Cultura, cinema e arte

La Babilonia delle umane vanità e degli eccessi. Recensione di Flavia Salierno - Centro Psicoanalitico di Roma

Con 189 minuti di emozioni volutamente estreme, "Babylon" di Damien Chazelle è la summa del cinema Hollywoodiano tra il muto e il sonoro. USA, 2022


La Babilonia delle umane vanità e degli eccessi.  Recensione di Flavia Salierno - Centro Psicoanalitico di Roma
 
 
 
La Babilonia di cartapesta che David Wark Griffith fece costruire nel 1915 per accogliervi centinaia di comparse sulla Sunset Boulevard, è una delle prime citazioni del libro Hollywood Babilonia di Kenneth Anger. Un’opera che entra dentro le montagne russe emotive dello star System della Hollywood del passaggio dal cinema muto al sonoro. Nella vita personale di personaggi come Fatty e Hearst, Chaplin e Valentino, von Stroheim e Mae West, Errol Flynn e Marlene Dietrich, Lupe Velez e Robert Mitchum, Lana Turner e Judy Garland, si attraversano i successi e le disperazioni di attori dalle stelle alle stalle. Nel corso della lettura del libro, si rimane agghiacciati dalla terribile sequela dei suicidi holliwoodiani. Epidemia di suicidi con il Seconal, come fosse una moda, anche quella. ll film Babylon di Damien Chazelle muove i primi passi proprio da là, e ci porta nelle retrovie eccessive e disperanti degli attori più famosi della Hollywood degli anni ’20.
La enorme città dell’Illusione della Babilonia di cartapesta offre la misura del senso di grandiosità che circondava il cinema di quegli anni, ma anche della sua vulnerabilità. La festa all’insegna degli eccessi di lusso e lussuria che aggancia lo spettatore dall’inizio del film, lo porta anche immediatamente a sentirne la pericolosità. L’elefante che irrompe sulla scena della grande festa nel castello, a rappresentazione della mastodontica ambizione al successo smodato, e che mette in risalto anche quanto di fronte a quella gli esseri umani stessi, che ne portano il peso, vengano schiacciati sotto la sua gravità. Fiumi di droga per non crollare, ma anche per negare la fragilità soggiacente.Per negare anche la morte stessa, come viene “rimosso” il cadavere di una donna, durante la festa, finita da chili di “polvere bianca”. 
Il ritmo è incalzante nel film, trascinando in un saliscendi continuo, viene alimentato dalla musica di Justin Hurwitz, così precisa da accompagnare le stesse emozioni dello spettatore che passa dall’alto della Torre, ai sotterranei delle mostruosità inconsce, con coccodrilli annessi. La credibilità del personaggio di Jack Conrad (Brad Pitt), straordinariamente interpretato da Brad Pitt, a riprova dell’attendibilità e veridicità del fantasma che si cela dietro una star di Hollywood. Dall’ascesa nell’Olimpo alla discesa negli inferi. Così come per la “selvaggia” e fragile Nellie LaRoy (Margot Robbie), grande attrice esposta alle mutevoli correnti delle mode. Personaggi talmente veritieri e perfettamente inscenati, da far pensare alla verità dei vissuti delle persone che in scena li rappresentano, gli attori stessi.
Dall’immaginario al reale, il passo è breve. Simbolicamente il passaggio dal muto al sonoro determina parte della perdita della possibilità sognante e immaginifica. La voce reale, l’acustico, rappresenta il primo passo verso la perdita di un’illusione. Nel film aleggiano lo straordinario amore del regista per il cinema, ma anche il fantasma della morte del cinema stesso. C’è però un riferimento chiaro, durante il film. Quello dedicato alla riflessione sul fatto che può anche sparire un certo cinema, ma resta nella storia. Quella dell’arte, in tutte le sue espressioni. E resta nei sogni, quelli di chi ne sente il bisogno, ed è ancora disponibile a farli.


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