Autismo, sessualità e identità di genere: tra neurodiversità e costruzione dell’identità

Negli ultimi due decenni il Disturbo dello Spettro Autistico (ASD) è passato dall’essere considerato una condizione relativamente rara dell’infanzia a rappresentare una delle più diffuse condizioni del neurosviluppo. Le stime epidemiologiche più recenti indicano una prevalenza del Disturbo dello Spettro Autistico compresa tra l’1% e il 2% nella popolazione generale (Lord et al., 2020; Zeidan et al., 2022). 

Studi condotti in diversi contesti geografici riportano valori comparabili, con stime specifiche nella popolazione pediatrica: in Italia è stata osservata una prevalenza di circa 1 bambino su 77 (Scattoni et al., 2018), mentre dati più recenti provenienti dal sistema di sorveglianza statunitense indicano valori più elevati, pari a circa 1 bambino su 31 (CDC, 2025). Questo cambiamento è probabilmente il risultato dell’interazione di diversi fattori, tra cui l’ampliamento dei criteri diagnostici, una maggiore sensibilità clinica e sociale verso le manifestazioni dello spettro autistico, il progressivo miglioramento degli strumenti diagnostici e dei sistemi di sorveglianza epidemiologica, nonché una maggiore attenzione da parte di pediatri, insegnanti e famiglie nel riconoscimento precoce dei segnali di sviluppo atipico. Alcuni autori hanno inoltre ipotizzato il possibile ruolo di fattori demografici e ambientali, come l’aumento dell’età genitoriale o l’esposizione a determinati agenti ambientali, sebbene le evidenze a riguardo rimangano ancora oggetto di discussione (Moddabbernia et al., 2017).

Parallelamente alla crescita delle conoscenze scientifiche si è sviluppato un ampio dibattito culturale e clinico sul modo di interpretare l’autismo. Accanto ai modelli tradizionali di tipo medico, negli ultimi anni si sono affermate prospettive che sottolineano il concetto di neurodiversità, ovvero l’idea che alcune modalità di funzionamento cognitivo e percettivo rappresentino varianti della diversità umana piuttosto che semplici deficit da correggere. Questa prospettiva ha contribuito a spostare l’attenzione dalla sola dimensione diagnostica verso l’esperienza soggettiva delle persone autistiche, includendo aspetti della vita che per lungo tempo sono rimasti ai margini della ricerca clinica.

 

Tra gli aspetti della vita delle persone autistiche che per lungo tempo sono rimasti ai margini della ricerca clinica, la sessualità, l’orientamento sessuale e l’identità di genere rappresentano ambiti particolarmente complessi e solo relativamente di recente oggetto di attenzione scientifica. Storicamente, la letteratura sull’autismo ha privilegiato l’analisi delle difficoltà comunicative, cognitive e comportamentali che caratterizzano lo spettro, mentre le dimensioni affettive, corporee e sessuali sono state spesso considerate secondarie o implicitamente trascurate. Negli ultimi anni, tuttavia, un numero crescente di studi ha iniziato a esplorare in modo più sistematico il modo in cui le persone autistiche vivono la sessualità, mostrando come il desiderio di relazioni affettive e di intimità rappresenti una componente significativa dell’esperienza umana anche nelle persone nello spettro, sebbene tale dimensione possa essere vissuta e espressa attraverso modalità talvolta differenti rispetto alle aspettative sociali dominanti (Dewinter et al., 2015; Pecora et al., 2016).

L’intersezione tra autismo, sessualità e identità di genere rappresenta oggi un campo di ricerca in rapida espansione. Da un lato, diversi studi hanno evidenziato come le persone autistiche possano incontrare specifiche difficoltà nel vivere e nel negoziare le dimensioni relazionali e corporee della sessualità. Dall’altro lato, una crescente quantità di dati suggerisce una maggiore variabilità nell’ orientamento sessuale e una più elevata prevalenza di esperienze di incongruenza di genere nelle popolazioni autistiche rispetto alla popolazione generale. Comprendere queste intersezioni richiede un approccio capace di integrare prospettive provenienti da diversi ambiti disciplinari, dalla psichiatria dello sviluppo alla psicologia e alle scienze sociali, evitando sia la patologizzazione delle identità sessuali e di genere, sia la semplificazione delle complessità cliniche che emergono nell’incontro tra queste dimensioni.

