Cultura, cinema e arte

Tra personale e politico. Attraversando Andrea Pazienza. Valeria Condino


Tra personale e politico. Attraversando Andrea Pazienza.  Valeria Condino

 

È assurdo pensare di ritrovarsi un giorno colti,

quando non si è letto un libro, o rispettati,

se ci si è sempre comportati ingiustamente.

Questi sono miracoli che non possono succedere,

così come dal giallo con l'azzurro nascerà sempre il verde,

non il rosa o il marrone: è verde.

Verde matematico.

 

 

Entrando alla mostra di Andrea Pazienza, mia figlia, che ha poco meno di due anni, ha esclamato: «Mamma, ho paura».

Sul momento ho cercato di rassicurarla, senza capire davvero che cosa l’avesse spaventata. Solo alla fine del percorso quelle parole mi sono tornate in mente. Non potevo sapere che cosa avesse visto o sentito, ma la paura nominata all’ingresso aveva cominciato a dare forma anche alla mia esperienza della mostra.

Conoscevo in parte l’opera di Paz, molto meno la sua vita. Nato a San Benedetto del Tronto nel 1956, morì a Montepulciano nel 1988, a soli trentadue anni. Il tema della morte, insieme a quello dell’eroina, percorre tutta la sua opera. Sapere della sua fine accompagna inevitabilmente lo sguardo sulle tavole. Eppure mi sembra necessario resistere alla tentazione di leggere ogni immagine come un annuncio, ogni parola come un testamento: la morte rischia di impadronirsi retrospettivamente di una vita, sottraendole le possibilità ancora aperte mentre veniva vissuta.

Attraversando le sale di Non sempre si muore, al MAXXI, si incontra un’opera capace di accogliere riferimenti e linguaggi molto diversi. Il tratto passa dal realismo alla deformazione grottesca, dall’acquarello allo schizzo veloce, dalla composizione accurata alla pagina improvvisata. Il percorso tra tavole, disegni, lettere e materiali d’archivio ha assunto per me la forma di un passaggio tra climi affettivi: il fermento, l’irriverenza, la possibilità di immaginare diversamente il mondo, poi la delusione, il disincanto, la crudeltà, la solitudine.

È qui che ho avvertito l’intreccio tra personale e politico. La storia collettiva attraversa i corpi, i desideri, le relazioni; entra nei modi in cui si spera e si perde la speranza. A tratti, però, ho avuto la sensazione che qualcosa dell’esperienza personale rimanesse senza riparo, esposto a una storia troppo grande per poter essere trasformata.

Riconoscere che un dolore appartiene anche a un’epoca può sottrarlo all’isolamento e alla colpa. Ma può diventare una spiegazione tanto completa da assorbire la singolarità di chi lo vive, le sue contraddizioni, ciò che nemmeno lui sa di sé. Nel movimento opposto, quando tutto viene ricondotto alla vicenda individuale, scompaiono le condizioni sociali e i rapporti di potere: al soggetto viene restituito il compito di risolvere da solo qualcosa che da solo non ha prodotto.

Come tenere aperto il passaggio tra queste dimensioni, senza che una esaurisca il significato dell’altra? Nelle tavole di Pazienza, sogni, visioni, digressioni e cambi di registro rendono difficile separare ciò che accade fuori da ciò che accade dentro. L’ironia convive con la tenerezza e con la violenza. Gli eventi entrano nel racconto deformati dalla fantasia, mescolati a paure e desideri, senza comporsi in una storia dal significato univoco. Anche il lettore deve trovare la propria strada fra questi frammenti.

Arrivando a Pompeo, ho sentito questa tensione farsi più dolorosa. La prossimità tra autore e personaggio invita a leggere il racconto come una confessione, quasi un resoconto clinico, nel quale l’esposizione di sé convive con una sfida rivolta al mondo: “Vivo sulla lama, mi com/muovo nei bassifondi, parlo coi ricercati dello stato, brigo, mi procuro e dilapido milioni, poi, rischio, mi struggo, mi umilio, mi arrendo, poi mi faccio e tutto torna bello, più splendente di prima! L’alternativa è la birreria, il lavoro, il risparmio, il normale sfaldarsi del corpo…». Nell’alternativa così descritta sembra non esserci più nulla da desiderare.

Nel percorso espositivo, la fine del Movimento del ’77, la repressione, l’eroina e il mutamento del clima affettivo degli anni successivi fanno da sfondo a questa esperienza. Mi chiedo quanto di una persona rimanga visibile quando la sua fine diventa il racconto della fine di un’epoca. Anche per questo è importante mantenere uno scarto tra Pazienza e Pompeo: il personaggio è una creazione, una forma data all’esperienza, che rende un dolore comunicabile senza renderlo interamente trasparente.

