Avant-coup e Après-coup

"Après-coup della serata con Lucia Monterosa" di Emiliano ALBERIGI

"C’è un’urgenza data dalla realizzabilità di quelle che prima potevamo considerare solo fantasie arcaiche o c’è un’urgenza data da una più generale pressione della società sugli individui a ridefinirsi come uomini o donne e come padri e madri?"


"Après-coup della serata con Lucia Monterosa" di Emiliano ALBERIGI

Nel corso della serata scientifica dal titolo “Corpi”, riservata ai soli colleghi afferenti il CPdR, sono state sviluppate ed elaborate delle riflessioni a partire da alcuni spunti clinici. Pertanto, in questo contesto, mi limiterò ad alcune considerazioni generali e mie riflessioni personali che ho potuto trarre sia dalla rilettura della bella relazione della Dr.ssa Lucia Monterosa sia dalla serata stessa relative all’impatto circolare che hanno le innovazioni biotecnologiche attuali, i cambiamenti sociali relativi alle questioni di genere e l’approccio clinico all’interno dello specifico operare psicoanalitico. Come di consueto e con una certa proficua inevitabilità, la serata ha sollevato più domande che risposte.

Il tema, sinteticamente indicato dal titolo della relazione e della serata “Corpi”, è relativo all’impatto che hanno le attuali e concrete possibilità che le società offrono di operare transizioni di genere da un lato e nuove possibilità procreative che non hanno più necessità della differenza dei sessi dall’altro, sulla clinica psicoanalitica. Ciò che è presente a livello di fantasie arcaiche, oggi è realtà: se e come questo cambia l’assetto dell’analista in ascolto?

Uno degli effetti che i cambiamenti sociali hanno prodotto è un fattore di “accelerazione”: queste fantasie sono apparentemente realizzabili e i pazienti ci presentano i loro piani, progetti o desideri con un’urgenza rispetto i quali la sospensione analitica sembra assumere oggi un altro valore o nuovi significati.

C’è un’urgenza data dalla realizzabilità di quelle che prima potevamo considerare solo fantasie arcaiche o c’è un’urgenza data da una più generale pressione della società sugli individui a ridefinirsi come uomini o donne e come padri e madri?

Quanto è possibile districare tra gli elementi clinici con cui entriamo in contatto con i nostri pazienti dei temi propri e specifici di quel paziente lì e della sua storia personale e dei temi invece specifici di chi è orientato verso le transizioni di genere e le nuove possibilità procreative?

Vi sono delle invarianti della clinica psicoanalitica che ci permettono comunque di accostarci a questi nuovi fenomeni? Individuare le invarianti può permettere di riconoscere non solo ciò che non muta, ma anche e soprattutto ciò che cambia. Tra le invarianti cui ci si è riferiti ci sono: la bisessualità, la scena primaria, le origini della psicosessualità e la dipendenza primaria, la temporalità della soggettivazione e la atemporalità delle rappresentazioni inconsce.

Tuttavia questi sono anche temi su cui la ricerca psicoanalitica non ha da dire qualcosa di definitivo e dunque la questione si raddoppia e ci sottopone ad una pressione su due fronti: quello degli sviluppi interni alla ricerca psicoanalitica stessa da un lato e quello dei mutamenti sociali in atto dall’altro. Il discorso inevitabilmente si intreccia con gli sviluppi interni e tuttora mobili ed aperti della psicoanalisi sulla femminilità che pone questioni e criticità a prescindere dalle nuove biotecnologie.

Da qui anche la difficoltà a riflettere meglio su quanto emerso dalla serata tenendo conto delle duplicità del discorso che oscilla tra due domande: qual è l’impatto della biotecnologia sul funzionamento psichico dei pazienti? Che posizione ha oggi la femminilità nella concezione della sessualità in psicoanalisi?

Due domande differenti che, col rischio di ripetermi, delineano percorsi e traiettorie distinti che oggi inevitabilmente hanno finito per sovrapporsi. Per questo può essere utile, ripensando alla serata, chiedersi quando si stava rispondendo ad una o all’altra domanda, o persino quando si stava rispondendo ad una domanda pensando di riferirsi all’altra. Così, per esempio, potrebbe accadere che chiedersi quali siano le nuove caratteristiche cliniche indotte dalle innovazioni biotecnologiche sia un modo per rispondere a quale possa essere il concetto di femminilità all’interno della teoria freudiana della psicosessualità o viceversa interrogarsi sul ruolo della bisessualità originaria negli sviluppi delle teorie psicoanalitiche contemporanee un modo per interpretare le nuove forme cliniche.

I cambiamenti sociali ci confondono o sono un’opportunità per chiarire e sviluppare meglio alcuni concetti cardine della teoria psicoanalitica? La duplicità dei discorsi da un lato può indurre confusione o sterili scissioni, dall’altro può generare nuovi significati il cui senso imprevisto non è così facile da tollerare.