La letteratura più recente suggerisce inoltre che la sessualità nelle persone autistiche non possa essere compresa attraverso una prospettiva unica, ma richieda di considerare l’interazione tra molteplici fattori biologici, psicologici e sociali. Alcuni modelli interpretativi hanno infatti proposto una lettura integrata delle esperienze affettive e sessuali nello spettro autistico, sottolineando il ruolo congiunto delle caratteristiche neurocognitive, delle specificità sensoriali, delle opportunità relazionali e del contesto culturale nel modellare il modo in cui le persone autistiche vivono il proprio corpo e le relazioni intime (Motamed et al., 2025).

In questo quadro, le sfide e le vulnerabilità legate alla sfera sessuale possono assumere configurazioni differenti nei soggetti con maggiore necessità di supporto rispetto a quelli con livelli più elevati di autonomia cognitiva e comunicativa. Nei soggetti autistici con elevato livello di supporto (precedentemente definiti a “basso funzionamento”), la letteratura descrive talvolta la presenza di comportamenti sessuali che possono risultare difficili da comprendere o da gestire nei contesti sociali, come comportamenti di autoerotismo in contesti pubblici, difficoltà nel riconoscere i limiti interpersonali o nell’interpretare correttamente i segnali sociali relativi all’intimità e al consenso. È importante sottolineare come tali manifestazioni non rappresentino necessariamente un aumento dell’impulsività sessuale in senso stretto, ma siano spesso il risultato dell’interazione tra diversi fattori, tra cui difficoltà nella comprensione delle norme sociali implicite, limitate opportunità di educazione sessuale strutturata e difficoltà nella regolazione emotiva e comportamentale.

Nei soggetti autistici con minore necessità di supporto (precedentemente definiti ad “alto funzionamento”), invece, le difficoltà relative alla sessualità assumono spesso una configurazione differente. Numerosi studi evidenziano come molte persone autistiche con buone competenze linguistiche e cognitive esprimano un forte desiderio di relazioni intime e di esperienze romantiche, ma incontrino significative barriere nell’accesso a tali esperienze. Le difficoltà nella lettura dei segnali sociali, nella gestione della reciprocità emotiva e nella comprensione delle dinamiche implicite delle relazioni sentimentali possono rendere particolarmente complesso l’avvio e il mantenimento di relazioni affettive (Strunz et al., 2017).

A queste difficoltà relazionali si aggiungono talvolta aspetti legati alla dimensione sensoriale. L’ipersensibilità a stimoli tattili, olfattivi o uditivi, frequentemente descritta nelle persone autistiche, può influenzare il modo in cui vengono vissute le esperienze corporee e l’intimità fisica. Alcuni individui riportano infatti una particolare intensità nella percezione degli stimoli corporei, che può rendere l’esperienza del contatto fisico ambivalente o difficile da modulare.

Un ulteriore elemento rilevante riguarda le opportunità sociali di sperimentazione affettiva e sessuale. Molti adolescenti e giovani adulti autistici riferiscono una ridotta partecipazione ai contesti sociali informali come gruppi di pari, feste o esperienze relazionali spontanee, che spesso costituiscono, per la maggior parte dei coetanei, uno spazio privilegiato di apprendimento delle dinamiche sentimentali e sessuali. Questa minore esposizione a contesti di socializzazione può contribuire a creare un divario tra il desiderio di relazioni e le effettive opportunità di viverle.

Nel complesso, le ricerche più recenti suggeriscono che le difficoltà legate alla sessualità nelle persone autistiche non derivano necessariamente da una riduzione dell’interesse o del desiderio, ma piuttosto dall’interazione tra caratteristiche neuropsicologiche individuali e barriere sociali e culturali. Comprendere queste dinamiche richiede quindi un approccio capace di integrare dimensioni biologiche, psicologiche e relazionali, riconoscendo al tempo stesso la legittimità del desiderio di intimità e di espressione sessuale nelle persone autistiche.

 

Negli ultimi anni la ricerca ha dedicato crescente attenzione al tema dell’orientamento sessuale nelle persone con Disturbo dello Spettro Autistico. Diversi studi hanno evidenziato come, nelle popolazioni autistiche, si osservi una maggiore variabilità negli orientamenti sessuali rispetto alla popolazione generale, con una più frequente identificazione con orientamenti non eterosessuali, tra cui orientamenti omosessuali, bisessuali e forme di attrazione più fluide (Pecora et al., 2016).

