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Una bussola per disorientarsi. “Jean-Bertrand Pontalis” di Chiara Matteini. Recensione di Leonardo Spanò


Una bussola per disorientarsi. “Jean-Bertrand Pontalis” di Chiara Matteini.  Recensione di Leonardo Spanò

C’est l’absence de sens de ce que l’on vit au moment où on le vit
qui multiplie les possibilités d'écriture.
Marguerite Duras, La vie matérielle

 

Le possibili vie di ingresso di un libro, così come quelle che portano verso un autore, sono spesso eteroclite, talvolta oscure o, comunque, a tutta prima non immediatamente intellegibili. In questo caso, a fungere da introibo sono stati una poesia talismano e un libro compiutissimo di qualche anno fa di Gian Mario Villalta, “Vedere al buio”: “Le palpebre chiuse, piano, senza stringerle,/che si perda la memoria della luce./Adesso apri e non guardare niente./Lentamente trova
l’ombra (ce n’è sempre),/trova una linea, un contorno sullo sfondo./Adesso guardati le mani. Se le vedi,/calcola la distanza che separa/la loro forma dalle sagome più scure:/ora trasforma il vuoto in volume.//Avrei voluto insegnarti un bene grande,/l’acqua che nasce, le nuvole selvagge/sopra i campi profumati dai sambuchi./Avrei voluto il tempo di conoscere/il mio cuore che ti aiutava a crescere.//Ma non c’è tempo. Lentamente, trova l’ombra,/trova una linea, trasforma in orizzonte/la distanza tra un’ombra nera e il fondo./Posso insegnarti a vedere al buio./Non c’è mai tempo, prova adesso, prova.”

C’è da dire, a pensarci bene, che il buio assoluto è una condizione rara, che spesso occorre creare artificialmente. A sua volta anche la luce ha una diversa ricezione nei sensi. Il nostro privilegiare la vista e l’udito non dipende solo dal fatto che, meglio degli altri sensi, essi siano determinabili e condivisibili nell’uso sociale della parola, ma dipende dalla dimensione ontologica dello psiche-soma che, pur essendo sinestetica, seleziona i sensi in rapporto alle esigenze primarie del nostro stare nel mondo (collocazione, orientamento, equilibrio) e per questo la vista e l’udito assumono il carattere di primo riferimento. Anche per l’udito, infatti, vale qualcosa di analogo: il silenzio assoluto è raro e procurato, e diciamo “silenzio” per lo più l’assenza di disturbo di un continuo sonoro di fondo. Ecco, direi che lavorare sulla percezione è lavorare sulla parola, poiché l’uso sociale della parola tende a procedere per opposizioni (buio/luce, suono/silenzio), mentre la dimensione ontologica della parola, nella quale non soltanto comunichiamo ma esistiamo, è sinestetico. Si tratta, quindi, di aprire il sé, nell’autopercezione e nella percezione del mondo, in modo da incontrare nella parola, e nella sua potenza di ri-creazione, il nesso di quella relazione tra l’io (che la parola istituisce) e il proprio mondo interno e tra l’io e gli altri - è in questo modo che gli altri accedono nella parola al “noi” -. Tra il buio e la luce, tra  il suono e il silenzio e, direi, tra il sonno e la veglia, la parola poetica esplora quei margini, quel terrain vague e/o no man’s land che è allo stesso tempo lo spazio dell’indicibile (in termini di comunicazione e di uso sociale della lingua) e lo spazio tra l’“io” e il mondo interno e gli “altri”, lo spazio del “noi”.


