Dalí Atomicus (1948) — Philippe Halsman
Nel corso di un’intervista del 1977, Salvador Dalí raccontò che un giorno, dopo aver visitato il Museo del Prado insieme a Jean Cocteau, un giornalista chiese loro cosa avrebbero salvato se il museo fosse andato in fiamme. Cocteau rispose che avrebbe salvato il fuoco; Dalí dichiarò invece che avrebbe salvato l’aria, precisamente l’aria contenuta ne Las Meninas di Diego Velázquez.
Con queste risposte provocatorie, ciascuno voleva probabilmente suggerire che ciò che importa non è l’opera in sé ma la sua capacità generativa di esperienza, la potenzialità presente nella molteplicità dei piani di realtà, dei punti di vista e dei livelli di senso.
Possiamo immaginare che qualcosa di simile accada in psicoanalisi. Si può pensare di iniziare un percorso perché nella vita di una persona sopraggiunge un evento oppure una sensazione difficile da decifrare, ma che persiste nella ripetizione di una scena interna. Il fuoco può rappresentare ciò che brucia in primo piano, un sintomo che spinge a chiedere aiuto, l’emergere insistente di vissuti di angoscia, una crisi o sensazioni di incertezza e stallo; l’aria è il veicolo del processo analitico che rende possibile la profondità, la prospettiva, la vita del quadro, l’attivarsi di risonanze, le tensioni invisibili che danno forma alla relazione e che consentono alla storia personale del paziente di mostrarsi nella scena del quadro. Le dinamiche e le risonanze che emergono nell’incontro tra analista e paziente definiscono la relazione di transfert e controtransfert.
Spiegare questi due concetti brevemente senza cadere in banalizzazioni è quasi impossibile, ma in estrema sintesi potremmo dire che il transfert è la dinamica attraverso cui il paziente attualizza nella relazione con l’analista copioni scritti in altri tempi, di cui è diventato inconsapevole protagonista, mentre il controtransfert è la risonanza emotiva dell’analista alla scena dentro cui viene trasportato dal paziente.
Il transfert è il processo attraverso cui desideri, conflitti, fantasie, difese e modelli affettivi mutuati dalle relazioni primarie si riattualizzano nella relazione analitica. Non è semplicemente uno “spostamento” sul terapeuta di sentimenti provati verso figure del passato: è la riproposizione, nel qui-e-ora della seduta, di un assetto relazionale interno che organizza la percezione dell’altro e di sé. Nel transfert il paziente non ricorda soltanto: rivive. L’analista viene inconsciamente collocato in ruoli e funzioni che appartengono alla storia affettiva del paziente, e la relazione terapeutica diventa il teatro in cui si mettono in scena aspettative, paure, modalità di attaccamento e difese, ma, soprattutto, in cui esplorare le potenzialità di quanto non accaduto nella rimessa in gioco di quote pulsionali sospese, bloccate o interdette fino a quel momento. Proprio perché si manifesta nel presente della relazione, il transfert non è solo oggetto di interpretazione, ma materia viva del lavoro analitico.
Il controtransfert è l’insieme delle risposte emotive inconsapevoli che l’analista a sua volta sperimenta nell’incontro con il paziente, risposte che nascono dal muto dialogo tra le proprie caratteristiche personali e ciò che il paziente comunica attraverso il transfert. Il controtransfert costituisce un fondamentale strumento clinico e, quando riconosciuto e opportunamente gestito, rappresenta una via di accesso privilegiata alla comprensione del mondo interno del paziente. In questa prospettiva, la lettura congiunta di transfert e controtransfert rappresenta la matrice stessa del processo psicoanalitico, lo strumento cardine volto non solo a promuovere la comprensione dei modi con cui ciascuna persona vive situazioni o relazioni paralizzate in schemi a volte dolorosi o difensivi, ma soprattutto a mobilitare prospettive, quote affettive e desideri di cui riappropriarsi per rimettere in gioco il proprio percorso soggettivo.