Queste evidenze emergono in modo particolarmente consistente negli studi condotti su adolescenti e adulti autistici con buone competenze linguistiche e cognitive. In tali campioni, è stata riscontrata una maggiore presenza di orientamento bisessuale e di modalità di attrazione meno rigidamente riconducibili alle tradizionali dicotomie dell’orientamento sessuale (George-Stokes, 2017). Accanto a questa maggiore variabilità, la letteratura segnala anche una più elevata frequenza di asessualità nelle popolazioni autistiche. In questi casi, la ridotta o assente attrazione sessuale viene generalmente interpretata come espressione di una più ampia diversità nelle modalità di vivere il desiderio e l’intimità, piuttosto che come indice di psicopatologia (Pecora et al., 2016).

La maggiore diversità osservata nell’ orientamento sessuale all’interno delle popolazioni autistiche ha portato negli ultimi anni alla formulazione di diverse ipotesi interpretative. Una prima linea di ricerca ha esplorato possibili fattori di natura neurobiologica o endocrinologica, ipotizzando che alcune configurazioni dello sviluppo neurobiologico possano contribuire a modulare sia alcuni tratti cognitivi associati all’autismo sia alcune dimensioni dello sviluppo dell’orientamento sessuale. Tuttavia, tali ipotesi rimangono ancora oggetto di discussione e non consentono di stabilire relazioni causali semplici o univoche.

Un secondo filone interpretativo si concentra invece sugli aspetti cognitivi e sociali. Secondo alcuni autori, le persone autistiche potrebbero mostrare una minore tendenza ad aderire rigidamente alle norme sociali implicite che regolano i comportamenti di genere e le aspettative relative all’orientamento sessuale. In questa prospettiva, la maggiore presenza di un orientamento non eterosessuale nello spettro autistico potrebbe riflettere una minore pressione normativa e una maggiore libertà nel riconoscere e nominare forme di attrazione che, in altri contesti sociali, potrebbero essere più fortemente condizionate dalle aspettative culturali (George-Stokes, 2017).

Una terza prospettiva, più attenta alle dimensioni relazionali e soggettive, suggerisce che la costruzione dell’orientamento sessuale nelle persone autistiche possa seguire percorsi meno lineari rispetto ai modelli normativi tradizionali. La minore esposizione alle dinamiche sociali tipiche dell’adolescenza, insieme alle specifiche modalità di elaborazione delle esperienze affettive e corporee, può contribuire a configurare traiettorie di sviluppo dell’orientamento sessuale più aperte o meno rigidamente definite.

È importante sottolineare che queste osservazioni non devono essere interpretate in termini patologizzanti. La maggiore presenza di orientamento sessuale non eterosessuale nelle popolazioni autistiche non rappresenta di per sé un indicatore di difficoltà psicologica o di disfunzione. Piuttosto, tali dati possono essere letti come espressione della più ampia variabilità con cui gli esseri umani costruiscono e vivono la propria dimensione affettiva e sessuale.

Allo stesso tempo, alcune ricerche suggeriscono che le persone autistiche appartenenti anche a minoranze sessuali possano essere esposte a specifiche forme di vulnerabilità. L’intersezione tra autismo e orientamenti sessuali minoritari può infatti associarsi a maggiore isolamento sociale, difficoltà di accesso a contesti relazionali sicuri e un aumento del rischio di discriminazione ed esclusione. In questo senso, l’esperienza di queste persone può essere letta alla luce di una condizione di “doppia minoranza”, nella quale le difficoltà legate alle caratteristiche dello spettro autistico si intrecciano con quelle associate all’appartenenza a minoranze sessuali (De Winter et al. 2017).

Alcuni studi suggeriscono inoltre che gli individui autistici con orientamento non eterosessuale possano incontrare sfide specifiche nei processi di sviluppo identitario, come il coming out, la costruzione di reti sociali di supporto e l’accesso a contesti relazionali inclusivi. Tali difficoltà possono essere ulteriormente amplificate da caratteristiche tipiche dello spettro autistico, come le difficoltà nella comunicazione sociale, nella lettura dei segnali interpersonali e nella partecipazione a contesti sociali informali, che spesso rappresentano spazi privilegiati di esplorazione affettiva e sessuale.

Inoltre, la letteratura evidenzia come le persone appartenenti a minoranze sessuali, nella popolazione generale, siano esposte a maggiori livelli di stress minoritario, con un aumentato rischio di esiti psicologici negativi. Quando tali fattori si combinano con le vulnerabilità già presenti nello spettro autistico, possono contribuire a configurare traiettorie di sviluppo caratterizzate da una maggiore complessità e da bisogni specifici di supporto.