La mostra mi ha riportata così a una domanda che riguarda anche il presente: quanto di questa tensione rimane vivo quando il solo fatto di raccontare un’esperienza personale viene assunto come un gesto politico?

Nelle pratiche femministe dell’autocoscienza, questo passaggio implicava un lavoro: ciò che si viveva veniva interrogato insieme, messo in relazione con altre esperienze e con una trama di rapporti e di potere. Il personale poteva uscirne modificato, perdere la sua apparente evidenza. Dire «il personale è politico» apriva un’indagine anche su ciò che sembrava più intimo, naturale, esclusivamente proprio.

Mi chiedo se oggi, in alcune forme di racconti autobiografici o di autofiction, questo lavoro non ceda il posto a un aggiustamento del racconto di sé. Anche il dolore, le contraddizioni e gli aspetti meno presentabili possono essere esposti, ma disposti entro una trama che rende comprensibile e giustificabile la posizione di chi scrive. Il racconto acquista così una coerenza che lascia poco spazio a ciò che potrebbe incrinarla. Il richiamo al valore politico dell’esperienza personale rischia di confermare questa sistemazione: ciò che è stato vissuto legittima la lettura che se ne propone, anziché aprire un lavoro sulle sue ambivalenze. Quanto la scrittura permette allora di scoprire qualcosa che modifica la propria posizione? E quanto serve ad aggiustare l’immagine attraverso cui ci si riconosce e ci si presenta agli altri?

In Paz mi sembra di incontrare qualcosa che ostacola questa ricomposizione. Il racconto di un’epoca passa anche attraverso materiali malmessi: crudeltà, dipendenza, desideri scomodi, dettagli bizzarri e storture che non trovano posto in una narrazione lineare. All’inizio di Verde matematico, quando Petrilli si dispera sotto casa di Zanardi immaginando che vi si trovi la ragazza che ha perso ai dadi. La ragazza diventa una posta di gioco tra i ragazzi: desiderio, possesso e umiliazione si intrecciano. Nell’intervista Three amigos, Pazienza riconosce il maschilismo dei suoi personaggi e li descrive come «tre Andrea Pazienza dalla convivenza difficile». È un dettaglio che rende più scomodo anche il mio incontro con l’opera: quel mondo di irriverenza e libertà contiene rapporti di dominio che non posso lasciare sullo sfondo. La sua opera espone anche ciò che compromette chi parla. È questo che mi colpisce nel confronto con una tendenza contemporanea alla ripulitura: le brutture possono essere mostrate, persino esibite, ma già disposte entro una cornice che rende giustificabile la posizione di chi le racconta.

Anche la psicoanalisi ha bisogno di occuparsi di questi aspetti malmessi, di ciò che disturba le spiegazioni nelle quali ci riconosciamo. Penso a Fachinelli, che chiedeva all’ascolto analitico di saper percepire «il negativo, l’irregolare», prima che venisse soffocato o ricondotto a un ordine già disponibile. È un richiamo che riguarda anche il modo in cui ascoltiamo l’esperienza dei pazienti: i conflitti con il proprio mondo, le forme di adattamento e di dissenso, le possibilità di vita che sembrano aperte o precluse.

La pretesa di una posizione super partes rischia allora di sottrarre all’interrogazione proprio chi interpreta. Ma la psicoanalisi è impregnata degli stessi elementi personali e politici che incontra: nelle sue teorie, nelle idee di salute e di cambiamento, nei modi di pensare il corpo, il genere, la famiglia e il desiderio. Questi elementi attraversano l’ascolto e orientano ciò che possiamo riconoscere, così come ciò che rischiamo di non vedere. Occuparsi delle contraddizioni del soggetto significa anche tollerare che l’incontro metta in difficoltà le categorie con cui cerchiamo di comprenderlo.

Mi sembra che anche nell’arte e nella letteratura avremmo bisogno di questo: forme nelle quali l’esposizione di sé comporti la possibilità di mettere in discussione la propria posizione, e nelle quali chi legge possa sentirsi implicato. Il valore politico di un racconto può risiedere anche nella sua capacità di turbare.

Ripenso allora alla paura nominata da mia figlia, senza attribuirle il significato che ha assunto per me. Qualcosa, nell’incontro con queste opere, è rimasto difficile da ricomporre. Vorrei mantenere aperta questa difficoltà: quanto siamo disposti, nel raccontare, nel leggere e nell’ascoltare, a lasciare che ciò che incontriamo metta in discussione anche noi?

 



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