Quando uso il termine sinestesia come sfera ontologica dello psiche-soma, ho in mente il fatto che nel nostro modo di vivere attuale la comunicazione privilegia l’immagine, che non è il vedere, ma la cattura di un riquadro immobilizzato del vedere. La poesia così come la psicoanalisi, dovrebbero riportare il vedere al suo legame sinestetico con lo psiche-soma, ritrovare, riaprire le facoltà percettive che sono fondanti la nostra esistenza. Nel mondo dell’immagine ormai  iamo arrivati allo stordimento, a una specie di sonnambulismo: per questo anche esplorare con le parole i margini della veglia e del sonno fa parte di uno stesso compito, che la poesia e la psicoanalisi si assumono o dovrebbero  assumersi: questo compito è quello di riscattare la percezione e di darle parola, permettendoci così l’accesso a una dimensione del tempo che non è quella vorticosa e istupidente del trionfo del prossimo istante. Ed è proprio di ombre, di  poesia, della difficoltà di trovare le parole giuste, del doversi abituare ai chiaroscuri di senso, delle incavature, della possibilità perdere di vista, di accettare una pluralità di tempi e di tanto altro ancora che si parla nel nuovo e affascinante libro che Chiara Matteini consacra alla figura Jean Bertrand Pontalis (Jean-Bertrand Pontalis. La stagione della psicoanalisi, Feltrinelli, Milano 2025, pp. 192, € 16,00), uno degli psicoanalisti più significativi del terzo tempo della  psicoanalisi, “allievo senza compiacenze e maestro senza scuola, ha alternato con eleganza e naturalezza le sue tante identità: psicoanalista, saggista, scrittore, fondatore e direttore di rivista, curatore editoriale”. Pensare a come riuscire  a ricostruire e poi a restituire al lettore una figura così sfaccettata e a tratti enigmatica e sfuggente di questo “maestro segreto” non era impresa semplice: l’intelligente e creativa soluzione che Matteini adotta “per rendere il senso del lavoro  di Pontalis, così profondamente necessario e dirompente nella psicoanalisi contemporanea” è “qualcosa che, a partire da un profondo ancoraggio alla teoria psicoanalitica, alla trasformazione dei concetti, alla discussione e  all'opposizione fra tesi controverse, realizza una bussola”. “Non” quindi “una mappa (con le sue regioni disegnate, le terrae incognitae ancora da esplorare, i mari conosciuti e quelli mai navigati), ma uno strumento apparentemente leggero, trasportabile, con un ago che orienta più che definire, nell'incertezza di una traversata sospesa fra rotta e naufragio”.

Chiara Matteini, psicoanalista e letterata, riesce così a imbarcarsi in una traversata teorica, clinica e affettiva capace di restituirci con rara vividezza l’immagine di un uomo per cui “la psicoanalisi è stata al centro della sua vita, eppure non  ne ha mai tradito la natura instabile, incerta. Costantemente ha sottolineato come non si possa istituire un'identità forte, sicura, a partire da un campo, quello dell'nconscio, sempre sospeso su ciò che non si sa, su ciò che non si  vede”. 
Nell’introduzione ci fornisce le coordinate di questo viaggio: “tempo e movimento sono le coordinate del pensiero di Pontalis, sogno e transfert i funzionamenti privilegiati dell'incontro con l'inaspettato”.