Per questi motivi, appare importante sviluppare modelli clinici, educativi e sociali capaci di riconoscere e sostenere questa complessità, adottando approcci sensibili sia alla neurodiversità sia alla diversità dell’orientamento sessuale. Ciò implica non solo evitare letture patologizzanti, ma anche promuovere contesti relazionali inclusivi, interventi psicoeducativi mirati e percorsi di supporto in grado di valorizzare l’esperienza soggettiva delle persone autistiche appartenenti a minoranze sessuali. 

 

Accanto alla crescente attenzione verso la variabilità dell’orientamento sessuale nelle persone autistiche, negli ultimi anni la ricerca ha iniziato a interrogarsi con maggiore sistematicità anche sul rapporto tra Disturbo dello Spettro Autistico e identità di genere. Diversi studi hanno infatti evidenziato come le esperienze di incongruenza di genere risultino relativamente più frequenti nella popolazione con autismo rispetto alla popolazione generale. Questo ambito di ricerca ha progressivamente acquisito spazio nella letteratura scientifica, contribuendo a rimettere in discussione alcune rappresentazioni tradizionali dell’autismo che per lungo tempo hanno relegato in secondo piano le dimensioni legate all’identità corporea, affettiva e sessuale.

Uno dei primi lavori a richiamare l’attenzione su questa possibile associazione è stato pubblicato nel 2010 da Annelou de Vries e collaboratori. Gli autori hanno descritto una presenza significativamente elevata di tratti autistici in adolescenti seguiti presso una presso una clinica specializzata per giovani con varianza di genere. Pur trattandosi di un campione clinico relativamente piccolo e presentando limiti metodologici, questo studio del gruppo olandese ha rappresentato uno dei primi tentativi sistematici di documentare l’intersezione tra autismo e varianti di genere, aprendo una linea di ricerca che negli anni successivi si sarebbe progressivamente ampliata (De Vries et al., 2010).

Le ricerche successive hanno in larga parte confermato questa osservazione iniziale. Studi clinici, indagini di popolazione e analisi basate su grandi database sanitari indicano infatti che le persone autistiche presentano una probabilità significativamente maggiore di riportare esperienze di incongruenza di genere o di identificarsi come transgender o gender diverse rispetto ai coetanei neurotipici. Una recente metanalisi ha ulteriormente rafforzato questa evidenza, mostrando come la prevalenza di incongruenza di genere risulti significativamente più elevata nella popolazione con autismo rispetto alla popolazione generale (Kallitsounaki et al., 2022).

Se l’associazione epidemiologica appare oggi relativamente ben documentata, restano tuttavia aperte numerose questioni riguardo ai meccanismi che potrebbero contribuire a spiegare questa intersezione. Nel corso degli ultimi anni sono state avanzate diverse ipotesi interpretative. Alcuni autori hanno richiamato possibili fattori di tipo neurobiologico o legati allo sviluppo prenatale; altri hanno invece posto l’accento sulle caratteristiche cognitive tipiche dell’autismo, come una minore tendenza ad aderire automaticamente alle norme sociali implicite che regolano i ruoli di genere. In questa prospettiva, la maggiore presenza di incongruenza di genere nella popolazione autistica potrebbe riflettere, almeno in parte, una minore interiorizzazione delle aspettative sociali relative alla binarietà di genere.

Allo stesso tempo, è importante mantenere una certa cautela interpretativa. In una revisione critica della letteratura, Wattel e collaboratori hanno sottolineato come molte delle teorie proposte per spiegare questa associazione rimangano ancora parzialmente speculative. Secondo gli autori, numerosi modelli interpretativi si basano principalmente su osservazioni cliniche o su correlazioni epidemiologiche, mentre i dati empirici disponibili non consentono ancora di stabilire relazioni causali chiare tra le caratteristiche dello spettro autistico e lo sviluppo dell’identità di genere (Wattel et al., 2022).

Un ulteriore elemento emerso in diversi studi riguarda i percorsi diagnostici delle persone che presentano contemporaneamente autismo e incongruenza di genere. Alcune ricerche suggeriscono infatti che, nei soggetti che accedono ai servizi clinici per questioni legate all’identità di genere, la diagnosi di autismo venga spesso formulata più tardivamente rispetto ad altri individui nello spettro. In uno studio condotto su un ampio campione pediatrico, Hisle-Gorman e collaboratori hanno osservato che i bambini con autismo e disforia di genere ricevevano una diagnosi di autismo a un’età significativamente più avanzata rispetto ai bambini autistici senza disforia di genere. L’età mediana della diagnosi risultava infatti di circa 11 anni nei soggetti con disforia di genere, contro i circa 6 anni osservati nei soggetti autistici senza tale condizione (Hisle-Gorman et al., 2019).

