"Mediterraneo" (1988) di Franco Fontana
Esistono, nella clinica, patologie che sembrano scomparse, dimenticate, pensate come appannaggio del passato, e a volte anche con caratteristiche di favola o leggenda, come la tisi di Violetta ne “La Traviata”. E in effetti molte di esse, seppur non del tutto debellate, si riscontrano con molta meno frequenza rispetto al passato, vuoi per efficacia delle misure preventive, per un miglioramento delle condizioni di vita – almeno in certe aree del Pianeta-, oppure per la disponibilità di terapie efficaci. Tuttavia, ciò non vuol dire che esse siano del tutto scomparse.
In ambito psichiatrico, la grande assente nella moderna nosografia è l’isteria. Ma possiamo dire che sia davvero sparita? O ha solo cambiato forma?
Fulcro della ricerca in ambito psicologico fin dall’Ottocento, grande mistero della neurologia, e costrutto fondamentale per la nascita e lo sviluppo della psicoanalisi, l’isteria rappresenta un’entità clinica complessa, la cui nosografia ha attraversato più di un secolo di riflessioni teoriche e trasformazioni nomenclaturali, riflettendo le profonde modificazioni paradigmatiche intervenute nella comprensione della psicopatologia, in particolare rispetto al rapporto tra corpo e psiche. Il sintomo isterico, lungi dall'essere una manifestazione arbitraria o simulata, si configura come una formazione di compromesso, un linguaggio simbolico attraverso il quale l'inconscio, non potendo essere altrimenti rappresentato, si manifesta nella dimensione corporea.
L’estrema variabilità delle manifestazioni e, come disse Freud, “la non conoscenza dell’anatomia” da parte dell’isteria, si traducono però in una costellazione variegata e moltiforme di sintomi, di fronte ai quali il clinico può trovarsi disorientato. E forse è per questo che, nei successivi tentativi di individuare delle caratteristiche comuni che potessero orientare nella diagnosi delle problematiche psichiche, l’isteria si è “persa”. Spezzettata nelle sue diverse componenti, costretta nel letto di Procuste delle molteplici categorie diagnostiche, l’isteria ha perso il suo carattere di unitarietà già alla fine degli anni ’60, quando venne suddivisa in forme “conversive” e forme “dissociative”, fino a scomparire dalla nomenclatura tecnica all’inizio degli anni ’80. Attualmente, la dimensione della conversione viene collocata all’interno del grande contenitore dei “disturbi funzionali”, in cui le manifestazioni sintomatologiche non trovano riscontri atti a spiegarle negli esiti degli approfondimenti diagnostici cui il paziente si sottopone, mentre quella dissociativa viene collocata in una categoria separata.
Quindi cosa è accaduto? La sintomatologia isterica è scomparsa dalla clinica così come il suo nome è scomparso dalla nomenclatura tecnica?
Forse dovremmo chiederci se siamo noi clinici che facciamo più fatica a vederla, a definirla. Forse per timore di sembrare noi stessi un po’vetusti, fuori dal tempo. O forse, anche, per timore di quella sfumatura di svalutazione, di stigma, che un po’ ancora accompagna il termine “isterico”. Come se la dimensione della teatralità, la resistenza ai trattamenti e l’inspiegabilità empirica dicessero qualcosa di negativo sia sul paziente sia sul curante. Ma se non è scomparsa, dove potremmo cercarla?
La prima risposta che viene in mente potrebbe essere “per lo più fuori dallo studio dello psicoanalista”. Infatti, se la letteratura clinica contemporanea segnala una progressiva rarità delle forme “classiche” di isteria di conversione, parallelamente si osserva un incremento di manifestazioni sintomatologiche che assumono forme differenti, maggiormente congruenti con i codici culturali e comunicativi della contemporaneità, ossia sintomatologie somatiche medicalmente inspiegabili. E, in effetti, l'isteria ha sempre costituito una formazione psicopatologica peculiarmente sensibile alle trasformazioni socioculturali e relazionali, funzionando come una sorta di sismografo delle tensioni e dei conflitti propri di ciascuna epoca storica.
Per motivi professionali, mi capita di interagire spesso con la popolazione giovanile, e ho potuto osservare come gli adolescenti moderni si trovino ad abitare uno spazio socioculturale caratterizzato da mutamenti significativi che ridefiniscono profondamente i parametri dell'esperienza soggettiva, della costruzione identitaria e delle modalità relazionali. La liquidità delle narrazioni identitarie, l'iperconnessione digitale, la crisi delle istituzioni tradizionali di significazione, l’identità fondata su aspetti performativi, l'economia della visibilità costituiscono coordinate importanti di questo nuovo scenario, che produce nuove modalità di espressione sintomatologica e di articolazione del conflitto psichico.
Le storie con cui mi è capitato di imbattermi presentano caratteristiche simili: nella ricerca di una loro identità, impegnati nei compiti evolutivi di individualizzazione/separazione e di integrazione delle nuove rappresentazioni di sé, sia psichiche che corporee, alcuni adolescenti faticano a negoziare la propria esistenza in una modalità che sentano realmente possibile.