In questa intervista dialoghiamo con la Dott.ssa Tiziana Bastianini, membro ordinario con funzioni di training della Società Psicoanalitica Italiana (SPI), che si occupa da moltissimi anni del controtransfert e della comunicazione tra inconsci in psicoanalisi.
Cosa significa parlare di transfert e controtransfert, da un punto di vista psicoanalitico?
Il tema del transfert e controtransfert in psicoanalisi apre la riflessione sul che cosa e come “trasferiamo”. Nella situazione analitica trasferiamo elementi psichici anche eterogenei: affetti, emozioni, impressioni, talora incarnati, oltre che rappresentazioni verbali. Ma dobbiamo anche chiederci che cosa rappresenti, da un punto di vista psichico, la dinamica del transfert per una persona che vive un’esperienza di analisi. Nel transfert si gioca la “ripetizione”, che propongo di pensare in termini di “fedeltà”: la fedeltà rispetto a una modalità e a un’organizzazione interna che ha edificato strutture psichiche che hanno preso forma, in ragione della storia personale, secondo un certo tipo di configurazione memoriale. In alcuni casi, soprattutto pensando ai pazienti con quadri clinici complessi, c’è una fedeltà “all’oggetto traumatico”, perché questo stesso legame è stato strutturante, anche se in forma dolorosa e alienante. La fedeltà ha a che fare con la continuità d’essere, pur se legata alla sofferenza, e in tal senso “tradire”, cioè rinunciare a tale continuità, può essere difficile perché a volte una persona può sentire inconsciamente che rischierebbe di perdere tutto ciò che possiede. L’esperienza di transfert del paziente si collega al controtransfert dell’analista, cioè, da questo punto di vista, al modo in cui l’analista avverte la pressione interpsichica che si mobilita nella relazione con il paziente, o per proteggere la “fedeltà all’oggetto traumatico” o per immaginare un tradimento grazie al quale possano cominciare a emergere nuove prospettive. La dialettica tra fedeltà e tradimento è quindi anche una dialettica tra transfert e controtransfert.
Trovo sia una chiave di lettura stimolante per capire che cosa si mette in moto; così come trovo che sia interessante rispetto alla questione a volte letta in modo riduzionista del “qui ed ora”, rispetto al “lì e allora”. Sono vere tutte e due le cose, perché non esisterebbe un presente se non ci fosse un passato in grado di coglierlo e significarlo, ma è il presente che nel momento in cui si riattualizza crea l’occasione per vedere se la fedeltà può essere tradita, anche attraverso una nuova possibilità in cui l’analista ci mette dentro qualcosa di suo per far sì che tutto ciò avvenga.
Di fatto, che si crei una tentazione al tradimento?
Sì, una possibilità che all’inizio può spaventare se intendiamo la fedeltà all’oggetto traumatico come la necessità di sperimentare la continuità d’essere, perché per alcuni pazienti la perdita di quella fedeltà può essere vissuta come un rischio di un cambiamento catastrofico. Nella mia esperienza clinica con situazioni di grande vulnerabilità la ritrascrizione è un processo complesso in cui le nuove tracce affiancano le vecchie memorie traumatiche. Anche se queste ultime possono diventare meno intense, meno dolorose, il modo che hai trovato all’inizio della vita per un lungo periodo per dare significato alla tua esistenza, rimane dentro di te, ma inizia a convivere con una nuova possibilità d’essere che può emergere attraverso l’esperienza analitica. Nella relazione analitica, l’analista prova a costruire un puntello, una possibilità di costruire un nuovo oggetto di holding interiore che diventi una funzione interna con cui il soggetto possa opporsi alla tendenza al ritorno e alla ripetizione dei vissuti, delle sofferenze e delle modalità di relazioni precedenti.
In che modo, allora, l’analista può introdurre una crepa nella fedeltà che renda il tradimento pensabile?
