Avant-coup e Après-coup

"“A certain turning”. Bollas lettore di Winnicott"" di Leonardo Spanò. Intervista di Guido Trabucchi.

Serata scientifica del 4 febbraio ore 21:30


"“A certain turning”. Bollas lettore di Winnicott"" di Leonardo Spanò. Intervista di Guido Trabucchi.

 

In previsione della serata scientifica del CPdR del 4 febbraio, Guido Trabucchi intervista Leonardo Spanò, autore del lavoro “Essere o non essere non è esattamente questo il dilemma. Bollas lettore di Winnicott”. Il lavoro, inserito nel ciclo “Letture di Winnicott”, verrà presentato dall’autore e discusso da Tiziana Bastianini durante la serata di mercoledì, nella sede di via Panama e potrà essere seguito anche da remoto.

 

 

DOMANDA 1

Il titolo del tuo lavoro riprende il celebre verso shakespeariano ma lo rovescia: “Essere, o non essere, non è esattamente questo il dilemma”. Cosa intendi con questa provocazione? E come si collega al tema della solitudine essenziale?

Il titolo vuole segnalare fin da subito che ci troviamo di fronte a un paradosso fondamentale, vera e propria cifra del lavoro che presenterò. Winnicott ci insegna a essere allergici alle dicotomie troppo nette. C’è una frase di Laplanche che mi piace moltissimo e che dice che la dialettica è una formidabile divoratrice di alterità. Il rovesciamento del celebre verso shakespeariano nasce quindi dall’impressione che porre il problema in quei termini non renderebbe ragione di un processo estremamente più complesso e parcellare. La grandezza di Winnicott, segnatamente nel suo lavoro “Lo stato primario dell’essere: stadi pre-primitivi”, sta proprio nell’indicarci che esiste una continuità per quanto paradossale tra stati molto vicini al non-essere con quelli di piena esistenza. In Winnicott e in Bollas l’essere non è mai dato una volta per tutte, né coincide con un’identità stabile o con un senso di sé già formato. È piuttosto un’esperienza fragile, intermittente, che prende forma sullo sfondo di stati di non-integrazione, di vuoto, di assenza di centro.


La solitudine essenziale si iscrive proprio qui: non come alternativa alla relazione, ma come sua condizione paradossale. Prima ancora di poter dire “io sono”, il soggetto attraversa stati in cui non c’è ancora “un punto da cui guardare”, né un altro da incontrare. In questo senso, il dilemma non è essere o non essere, ma come fare spazio a quella solitudine originaria, matrice e passaggio obbligato per ogni esistenza, senza trasformarla in un buco nero né saturarla prematuramente di senso. È una questione clinica, prima ancora che teorica.

 

DOMANDA 2

Tu affermi che Bollas non è semplicemente un erede di Winnicott, ma “un interprete che utilizza Winnicott come punto di partenza per un’estensione estetica, antropologica e clinica della psicoanalisi”. In cosa consiste questa trasformazione?

Credo che Bollas faccia qualcosa di molto specifico con Winnicott, molto diverso ma non meno interessante della modalità di “messa al lavoro” laplanciana, per me sì più familiare. Bollas non lo “supera”, né lo corregge, ma lo attraversa. Utilizza i suoi concetti come una seconda pelle, per spingerli verso territori che Winnicott aveva solo lambito. Penso, ad esempio, allo spostamento significativo che si produce nel passaggio dall’oggetto transizionale all’oggetto trasformativo, o dal
vero Sé al Sé idiomatico.

In Bollas la psicoanalisi diventa sempre più una teoria dell’esperienza vissuta, della forma, dello stile, del ritmo. L’essere umano non è solo un soggetto che si struttura, ma un soggetto che sviluppa una propria estetica interna. Questo ha ricadute cliniche importanti: l’analista non è solo colui che interpreta o sostiene, ma anche un oggetto capace di indurre trasformazioni silenziose, non sempre rappresentabili. In questo senso parlerei davvero di un’estensione estetica e antropologica della psicoanalisi, che mantiene il rigore clinico ma apre il campo ad altre forme di sapere e di esperienza.

 

DOMANDA 3

Nel tuo lavoro dedichi particolare attenzione a un breve articolo di Winnicott del 1959, “Niente al centro”, che persino André Green sembra aver “dimenticato”. Perché questo testo ti appare così centrale?