Questo ritardo diagnostico può riflettere diversi fattori clinici. Da un lato, la sofferenza legata alla disforia di genere può orientare inizialmente l’attenzione dei servizi verso la dimensione dell’identità di genere, lasciando in secondo piano l’esplorazione di eventuali caratteristiche neuroevolutive. Dall’altro lato, alcune manifestazioni dell’autismo come le difficoltà relazionali, il ritiro sociale o alcune peculiarità nella costruzione dell’immagine corporea, possono essere interpretate alla luce delle difficoltà psicologiche associate al percorso di affermazione di genere, rendendo talvolta più complesso il riconoscimento del quadro autistico sottostante.

Un ulteriore livello di complessità riguarda alcune possibili sovrapposizioni fenomenologiche tra le esperienze associate all’autismo e le difficoltà che possono emergere nei percorsi di incongruenza di genere, soprattutto durante l’adolescenza. Tra queste vengono frequentemente riportate difficoltà relazionali, tendenze al ritiro sociale, una particolare sensibilità agli stimoli corporei e sensoriali, nonché una relazione talvolta problematica con il proprio corpo nel corso delle profonde trasformazioni puberali.

In questo contesto è stato recentemente introdotto il concetto di “sensory dysphoria”, utilizzato per descrivere il disagio che può emergere quando l’esperienza sensoriale del proprio corpo entra in conflitto con l’identità di genere percepita. In uno studio qualitativo condotto su persone autistiche transgender e gender diverse, Cooper e collaboratori hanno evidenziato come alcune caratteristiche sensoriali tipiche del Disturbo dello Spettro Autistico, tra cui l’ipersensibilità tattile, la difficoltà a tollerare determinati stimoli corporei e una percezione particolarmente intensa delle modificazioni somatiche, possano contribuire a rendere l’esperienza del corpo più complessa e talvolta più disturbante nei contesti di incongruenza di genere (Cooper et al., 2023).

Secondo gli autori, in alcuni individui autistici l’incongruenza di genere può intrecciarsi con esperienze di disagio sensoriale legate al corpo, dando luogo a vissuti corporei che risultano particolarmente difficili da decifrare e da integrare all’interno del processo di costruzione dell’identità. In questa prospettiva, la dimensione sensoriale può rappresentare uno dei possibili punti di incontro tra le specificità neurobiologiche dell’autismo e i processi psicologici attraverso cui l’individuo attribuisce significato al proprio corpo e alla propria identità di genere.

Queste osservazioni non implicano necessariamente l’esistenza di un rapporto causale diretto tra autismo e incongruenza di genere. Piuttosto, suggeriscono che l’esperienza corporea e in particolare la percezione sensoriale del corpo, possa costituire uno dei luoghi in cui le specificità neurocognitive dell’autismo e i processi di costruzione dell’identità di genere entrano in dialogo.

Nel complesso, le evidenze disponibili indicano che l’incontro tra autismo e incongruenza di genere rappresenta un’area di particolare complessità evolutiva e clinica. Più che indicare una relazione causale semplice tra le due condizioni, la letteratura sembra delineare una zona di intersezione tra differenti traiettorie dello sviluppo dell’identità, nella quale fattori neurocognitivi, esperienze relazionali e processi di costruzione dell’immagine corporea possono interagire in modi ancora non completamente compresi. In questa prospettiva, comprendere l’incontro tra autismo e identità di genere richiede modelli interpretativi capaci di integrare dimensioni biologiche, psicologiche e relazionali, evitando sia la patologizzazione delle identità di genere sia la semplificazione delle complessità cliniche che possono emergere nel loro intreccio con le caratteristiche dello spettro autistico.

 

La crescente attenzione verso l’intersezione tra Disturbo dello Spettro Autistico e incongruenza di genere ha progressivamente trovato spazio anche nelle principali linee guida internazionali per la presa in carico delle persone transgender e gender diverse. Gli Standards of Care for the Health of Transgender and Gender Diverse People, Version 8 (SOC-8) pubblicati dalla World Professional Association for Transgender Health (WPATH) riconoscono esplicitamente la presenza di condizioni neuroevolutive, tra cui l’autismo, come possibili fattori rilevanti nel percorso di valutazione e accompagnamento delle persone con incongruenza di genere (Coleman et al., 2022).

