Bambini e adolescenti

Evoluzioni contemporanee dell’isteria in adolescenza. Il tagliarsi come impasse della soggettivazione di Filippo Mario Di Cesare


Evoluzioni contemporanee dell’isteria in adolescenza. Il tagliarsi come impasse della soggettivazione  di Filippo Mario Di Cesare

Lucio Fontana. Concetto Spaziale, Attese (1958-1968)


 

Alla fine del XIX secolo, Charcot, eminente neurologo francese, pose una pietra miliare nella comprensione della malattia isterica, fenomeno che aveva suscitato mistero e interesse lungo tutta la storia della medicina, fin da Ippocrate (Laplanche e Pontalis, 1967). L’isteria, lungi dall’essere ‘semplice’ auto-suggestione o simulazione, veniva da lui annoverata a pieno titolo tra le affezioni neurologiche, pur non avendo un’origine organica dimostrabile.

Freud, come ben sappiamo, segue il suo maestro nell’attribuire piena dignità all’isteria come patologia a sé, delimitandone i confini diagnostici, ma attribuendovi un’eziologia psicogena, la cui messa in luce procedeva di pari passo con le scoperte principali della nascente psicoanalisi: inconscio, pulsione, meccanismo di difesa, conflitto e sintomo come formazione di compromesso. Attraverso una complessa e sofferta elaborazione teorica, Freud abbandonerà nel 1897 la sua ‘teoria della seduzione’, passando dal postulare che alla base della sintomatologia isterica ci fosse un trauma psichico, avvenuto realmente e legato ad una serie di impressioni affettive non abreagite (Freud, 1892-1895), fino a comprendere progressivamente che il fattore traumatico determinante dipende più dalla dimensione interna pulsionale e fantasmatica, che dalla scena sessuale reale. Il sintomo isterico, pertanto, non è più una reminiscenza (Ivi, p. 179) che si ripresenta come un corpo estraneo (Ivi, p. 178), ma corrisponde alle propaggini della sessualità infantile – turbamenti, fantasie, sensazioni corporee – che in après-coup, dalla pubertà, assumono un pieno significato sessuale, provocando un impatto traumatico nel mondo interno del soggetto. L’affetto inconscio, legato a rappresentazioni rimosse, si incanala così nel corpo, esprimendovisi attraverso formazioni simboliche di compromesso, che sono i sintomi di conversione. Freud scopre, così, la sessualità infantile (Freud, 1905) e, con essa, l’intero processo di trasformazioni psichiche e corporee che si svolgono in pubertà e quindi in adolescenza.

Se le pazienti isteriche, descritte da Freud, erano giovani donne appartenenti alla classe borghese austriaca di fine Ottocento - aventi sullo sfondo ambienti familiari caratterizzati da valori morali rigidi e proibitivi per ciò che riguardava i temi della sessualità, in particolare, femminile - gli adolescenti di oggi sono immersi in una cultura di forte liberalizzazione sessuale, almeno apparente. Sono giovani pazienti contemporanei, smarriti in una giungla di stimoli sessuali poco decifrabili, poco e male accompagnati dalla presenza adulta, immersi in un contesto globale dove i contenuti erotici e pornografici dilagano inevitabilmente (reti sociali e chat, web, streaming, televisione, videogiochi); a ciò, peraltro, fa da contraltare la larga diffusione di sintomi sessuali sempre più precoci e invalidanti (dispareunia, eiaculazione precoce, difficoltà a raggiungere o a mantenere l’erezione, anorgasmia). Dunque, scomparso il proibizionismo sessuale, risulta scomparsa anche l’isteria? Le evidenze della clinica contemporanea suggeriscono che la traumaticità insita nella scoperta della propria sessualità, o per meglio dire nella rielaborazione a posteriori della sessualità infantile, permanga come un fattore peculiare in adolescenza, al di là del cambiamento sociale e culturale. Sulla scia freudiana, potremmo concludere che sia l’esposizione traumatica alla propria sessualità indecifrabile ed effrattiva, e non all’abuso sessuale reale, che si confermerebbe essere uno dei fattori chiave della patologia isterica. Ma cos’è oggi l’isteria?