Ampliando le possibilità di ascolto e i registri della comunicazione, perché l’analista lavora immerso in materiale psichico eterogeneo che non ha a che fare solo con la rappresentazione verbale. Dobbiamo essere in grado di comprenderlo, accoglierlo, lavorarlo e poterlo poi tradurre insieme al paziente, perché l’obiettivo dell’esperienza analitica è quello di arrivare non solo a poter pensare, ma anche a poter rappresentare verbalmente una serie di cose: è importante che una persona possa arrivare a poter dire: penso ad una parola che apre, alle sue qualità poietiche e poetiche. Ovviamente non tutto ciò che passa nello scambio analitico sarà tradotto in pensieri e parole, dato che le vie di questa comunicazione sono numerosissime e variabili; per fortuna, perché proprio questo scarto di traduzione lascerà un residuo che nutrirà altri livelli, altre immagini e altre spinte della psiche verso nuovi orizzonti creativi.
L’espressione che ha usato, “arrivare a poter dire”, mi riporta alla definizione che una delle prime pazienti di Freud diede della psicoanalisi, “talking cure”, cioè una cura attraverso le parole. Perché è così importante “arrivare a poter dire”?
Sa, io penso che l’analista abbia anche la funzione di essere testimone della realtà interna del paziente. Se io trovo la parola, nel senso poetico e poietico, attraverso la quale verbalizzare e dare forma ai miei vissuti e la affido all’analista-testimone, quella realtà diventa esistente per me. Questo passaggio è necessario per la nascita di quello che chiamiamo “senso di realtà”. Sentire delle sensazioni interne è un livello basilare che ha a che fare con l’essere, però “sentire di sentire” introduce la dimensione della riflessività che è fondamentale per “sentirsi vivi”. A questa riflessività si può accedere soltanto se c’è un’altra mente che ti riconosce come essere senziente. Tutto questo coinvolge numerosi livelli, ma ad un certo punto è la parola a testimoniare che è avvenuta un’intesa.
E quando le parole per descrivere certi vissuti e stati interni non sono disponibili?
Sono convinta che ci sono tanti livelli dell’intendersi. In un bellissimo passaggio Freud scrive che il nostro inconscio coglie benissimo la disposizione interna dell’altro, anche se possiamo non tenerne conto o non esserne consapevoli. A volte l’intesa passa per livelli che non sono né consapevoli né rappresentati verbalmente, però poi c’è la dimensione dell’“intendersi”, non solo del venire compresi da qualcun altro, che apre alla riflessività, al sapere di sapere, al sentire di sentire: è questo forse l’aspetto più evoluto dell’esperienza umana.
Come avviene la trasmissione di elementi così difficili da decodificare?
È una questione che riguarda il controtransfert e la rêverie, cioè il ruolo degli aspetti intuitivi e immaginativi dell’analista. È un tipo di lavoro psichico che amplia la possibilità di cogliere ciò che il paziente ci comunica oppure trasferisce su di noi attraverso canali molteplici. La dimensione dell’allucinatorio è un registro molto ampio della mente dell’analista. Riprendendo un’immagine di Bateson, che si occupò dei legami tra i soggetti, direi che l’analista deve disporre di una “rete per acchiappare pensieri” e che questa rete deve avere un’estensione molto ampia, perché più la rete delle funzioni che l’analista mette a disposizione è estesa, più è in grado di accogliere, di far risuonare significati e connessioni. Il tema della “risonanza interpsichica”, compresa quella attraverso il corpo, è importante per riflettere sul lavoro del processo analitico e comprendere che tipo di ponte crea.
