Cultura, cinema e arte

5 domande a….. Gianni Canova per il libro “Un popolo di ombre. Manifesto per la liberazione dei personaggi filmici” Intervista di Flavia Salierno


5 domande a….. Gianni Canova per il libro “Un popolo di ombre. Manifesto per la liberazione dei personaggi filmici” Intervista di Flavia Salierno

 

Le ombre ci accompagnano da sempre. Camminano accanto a noi, custodiscono ciò che non riusciamo a dire, abitano gli spazi della memoria e dellinconscio. Per la psicoanalisi rappresentano quella parte di noi che sfugge alla coscienza, ma che continua a orientare il nostro modo di guardare il mondo. E forse è proprio per questo che il cinema, fatto di luce e di ombre, è uno dei luoghi privilegiati in cui lessere umano ha imparato a raccontare se stesso.

Da questo intreccio tra immagini, memoria e inconscio nasce Un popolo di ombre. In queste pagine Gianni Canova compie unoperazione: restituisce voce ai personaggi rimasti ai margini del grande cinema italiano, quei comprimari che hanno attraversato film entrati nellimmaginario collettivo senza mai potersi raccontare davvero. Figure relegate sullo sfondo prendono finalmente la parola, si sottraggono al ruolo che è stato loro assegnato e rivelano desideri, conflitti e possibilità rimaste inesplorate. È un libro che racconta la possibilità di essere riconosciuti, di essere visti. E ci insegna a guardare anche chi sembra essere sullo sfondo, ma che ha voce fondamentale sullo sguardo generale.

A guidarci in questo viaggio è Gianni Canova, uno dei più autorevoli studiosi italiani di cinema, capace da decenni di leggere le immagini non soltanto come spettacolo, ma come indicazioni del nostro tempo.

Critico cinematografico, saggista, docente universitario e divulgatore, Canova ha dedicato la sua carriera a esplorare il rapporto tra il cinema, limmaginario collettivo e le trasformazioni della società. È stato rettore dellUniversità IULM di Milano, ha diretto importanti istituzioni culturali, ha collaborato con giornali, televisioni e festival, contribuendo a rendere il linguaggio del cinema accessibile senza mai rinunciare alla profondità dello sguardo.

Ma ciò che rende il suo lavoro così riconoscibile è proprio questa capacità di attraversare le immagini come se fossero sogni. Come è nella  funzione del cinema, per ascoltare ciò che rivelano di noi. Perché ogni film, ogni racconto, ogni ombra proiettata sullo schermo parla anche dellinconscio di unepoca.

Ed è da qui che vorrei partire in questa conversazione. Da quelle ombre che non sono semplicemente assenza di luce, ma luoghi in cui la memoria, il desiderio e la storia continuano a dialogare. Per capire insieme a Gianni Canova cosa racconta Un popolo di ombre e, soprattutto, cosa racconta di noi.

Lei ha dedicato gran parte della sua vita a osservare il cinema, che ha anche il compito di rendere visibile linvisibile. Scrivendo questo libro, ha voluto dare luce a quei personaggi che sembrano aver avuto tutto tranne la possibilità di raccontarsi davvero. Nel dare loro finalmente una voce, ha dato sicuramente risalto al fatto che anche ruoli secondari in realtà hanno ragione fondamentale di essere. Ha cercato di correggere lo sguardo con cui i film li hanno consegnati al pubblico e di mostrarne il lato rimasto invisibile?

 

Diciamo che ho cercato di liberarli dalla gabbia in cui autori e attori li avevano rinchiusi. Mentre i personaggi letterari portano sempre con sé un quid di indeterminatezza che consente a ogni lettore di ricreare il suo” personaggio, e di immaginarlo con un discreto margine di libertà, i personaggi filmici sono invece definiti nei minimi dettagli: hanno quel volto, quel corpo, quella voce, vestono in quel mondo, gesticolano in questaltro….  “Liberarli”, per me, ha significato non solo  dar loro voce e personalità, ma immaginare la storia dentro cui li abbiamo conosciuti raccontata dal loro punto di vista, spesso entrando in conflitto con gli autori che li hanno obbligati a fare cose che loro non avrebbero fatto, e perfino con gli spettatori, che il più delle volte li hanno considerati sempre e solo con la lente imposta dallautore.

 

 

Nel suo ritratto di Maddalena de La dolce vita mi ha colpito il fatto che lei non sia più soltanto la donna sofisticata e disincantata che il pubblico ricorda, ma una figura attraversata da un bisogno profondo di essere riconosciuta per ciò che è, al di là dello sguardo maschile che la definisce. Quanto c’è, in questa sua rilettura, del desiderio di liberare Maddalena dallimmagine che il film le ha cucito addosso? E, secondo lei, se Fellini le avesse concesso un ultimo monologo, avrebbe detto qualcosa di simile?