 

Ripudiata fin dal DSM-III del 1980 - dove il termine ‘Isteria’ era stato abolito a favore del termine ‘istrionico’, e l’isteria classica veniva parcellizzata in una controversa distinzione tra sintomi somatoformi e sintomi dissociativi - nell’attuale classificazione psichiatrica del DSM-5 TR (2022) l’isteria potrebbe essere riconosciuta nei suoi tratti più personologici (Disturbo Istrionico di Personalità), oltre che nei sintomi somatici (Disturbo di Conversione): la tendenza alla drammatizzazione e all’erotizzazione dei rapporti, la labilità affettiva, lo stile impressionistico, l’egocentrismo istrionico, la tendenza alla somatizzazione o la presenza di veri e propri disturbi neurologici funzionali. Nella terza edizione del Manuale Diagnostico Psicodinamico (PDM-3) (2025), appena pubblicato, viene riaffermata la centralità dell’isteria nella nosografia psicodinamica, differenziando nell’Asse P tra personalità isterica (livello nevrotico) e personalità istrionica (livello borderline). Oltre a classificarne le espressioni, il PDM annovera le dinamiche psichiche centrali del funzionamento isterico, tra cui l’idealizzazione del genere opposto, del potere e della sessualità, oltre che i meccanismi di difesa tipici: la sessualizzazione, la drammatizzazione, la conversione.

 

Dal canto suo, la psicoanalisi post-freudiana sembra far corrispondere l’isteria classica ad un esteso ventaglio di patologie che vanno dalla nevrosi alla psicosi, passando per gli stati limite e le patologie narcisistiche. In tale mare magnum, gli autori di lingua francese, tra cui Chasseguet-Smirgel (1984), continuano ad enfatizzare la dimensione sessuale ed edipica della patologia, che utilizza il corpo come suo palcoscenico privilegiato. Per Green (1997), pur mantenendo un’impalcatura edipica nei casi evoluti, l’isteria è imparentata con gli stati limite, che ne rappresentano una variante primitiva, lungo il continuum di gravità. Egli propone di vedere l'identificazione isterica come un meccanismo che può strutturarsi attorno a un "legame di odio" del soggetto verso l'oggetto. In questo scenario, l'odio serve a mantenere una connessione paradossale con l'altro, impedendo sia la separazione definitiva che l'unione fusionale.

D’altro canto, alcuni autori di lingua inglese, come Khan (1974) e Brenman (1985), pongono l’accento sugli aspetti arcaici e pregenitali che caratterizzano un certo tipo di relazione oggettuale primaria, disturbata o carente, a sua volta contrassegnata da meccanismi di difesa arcaici, come la scissione. Tale mancanza di base sollecita lo sviluppo difensivo di una sessualità precoce nel Sé, allo scopo di mascherare e gestire il vuoto e il risentimento per la delusione affettiva originaria.

La psicoanalista tedesca Rupprecht-Schampera (1995) ha individuato nell’isteria una dimensione pulsionale fintamente edipica, che in realtà nasconderebbe un problema primitivo di triangolazione edipica insufficiente e, dunque, di separazione-individuazione dall’oggetto materno.

Penso che valga la pena menzionare la visione di J. Schaeffer (2000), psicoanalista francese, secondo la quale l'isteria emerge dal conflitto nel riconoscere l'alterità e il limite imposto dalla differenza tra i sessi. Tale autrice usa una metafora evocativa: come il rubino, per la sua composizione chimica, respinge le lunghezze d’onda corrispondenti al colore rosso, ma paradossalmente è proprio tale colore che riflette all’occhio umano, così l’isterico mostra il suo terrore della sessualità e della seduzione attraverso l’erotizzazione dei rapporti oggettuali e la messa in scena sessuale.

Più di recente, Bollas (2001) parla di isteria come di una soluzione al dilemma posto dalla sessualità umana, indicando il problema dell’articolazione del desiderio del bambino e - diremmo noi, dell’adolescente - gestito attraverso l’attacco o la negazione del proprio corpo in rapporto con l’oggetto desiderato, meccanismi che tentano di evitare una soggettivazione del corpo stesso. Attraverso il teatro del corpo, l’isterico mette così in scena i suoi desideri rimossi e repressi, agli occhi di un pubblico - l’oggetto di riferimento - che cerca di impressionare e sedurre. Così facendo, l’isterico coltiva una propria identità fittizia, al riparo da un’autentica intimità con l’altro, del quale prende in prestito pensieri, bisogni e desideri.

