La serata scientifica del 27 aprile prossimo, sarà un’occasione per approfondire la teoria di formazione del genere proposta da Avgi Saketopoulou, intervistata da Fiamma Vassallo e Chiara Buoncristiani a partire dal suo ultimo libro Gender Without Identity (2023).
Negli ultimi anni Avgi Saketopoulou, psicoanalista greco-cipriota che vive e lavora a New York, si è affermata come una delle voci più originali della psicoanalisi contemporanea. Il suo progetto teorico, in dialogo critico con Freud, si colloca all’incrocio tra clinica, teoria del trauma e studi queer, riaprendo alcuni assunti della metapsicologia classica alla luce delle configurazioni contemporanee della soggettività.
Ciò che rende il suo contributo particolarmente rilevante è il tentativo di pensare congiuntamente trauma, sessualità e trasformazione, non come ambiti separati, ma come processi intrecciati e reciprocamente costitutivi. Ne derivano implicazioni cliniche significative: viene messa in discussione la concezione lineare del lavoro analitico come progressiva integrazione.
Nell’approfondire il suo pensiero, abbiamo incontrato l’attualità della mitologia greca. Questa non è soltanto una premessa biografica, ma ha un valore teorico: nel mito, infatti, il trauma non si configura soltanto come evento da superare, ma come forza capace di trasformare radicalmente il soggetto. La compresenza di distruzione e creazione, di ferita e produzione di senso, trova una risonanza significativa nel lavoro di Saketopoulou.
A partire da questa prospettiva, proponiamo le sue riflessioni, articolandole su tre assi portanti: trauma, ripetizione e sessualità.
1. Ripensare il trauma: dalla ferita al potenziale generativo
Nella tradizione psicoanalitica, il trauma è stato concepito come un evento eccedente la capacità di simbolizzazione del soggetto e fonte di ripetizione patologica.
Saketopoulou non abbandona questa impostazione, ma ne radicalizza le implicazioni.
Nel suo The Sublime in Trauma (2014), propone di considerare il trauma non soltanto come un evento esterno puramente distruttivo, ma anche come esperienza costitutiva, capace di produrre nuove forme di soggettività.
Il trauma può così aprire a nuove configurazioni del desiderio e a forme inedite di simbolizzazione, senza che tale trasformazione assuma necessariamente un carattere armonico. Ne consegue uno spostamento clinico rilevante: il lavoro analitico non consiste sempre nel ridurre gli effetti del trauma, ma nel comprendere quali possibilità esso renda accessibili. Questa prospettiva richiede di sostare in una tensione teorica e tecnica,
evitando sia una lettura puramente riparativa sia una sua implicita estetizzazione.
2. Ripetizione: traumatofilia o trasformazione?
Rispetto alla coazione a ripetere descritta da Freud, Saketopoulou propone una lettura volutamente ambivalente.
La ripetizione non è soltanto il ritorno del non elaborato, ma può implicare un investimento attivo: una ricerca di specifiche intensità affettive. Alcune forme di ripetizione non sono semplicemente subite, ma partecipano di un movimento di riavvicinamento al trauma, nel tentativo di trasformarlo. In questo senso, la ripetizione può essere intesa come uno spazio di lavoro psichico attivo, non riducibile né al masochismo né al fallimento dell’elaborazione.
In On Not Being Able to Stop (2017), Saketopoulou sottolinea che ripetere non significa necessariamente restare intrappolati, ma può costituire una modalità attraverso cui si generano nuove possibilità psichiche.
Per la clinica, questo implica uno spostamento della domanda: non soltanto perché si ripete, ma che cosa la ripetizione stia producendo, sebbene resti aperta la questione di come distinguere tra ripetizione trasformativa e reiterazione distruttiva.
3. L’irriducibilità della sessualità
È nella teoria della sessualità che il pensiero di Saketopoulou assume la sua formulazione più radicale. In dialogo con la tradizione psicoanalitica e con la teoria queer, la sessualità viene pensata non solo come enigma da tradurre, ma come eccedenza rispetto a ogni tentativo di simbolizzazione.
La sessualità non è dunque pienamente organizzabile né riconducibile a una mancanza strutturale; è una forza che può disorganizzare il soggetto tanto quanto costituirlo. Le identità sessuali e le configurazioni del desiderio appaiono come esiti provvisori di un lavoro di traduzione mai concluso.
In Sexuality Beyond Consent (2023), Saketopoulou insiste sul fatto che il soggetto non è mai completamente padrone della propria vita sessuale. Ne deriva una concezione della sessualità come campo di negoziazione continua, privo di una soluzione definitiva. Questa irriducibilità ha conseguenze rilevanti per la cura, poiché mette in crisi l’idea di integrazione come esito del trattamento e valorizza la persistenza di elementi non pienamente traducibili. Si configura così una concezione della pratica analitica che richiede all’analista una posizione non normativa, capace di tollerare l’incertezza e di sostenere processi di soggettivazione aperti, senza ricondurli a modelli prestabiliti di sviluppo o normalità.
Conclusioni
Il lavoro di Avgi Saketopoulou si colloca in una posizione di frontiera: da un lato riprende, rielaborandoli, i limiti del processo di simbolizzazione già presenti in Sigmund Freud e radicalizzati in Jacques Lacan; dall’altro si avvicina alla concezione dell’alterità enigmatica e non saturabile proposta da Jean Laplanche. Al contempo, il suo lavoro entra in risonanza con gli studi queer, in particolare con la critica alle ontologie stabili dell’identità formulata da Judith Butler, pur mantenendo una specifica attenzione alla dimensione clinica e all’esperienza incarnata che eccede tanto la normatività simbolica quanto le sue decostruzioni teoriche.
Trauma, ripetizione e sessualità non sono più pensati come ambiti da ricondurre a un ordine, ma come processi aperti, ambivalenti e talvolta perturbanti.
Il suo contributo non consiste nel fornire una teoria rassicurante, ma nel rendere pensabile ciò che eccede i nostri modelli: il punto in cui il soggetto non coincide con se stesso e in cui la trasformazione non coincide necessariamente con l’integrazione.
Da qui emergono interrogativi clinici cruciali: come sostare in ciò che non si integra? Quale statuto attribuire alla ripetizione quando non è solo sintomo? Quale posizione assumere di fronte a una sessualità che eccede ogni tentativo di ordinamento?
La serata scientifica del 27 aprile prossimo, sarà un’occasione per approfondire la teoria di formazione del genere proposta da Avgi Saketopoulou, intervistata da Fiamma Vassallo e Chiara Buoncristiani a partire dal suo ultimo libro Gender Without Identity (2023).