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Perché la metapsicologia a cura di M.Balsamo, F.Fiorelli, A.Giuffrida . Una recensione di Mario Sasso


Perché la metapsicologia a cura di M.Balsamo, F.Fiorelli, A.Giuffrida . Una recensione di Mario Sasso

 

Ogni domanda intrattiene con la propria risposta un rapporto peculiare. Alcune domande sembrano già conoscerla, la presuppongono, quasi la esigono. Altre, invece, se ne tengono a distanza. Talvolta per la natura stessa dell’oggetto che interrogano, di cui anelano di conoscere qualche verità, che sfugge a ogni cattura definitiva e non si offre che attraverso le sue tracce. Talaltre volte, ancora, per il movimento di chi domanda, per il desiderio smanioso di domandare o, forse, per l’altrettanto tenace passione di ignorare. Ci sono domande, poi, che ne lasciano sorgere altre, e altre ancora. Sono domande a cui non si può rispondere che con un’altra domanda. Lo sanno bene gli psicoanalisti. Le domande dell’Edipo – da dove vengono i bambini? – ingenerano altre domande, in un vorticoso e inesauribile regresso che rimanda all’origine, ombelico di ogni rappresentazione, Reale di ogni simbolo. Non dunque più un’origine ma un originario, che non ha nome né volto.

Tra una domanda e una risposta è dunque certo che esista uno scarto. È cosa nota. Meno evidente è che tale distanza renda possibile il loro rapporto. Domanda e risposta non coincidono e, tuttavia, non cessano di richiamarsi reciprocamente.

