Avant-coup e Après-coup

Romanzo, mito, ripetizione. Note in après-coup sui lavori di Marta Calderaro e Rossella Lacerenza

di Fausta Calvosa


Romanzo, mito, ripetizione. Note in après-coup sui lavori di Marta Calderaro e Rossella Lacerenza

 

 

Che cosa resta di una serata scientifica dopo che si è conclusa? Quali idee continuano a lavorare nella mente dell'ascoltatore e quali, invece, si depositano silenziosamente per riemergere soltanto in seguito?

Ripensando ai lavori presentati da Marta Calderaro e Rossella Lacerenza, mi è venuto spontaneo accostarli a un concetto che ha attraversato in modo più o meno esplicito entrambi i contributi: la Nachträglichkeit, quell'azione retroattiva attraverso cui il presente conferisce nuovi significati al passato e permette all'esperienza di trasformarsi nel tempo.

Forse è proprio questo che accade anche nella scrittura di un report di una serata scientifica in après-coup. Non si tratta di restituire fedelmente quanto è stato detto, né di produrre una sintesi dei contenuti presentati. Piuttosto, si tratta di interrogare ciò che continua a generare pensieri dopo l'incontro, lasciando che le idee emerse trovino nuove connessioni e nuove risonanze.

La serata è stata particolarmente ricca sotto questo profilo. Il lavoro di Marta Calderaro e il commento di Rossella Lacerenza hanno dato vita a una riflessione estremamente fertile, capace di aprire numerose prospettive di pensiero attorno a questioni centrali della pratica analitica: la ripetizione, il trauma, il tempo, il legame e la possibilità della trasformazione.

Tra i molti temi affrontati, quello che più ha continuato a lavorare dentro di me riguarda il rapporto tra ripetizione e temporalità.

Nel suo lavoro “Romanzo, mito, ripetizione”, Marta Calderaro presenta il caso di Claudio, un paziente che sembra vivere all'interno di una temporalità bloccata. Le stesse relazioni amorose, gli stessi scenari affettivi, le stesse figure mitiche e letterarie ritornano incessantemente, come se la vita non potesse essere vissuta ma soltanto riprodotta. “Claudio non vive, non sente, non desidera: piuttosto corregge, come un bravo editor, i capitoli meno scorrevoli della sua esistenza”. Una formulazione particolarmente efficace che restituisce l'impressione di un soggetto più impegnato a revisionare una storia già scritta che a costruirne una propria.

Claudio sembra chiuso in una dimensione narratologica in cui la vita deve sì somigliare a un'opera d'arte, ma, come osserva Calderaro, a differenza di quanto accade nel romanzo autenticamente creativo, tale opera non viene prodotta bensì riprodotta. Il paziente appare così imprigionato in un tempo circolare, nel quale la storia non procede ma ritorna incessantemente su se stessa.

La riflessione di Calderaro si sviluppa attorno alla distinzione tra il romanzo, luogo della creazione e della trasformazione, e il mito, che nel caso del paziente rischia di assumere la forma di una narrazione irrigidita e senza tempo. Attraverso il riferimento a Michel de M'Uzan, il lavoro mette in evidenza come la ripetizione possa assumere la forma dell'identico: una reiterazione apparentemente priva di scarti, nella quale l'energia psichica non genera nuove configurazioni ma si accumula e si scarica seguendo sempre lo stesso tracciato.

Una delle immagini più potenti proposte da Calderaro è quella della porta chiusa della stanza materna. Non si tratta soltanto di un ricordo infantile, ma di una vera e propria organizzatrice della vita psichica del paziente. Dietro quella porta la madre si ritira per giorni, lasciando il bambino escluso da una scena incomprensibile e al tempo stesso  investita da un'intensa carica enigmatica.. La porta diventa così l'oggetto del pensiero, la matrice attraverso cui vengono vissute anche le relazioni amorose adulte, caratterizzate dall'alternarsi di una presenza intensamente desiderata e di una successiva esclusione. L'assenza stessa finisce per costituirsi come unico oggetto possibile, come condizione in grado di regolare un'eccitazione altrimenti intollerabile.

È proprio a partire da questo materiale clinico che il commento di Rossella Lacerenza sviluppa ulteriormente la riflessione sul rapporto tra ripetizione e tempo. Riprendendo Freud, Green, Gaddini, Fachinelli e i Botella, Lacerenza descrive una configurazione nella quale il passato non viene continuamente riscritto dall'esperienza presente, ma al contrario colonizza il presente, costringendolo a riprodurre sempre la stessa scena. La fissità sembra allora ostacolare quel lavoro di risignificazione retroattiva che caratterizza la Nachträglichkeit, come se l'esperienza restasse bloccata in una forma non trasformabile. La ripetizione non appare allora come un semplice ritorno del rimosso, ma come l'effetto di un'esperienza mai realmente divenuta rappresentabile.