Un elemento che spesso emerge in maniera preponderante è come l’angoscia provata in questa fase rimanga per diverso tempo senza possibilità di definizione, fluttuante nella sua intensità, mutevole nelle sue manifestazioni e senza possibilità di essere accolta e contenuta in uno spazio che le permetta di essere plasmata e tradotta. Alcuni di loro sembrano non riuscire a descrivere ciò che provano, come se non avessero mai “imparato” a decodificare le loro emozioni e a tradurle in parola, e come se non avessero nemmeno mai sperimentato la possibilità di esprimerle in un contesto che potesse ospitarle, senza venirne per forza intaccato o, peggio, distrutto.
Il corpo torna quindi ad essere teatro del conflitto psichico, il mezzo tramite il quale il dolore, che non può essere rappresentato psichicamente, trova la possibilità di essere mostrato e comunicato. Non solo svenimenti, deficit motori o crisi simil-convulsive – che pure, quasi con sorpresa, è ancora possibile osservare-, ma anche sindromi da affaticamento e dolore cronico senza riscontri medici, disturbi funzionali gastrointestinali, e così via. Allo stesso modo, non è infrequente che qualcuno racconti di esperienze particolari, in cui lo stato di coscienza sembra alterato e si avverte una certa distanza tra sé e la realtà, o tra parti di sé. È curioso come, molto spesso, tali condizioni vengano descritte senza apparente preoccupazione, come qualcosa “che c’è”, che certamente interferisce con la vita quotidiana ma di cui, al contempo, si può non occuparsi più di tanto, e per il quale non è possibile immaginare alcuna altra origine se non quella organica. Similmente, anche il rapporto con il corpo sessuato può assumere caratteristiche particolari: più esibito che sentito come proprio, e ancor meno vissuto come fonte di piacere, viene relegato a mezzo per esprimere una seduttività che sembrerebbe più spesso finalizzata ad acquisire delle forme di visibilità che a strutturare una qualche tipologia di relazione. Un altro elemento che è possibile osservare è come, in contesti di gruppo, possano verificarsi fasi in cui più ragazzi “peggiorano” insieme o cominciano a manifestare l’uno i sintomi dell’altro, in una sorta di suggestione o “contagio” in cui il malessere ingravescente e drammatizzato diviene il modo non solo di assicurarsi una maggiore attenzione da parte dell’Altro, ma anche un fattore organizzativo e identitario (“io sono una persona che sta davvero male, io sono la persona che sta più male di tutti”). Le implicazioni di questa posizione non sono trascurabili: da un lato l’aspetto del vantaggio secondario, particolarmente evidente quando consente di sottrarsi a tutta una serie di fonti di stress (la scuola, gli esami universitari, ma anche certi contesti sociali che il giovane sente di non poter affrontare), dall’altro proprio l’aspetto identitario: rinunciare al sintomo significherebbe rinunciare a una possibile definizione di sé, talvolta l’unica possibile in quel momento. Infine, il bisogno di esibire questa sofferenza, che non si limita più alla cerchia di amici, familiari e curanti, ma che trova nelle moderne modalità di comunicazione dei social media la possibilità di raggiungere rapidamente una platea potenzialmente sconfinata.
Si potrebbe discutere a lungo sulle implicazioni teoriche e cliniche di queste osservazioni, ad esempio chiedersi se l’uso del corpo così come riportato sia più vicino ad una rappresentazione simbolica di un conflitto psichico rimosso, o se, al contrario, rifletta un tipo di funzionamento caratterizzato primariamente da deficit della simbolizzazione. Quello che, tuttavia, desideravo sottolineare è come gli elementi principali delle strutture isteriche (l’uso della dissociazione e del sintomo corporeo per veicolare il dolore psichico, la distanza emotiva dal sintomo, le finalità identitarie e relazionali, il bisogno di testimoni di questo malessere -e quindi l’aspetto esibito e teatrale-, la suggestionabilità, la contagiosità e i vantaggi secondari) sembrano essere ancora rintracciabili nella clinica contemporanea, anche tra i più giovani. Probabilmente, potremmo dire, si declinano in maniera differente, utilizzando i codici culturali disponibili: l'isteria parla sempre la lingua della propria epoca, e nella contemporaneità questa lingua è quella dell'immagine digitale, della performance identitaria, della visibilità sociale mediata tecnologicamente. Sta a noi riconoscerla e decifrarle, adattando la nostra tecnica – che per prima ha saputo illuminare le dinamiche inconsce e i meccanismi difensivi sottostanti alla sintomatologia - alle declinazioni dell’attuale, per favorire la traduzione di esperienze corporee e comportamentali in rappresentazioni simboliche pensabili.
BIBLIOGRAFIA
American Psychiatric Association. (1980). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (3rd ed.). Washington, DC.
Bauman, Z. (2000). Modernità liquida. Roma-Bari: Laterza, 2002.
Bion, W. R. (1962). Apprendere dall'esperienza. Roma: Armando, 1972; Astrolabio, 2019.
Freud, S. (1892-1895). Studi sull’Isteria. In S. Freud, Opere, vol. 1: “Studi sull’isteria e altri scritti (1886–1895)”. Torino: Bollati Boringhieri, 1977.
Freud, S. (1894). Le neuropsicosi da difesa. In S. Freud, Opere, vol. 2: “Progetto di una psicologia e altri scritti (1892–1899)”. Torino: Bollati Boringhieri, 1977.
Khan, M. M. R. (1963). Il concetto di trauma cumulativo in Lo spazio privato del sé. Torino, Bollati Boringhieri,1979.
Winnicott, D. W. (1971) Gioco e realtà. Roma: Armando, 1974.