Colpisce, nel leggere il titolo del volume, l’assenza del punto interrogativo, segno che forse il lettore tenderà spontaneamente ad aggiungervi, tra le pieghe di uno sguardo. Non è un quesito, direi, a cui rispondere una volta e per tutte. Non è parimenti una risposta. È possibile, anzi, che altre parole giungano a precedere e a seguire, per risignificare “…perché la metapsicologia…”, come a lasciar slittare generativamente la cornice di lettura in cui il titolo stesso, alla stregua di un frammento, possa inserirsi. Il campo di lavoro da cui il volume vede la nascita è destinato a rimanere aperto. Il testo è curato da Maurizio Balsamo, Fabio Fiorelli e Amalia Giuffrida e inaugura una nuova collana dal titolo “Il pensiero clinico”, raccogliendo alcuni lavori del gruppo di studio “Clinica e Ricerca metapsicologica” della Società Psicoanalitica Italiana, oltre ad alcuni contributi di altri autori. L’intento del volume è introduttivo e programmatico, perché “chiarisce il campo d’azione del gruppo, ne mostra le prospettive e, nel contempo, ne definisce i contorni”[1]. Suddiviso in cinque sezioni, oltre a una sesta introduttiva, offre riflessioni acute e colte che spaziano dalla teoria alla clinica, dalla epistemologia fino alla teoria della tecnica. Dopo le personali e vivide testimonianze al femminile di Castelli, Giuffrida, Matteini e Vigneri[2], lo scritto di De Renzis[3] si fionda a questionare il ruolo, la funzione, le origini e i rapporti con le altre discipline propri della Strega, offrendo, sì, dei prolegomeni, come il titolo lascia credere, che tuttavia immergono senza avviso il lettore in medias res, nella fitta rete di interrelazioni e generative contraddizioni che dividono il Soggetto e al suo fianco lo psicoanalista, intento a decifrare ciò che il suo sguardo ha scorto nel gesto autoriflessivo. Divisione, forse, pure del lettore, dunque, dolcemente accolto alla soglia e, senza sosta, consegnato a confrontarsi coi Lemmi e con i successivi testi del gruppo, guidato dagli autori tra riconoscimenti e smarrimenti, in una geografia concettuale che non cessa di ridisegnarsi sotto gli occhi di chi la percorre, attraversandone gli snodi, le aporie e le possibilità inattese. Divisione, dunque, che nella turbina di interrogativi, conduce l’intrepido viaggiatore ad appassionarsi, a ricredersi, a convincersi, a dubitare, insomma a studiare e a lavorare, con gli autori e con se stesso, a disorientarsi e a ritrovarsi fra le pieghe del testo. Effetto perturbante, diremmo. Giunti al cuore del volume, il capitolo di Munari[4] sul perturbante anima il successivo lavoro del gruppo. Curiosa collocazione che si fa isomorfica all’oggetto indagato, corpo estraneo nel cuore più profondo del soggetto, ma pure tema tanto familiare che non smette tuttavia di interrogare e di lasciar generativamente riflettere gli studiosi, perché sempre non familiare, sempre lontano dalla presa che lo consegni alla comprensione piena, a una consolidata familiarità. Gli scritti contenuti nel volume paiono così imboccare apparentemente la strada battuta, nel solco freudiano, scorgendola irrimediabilmente nuova a ogni passaggio, sempre unheimlich. La polisemia del perturbante, di alcune delle sue componenti fondanti, che Munari individua, tra le altre, nel doppio, nell’enigma, costituisce la ricchezza offerta dal dispositivo metapsicologico. In effetti, scrive Zontini, “la questione degli opposti […] può essere interrogata […] anche sul piano logico, come formalismo logico inerente alla costruzione stessa del discorso” dal momento che “una cosa, cioè, può essere pensata se è presente e assente allo stesso tempo, presente perché pensata, assente perché la sua presenza percettiva non è necessaria” così come “lo stesso si può dire della rappresentazione che è anch’essa un doppio (astratto) della cosa” [5].  Curioso destino pure degli scritti di metapsicologia, andati distrutti per mano dello stesso Freud, dunque in parte assenti, eppure capaci perfino di fondare una disciplina. Una scena primaria della psicoanalisi, insomma. Un luogo assente che, in virtù della sua permanente vacuità, lascia, ancora, fantasticare. Non è forse dei poeti, e con essi del fantasticare metapsicologico, la facoltà di scrivere e riscrivere le origini e ritrovare, così, un barlume di verità che, colto, è poi per sempre perduto e così nuovamente ricercato?   “Ciò che resta oggi … è ciò che resta fin dall’inizio; che, fin dall’inizio è solo un resto, perché quella ‘costruzione’ ci è stata consegnata da Freud come originariamente mancante: ciò che resta e ciò che ha resistito; che non può essere compiutamente compreso se non nella consapevolezza di essere una presenza che porta le tracce di una mancata realizzazione testuale, ma, al contempo, di una insistente progettualità contestuale”, scrive De Renzis[6]. “La si può pensare”, riflette Zontini a proposito della metapsicologia, “non come una forma inconscia del pensiero del pensatore ma come una forma preconscia di pensiero più libero e creativo del pensiero teorico consolidato”, cosicché “questa creatività … può aiutare la teoria stessa a evolvere”, basata com’è su “l’elemento impersonale della pulsione, elemento che proprio perché impersonale può divenire creativo perché capace di riaprire i confini operativi dello psichico”[7]. Curioso destino al quale “Perché la metapsicologia” ci confronta, offrendoci di una trama nota e di un soggetto tipico filiere interpretative multiple, innovative e ignote, nell’incredulità di chi prende a vedere quel che ha sempre avuto innanzi a sé, come la lettera rubata della regina[8]. Uno dei fili conduttori dei lavori contenuti nel volume pare privilegiare la facoltà di “riscoprire quello che pensiamo di sapere già”, di “significarlo e metterlo in gioco in quell’area del trovato-creato dove la metapsicologia esprime la sua natura mai completamente afferrabile e, proprio per questo, il suo essere consustanziale all’oggetto psicoanalitico”[9]. Non si tratterebbe, allora, di aggiungere semplicemente nuovi contenuti a un sapere già costituito, ma di ritornare su ciò che appare familiare per scoprirvi un’eccedenza di senso. In questo movimento, il pensiero metapsicologico sembra condividere il destino stesso dell’oggetto che interroga: non possederlo definitivamente, ma tornare incessantemente a costruirlo e decostruirlo. Su questa linea pure la riflessione epistemologica “errante” di Giuffrida, che ricalca la perpetua tensione freudiana tra coerentismo e corrispondentismo, di chi con la sua invenzione dell’inconscio “ha rivoluzionato la visione dell’uomo e della realtà”[10], di fatto scompaginando la confortevole familiarità per consegnarci “la