Le linee guida sottolineano come la presenza di un Disturbo dello Spettro Autistico non debba essere considerata di per sé un ostacolo all’accesso ai percorsi di affermazione di genere. Al contrario, viene evidenziata la necessità di sviluppare percorsi clinici sensibili alle caratteristiche neurocognitive e comunicative delle persone autistiche, evitando sia approcci eccessivamente restrittivi sia interpretazioni riduttive delle esperienze di genere.

Uno degli aspetti maggiormente sottolineati nelle SOC-8 riguarda l’importanza di una valutazione clinica accurata e individualizzata. Nel caso di persone autistiche, il processo di assessment può richiedere tempi più lunghi e modalità comunicative adattate, al fine di comprendere adeguatamente il significato soggettivo delle esperienze di genere e la loro evoluzione nel tempo. Le linee guida raccomandano che i professionisti coinvolti nella valutazione tengano conto delle specificità cognitive e relazionali associate allo spettro autistico, inclusi eventuali stili comunicativi letterali, difficoltà nella mentalizzazione o nella descrizione delle proprie esperienze interne.

Le SOC-8 sottolineano inoltre l’importanza di distinguere tra caratteristiche dell’autismo e aspetti direttamente legati all’incongruenza di genere, evitando che i tratti autistici vengano interpretati erroneamente come indicatori di confusione identitaria o come elementi che invalidano l’esperienza soggettiva della persona. Allo stesso tempo, le linee guida invitano i clinici a considerare come alcune caratteristiche dello spettro autistico, tra cui rigidità cognitiva, interessi intensi o particolari modalità di elaborazione delle informazioni sociali, possano influenzare il modo in cui l’identità di genere viene esplorata, compresa e comunicata.

Un ulteriore elemento rilevante riguarda la necessità di adottare un approccio multidisciplinare nella presa in carico di persone autistiche con incongruenza di genere. Le SOC-8 raccomandano la collaborazione tra professionisti con competenze diverse, tra cui specialisti della salute mentale, endocrinologi, pediatri o neuropsichiatri infantili, al fine di garantire una valutazione globale che integri le dimensioni psicologiche, mediche e sociali del percorso di affermazione di genere.

Le linee guida sottolineano inoltre l’importanza di fornire informazioni chiare, accessibili e adattate alle modalità cognitive delle persone autistiche, facilitando la comprensione delle diverse opzioni terapeutiche e dei possibili effetti degli interventi medici di affermazione di genere. In questo contesto, può essere utile utilizzare strumenti comunicativi visivi, spiegazioni strutturate e momenti di confronto ripetuti nel tempo, che permettano alla persona di elaborare progressivamente le informazioni e di prendere decisioni consapevoli.

 

Nel complesso, le indicazioni proposte dalle più recenti linee guida internazionali invitano i clinici a confrontarsi con una realtà sempre più complessa, nella quale le traiettorie dello sviluppo identitario non possono essere comprese attraverso modelli interpretativi rigidi o unidimensionali. L’incontro tra autismo e incongruenza di genere sollecita, infatti, la clinica contemporanea a interrogarsi sui modi in cui dimensioni biologiche, cognitive, corporee e relazionali contribuiscono alla costruzione dell’identità nel corso dello sviluppo.

In questo senso, l’autismo rappresenta non soltanto una condizione neuroevolutiva da descrivere o classificare, ma anche un osservatorio privilegiato per comprendere la pluralità dei percorsi attraverso cui gli individui costruiscono il rapporto con il proprio corpo, con l’altro e con le categorie culturali che organizzano l’esperienza di genere. L’attenzione alla neurodiversità invita quindi a considerare lo sviluppo dell’identità come un processo aperto, nel quale differenti modalità di percezione, di pensiero e di relazione possono dare origine a configurazioni soggettive molteplici.

Per la pratica clinica questo implica la necessità di mantenere uno spazio di ascolto capace di accogliere tale complessità, evitando sia interpretazioni riduttive sia letture eccessivamente semplificanti delle esperienze individuali. Più che ricondurre queste traiettorie a spiegazioni univoche, il compito della clinica sembra essere quello di accompagnare i processi di costruzione dell’identità all’interno delle specifiche condizioni evolutive e relazionali in cui essi prendono forma.

 

 

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