“Niente al centro” è un testo tanto breve e succinto quanto, a mio avviso, denso e esplosivo. Devo la sua scoperta e l’averlo a lungo lavorato all’acume di Amalia Giuffrida, che me lo segnalò ormai già parecchi anni fa e sul quale non ho mai smesso di tornare. Winnicott vi affronta in modo diretto qualcosa che spesso rimane sullo sfondo: l’esperienza clinica di un vuoto identitario radicale, di una mancanza di centro dell’esperienza. Non un conflitto, non una rimozione, ma un’assenza.

Ciò che trovo straordinario è il paradosso che Winnicott introduce: solo attraversando questo “nulla”, solo accettando l’esperienza di non essere, la propria nullità, può emergere una sensazione autentica di esistenza. È un testo che obbliga a ripensare la teoria dell’essere in termini non sostanziali, ma processuali e negativi. Forse è proprio questa radicalità a renderlo difficile da integrare nei grandi sistemi teorici, e quindi più facilmente “dimenticabile”. Eppure, clinicamente, è di una attualità impressionante.

 

DOMANDA 4

Presenti tre vignette cliniche molto suggestive: Livia e il castello vuoto, Carlo che resta solo in macchina prima della festa, Lorenzo che passeggia a Villa Borghese. Come queste esperienze cliniche illuminano il tema della solitudine essenziale?

Queste vignette mostrano, ciascuna a modo suo, e nella rapidità tipica di un flash clinico, che la solitudine essenziale non coincide né con l’isolamento né con il ritiro patologico.

 

In Livia la solitudine appare inizialmente come angoscia e smarrimento, come un vuoto da evitare; eppure, il lavoro analitico richiede proprio di non riempire subito quel castello, di permettere che venga abitato dall’interno. In Carlo, la solitudine rappresenta una soglia: restare un momento da soli prima di poter entrare nella relazione, ritrovare una consistenza interna prima di esporsi al legame. In Lorenzo, infine, la solitudine assume una forma più pacificata: una sensazione di esistere che non dipende più, o almeno non esclusivamente, dalla presenza/assenza dell’altro, ma dalla possibilità di stare con sé stessi senza dissolversi. Clinicamente, questi momenti indicano che la solitudine può diventare una risorsa solo quando non è vissuta come abbandono, ma come spazio abitabile.

 

DOMANDA 5

Verso la fine del tuo lavoro proponi una posizione clinica paradossale: “un analista più presente ma meno attivo”. Come si declina concretamente questa postura?

È una formula paradossale perché nasce da una difficoltà reale del lavoro clinico: sapere quando intervenire e quando, invece, sottrarsi all’azione. Essere più presenti significa esserlo con il corpo, con gli affetti, con il controtransfert; meno attivi significa rinunciare alla tentazione di saturare l’esperienza del paziente con interpretazioni, spiegazioni, movimenti prematuri.


In certi momenti del lavoro, soprattutto quando si toccano aree molto primitive dell’esperienza, l’analista è chiamato a “tenere” più che a fare. A tollerare l’incertezza, l’incomprensione, persino una certa clandestinità del processo. È una postura che richiede una solida analisi personale e una fiducia profonda nel fatto che qualcosa possa accadere anche — e talvolta soprattutto — nel silenzio e nell’intermittenza della relazione.

 

DOMANDA 6

Concludi con una citazione suggestiva di Maggie Nelson: “a certain turning, a certain turning inward”. Cosa rappresenta questa immagine per il lavoro analitico?

 

The Argonauts è un libro eccezionale, mi fa piacere che tu lo riprenda.

Quell’immagine mi sembra cogliere con grande precisione il movimento del lavoro analitico quando non è riducibile né a un’idea di progresso lineare né a un ideale di guarigione. Non si tratta di evolvere verso qualcosa, né di tendere a un asintoto, ma di compiere una svolta.


Una svolta verso l’interno, certo, ma non in senso intimistico. Piuttosto un movimento che permette al soggetto di riconoscere una continuità dell’essere, di abitare la propria solitudine senza esserne travolto. È lì che può emergere un senso di valore di sé non fondato sulla prestazione o sul riconoscimento, ma sull’esperienza elementare dell’esistere. In questo senso, la psicoanalisi resta per me il tentativo di accompagnare qualcuno fino a quel punto di svolta — discreto, fragile, ma decisivo.



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