Il libro, che esce nella collana “Eredi” diretta da Massimo Recalcati, si struttura attraverso quattro capitoli nei quali tutti i nodi teorici e le emergenze del pensiero di Pontalis vengono prese in esame e riattraversate criticamente. In “Un  pensiero di frontiera”, l’autrice sottolinea l’importanza che hanno avuto per Pontalis due grandi maestri: Sartre, con il quale la relazione fu complessa, caratterizzata da grande intesa e da distanze talvolta incolmabili e Lacan, suo analista e  suo ineludibile riferimento teorico. L’attraversamento di queste due figure struttura, ci dice Matteini, a partire dal primo libro edito da Pontalis “Après Freud” la posteriorità come elemento fondamentale e pietra angolare del suo edificio  teorico. Nei suoi primi lavori l’attenzione principale per Pontalis sarà quella di creare una lingua per dire l’inconscio. “L’aspetto più profondo” in questo senso sarà “la relazione intima fra la scrittura e il pensiero”. La sua grande intuizione è  quella di accorgersi di come “il lavoro di scrittura si avvicina a quello del sogno”, tanto da poterne ritracciare l’esito nella complessa e ramificata tessitura teorica nel “funzionamento costante di un pensiero sognante”. La cifra di questa  lingua, per la quale mai ci si potrà dire pienamente soddisfatti, proprio perché fatalmente insufficiente per descrivere l’oggetto in esame, sarà quella di un tutto speciale “discorso poetico”; all’incrocio tra la lingua di Freud e quella di  Shakespeare, tra “ordine del discorso e invenzione poetica” si apre lo scarto che permette alla parola di suonare per la prima volta inaudita. 
Nel secondo capitolo “La quinta stagione. Il tempo che non passa” viene posto al centro il singolare trattamento della temporalità operato da Pontalis. L’inattuale, l’anacronismo che segna il tempo analitico che è anche e soprattutto il  tempo dell’infantile, trovano posto, come già sottolineato, nella importanza capitale che viene assegnata alla nozione di posteriorità: “qual è davvero il senso di un après-coup, di una riscrittura o di una ripresa? È una figura del traumatico, una frattura del tempo, o è piuttosto l'esperienza dello psichico che consiste in un continuo alternarsi di ripetizione e inizio? Per Pontalis è esattamente questo che il transfert intercetta: l’incontro di tutti i tempi, la loro  collisione, la ripetizione e, talvolta, l’inizio”. Bellissimo è il paragrafo “Tradurre il tempo: la costruzione di una nostalgia”: nella continua esplorazione delle temporalità, Pontalis ha riservato un posto significativo alla questione della nostalgia. Questa dimensione, che gli permette di annodare la tematica dell’estraneità (della prova dell’estraneo) con la sua concezione della traduzione (“tradurre è emigrare, ma emigrare nella propria lingua”) crea una singolare lettura  orientata secondo una doppia direzione: “non tanto e non solo ritorno a un passato impossibile da raggiungere, ma il desiderio impossibile e attivo di arrivare a un luogo che non esiste in nessuna mappa”. La nostalgia acquisisce quindi un  senso attivo e, questa è la brillante ipotesi clinica di Matteini, nel paradosso di contenere un doppio versante passato/futuro può diventare la mira di un lavoro analitico (una “costruzione della nostalgia”) in quelle speciali condizioni  quali da un lato quelle caratterizzate da una assenza di oggetto e dall’altro quelle saturate da un troppo di oggetto. Viene in mente quello struggente verso di Giovanni Giudici in “Una sera come tante” che recita “è nostalgia di futuro che  mi estenua”.
Il terzo capitolo “Transfert e movimento. Abitare una terra straniera”, oltre a raccontare in maniera avvincente e dettagliata la straordinaria avventura dell’analisi di Pontalis con lo scrittore Georges Perec, al quale lascio al lettore il piacere  di immergervisi, dove si ritrovano tutte le emergenze e le insistenze del pensiero di Pontalis, affronta uno dei lavori più famosi e più complessi dell’autore che è “No, due volte no”, singolarissima ricostruzione del fenomeno della reazione  terapeutica negativa. Si tratta di un testo, come sottolinea acutamente Matteini, inesauribile e impossibile da comprendere in maniera completa, che permette di affrontare i momenti di scacco - assolutamente necessari - che possono  presentarsi nel corso di una analisi. In questo testo e nelle riflessioni sul transfert, sulla necessità della creazione di uno spazio transizionale, e sulla questione dell’illusione Pontalis “incontra” Winnicott, il suo “straniero vicino”. Sono due  autori molto differenti, per stile, scrittura e impostazione teorica, eppure entrambi sono impegnati in una riflessione costante su aree dell'esistenza umana e quindi anche dell'analisi, dove le parole sembrano fallire. Tollerare di  sostare in territori dove la parola manca ma non è perduta, dove, sì, poco potrà dirsi ma tuttavia si continua ad insistere nel provare a pensare un’altra lingua ancora, da inventare e giocare, e a mettersi sulle tracce di una resistenza alla  scomparsa di senso, oltre il fallimento per dirla con Winnicott o oltre le incavature con Pontalis, fanno di questi due autori una risorsa inesauribile per affrontare le sfide cliniche del presente. Mi sembra che l'attenzione ai limiti, oggi  così dominante, sia stata avviata proprio da loro in un momento in cui la psicoanalisi era fortemente influenzata da Melanie Klein e dalle cure infantili, dando invece spazio