Leonardo Spanò dialoga con Laurie Laufer: per una psicoanalisi emancipata (1)

Leonardo Spanò dialoga con la psicoanalista francese Laurie Laufer, a partire dal suo ultimo libro Vers une psychanalyse émancipée. Renouer avec la subversion. La psicoanalisi è un campo aperto alla “reinvenzione”: una pratica attraversata dalle scienze, dalla cultura e dai movimenti di ogni epoca. Se vuole reinventarsi e riconnettersi con le sue origini ‘sovversive’, dovrebbe oggi dialogare di più con le teorie femministe, gli studi queer e i movimenti trans, e lasciarsi istruire da altre esperienze politiche e erotiche.

 

 

1) Freud nel 1926 ne “Il problema dell’analisi condotta da non medici. Conversazione con un interlocutore imparziale” parla di una psicoanalisi “open to revision”; Lacan nei primi anni 50 nel libro primo del Seminario, “Les écrits techniques de Freud” sembra fargli eco definendola come “Cet enseignement est un refus de tout système”. Verrebbe da chiedersi, ma cosa è successo nel frattempo? Come è stato possibile che una pratica così sovversiva, innovativa e rivoluzionaria (soprattutto in materia di sessualità), una posizione critica al discorso dominante sia diventata una prassi normativizzante e che mostra oggi la sua faccia più dogmatica? E quali posso essere i possibili contravveleni?

Freud descrisse la propria invenzione come "Open to revision", nella sua opera del 1926, “L'analisi profana“, vale a dire qualcosa che è sempre da rivedere e da reinventare...

Il contesto storico nel quale si inscrive quel libro era quello di difendere Theodor Reich, accusato di praticare la medicina illegalmente. Non è un medico. Difatti a quel tempo, solo i medici potevano praticare la psicoanalisi. Freud si oppone a ciò sostenendo che gli psicoanalisti non sono tecnici della salute mentale, per dirla in modo anacronistico, come si tende a riferirsi loro oggi. La psicoanalisi freudiana vuole emanciparsi dalla sottomissione alla medicina, uscire dal suo imbroglio. Quando Freud ha inventato la psicoanalisi, si è emancipato dai discorsi medici patologizzanti del suo tempo. Lacan nel 1953, nel suo primo seminario sugli scritti tecnici di Freud, disse che “questo insegnamento è un rifiuto di ogni sistema”. Il pensiero di Freud è infatti sempre suscettibile di revisione. Ciò che conta è contestualizzare sempre le nozioni freudiane. Eppure una certa psicoanalisi si è chiusa in se stessa. Ci sono ragioni endogene ed esogene per questo confinamento. C'è stato un panico, un panico da parte di certi psicoanalisti di fronte a determinati sviluppi della società. Si è assistito a una sorta di irrigidimento dei discorsi di certi psicoanalisti all'epoca dei PACS, in cui si paventava una “catastrofe antropologica” per qualificare la possibile unione civile tra omosessuali. Il cielo stava per cadere sulle teste dei rappresentanti della famiglia tradizionale. Lo stesso nel 2013, con il “matrimonio per tutti” e soprattutto con la denuncia dell'omogenitorialità. Prima sono rimasta sorpresa da questa posizione di competenza, poi mi sono arrabbiata, come se questi fatti sociali permettessero alla psicoanalisi di prescrivere e prevedere catastrofi “psichiche”. Come se fosse una “meteorologia sociale”, universalizzante e totalizzante. Si scatena infatti il ​​panico quando si affrontano le questioni tradizionali della famiglia, dei figli, della filiazione. Tutto diventa molto difficile. Famiglia, relazioni e anche il corpo. Alcuni psicoanalisti sono rimasti bloccati nel binarismo sessuale e di genere, e c'è una sorta di panico quando si parla del corpo. Perché il corpo è rivoluzionario, potente, non è semplicemente anatomico. È anche politico. È il sostegno di forme di liberazione. Ed è questa la domanda sollevata dal pensiero, dalle conoscenze e dalle teorie LGBTQI+. Cosa può fare un corpo? Molte cose, credo. Sono i corpi, le sessualità che possono sconvolgere un rigido ordine sociale. Per questo mi sembra interessante articolare la psicoanalisi con gli studi di genere, con le teorie queer, perché queste aiutano a rendere i concetti un po' più fluidi. Lo stesso vale per le questioni decoloniali. La psicoanalisi non dovrebbe avere paura di niente e mostrarsi porosa rispetto a  tutto,  così da poter produrre una conoscenza ibrida.

 

2) Nel suo libro individua in tre movimenti, tre grandi interlocutori della psicoanalisi, dai quali sarebbe bene che si facesse attraversare e interrogare: i grandi movimenti femministi degli anni sessanta e settanta, il pensiero e l’opera di Micheal Foucault e il movimento Queer e GBLTQI+OC. Se dovesse consigliare a un* giovan* analista un libro per ciascuna di queste “tre figure di emancipazione” quali sarebbero e perché?