peste”. È in gioco, leggiamo, lo statuto della realtà materiale, così come il ruolo della rappresentazione che “è anch’essa una costruzione che può anche soggiacere alla distruttività dello slegamento antilibidico”[11]. “L’articolazione fra il piano clinico e quello teorico, tuttavia, non è stata semplicemente circolare, simmetrica, né si è stabilizzata in una qualche forma fissa di relazione concettuale”, sono le parole di Garella, a sottolineare quanto “la pratica clinica possieda un sovrappiù di conoscenza che la teoria non intercetta poiché non riesce ad incarnarvisi”[12]. Dunque uno scarto, ancora, che va mantenuto florido, in una beante incertezza che, assunta come principio metodologico, come propone Balsamo rileggendo Green a proposito del problema della rimemorazione in seduta, consentirebbe “di istituire in ogni polo del dilemma l’altro a cui esso pure si contrappone, senza che si possa o si debba risolvere nella pura creazione fantasmatica di ciò che si è ascoltato né in quello altrettanto riduttivo della pura realtà fattuale”[13]. Leggendo il volume si ha una testimonianza di come la metapsicologia, dunque, oltre che un sapere sull’inconscio, sia il lavoro che l’inconscio stesso impone al sapere, in virtù dello scarto che l’inconscio è e incessantemente introduce. Scarto che si produce dal “collasso delle topiche o dei limiti interno/esterno”, che fa del perturbante un enigma e che si pone come punto di partenza della metapsicologia. Scarto che obbliga continuamente il pensiero a collocarsi a un livello ulteriore di elaborazione, a operare un’operazione meta senza la quale la propria esperienza resterebbe muta o immediatamente saturata. In virtù di una gerarchia linguistica di tarskiana memoria “un linguaggio coerente non può contenere le risorse dei mezzi per parlare della verità dei propri enunciati”[14]. Quel che proponevo di pensare relativamente al titolo del volume, ossia di prenderlo alla stregua di un frammento che possa combinarsi e ricombinarsi in multiple cornici di lettura, in effetti, sembra appartenere alla stessa filiera delle operazioni che, in modi diversi, propongono Balsamo e Rolland, ad esempio. Il primo pensa al lavoro analitico come a un “processo trasformativo grazie al quale un ‘testo’ è sottoposto, grazie al metodo delle libere associazioni, a un percorso … di disorganizzazione o di auto-disorganizzazione”, al punto che “un discorso, un tessuto di rappresentazioni, una biografia, si presentano a noi in modo da poter essere oggetto di una diversa pensabilità, di quesiti, di un lavoro di ignotizzazione, nel muoversi da dimensioni apparentemente note ad altre in cui si tenta di trovare/costruire interpretazioni differenti, mondi possibili soggiacenti alla sola realtà accettata, aperture di senso in ciò che è stato vissuto e, soprattutto, in ciò che la coppia analitica avrà occasione di vivere”[15]. Rolland, invece, nel suo lavoro, a proposito della nascita della psicoanalisi dai fatti osservati, pone in rilievo l’attenzione privilegiata offerta al sintomo perché quest’ultimo possa divenire fatto clinico, di modo che venga estratto dal fondo dell’insignificanza e prenda a divenire un oggetto di studio, separandolo, in tal modo, dal flusso di eventi psichici, per inserirlo nella costruzione teorica e poi, in una terza fase, per trasformarlo in un oggetto metapsicologico. È al saggio del 1920, Al di là del principio di piacere, che Rolland si riferisce, per mostrare i movimenti freudiani nel riposizionamento della coazione a ripetere tra pulsione di vita e pulsione di morte. Un’operazione decostruttiva, insomma, quella di Freud e quella di Rolland sul testo di Freud. Un’operazione decostruttiva che esita in un’estrazione di un altro senso, a partire dalla ricombinazione del senso noto. Si tratta, in effetti, di una identificazione, alla stregua di come è intesa nel riconoscimento del cadavere, nel segno della lezione di Brouardel, che Freud fece propria nel corso del proprio soggiorno a Parigi[16]. Identificazione dei dettagli, dei resti. Identificazione che nella misura in cui fonda un modello di lavoro può esitare in una identificazione ai resti, agli escrementi, come nota Barazer[17]. La metapsicologia, nel fondare una disciplina, ha acquisito in un certo senso un portato identitario. Come concepire, tuttavia, un’identità psicoanalitica a partire dalla metapsicologia? “Una traiettoria intellettuale singolare che è l’espressione sui generis di tale soggettività”, scrive Rolland[18], sembra essere richiesta per la trasmissione del sapere psicoanalitico, come nota Casini, che non può avvenire “per via diretta, come i saperi ordinari”[19]. Come concepire, dunque, ancora, un’identità psicoanalitica a partire dalla metapsicologia? Sembra domandarselo anche Denis, quando sconfessa l’idolatria della Verità in psicoanalisi, privilegiando l’idea che non possediamo che modelli, approssimazioni e metafore. L’identità della psicoanalisi non nasce dal possesso di una verità, dunque, ma dalla fedeltà a una domanda. Una domanda che lascia porre altre domande, nel regresso all’infinito già accennato. Edipo risponde alla Sfinge una volta e per tutte: il parricidio e l’incesto segnalano gli effetti dell’emergenza del Reale della pulsione che, slegato, rompe gli argini del Simbolico fino a liquefarsi nella pulsione di morte. Quella degli psicoanalisti non è un’identità garantita da un sapere acquisito una volta per tutte. La comunità psicoanalitica è raccolta attorno a una domanda che continua a eccedere le proprie formulazioni. Non è forse secondario, riflettendoci, che i contenuti del libro siano sviluppati da un gruppo a lavoro, come se l’oggetto stesso imponesse una pluralità di prospettive e resistesse a ogni tentativo di appropriazione individuale e definitiva. Il gruppo appare, così, come l’area privilegiata ove l’impresa metapsicologica continua a lavorare la psicoanalisi, ove il caso singolo – dal lato dell’oggetto e dal lato di chi lo incontra – concepisce l’astrazione e la generalizzazione, dove la polifonia sostiene la polisemia.  Ricordo con emozione un’immagine, comparsa online in occasione della ricorrenza del centesimo anno dalla fondazione della Società Psicoanalitica Italiana. “Freud non ha costruito un tempio”, si leggeva, “Ha aperto una breccia”, “La SPI è viva quando resta inquieta, porosa, esposta al tempo e al caso”.  Custodire la metapsicologia, forse – non solo nell’accezione “ristretta”, ma “forse soprattutto, il tipo di pensiero, il metodo, il lavoro psichico”, “un incedere … incidente”[20]– ci riguarda nella possibilità di conservare vivo e inquieto il nostro pensiero, viva e inquieta la nostra esperienza umana e clinica.