a questi tipi particolari di analisi in cui l'ideale e la  delusione sono in primo piano. Il lavoro di Pontalis apre formidabili prospettive sull’associazione tra percezione e affetti, sul ruolo essenziale assegnato alla perdita, e soprattutto sulle sue molteplici forme, non certo riducibili a una situazione inaugurale, ma prodotte, regolarmente in esperienze singolari. Da questi motivi emerge l'interesse per l'intermedio, un altro modo nuovo di cogliere le frontiere, di non lasciare i contorni troppo netti per andare verso le  radure o per guardare attraverso le finestre lasciando in sospeso la realtà (e anche qui direi che la riflessione winnicottiana è tutt’altro che lontana). Il libro si conclude con un ultimo capitolo interamente consacrato al sogno e si  sofferma sul lavoro che Pontalis ha dedicato allo spazio del sogno e al sogno-oggetto. Lo spazio occupato dal sogno è sicuramente uno spazio intermedio, l’entre-deux nel lessico di Pontalis e, questa distinzione è cruciale, il sogno, pur  condividendone gli stessi spazi, non è il transfert ma come quest’ultimo, seppur in maniera diversa, agisce. L’importanza della riflessione sul sogno-oggetto è quella che mette in primo piano la sua funzione, che diventa di importanza maggiore del suo stesso significato: “ovvero è l’attenzione al sogno-oggetto più che quella al sogno-testo che può permettere di comprendere meglio il funzionamento psichico del paziente”; Wittgenstein diceva: non cercate il significato di  una parola, cercate il suo uso. Un nome insolito ma pertinente si affaccia a più riprese nel corso del libro: quello di Elvio Fachinelli. Condivido con l’autrice l’accostamento che non trovo per niente peregrino: a partire dal  rapporto  complesso con la figura di Lacan, a una certa allergia per le gerarchie, all’insofferenza per la lingua imbalsamata di una certa psicoanalisi unita all’aver vissuto come un’urgenza la necessità i rifondare il linguaggio psicoanalitico direi che è molto di più ad accomunarli. È tutto quello attraverso il quale si realizza la loro specialissima visione: uno sguardo sempre obliquo, fatalmente  centrato sul materiale che di volta in volta prendono in esame. Uno sguardo, nella definizione  di Fachinelli, paziente, che non cerca risposte immediate ma che sollecita nuove domande e che permette di lavorare attraverso i dettagli, gli scarti, le banalità e conseguentemente rende possibile cogliere e restituire particolari illuminanti  e profondissimi. “Nella penombra, cambia il senso delle affermazioni” scriveva Franco Fortini: solamente la creazione di questa distanza da cui osservare le realtà e di un’ambiguità deliberata rende capaci di parlare della psicoanalisi come  lo hanno fatto questi due autori. Una volta chiuso il libro, si riemerge da questa lunga traversata con una singolare sensazione di benessere: essere stati testimoni di un incontro vitale, che ha permesso di riattraversare in maniera  vivace critica e mobile un autore e la sua opera. Giocando con le affinità e i contrasti potremmo scomodare Jean Laplanche, autore insieme a Pontalis dell’ormai mitico Vocabulaire, nel dire che Matteini è in grado di “mettere al lavoro” Pontalis, facendo risuonare nella parola lavoro più che l’idea della fatica quella della trasformazione e di renderlo vivo e di farlo correre verso il futuro. 
Conclusa la lettura del volume ci si sente stimolati a ripartire di nuovo, a rimbarcarsi per nuovi  primi incontri. Matteini rinnova la possibilità di una psicoanalisi viva, libera, critica e squisitamente inattuale. Helene Parat qualche anno fa ha  parlato dell’effetto Pontalis mettendo in luce quanto sia difficile parlare della sua opera e come, quando ci si arrischia a farlo, ci si senta sempre ostaggio di un’oscillazione incessante tra la possibilità di una lettura che procede per libere  associazioni (anche io ne sono caduto vittima nella parte iniziale di questo scritto) e una riduzione concettuale che passa per esempio dalla necessità di ricorrere alla citazione. Quello di Pontalis è un pensiero ribelle ad ogni tentativo di  sistematizzazione, allergico alla possibilità di venire “spiegato”: non può essere tradotto, semplificato e diluito, resistente ai commenti perché è incarnato in uno stile di scrittura che gli è inconfondibilmente proprio. Questa sarebbe la sfida  per chiunque voglia di parlare di lui, e mi pare che Chiara Matteini l’abbia senza dubbio vinta: l’autrice nel navigare il mare pontalisiano sembra avere fatta sua un’intima convinzione, ovvero che è proprio la sua stessa opera e il suo pensiero che ci autorizzano a rifiutare l’idea di un’alternativa posta come ineludibile e a tenere a freno la coazione alla sintesi.  Matteini tollera, accetta, preserva e favorisce uno stato di tensione feconda, il rifiuto della sistematicità -  refus de tout système per dirla con Lacan - abitando l’entre-deux.  Il libro oltre ad essere brillante, profondo, colto e creativo e quindi capace di distinguersi per i suoi contenuti è sostenuto da una rara qualità di scrittura: sempre limpida e  sofisticata e assieme godibilissima, felicemente immune da tentazioni mimetiche. Una scrittura, in questo sì similmente allo stile dello stesso Pontalis, dotata del “potere di risvegliare” e marcata da quella impronta dell’inconscio che segna  a fonte sempre clinica di sviluppi apparentemente più teorici. 



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