"La capacità di Homo Sapiens di creare realtà immaginarie e condivise ha permesso all’evoluzione della specie di svincolarsi dai meccanismi biologici dell’evoluzione genetica e affidare le proprie sorti all’evoluzione culturale."
Far parte di un gruppo è un’esperienza primaria, comune ed inevitabile. Al tempo stesso è un’esperienza estremamente diversificata sia per il tipo di appartenenza o partecipazione che può caratterizzare il nostro coinvolgimento in un gruppo, sia ovviamente per le diverse tipologie di gruppi che possiamo immaginare. Vi sono gruppi piccoli, medi o grandi, impersonali ed anonimi od estremamente familiari; oppure organizzati o liberi, o ancora permanenti o transitori, e così via. Ma al tempo stesso, vi sono differenti ruoli, posizioni o livelli di partecipazione che vi possiamo giocare. Eppure ognuna di queste esperienze, per quanto diversissima l’una dall’altra, si caratterizza per qualcosa di comune e continuo cui sinteticamente o genericamente possiamo riferirci con una formula del tipo avere a che fare con un gruppo. Potrebbe ridursi a quel momento in cui sentiamo che l’attenzione congiunta di un insieme di persone si rivolge a noi, eppure è un momento che, esperito immaginato o ricordato che sia, si condensa e rapprende un’intensità tale da imprimere e determinare molti dei nostri processi psichici.
Questo è il primo punto che la psicoanalisi di gruppo evidenzia: il rapporto che un individuo ha con i gruppi, ovvero come un individuo esperisce l’entrare in contatto con un insieme di persone, costituisce per ognuno una necessità vitale ed ineludibile di pensiero. Nel momento in cui entriamo in contatto con un aggregato di individui non possiamo fare a meno di dare soddisfazione alla necessità di sapere chi sono gli altri e chi siamo noi per loro. Necessità cui ovviamente non abbiamo alcuna risorsa per rispondere in modo corretto o preciso dal momento che si fonda su un presupposto non verificato ma cui aderiamo istintivamente, automaticamente ed inconsciamente: presupponiamo che gli altri sono un gruppo, che la loro attenzione congiunta verso di noi è anche coordinata, comune e condivisa, che verso di noi hanno un atteggiamento comune e forse un’idea di noi comune. Razionalmente sappiamo che gli altri sono individui che la possono pensare ognuno a modo proprio, ma istintivamente tendiamo a percepirli come un’unità indistinta che ha un unico atteggiamento nei nostri confronti e viceversa.
Rileggendo con attenzione sia Freud (Psicologia delle masse e analisi dell’Io) che Bion (Esperienze nei gruppi), ho scoperto con sorpresa che entrambi si esprimono contro quello che avevo immaginato fosse un assunto, un postulato della psicoanalisi di gruppo: quello cioè che sostiene che un raggruppamento di individui può arrivare ad essere una sorta di unità super-pensante, dotata di coscienza e pensiero, che ha un suo inconscio trans-individuale e le sue funzioni psichiche peculiarmente gruppali. Né l’uno, né l’altro evitano soltanto di sostenere che un gruppo può divenire un organismo autonomo, un qualcosa che è più della somma dei suoi membri, ma si occupano in alcuni passaggi di avversare esplicitamente questa tesi. Per Freud e per Bion dunque non esiste una psiche di gruppo.
Ad esempio Bion, riallacciandosi ad alcuni passaggi di Psicologia delle masse di Freud (pg 151-152, corsivi miei):
“trovandosi a contatto con la complessità dei problemi di vita del gruppo, l’adulto, come per una massiccia regressione, torna ad usare quei meccanismi […] tipici delle prime fasi della vita mentale. L’adulto […] si trova costretto a entrare in rapporto con la vita emotiva del gruppo […] l’incapacità ad affrontare le esigenze di questo compito è messa in evidenza proprio dal meccanismo di regressione. Costituenti essenziali di questa regressione sono: il convincimento che il gruppo esiste come qualcosa di diverso da un semplice aggregato di individui e anche le caratteristiche che il singolo attribuisce al gruppo in questione. La fantasia che il gruppo esiste è sorretta dal fatto che la regressione implica per l’individuo la perdita della sua ‘individualità’”
E più avanti (pg 178-9):
“Mc Dougall e Le Bon parlano della psicologia del gruppo in modo che sembra che questa cominci ad esistere solo quando molte persone si trovano riunite in un unico posto e nello stesso momento […] Secondo me questa è una condizione necessaria solo per rendere lo studio possibile […] La riunione del gruppo in un dato luogo e in un dato momento […] non ha alcuna rilevanza per l’instaurarsi dei fenomeni di gruppo; il pensare che ne abbia scaturisce dall’impressione che un fenomeno abbia inizio nel momento in cui diventa dimostrabile la sua esistenza […] nessuna persona […] dovrebbe essere considerata al di fuori di un gruppo o priva di manifestazioni attive di psicologia di gruppo. Tuttavia l’esistenza di un comportamento di gruppo è più facile a dimostrarsi, e anche ad osservarsi, se il gruppo si riunisce; ritengo che sia questa facilità […] ad essere responsabile […] delle altre varie teorie […] che in definitiva consistono nell’idea che un gruppo è qualcosa di più che la somma dei suoi componenti. La mia esperienza mi convince che Freud aveva ragione nel rifiutare tutti i concetti simili che, sulla base di queste esperienze, si dimostrano non necessari.”
