, l’economia dell’indifferenza che regge il nostro tempo. Perché ciò che Gaza ci mostra — ogni giorno, ininterrottamente — non è solo la devastazione di un popolo, ma la capacità dell’umano di sopportare l’insopportabile fino a renderlo invisibile.

L’orrore, nella sua forma più pura, non è ciò che si mostra, ma ciò che viene disconosciuto. E come ogni disconosciuto, ritorna. Non più come evento, ma come struttura. Si deposita nei sogni, nei silenzi, nella tonalità emotiva delle nostre conversazioni, nella rassegnazione con cui attraversiamo il presente. Per Freud, il rimosso non è mai semplicemente passato: è ciò che continua a lavorare nel presente come una pulsazione irrisolta. E nel trauma collettivo, come ci ha insegnato sempre Freud iniziando Al di là del principio di piacere con la clinica dei traumatizzati di guerra, ciò che non viene simbolizzato ritorna sotto forma di agito, di cinismo, di anestesia o di violenza muta.

Gaza, in questo senso, è il trauma non rielaborato del mondo moderno. Un nodo di rifiuto attorno a cui ruotano giustificazioni, semplificazioni e complicità inconsapevoli. È il reale che non si lascia integrare nei circuiti della spiegazione, il perturbante che non smette di tornare. Perché ciò che ci inquieta, alla fine, non è solo la morte, ma la nostra capacità di assistere alla morte come se fosse una questione d’altri.

Ma l’orrore non chiede di essere compreso: chiede di essere accolto. E accogliere non significa assolvere o spiegare. Significa esporsi. Esporsi, cioè, a ciò che non ci tocca direttamente ma che ci interroga. Non tutto può essere convertito in senso; non tutto può essere pacificato dalla narrazione. Esiste un’etica che precede ogni teoria — un’etica del volto, dell’incontro, della vulnerabilità dell’altro. Una prossimità che non salva, ma obbliga.

Forse, allora, si tratta di smettere di cercare un’opinione. E cominciare invece a vivere con un’incrinatura. Lasciare che il caffè del mattino sia turbato da una voce che arriva da lontano. Che lo scroll compulsivo venga interrotto da un’immagine che non si lascia metabolizzare. Che nei nostri gesti automatici si infili una minima dissonanza, per disfare, almeno un poco, quella forma di vita anestetizzata che ci consente di procedere senza memoria e senza colpa.

Non si tratta di farsi carico del dolore del mondo, come se potessimo redimerlo. Ma di lasciarlo agire in noi come una contro-forza: un’etica minima, un’interruzione del flusso, una forma elementare di resistenza. Là dove la cultura fallisce — nel rendere pensabile ciò che l’esperienza estrema ha prodotto — rimane forse solo il compito di non tradire. Non con la memoria, che è già troppo fragile. Ma con la postura. Con il modo in cui attraversiamo il presente, sapendo che ci sono esistenze che non possono più attraversarlo.

E se, come si è detto dopo l’ultima catastrofe europea, non c’è più poesia dopo l’orrore, allora ciò che resta è uno stile. Una modalità del pensare che non dimentichi ciò che è accaduto mentre il mondo guardava altrove. Gaza è ancora lì. Il nostro compito è imparare a vedere. Anche quando ci costa.

Ma vedere non basta più. A un certo punto, bisogna parlare. E parlare non basta più. A un certo punto, bisogna alzare la voce, esporsi, compromettersi. Non in nome di una purezza politica — che è sempre una forma di esenzione — ma in nome di una responsabilità incarnata, situata, fallibile. Non tutti possono marciare nelle strade, scrivere articoli, occupare piazze. Ma ciascuno, da dove si trova, può interrompere il silenzio. Può dire: io vedo. Io sento. Io non sono neutrale.

Lo stile che qui proviamo a proporre non è un esercizio di scrittura: è già un atto. È una forma di presenza. Una modalità di resistenza al linguaggio svuotato, all’opinione rapida, alla retorica paralizzante. Ma può, e forse deve, trasformarsi in gesto, in parola pubblica, in manifestazione. Nella voce che si leva lì dove nessuno la aspetta: un’aula universitaria, una riunione, un pranzo di famiglia, una storia su Instagram, una pagina bianca.

Ogni voce che si leva sposta il mondo di un millimetro. Ed è già abbastanza per cominciare.

 

 



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