Un ponte che lega due persone, il paziente e l’analista, in dialogo con funzioni della psiche che passano anche attraverso i loro corpi. Ma esiste anche un “corpo dell’analisi”, che non è più solo dell’uno né più solo dell’altro. È complesso riuscire a cogliere la concretezza di un fenomeno che sembrerebbe così astratto…
Eppure è proprio così, è qualcosa di concreto che sedimenta e che ha una sua sostanza e consistenza, che coinvolge tutti i sensi in grado di creare la struttura connettiva del processo analitico. Da un certo punto di vista, dunque, il processo analitico può essere considerato come il terzo intersoggettivo che prende forma nel corpo dell’analisi a partire dai due psichismi del paziente e dell’analista. La comunicazione tra inconsci è un tema affascinante e fondamentale perché è legato alla questione di come noi decodifichiamo tutti questi livelli di comunicazione; l’analista è costantemente immerso in un campo pieno di segnali da cui ogni tanto emerge una prospettiva, un punto di vista, un’illuminazione, una sensazione corporea, un improvviso pensiero senza apparente origine che lo coglie di sorpresa e che prova a proporre al paziente. In ogni seduta può accadere qualcosa di inaspettato: l’irruzione di una perturbazione che non ci si immaginava neanche.
Se ci dovessimo rivolgere a una persona che non ha mai fatto un’esperienza di psicoanalisi, come potremmo definire una singola seduta all’interno dell’ascolto a rete estesa di cui parlava prima?
Ogni seduta è in primis un’esperienza condivisa. Da un certo punto di vista possiamo definire la seduta come ciò che accade all’interno di una cornice definita da spazio e tempo determinati, che il dispositivo del setting ci consente di enucleare. È la costruzione di questo dispositivo che offre la possibilità di cogliere i tanti livelli attraverso cui comunichiamo per farne oggetto di riflessione nella catena associativa durante il processo psicoanalitico. Non li cogliamo tutti, a volte solo alcuni, pur essendone costantemente attraversati, sin dal primo momento in cui apriamo la porta al paziente.
Da un altro punto di vista, una seduta è un incontro tra due persone che possono temersi o che possono desiderare e sperare di incontrarsi. La “logica della speranza” introduce l’idea che ci sia il desiderio dell’incontro con l’altro, non solo la paura, perché se così fosse avremmo degli orizzonti molto più limitati. Mi piace ricordare sia il Colloquio di Palermo sul tema l’Inconscio, sia il Congresso nazionale della SPI su: “L’Inconscio, gli Inconsci”: al plurale. Lo stesso Freud, fin dai suoi primi scritti, avanza l’ipotesi che non esiste solo l’inconscio come derivato della rimozione di alcuni contenuti inammissibili, ma esistono molteplici livelli inconsci, che riguardano il “conosciuto non pensato”, per dirla con Bollas cioè tutto ciò che ogni persona ha incontrato fin dall’inizio della propria esistenza senza potersene appropriare in termini di esperienza vissuta, un patrimonio personale che è rimasto fuori dalla possibilità di essere rispecchiato, pensato, testimoniato e trasformato dal soggetto stesso, ma che permane in qualità di resti nella psiche. Questi resti possono confluire in vissuti desoggettivanti in cui non compare una vera e propria forma di conflitto, ma in cui si avverte un turbamento, un senso di alienazione, legato a contenuti che sono rimasti lì, come galleggianti. Un essere vuoti di sé per dirla con le parole di Enid Balint.
Dei resti in attesa di essere ripresi eventualmente nell’incontro con un analista in grado di coglierli. Ma come potersi accorgere della loro presenza?
Io credo ci siano tanti modi. La cosa più semplice in senso classico a cui possiamo pensare sono i lapsus, gli atti mancati, i sogni. Ma se teniamo in considerazione un altro tipo di inconscio, quello delle esperienze precoci della prima e primissima infanzia che non sono state neanche registrate nella nostra psiche, noi dobbiamo leggere ciò che parla attraverso il corpo, le sottolineature dei gesti e alcune parole che pure hanno un corpo.