Che il gruppo sia, agisca e pensi come un tutto è una fantasia inconscia cui gli individui ricorrono in risposta ai massicci fenomeni di regressione cui sono naturalmente esposti quando entrano in contatto con le difficoltà emotive della vita di gruppo. Questo, come noto, porterà Bion a formulare specifiche forme con le quali queste fantasie tendano a manifestarsi in modo congiunto tra i partecipanti di un gruppo, ovvero i tre assunti di base di dipendenza, attacco-fuga ed accoppiamento. Gli assunti di base sono fantasie inconsce sul motivo per cui il gruppo è riunito: per attaccare un nemico o fuggire da un pericolo; per dipendere da un essere superiore; per favorire il nascere di un’idea nuova e salvifica. Queste sono fantasie primarie di cui ogni individuo dispone nel suo repertorio mentale e che porta le persone ad uniformarsi quando predominano in un gruppo.
Eppure alcuni tra gli illustri gruppisti, epigoni proprio di Bion e Freud, sostengono proprio il contrario.
Ad es. dal libro “Gruppo” di Neri, possiamo leggere nell’introduzione che il suo approccio all’analisi di gruppo si fonda su alcune idee guida, la prima delle quali è che il gruppo costituisca “un insieme, una comunità, un collettivo, capaci di pensiero e di elaborazione emotiva”
Non credo tuttavia vi sia una vera e propria contraddizione in questo. Anzi. Presumo che sia stata percorsa un’operazione analoga a quella della trasformazione del transfert da nemico dell’analisi a suo miglior alleato. Tra l’altro questa storia del trasformare una difficoltà in risorsa, si è ripetuta tante di quelle volte nella storia della psicoanalisi, che ci si potrebbe anche chiedere se non sia proprio uno dei tratti fondativi di ogni attività analitica…
La difficoltà cui mi riferisco è la massiccia regressione cui l’individuo va incontro quando entra in contatto con la vita emotiva del gruppo e le conseguenti fantasie ed assunti di base che formula inconsciamente e congiuntamente con gli altri componenti il gruppo. Tuttavia questa è divenuta la migliore freccia per l’arco di ogni analista di gruppo. Inoltre questo fornisce degli spunti utilissimi a chiunque intenda contribuire a fare sì che nei gruppi a cui tiene si respiri un’aria migliore.
Prima di andare oltre, trovo utile riportare il pensiero dello storico N.Y.Harari sul ruolo che hanno avuto i miti nell’affermazione della specie Homo Sapiens a scapito di altre specie umane. Come mai tra tutte le specie umane comparse sulla terra, solo l’Homo Sapiens è sopravvissuto? Di fatto ne esistevano diverse altre, la più nota è l’uomo di Neanderthal, così come ad esempio esistono diverse specie di felini che coesistono. Dai rilievi dei paleontologi non è possibile sostenere che il Sapiens fosse più forte, più abile o avesse un cervello di dimensioni maggiori. L’ipotesi che Harari formula è che il Sapiens è stata l’unica specie in grado di sviluppare miti condivisi e di credere collettivamente in qualcosa che non esiste. Questo ci ha consentito di coordinare e cooperare non più piccoli raggruppamenti umani (indica un massimo di 150 individui), per i quali è necessario vi sia una conoscenza più o meno diretta tra le persone che ne fanno parte, ma moltitudini potenzialmente illimitate di estranei riuniti sotto un’unica credenza condivisa.