In questa prospettiva, i primi racconti della propria storia restano incorporati e sottratti al lavoro della simbolizzazione, custoditi in una sorta di cripta psichica, nel senso proposto da Nicolas Abraham e Maria Torok: un luogo interno in cui ciò che non ha potuto essere elaborato o simbolizzato viene conservato in forma segregata, sottraendosi al lavoro del lutto e della trasformazione. Ciò che non ha potuto essere trasformato continua a organizzare la vita del soggetto dall'interno, come un corpo celeste che esercita la propria attrazione gravitazionale su tutto ciò che gli passa accanto. Riprendendo una suggestiva immagine proposta da Rossella Lacerenza, ogni nuova esperienza sembra così entrare nell'orbita di un nucleo antico e non trasformato, finendo per ruotare attorno ad esso invece di aprire traiettorie inedite.

Un passaggio particolarmente interessante è la riflessione proposta da Lacerenza a partire dal pensiero di Fachinelli, che distingue una ripetizione regressiva, legata alla coazione e all'acting out, da una ripetizione capace invece di rilanciare il passato nel futuro attraverso una nuova appropriazione dell'esperienza. La ripetizione non è soltanto ciò che imprigiona il soggetto nella coazione; essa contiene anche una potenzialità trasformativa. Le due forme della ripetizione non costituiscono fenomeni separati ma le due facce di un unico nastro di Möbius. Non possiamo sottrarci alla ripetizione; possiamo però sperare che essa trovi la direzione in cui capovolgersi e trasformarsi in esperienza.

Da questo punto di vista, i due lavori sembrano convergere su una stessa domanda: che cosa rende possibile questo capovolgimento?

Nel testo di Calderaro la risposta sembra prendere forma nel legame analitico. Di fronte a una madre contemporaneamente abbagliante e assente, che elegge il figlio a “bambino d’oro" per poi lasciarlo escluso davanti a una porta chiusa, l'analista sceglie di proporsi come “oggetto possibile”. Non un oggetto ideale, né un oggetto obbligato, ma una presenza sufficientemente stabile da introdurre una differenza nella ripetizione. Attraverso le interpretazioni, ma anche attraverso il gioco, l'affidabilità e la continuità del legame, può costituirsi quel flusso tra presenza e assenza, passato e futuro, piacere e dispiacere, che permette al tempo di riprendere a scorrere.

Nel commento di Lacerenza, questo stesso movimento trova una potente condensazione nella frase tratta dal libro per bambini citato da Marta: “Ti voglio bene anche se…". L’"anche se” introduce una soglia temporale. Permette che qualcosa cambi senza che il legame venga distrutto. Consente al buio di essere nominato e attraversato. Introduce, in altre parole, la possibilità che il passato venga conservato senza essere eternamente riprodotto.

Anche la discussione finale ha contribuito ad arricchire queste riflessioni. Maurizio Balsamo ha osservato come l'identico di cui parla de M'Uzan probabilmente non esista mai davvero e come, anche nelle configurazioni maggiormente dominate dalla ripetizione, sia sempre presente uno scarto minimo. Uno scarto che costituisce forse la condizione stessa del lavoro analitico.

Forse il cambiamento analitico non consiste tanto nell'interrompere la ripetizione quanto nell'abitare quello scarto minimo che la ripetizione stessa custodisce. È in quello spazio, apparentemente minimo ma decisivo, che il tempo può tornare a scorrere e che l'identico può trasformarsi progressivamente in una storia.

“Ti voglio bene anche se…”.

È forse questa semplice frase, tratta da un libro per bambini e richiamata da Marta Calderaro nel corso della sua relazione, quella che continua a risuonare in après-coup. Nella sua apparente semplicità, essa sembra condensare un nodo clinico e teorico che ha attraversato l'intera serata: la possibilità di mantenere il legame senza sacrificare la differenza, di tollerare la discontinuità senza precipitare nella perdita dell'oggetto.

Se dovessi individuare un filo conduttore emerso dall'incontro, lo collocherei nella tensione tra ripetizione e riapertura della temporalità. Sia il lavoro di Calderaro sia il commento di Lacerenza interrogano infatti quelle configurazioni psichiche nelle quali il passato non può essere assunto come esperienza rappresentabile e continua invece a imporsi nel presente sotto forma di ripetizione. In questa prospettiva, il lavoro analitico sembra consistere proprio nell'interrogare la ripetizione e nel coglierne gli scarti e le trasformazioni possibili, affinché possa essere progressivamente rappresentata e pensata, affinché ciò che tende a ripresentarsi secondo configurazioni apparentemente sempre uguali possa progressivamente iscriversi in una trama di significazioni.

La serata sembra aver messo in evidenza una questione centrale: i miti e le storie attraverso cui ciascuno organizza la propria esperienza possono irrigidirsi fino a diventare copioni che si impongono al presente. Quando però il passato acquista la possibilità di essere ricordato e pensato, invece che rivissuto all'infinito nelle stesse forme, qualcosa si rimette in movimento. Il futuro smette allora di apparire come la semplice ripetizione di ciò che è già stato e il mito perde il carattere di destino, tornando a essere un racconto che può ancora trasformarsi.

Forse anche il lavoro analitico, come il romanzo, nasce precisamente in questo spazio: là dove una storia che sembrava già scritta può essere nuovamente raccontata.

Fausta Calvosa



Partners & Collaborazioni