“Perché la metapsicologia”, allora, che ciascun lettore, attraversando le pagine e attraversandosi, possa tornare a domandarlo e a rispondervi a modo proprio. 

 

 

[1] Balsamo M. e Fiorelli F., Presentazione, p. 7.

[2] Castelli C., Giuffrida A., Matteini C., Vigneri M., Perché la metapsicologia?, p. 9-24.

[3] De Renzis G., Prolegomeni a ogni futura metapsicologia che possa presentarsi come scienza, pp. 25-42.

[4] Munari F., Il perturbante. Metafisica e metapsicologia. La concatenazione, l’opposto e l’enigma, pp. 89-113.

[5] Zontini G., Una discussione di gruppo su “Il perturbante” di Franca Munari, p. 130.

[6] Op. cit., p. 39.

[7] Zontini G., La pulsione e la norma (che non c’è), p. 231.

[8] Lacan J. (1956), Il seminario su “La lettera rubata”, in: Scritti, Einaudi, Torino, 1974.


[9] Casini E., La magia della Strega. Note su invenzione e poetica in metapsicologia, pp. 208-209.

[10] Giuffrida A., Pensieri in libertà attorno allo statuto epistemologico della psicoanalisi, p. 80.

[11] Ibidem, p. 85.

[12] Garella A., Il pensiero clinico in psicoanalisi, p. 152.

[13] Balsamo M., Un’epistemologia della pratica. Uno sviluppo delle tesi di André Green, p. 68.

[14] Garella A., Napolitano F. (1998), Panorami di epistemologia psicoanalitica, In: Longhin L. e Mancia M. (a cura di), Temi e problemi in psicoanalisi, Bollati Boringhieri, Torino, 1998, p. 51.

[15] Op. cit., p. 70.

[16] Barazer C. (2024). « Etre l’autre ? », In: Revue Française de Psychanalyse, vol. 5/2024, pp. 73-123.

[17] Ibidem.

[18] Rolland J.-C., Osservazione clinica, costruzione teorica, pensiero meta psicologico, tre fasi della conoscenza, p. 183.

[19] Op. cit., p. 208.

[20] Sarracino F., L’incidere metapsicologico, p. 215.

 

 

Perché la metapsicologia  
Maurizio Balsamo, Fabio Fiorelli, Amalia Giuffrida (a cura di)
Milano, FrancoAngeli, 2026, p. 234, € 36,00.

 



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