Questi tre corpus epistemologici hanno, infatti, disarticolato e poi riarticolato la politica, la psicoanalisi e la sessualità. Negli anni '70, le femministe iniziarono a rielaborare la psicoanalisi, tra queste Monique Wittig (di cui bisognerebbe leggere tutto) e Antoinette Fouque. Foucault ricorda, scrivendo in “Storia della follia nell'età classica”: “Bisogna essere giusti con Freud”. Foucault riconosce in Freud il gesto essenziale che consisteva nell'essere “il primo ad essersi impegnato a cancellare radicalmente la divisione del positivo e del negativo, del normale e del patologico, del comprensibile e dell'incomunicabile, in particolare riguardo alla follia. Ecco perché bisogna essere giusti con Freud",  e dice, aggiungendo: "Non è la psicologia ad essere coinvolta nella psicoanalisi ma questa rappresenta proprio un'esperienza di irrazionalità che la psicologia nel mondo moderno ha avuto il senso di mascherare". Penso che questo sia un libro essenziale. E poi ovviamente il suo libro “La volontà di sapere”. Nel 1976, “La volontà di sapere” di Foucault si inscrive nella critica del discorso psicoanalitico, in quanto discorso disciplinare sulla sessualità. Foucault apre la strada al pensiero queer sulla critica dei dispositivi di potere. Il corpo è pensato come capitale per controllare, nella sua rivoluzionaria pluralità, le sue molteplici sessualità. Michel Foucault dimostra come “la storia dell'apparato della sessualità, così come si è sviluppata dall'età classica, può valere come archeologia della psicoanalisi”. Poi dagli Stati Uniti nel campo della teoria queer, c’è ovviamente Judith Butler che scrive nel suo libro, “Gender Trouble. Femminismo e sovversione dell'identità”: “Foucault analizza la sessualità come ciò che è saturo di potere”. Questa saturazione ha l'effetto di nascondere la propria produzione e le condizioni del suo emergere: questo potere – legale, medico, sociale, psicologico, psicoanalitico – avanza mascherato col volto della verità, e questo regime di veridizione produce un modo unico di pensare la questione sessuale. Wittig, Foucault, Butler e poi anche Gayle Rubin ovviamente. Gayle Rubin, un'antropologa americana, ha tentato, pur criticando una certa psicoanalisi normativa, di intrecciare studi di genere e psicoanalisi. È nel 1975 che Gayle Rubin si fa conoscere, grazie a un testo importante pubblicato in un'opera collettiva che inaugura l'antropologia femminista (“Le marché aux femmes”). Poi oggi in Francia, Preciado e Bourcier per la teoria queer. Tutti questi autori sono, mi sembra, abbastanza importanti per pensare alla psicoanalisi insieme con altri, ovviamente, come Léo Bersani, Lee Edelman, Tim Dean, Pat Califia, David Halperin, Theresa de Lauretis.

 

3) Nella letteratura psicoanalitica (oggi ancora troppo esigua) sulle sessualità non etero la questione sembra essere, quasi sempre, posta dal lato del paziente e avere quasi esclusivamente connotazione clinica (col rischio quasi sempre di assumere forme di ripetizione del già noto o, peggio, connotazioni patologizzanti). A mio giudizio, la questione controtransferale è viceversa cruciale: per parafrasare Eric Fassin occorre una “inversion de la question”; così come è necessaria una maggiore riflessione sulla teoria (facendo esattamente quello che lei sembra suggerire nel libro: lasciarsi attraversare da altre pratiche e altre teorie che hanno negli anni prodotto letture e riletture cruciali della psicoanalisi e dei mutamenti della società). Cosa ne pensa, quale dovrebbe essere il posizionamento interno dell’analista rispetto a queste tematiche?   

Mi sembra che tu chieda alla psicoanalisi una maggiore politicizzazione che consisterebbe nel lavorare su una riflessività critica sulla sua pratica, in una decostruzione delle proprie norme e dei propri pregiudizi. Una riflessività critica sui discorsi attuali e sui discorsi dominanti sarebbe indubbiamente una ripoliticizzazione della psicoanalisi, come dice De Certeau. “dove la psicoanalisi dimentica la propria storicità (...) diventa un dogma”. Va in questa direzione il gesto di Paul B. Preciado, da filosofo queer, quando invoca una mutazione della psicoanalisi. Quello che sto cercando di fare nel mio lavoro è vedere dalla mia pratica analitica cosa possiamo pensare oggi sul genere e sulla sessualità. Non so se questo appello verrà ascoltato. Ritengo che la psicoanalisi non abbia lavorato abbastanza su un’epistemologia critica, su una riflessività circa l'emergere dei propri concetti. Credo anche che non si debba trascurare il peso delle scuole psicoanalitiche. C'è una sorta di autoreferenzialità permanente nei corsi di formazione.

 

4) Derrida e de Certeau prima, Mathieu Landon poi, nel bel libro “Ce qu’aimer veut dire”, hanno descritto il sorriso di Foucault: il sorriso timido del padre, il sorriso buono dell’amico. Il sorriso, l’ironia erano parte della sua pratica. L’ultima parte del suo libro è dedicata proprio all’importanza dell’ironia: in che modo e perché secondo Lei dovremmo, da psicoanalisti, “sorridere” di più? E che cosa intende con psicoanalisi ‘disostruita’? 

Butler dice che "di fronte a categorie serie, la risata è necessaria per le femministe". Tanto più di fronte al ridicolo, di fronte alla mitologia della serietà che attiene allo psicoanalista e ai suoi brontolii. L'ironia si accompagna a un certo erotismo. Come Socrate, che Lacan ha definito come un antenato dello psicoanalista. Ho letto in un manuale di medicina del 18° secolo che una milza ostruita e occlusa porta alla malinconia. Dobbiamo quindi disostruire la milza, aprirla ad altro. Le risate possono aiutare ad aprire la milza. Quando parlo di "psicoanalisi esilarante”, intendo una psicoanalisi aperta al mondo, critica rispetto alle sue pratiche, capace di prendersi gioco di se stessa. Ricordo che Freud scrisse i “Tre saggi sulla sessualità” contemporaneamente al saggio sul motto di spirito e il suo rapporto con l'inconscio. Uno scoppio di risate rappresenta anche una certa posizione soggettiva e politica.

 

(1) Traduzione di Leonardo Spanò

 

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