Ovviamente queste domande sono ben più grandi della mia capacità di rispondervi. Proverò a ripercorrere qualcosa che è emerso dalla serata e cosa ne ho personalmente tratto. Mi scuso in anticipo per la parzialità delle mie riflessioni che non possono che avere un carattere personale.

Dall’analisi del materiale clinico presentato emerge in modo diverso un rigetto del femminile e del materno da parte dei pazienti ed alcuni tentativi di superarlo ricorrendo a quelli che possono essere interpretati come agiti. Il ruolo della femminilità nell’impianto teorico freudiano è da sempre dibattuto e controverso. Nella relazione, Lucia Monterosa ripercorre molto bene le oscillazioni di Freud sul tema. Con l’aiuto di altri autori contemporanei e successivi a Freud (J. André, J. Chasseguet-Smirgel, R. Mack-Brunswick, M. Klein, J. Kristeva, Rosemary Marshall Balsam, A. Giuffrida e tanti altri autori che in modo esteso ed approfondito LM ha richiamato), oggi disponiamo di un quadro più completo e vario sulla sessualità femminile. Interessante il richiamo ad alcuni concetti relativi agli aspetti originariamente femminili della psicosessualità, sulla coincidenza tra impotenza e dipendenza primaria propria di ogni essere umano e femminilità come disponibilità ad accogliere e farsi fecondare dall’inconscio dell’altro, ma anche di femminilità come fantasma dell’eccesso, possibile oggetto di invidie o attacchi difensivi da parte dell’uomo (ma non solo).

Altrettanto forieri di sviluppi paiono gli interrogativi posti dalla bisessualità originaria: se si considera la bisessualità non più come una delle due opzioni identificatorie di cui ognuno dispone alla nascita, ma come un organizzatore psichico, possiamo vedere alla bisessualità interna come il campo in cui ognuno tenta di far incontrare maschile e femminile allo scopo di generare un nuovo e unico senso di sé o di identità personale. Non si può dunque scindere il discorso della differenza tra i sessi da quello di come rendere possibile al nostro interno che le nostre diverse identificazioni maschili e femminili siano generative piuttosto che confondenti o dissocianti.

Altro interrogativo diviene dunque il senso della differenza, quale significato ha il concetto di differenza tra maschile e femminile. Sono due poli contrapposti? Si definiscono in quanto l’uno non ha le caratteristiche dell’altro e viceversa? Essere femminile equivale a non essere maschile e viceversa? O piuttosto, anziché in un rapporto di contrapposizione, siamo in un rapporto di complementarietà? Oppure di compresenza?

Per concludere riporto l’osservazione di Maurizio Balsamo sull’aneddoto riportato da Thomas Kuhn sulla macchina a vapore di Tolomeo. La macchina a vapore era già stata inventata ai tempi di Tolomeo, ma poiché l’economia dell’antica Grecia si basava sulla forza lavoro degli schiavi, in quel contesto la macchina a vapore non poteva essere altro che un giocattolo per far divertire gli aristocratici. Solo con la rivoluzione industriale, all’interno di un nuovo paradigma sociale e culturale, poté essere reinventata per essere impiegata come forza-lavoro al posto degli esseri umani. 

È dunque una nuova tecnologia che permette di superare una differenza sociale o è un cambiamento epistemico che permette ad impiegare una nuova tecnologia per superare quella differenza?

È la macchina a vapore che permette di superare la differenza sociale padrone-schiavo o è il cambiamento epistemico che rende necessario il ricorso alla tecnologia per superare le differenze sociali?

Se trasponiamo questo discorso alle differenze sessuali ci potremmo dunque chiedere se sono le nuove tecnologie che ridefiniscono le differenze di genere o se il mutamento non arriva da altrove.

Contemporaneamente ci possiamo chiedere se è poi proprio così vero che le macchine hanno annullato la schiavitù o se la differenza schiavo-padrone non si è semplicemente riprodotta in altre forme. Allo stesso modo ci dovremmo forse interrogare sulle nuove forme oggi delle differenze sessuali senza imputare ad alcuna innovazione tecnologica la facoltà di annullarle, di eliderle, di superarle o renderle superflue. Potrebbero non essere più necessari gameti maschili e femminili per la riproduzione, ma la necessità di un incontro tra elementi differenziali (in una dinamica contenitore-contenuto?) per generare un elemento terzo che presenti caratteristiche nuove, uniche ed originali rispetto agli elementi di partenza sarà forse sempre alla base di ogni sistema simbolico e di pensiero umano.

A meno che non si prenda in considerazione la capacità di Homo Sapiens di generare una nuova specie post-umana e biocibernetica che in un giorno più o meno prossimo sia in grado di soppiantarci, come è ormai ipotizzato da diverse parti (ad es. Y.N.Harari nel suo Homo Deus). Ma in questo caso sarà come interrogarci sul sesso degli angeli.

 



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