Potremmo quindi intendere la psicoanalisi non solo come il lavoro sul tempo del già stato, ma piuttosto un lavoro di apertura su ciò che non è stato ancora vissuto, un tentativo di rivitalizzare desideri e potenzialità offerte dalla propria storia personale?
Direi di sì: il tempo dell’analisi è anche quello necessario a generare la speranza che ciò che è stato incontrato nella propria vita e poi ripreso durante il percorso analitico continui a germogliare internamente, aprendosi al futuro, anche e soprattutto dopo che questo percorso si è concluso. Insomma che prosegua un processo autoanalitico generativo che vada avanti per tutta la vita.
Ha nominato la parola tempo, quindi le rivolgo una delle domande più frequenti quando si inizia un percorso di analisi: “Quanto tempo servirà?”. Potremmo provare ad allargare questa domanda chiedendoci cosa è il tempo in psicoanalisi?
Questa è una domanda complessa… lo penserei come il tempo del desiderio di futuro. È sempre un’esperienza soggettiva che non si può definire a priori, ma solo quando compare qualcosa che ci segnala che tutto il processo si è depositato in un vissuto psichico con cui dare forma a una rinnovata rappresentazione di se stessi, più vitale ed integrata. È un passaggio delicato tanto per il paziente quanto per l’analista, proprio perché lo scambio è sempre a due direzioni. Quando un paziente conclude l’analisi c’è un lutto non soltanto da parte del paziente, ma anche da parte dell’analista, perché è coinvolta una parte di te che ha vissuto profondamente quell’esperienza.
Sembra che stiamo parlando di un rapporto idilliaco, ma la verità è che ci sono anche momenti in cui si generano tensioni. Cosa accade quando l’incontro prende forma attraverso lo scontro?
Il tema della fedeltà e del tradimento ha molto a che fare con il tema del legame conflittuale – quello che potremmo chiamare transfert negativo – in cui si ripropongono, nella relazione con l’analista, sentimenti angoscianti e di tensione già vissuti in altri legami del passato. Sono momenti in cui si possono giocare vere e proprie battaglie e, prima che il paziente si fidi e accetti che quella è una nuova esperienza, ci vuole tanto lavoro. A volte sei convocato in un tipo di pressione anche psichica piuttosto intensa.
È lì che si gioca la questione tra fedeltà e tradimento, perché quando il transfert negativo prende forma il paziente può vivere te-analista secondo lo schema emozionale profondo delle sue memorie affettive traumatiche e tu, a quel punto, puoi essere coinvolto in un tipo di relazione dove la pressione interpsichica è tale da farti diventare chi “non tradisce la fedeltà” alla storia già conosciuta dal paziente; in quei casi anche l’analista cioè rischia di restare fedele alla storia originaria del paziente senza introdurre variazioni, offrendo una risposta congruente con quel tipo di richiesta di fedeltà. Si possono creare dei veri e propri momenti di impasse, su cui però è fondamentale riuscire a interrogarsi per trasformarli in opportunità, perché quelli sono tra i momenti più preziosi in cui la psiche prova a vedere quanto può integrare del suo passato e quanto ce la fa ad accogliere risposte nuove. Ogni ripetizione di malessere e di sofferenza per me è un nuovo tentativo di integrare materiali psichici ancora non sistemati, ancora non elaborati. Anche questo ci lascia in eredità l’ultimo Freud, il dialogo continuo tra Eros e Thanatos: lo sforzo costante con cui Eros tenta di legare, di integrare. Poi c’è una parte che è portatrice della rabbia, dell’angoscia, della necessità di mantenersi fedele a quel tipo di vissuto preservato come una traccia depositata, di voler distruggere ogni occasione di possibile cambiamento. Bisogna pensarla come una continua oscillazione tra creare-distruggere, per dirla con le parole di Anzieu.
Potremmo intendere il tradimento come l’iscrizione di una traduzione nuova della propria storia: il trad-ire nel processo analitico può diventare un tra-durre. Tradisco perché traduco, traduco quindi tradisco.