 

Torniamo, dunque, alla crucialità del passaggio adolescenziale, attraverso il quale, come ricorda Cahn (2000), prende forma il tipo di funzionamento mentale che caratterizzerà il resto della vita, secondo traiettorie più o meno favorevoli. La soggettivazione, come processo di integrazione dei cambiamenti biologici e pulsionali, al fine di forgiare una propria identità psichica separata dagli oggetti infantili e che poggia sulla maturazione di un proprio desiderio, prevede diversi possibili scenari evolutivi. Una sua felice conclusione, ad esempio, darà luogo ad un’evoluzione nevrotica, collocabile nella cura analitica secondo l’asse nevrosi di transfert-nevrosi infantile. In un’altra categoria, invece, sono racchiusi, gli insuccessi del processo di soggettivazione. È in adolescenza, infatti, che riemergono aspetti problematici inerenti lo sviluppo dei primi anni di vita. Da qui, il ricorso alla regressione narcisistica, alla costante esternalizzazione, alla scissione, all’espulsione delle tensioni fuori dalla mente attraverso l’agito e la somatizzazione, alle identificazioni prese in prestito, alla disperata ricerca di un’autenticità introvabile. Nella maggior parte di questi casi sfavorevoli, tale problematica “al limite” si cristallizzerà in età adulta, dando luogo a quella clinica non nevrotica e all’infinità delle sue espressioni, come quelle psicosomatiche o narcisistiche. La soggettivazione incompiuta produce un’adolescenza interminabile, caratterizzata da un malessere diffuso e da una richiesta di aiuto non definibile, configurandosi in una patologia del vuoto. Infine, nell’ ipotesi più estrema di un’eradicazione delle possibilità di soggettivazione, ha luogo una traiettoria psicotica, lungo la quale, a partire dall’infanzia, il soggetto è totalmente in balia dell’oggetto colonizzante. In adolescenza, quando il Sé rivendicherà il diritto di porsi come autonomo, dovrà fronteggiare un controllo totalizzante oppure il rifiuto del suo corpo e della sua soggettività. Ed è allora che l’adolescente ricorrerebbe, senz’altra possibilità, ai vari meccanismi difensivi tipici della psicosi, tra cui le diverse forme di misconoscimento della realtà interna ed esterna, con la scissione che esse comportano, che vanno dal ritiro più o meno radicale alla rottura psicotica (breakdown).  

 

Pertanto, sulla scia dell’insegnamento di Cahn, se l’apparato psichico dell’adolescente non accede al rimaneggiamento della sessualità infantile e se l’appropriazione del corpo sessuato non è un processo possibile o completo, ecco che si impone la questione dell’identità dell’adolescente, che resta in sospeso. Ecco perché il concetto di isteria è ancora oggi importante, tramutata com’è in tante micro-patologie del vuoto e della confusione identitaria, dall’attacco al proprio corpo con tagli o tentativi di modificazione, ai disturbi dell’alimentazione e dell’immagine corporea, alla disregolazione affettiva che caratterizza la nevrosi isterica ma anche, e più gravemente, il confinante spettro delle personalità borderline.

Il corpo segnato, tagliato, mutilato, che spesso si incontra nella clinica dell’adolescenza, sarebbe perciò un corpo che non può accedere alla soggettivazione. Personalmente, a partire dal sintomo auto-lesivo, trovo che sia cruciale che il clinico possa differenziare, a livello diagnostico e prognostico, le strutturazioni isteriche dalle organizzazioni a limite (traiettoria borderline). Le prime soluzioni, di matrice più nevrotica, affondano le loro radici nella complessità edipica e si esprimono attraverso sintomi somatoformi, dissociativi e di attacco al sé, ma che difficilmente si trasformano in agiti anticonservativi veri e propri. Le seconde costellazioni, spesso reattive a traumi disorganizzanti accaduti nel corso dello sviluppo psichico, prevedono la coesistenza di diffusione di identità, sofferenza emotiva estrema, disturbi dell’umore, alta impulsività, forte intolleranza verso sentimenti di noia e di abbandono, e di conseguenza, un rischio suicidario consistente.

 

Per illustrare tale differenziazione, vorrei riportare due frammenti clinici tratti dall’incontro con giovani ragazze all’interno del Servizio di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza di una ASL romana, nel quale opero come psicologo clinico e psicoterapeuta. Non si tratta di resoconti di trattamenti psicoanalitici, ma sono estratti esemplificativi dei casi che sempre più spesso accedono ai servizi di salute mentale territoriale che si occupano di età evolutiva.

