Interno notte. Un locale, sembra dismesso. Buttato lì, un giornale porta in prima pagina “sette coltellate”. Esterno, notte. Un aereo vola in alto, dal basso un cane lecca qualcosa di rosso. Stacco. Lasciando l’atmosfera più intima e suggestiva, si passa a una tonalità veloce e vivace, dove il dialetto romano diventa lo specchio, e il racconto, delle radici. Ma non quelle del centro di una città che ammalia per la sua bellezza, bensì i margini di quella, dove sembrano essere relegate le vere virtù e le viltà. Ed ecco il gruppo dei soliti amici, quelli di sempre. A combattere i cattivi Tartallegra che minacciano l’amico Cinghiale per una questione di soldi. Allora va protetto, a tutti i costi. Forse proprio perché si è ai margini, allora l’amicizia si fa più stretta e fa rima col “per sempre”.
Bisogna essere romani per capire la romanità fino in fondo. Du’ spicci è il riassunto di una filosofia di vita, qualcosa di qualsiasi che non può essere più di quello.
Due spicci di valori, due spicci di speranza, due spicci di responsabilità. Alcuni tra i titoli delle puntate di una storia che, come tutte quelle sue, condensa il pensiero e i timori di Zerocalcare.
Un mondo umano intero, nel piccolo spaccato di un posto di frontiera come la periferia romana. C’è tutto dentro. L’epoca contemporanea in cui l’umanità è chiusa in ghetti separati. Quello dei ricchi è fuori dal racconto di Zero.
Al di là dell’aspetto scanzonato e a tratti comico, la profondità e il pensiero critico del nostro fumettista prende sempre il sopravvento. L’accento spontaneo e autentico sottolinea così riflessioni preparate e attente. Non ha mai lasciato nulla al caso, nemmeno le declinazioni del verbo “mo’ vedemo come potemo aiuta’”.
Le escursioni sulle proprie incapacità, di relazionarsi, di innamorarsi, di aprire i propri spazi privati, prendono anche le vie che incontrano le fragilità degli altri. E un occhio sempre attento agli ultimi. Le storie parallele che incrocia Zerocalcare rappresentano la Babele delle umane e disumane declinazioni del nostro tempo.
“È una gioia essere nascosti, ma un disastro non essere trovati.” È una frase del maestro Winnicott che sembra descrivere perfettamente il percorso di Zero. Dietro l’ironia, l’autosvalutazione e il continuo rimandare le scelte importanti, c’è il tentativo di proteggere la propria vulnerabilità. È proprio qui che Due spicci diventa una storia sulla maturazione affettiva e di quanto questa possa essere difficile a certi margini della società. Non c’è nemmeno bisogno di citare i meandri della trasmissione transgenerazionale, perché in certi angoli del mondo sta nei fatti. Ed è visibile a tutti, a meno che non la si voglia proprio guardare.
“Il domino degli eventi ti farà restare…”, dice Zero quando parla di un destino che riguarda i moltissimi che non potranno andare mai via dalle periferie. E lì sono destinati a restare. Come è destinata a rimanere la violenza, insita nei geni di un DNA da cui non si prescinde. E in quello stesso codice genetico la parola amore viene scomposta e travisata. Infatti parla anche di violenza, dei e nei legami questa serie. L’impossibilità a riconoscere il bisogno e la necessità della cura da e verso l’altro. Tra i suoi segni e disegni sul contemporaneo, il male più evidente.
Così Zero nomina anche i centri antiviolenza, divenendo il mediatore fondamentale per cercare di fare arrivare, senza aver bisogno di citazioni colte, il fatto che sia possibile svincolarsi da un certo tipo di rapporti dove la parola “bene” diviene “male” e viceversa. E dove il male sulle donne richiede una attenzione a sè.
Perché i femminicidi esistono eccome, anche là dove qualcuno avrebbe bisogno di mettere in discussione, non solo il concetto, persino il termine. A proposito di parole, Zero è un vero traduttore di linguaggi. E concetti complessi vengono traghettati in zone dove la semplicità diviene necessaria per poterli far giungere a comprensione. Il modo più bello è farne arte, rappresentazioni simboliche. Disegni.
Allora la parola inconscio diviene il sotto di un sottoscala, una cassaforte blindata da sondare “quando sarai grande”. Intanto, in quel vano nascosto, “il tribunale del popolo interiore” dibatte sui mille modi differenti di vedere la stessa cosa. Ma tutto fa meno paura, se affrontato con gli amici. Quelli della “cosmetica della nostalgia”. “Anche se eravamo alla deriva, almeno sulla zattera stavamo tutti insieme”. Nel frattempo, i capelli si diradano, e la speranza si palesa nella sua feroce ambiguità.
Anni, mesi, giorni spesi a districare un filo
Dal groviglio dei tuoi nervi tesi ad asciugare
Notti in bianco e sulla faccia i segni del cuscino
Perdo tutto, anche i capelli e provo a respirare
Queste le parole della canzone principale della colonna sonora. “Non ti riconosco più” il titolo. Giancane la canta, e forse rappresenta il nocciolo della questione di Due Spicci. Le cose cambiano, si è costretti a “invecchiare senza diventare adulti” scriveva Jacques Brel e cantava Battiato in un famoso brano.
Ora l’Armadillo del nostro pensare volge sempre più lo sguardo verso il tramonto. Lasciando alle spalle le albe del proprio esistere, ma anche di quello di un’epoca. E ci si ritrova tutti, non al bar, ma intorno a quel rosso dal quale siamo partiti. Sette coltellate, dicono. Esterno giorno. Silenzio. Anche se ad interromperlo c’è l’applauso a Zero di migliaia di mani.
Accenno bibliografico
Winnicott, D. W. (1990). Sviluppo affettivo e ambiente. Armando Editore. (Opera originale pubblicata nel 1965)