Esatto, l’uno conduce l’altro ad abitare un terreno ignoto. Il tradurre come livello di “trasferimento” verso un luogo in cui non sai quello che può accadere. Analista e paziente si conducono reciprocamente “al di là” del già noto, un passaggio trasformativo che per una parte della mente può rappresentare la stessa minaccia che per gli antichi rappresentava l’andare oltre le Colonne d’Ercole. Immaginare di varcare le Colonne d’Ercole può essere catastrofico in alcuni casi, perciò è prezioso fare questa navigazione con un analista che trasformi la minaccia dell’ignoto nella speranza di incontrare una potenzialità creativa e generativa di curiosità e riscoperta di se stessi.
Vorrei chiudere con un’altra riflessione che trae spunto dall’arte pittorica, e in particolare da un passaggio del Trattato della pittura di Leonardo da Vinci.
Evvi un’altra prospettiva, la quale chiamo aerea
imperocché per la varietà dell’aria si possono conoscere le diverse distanze
di vari edifici terminati ne’ loro nascimenti da una sola linea (...)
è da figurarsi un’aria un poco grossa.
A partire dall’osservazione attenta e partecipata del reale, Leonardo coglie che ogni distanza è colmata dall’aria e tale interposizione modifica le forme, attenua i contorni, smorza i colori, dissolve la nettezza delle cose. Allo stesso modo in cui nel mondo naturale non esistono linee assolute, ma continue transizioni e trasformazioni, anche la densità dell’aria non è costante e agisce come un velo che avvolge gli oggetti, sottraendoli alla rigidità del disegno e restituendoli a una condizione instabile e viva. L’aria, lungi dall’essere un vuoto trasparente e neutro, diventa una presenza vera e propria, una materia densa, variabile, dotata di spessore e tonalità cromatica, condizione basilare attraverso cui il mondo si offre allo sguardo e ai sensi. Con la prospettiva aerea Leonardo non si limita a riprodurre un’immagine ma, potremmo dire, il suo farne esperienza viva; l’aria diventa così la rappresentazione plastica della temporalità e del dialogo connettivo tra ciò che viene osservato e chi osserva. Nei suoi paesaggi assume sostanza quel qualcosa che si interpone tra noi e ciò che osserviamo, a partire dalla sottrazione di contorni netti e certezze date e dalla ricerca di densità di volumi in relazione tra loro.
In tal senso sia l’aria un poco grossa di Leonardo sia l’aria di Las Meninas di Dalí sembrano offrire immagini concrete con cui provare a intendere il significato del corpo dell’analisi come quel dispositivo che consente alla psicoanalisi di essere attuale e continuamente capace di interrogarsi circa i paesaggi da esplorare.
Grazia Cappellucci
Bibliografia:
Anzieu, D. (1999), Creare distruggere, Roma, Borla.
Balint, E. (1963), Essere vuoti di sé, International Journal of Psychoanalysis, 44.
Bateson, G. (1979), Mente e natura. Un’unità necessaria, Milano, Adelphi.
Bollas, C. (1989), L’ombra dell’oggetto. Psicoanalisi del conosciuto non pensato, Milano, Raffaello Cortina.
Freud, S. (1895/1977), Studi sull’isteria, in Opere, vol. 1, Torino, Bollati Boringhieri.
Freud, S. (1914), Ricordare, ripetere e rielaborare, in Opere, vol. 7, Torino, Bollati Boringhieri.
Pontalis, J.-B. (1988), No, due volte no, in Perdere di vista, Milano, Raffaello Cortina.
Società Psicoanalitica Italiana – Centro di Psicoanalisi di Palermo (2008), VII Colloquio Psicoanalitico di Palermo: “L’inconscio”, Palermo, 25/26 ottobre.
Società Psicoanalitica Italiana (2021), XIX Congresso Nazionale della SPI: “Inconscio/Inconsci”, formula online, 4/7 febbraio.