Ciò che subito mi colpisce di Silvia (nome di fantasia), è la vistosa pittura nera che le avvolge lo sguardo. Il viso da bambina è incorniciato da capelli incolti, dai colori sgargianti e improbabili. Ha solo 12 anni. Nel periodo precedente alla psicoterapia breve focale per cui ci incontriamo settimanalmente, aveva sofferto di periodi depressivi, condotte anoressiche, abbuffate improvvise, procurandosi inoltre – elemento più allarmante per i genitori piccoli, ma numerosi tagli superficiali in varie aree del corpo. Per lunghi mesi, nei quali aveva fatto più accessi in Pronto Soccorso, Silvia gridava agli adulti che voleva morire e si buttava letteralmente per terra, in casa, dove restava per ore: le assenze a scuola si erano fatte continue. Quando cominciamo ad incontrarci regolarmente, Silvia nega di aver bisogno di aiuto; il suo atteggiamento verso di me è solitamente sprezzante, a volte sfidante, a volte sottilmente seduttivo. L’aspetto caricaturale del suo corpo maschera, ma fa anche intravedere, una bambina sola e non vista, naufraga da una sponda all’altra di una coppia genitoriale da sempre in guerra fredda. Le sue primissime esperienze sentimentali, tutte in gran parte vissute online, si concludono puntualmente con ‘tradimenti’ o ‘abbandoni’ da lei subìti. Nei colloqui psicoterapici, il suo linguaggio è sempre vago, inconsistente, impressionistico; tutto sembra una menzogna, anche quando non lo è. Quando parla, pur superficialmente, di momenti drammatici della sua quotidianità, Silvia sfoggia un sorriso incongruo sulle labbra. Sfugge di continuo alla presa in carico, alternando momenti di forte svalutazione della terapia a improvvise, quanto coinvolgenti, richieste di aiuto. Rinuncerà al tagliarsi, anche grazie ad un supporto psicofarmacologico, ma interromperà la psicoterapia, bollandola come inutile.

Lucia (nome di fantasia) ha 15 anni e giunge con forte motivazione alle sedute di consultazione, necessarie al fine di un approfondimento diagnostico, ogni volta con un sorriso mesto e un po’ vittimistico. È reduce da un ricovero, subìto per idee suicidarie e tagli. Ha un aspetto gradevole e un trucco fine. Sulle braccia e sulle gambe, spesso ben scoperte nei mesi estivi, sono evidenti decine di cicatrici. Nel quadro dei sintomi attuali, prevale un diffuso aspetto depressivo, che la accompagna incessantemente. Riferisce, inoltre, che le sembra talvolta di percepire accanto a sé delle presenze soprannaturali, che la sfiorerebbero mentre è sola in casa. Critica, in parte, tali ‘strane’ idee, di cui tuttavia è convinta. Apparentemente collaborativa e sempre gentile, Lucia racconta dettagliatamente, ma con distacco emotivo, dei modi in cui si procura i tagli. Si scalfisce ‘per non sentire un dolore mentale’, dice spesso, di cui non sa parlare agli adulti, ma a volte ha pensato di farsi un taglio estremo. Di recente, ha alternato condotte alimentari restrittive ad abbuffate, o giornate in cui non è riuscita ad alzarsi dal letto a crisi di rabbia e di pianto, che ha sentito immotivati. È figlia di genitori semplici e concreti, che raccontano di non essere mai riusciti a gestire le sue ‘stranezze’. Nei nostri incontri di consultazione, le risulta difficile recuperare un pensiero o una riflessione sul suo tagliarsi. La sua concretezza, povera di nessi, contagia anche me.

Sembra che in entrambi i casi, simili ma al contempo profondamente diversi, la sintomatologia del tagliarsi favorisca una compensazione rispetto al vuoto identitario profondo. Le adolescenti in questione si identificano nel self-cutting che le caratterizza, e per questo sono riconoscibili e riconosciute, ottenendo una qualche forma di considerazione da parte del loro ambiente familiare. Organizzano, così, delle vere e proprie narrazioni su di sé e sui propri corpi, nelle quali il sintomo diventa man mano il pilastro centrale della fragile impalcatura. La complicata soggettivazione di Silvia, che urta contro una difficoltosa elaborazione della costellazione edipica (differenza tra generazioni e sessi) all’interno di un caos calmo familiare, sembra corrispondere prevalentemente ad una difficile appropriazione del corpo sessuato e delle sue pulsioni. Di contro, il vuoto depressivo che caratterizza Lucia, unitamente a intenti suicidari e a fluttuazioni dell’esame di realtà, la colloca più su una traiettoria borderline, fino a sospingersi ad una condizione di stato mentale a rischio, dove il tagliarsi rappresenta un attacco a sé. Al contempo, il self-cutting è usato come tentativo concreto di gestire la propria disregolazione affettiva, che a sua volta è una risposta ad aspetti disorganizzanti e traumatici che non possono essere, al momento, rappresentati né pensati.

 

 

 

Bibliografia

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