Ciò che caratterizza una credenza condivisa sono due aspetti: il primo è che fa riferimento a qualcosa che non esiste, per la cui creazione è necessaria l’apporto dell’immaginazione individuale; il secondo è che assume un valore di realtà per il fatto che ci credono anche gli altri: è una realtà intersoggettiva. Esempi di questo tipo non sono solo le religioni, ma anche cose più prosaiche ed attuali come il denaro, le società a responsabilità limitata o le nazioni. Queste realtà condivise hanno poi un effetto molto concreto sulla vita di ciascuno, regolano i rapporti tra le persone. La capacità di Homo Sapiens di creare realtà immaginarie e condivise ha permesso all’evoluzione della specie di svincolarsi dai meccanismi biologici dell’evoluzione genetica e affidare le proprie sorti all’evoluzione culturale.
Cosa ha permesso all’Homo Sapiens di sviluppare questa capacità che Harari chiama “rivoluzione cognitiva”? Il Sapiens compare sulla terra circa 70.000 anni fa, ma solo 10.000 anni fa inizia a sviluppare la capacità di cooperare all’interno di moltitudini di estranei che lo porteranno all’odierno dominio del pianeta. Non lo sappiamo, probabilmente, ipotizza, a causa di piccole mutazioni genetiche che hanno comportato un’evoluzione cerebrale. Ciò che sappiamo è che dopo la rivoluzione cognitiva, tutte le rivoluzioni che ne sono seguite e che hanno determinato dei cambiamenti nelle sorti dell’umanità, sono state rivoluzioni non più su base biologica, ma sociale o culturale: la rivoluzione agricola, l’invenzione della scrittura, la rivoluzione industriale, scientifica e così via.
Dunque, alle origini della storia c’è un uomo che è istintivamente portato a sviluppare rappresentazioni collettive in grado di unire le persone all’interno di gruppi sempre più numerosi e far cooperare le persone.
Detto questo, credo sia legittimo riconoscere che parlare di psiche di gruppo, in grado di sviluppare pensiero ed emozioni, sia una rappresentazione, una realtà immaginaria e condivisa. Credo sia importante soffermarsi su questo punto perché quando abbiamo a che fare con un gruppo di persone non ha molto senso sostenere che il gruppo pensa, agisce o ha un inconscio. Queste sono astrazioni collettive cui ci riferiamo congiuntamente per organizzare, regolare e gestire dei fenomeni emotivi molto intensi che inevitabilmente circolano nel gruppo. Ha tuttavia senso riconoscere che senza una rappresentazione condivisa sul gruppo, sul suo funzionamento e le sue capacità di pensiero, gli individui che ne fanno parte tenderanno comunque a cercare a rappresentazioni inconsce per sentirsi tutelati e rassicurati nel proprio rapporto con il gruppo, ricorrendo a diverse dinamiche più o meno note, tra le quali Bion ha individuato gli assunti di base. Trovo più utile ragionare nei termini di quale sia la rappresentazione condivisa che permetterà a tutti di vivere e abitare bene in quel gruppo lì, piuttosto che riferirsi al gruppo come una realtà precostituita. Parlare di psiche di gruppo può divenire un’astrazione troppo stringente e preordinata, può richiamare a qualcosa di troppo noto o evocativo e confondente, può insomma limitare le capacità immaginative dei singoli a scapito delle necessità definitorie, normative ed etiche che in un gruppo circolano. Questo può aprire spazi di possibilità estremamente ampi ed è proprio ciò che la psicoanalisi di gruppo negli anni ha prodotto e continua a produrre. Si può pensare ad alcuni concetti della psicoanalisi di gruppo come modi sempre nuovi di definire, individuare, differenziare le rappresentazioni che un insieme di persone tende a fare sul loro essere gruppo: campo, matrice, proto mentale, apparato psichico gruppale, trasformazioni e funzioni gamma etc. Alcuni sono meta-concetti che permettono di pensare alle rappresentazioni concrete che un singolo gruppo tende a produrre su di sé, altre descrivono modi di funzionare e di prodursi di questo rappresentarsi. Insomma occuparsi non della rappresentazione ma del rappresentare…
Quello che Bion descriveva come un funzionamento regressivo e difensivo (gli assunti di base) diviene un fenomeno cui è necessario dare pensabilità ed è ciò che è alla base del prendersi cura di un gruppo.
Bibliografia
Bion Esperienze nei gruppi Armando Editore
Freud Psicologia delle masse e analisi dell’Io
Y.N. Harari Homo Sapiens da uomini a dei Bompiani
Neri Gruppo Raffaello Cortina Editore