 

Devo a Fellini la prima idea di questo libro. In unintervista a Vincenzo Mollica Fellini rivendicava di essere stato tra i primi in Italia a eliminare la parola FINE al termine dei suoi film. Vorrei che i miei film non finissero mai”, affermava. E proseguiva dicendo che avrebbe voluto che i suoi personaggi non restassero prigionieri della storia dentro cui lui li aveva collocati, ma che acquisissero sguardo, voce e autonomia. È quello che ho cercato di fare con Un popolo di ombre.

Quanto a Maddalena, è uno dei personaggi che amo di più. Per come lha immaginata Fellini e per come lho ridisegnata io. Una donna complessa, dolente, attraversata da unenergia votale che spesso non trova sbocchi nel mondo in cui vive. Credo che il suo monologo apra una nuova prospettiva da cui guardare le donne di La dolce vita.

 

 

 

Nel raccontare la figura del megadirettore Guidobaldo Maria Riccardelli, in Il secondo tragico Fantozzi, il potere sembra trasformarsi da strumento a identità. Le interessava raccontare che, a volte, il ruolo che si interpreta finisce per assorbire completamente la persona che lo abita?

Guidobaldo Maria Riccardelli non è il megadirettore della megaditta in cui lavora il rag. Fantozzi. È lintellettuale cinefilo che per accrescere la cultura dei dipendenti offre/impone loro visioni plurime di capolavori della storia del cinema. Si tratta di un personaggio percepito il più delle volte come grottesco, come un vessatore che impedisce ai dipendenti di godersi una partita di calcio in tranquillità obbligandoli invece a sorbirsi per lennesima volta la proiezione di La corazzata Kotiomkin (voluta storpiatura rispetto alloriginale Potiomkin…). Nel monologo che ho immaginato, Guidobaldo Maria Riccardelli rivendica le proprie ragioni e il proprio ruolo. Facendoci notare una cosa: quello di Fantozzi è un mondo in cui nessuno si ribella mai, e tutti sono disposti a subire ogni forma di potere e di sopruso, anche il più stupido e ottuso, pur di poter continuare a fare lunica cosa che interessa loro: farsi i fatti propri. In questo mondo fatto di servilismo e conformismo, Guidobaldo Maria Riccardelli rivendica con orgoglio di essere stato lunico capace di indurre Fantozzi e i suoi colleghi a un atto di ribellione. Che è poi, paradossalmente, quanto auspicava il regista di La corazzata Potiomkin Sergej Ejzenstejn: usare il cinema per indurre le masse alla rivolta.

La giornalista senza nome di Palombella rossa vive allombra del protagonista e della sua crisi. Che cosa cambia nella lettura del film quando il punto di vista si sposta su chi, nellopera originale, sembrava destinato a rimanere solo un testimone?

 

Cambia tutto. La giornalista senza nome (non a caso…) smaschera larroganza intellettuale del personaggio di Nanni Moretti, che le mette le mani addosso solo perché lei si esprime in un modo che a lui non piace, e usa un lessico che lui detesta. In genere quella scena è stata vista come una critica di Moretti alle semplificazioni e alle banalizzazioni del linguaggio giornalistico. Adottando il punto di vista della giornalista, però, quella scena cambia radicalmente di senso e diventa un emblema di quella che potremmo definire cultura patriarcale appena appena mascherata con due pennellatine di fondotinta progressista…

 

Nel libro riesce a dare una seconda vita ai personaggi, mettendo anche in crisi il nostro ricordo dei film. Le è mai capitato, riscrivendo un personaggio, di accorgersi che stava cambiando anche il suo modo di guardare quel film? E se sì, quale di quelli lha costretta a rivedere più profondamente la sua memoria di spettatore? 

 

Bella domanda. Mi è capitato più di una volta. Ed è questo il bello di unoperazione come questa: il fatto che ti obbliga non solo a rivedere i film ma anche a ripensare al modo in cui tu li hai visti, metabolizzati, analizzati, amati o odiati. Il caso più clamoroso è forse quello di La ricotta di Pasolini: il film in cui un regista interpretato da Orson Welles pronuncia una delle battute più celebri sullItalia (Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante dEuropa”) e maltratta il giornalista che lo sta intervistando, accusandolo di conformismo, razzismo, qualunquismo e di tutte le peggiori nefandezze immaginabili. Nel suo monologo il giornalista (anche lui senza nome, anche stavolta non a caso) ribalta la prospettiva e arriva a dire – argomentando la sua opinione – che se lItalia è il paese con il popolo più analfabeta e la borghesia più ignorante dEuropa” forse la colpa e la responsabilità è prima di tutto proprio di artisti e intellettuali come il personaggio interpretato da Orson Welles, che con il loro altezzoso snobismo e il loro disprezzo per tutto ciò che è popolare non hanno fatto mai nulla, ma proprio nulla di nulla, per cambiare lo stato delle cose.

 

 



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