Attualità della psiche

Silenzio, rumore dei social e corpi connessi Un incontro al Municipio VII su adolescenza, vergogna e nuove forme della soggettivitàSilenzio, rumore dei social e corpi connessi

#Banca del Tempo #Nuovi Legami Familiari #Centro Psicoanalitico di Roma


Silenzio, rumore dei social e corpi connessi  Un incontro al Municipio VII su adolescenza, vergogna e nuove forme della soggettivitàSilenzio, rumore dei social e corpi connessi

 

Presso il Municipio VII di Roma, nell’ambito di un progetto promosso dalla Banca del Tempo e dall’associazione Nuovi Legami Familiari, Chiara Buoncristiani è intervenuta per il Centro Psicoanalitico di Roma con una conferenza dedicata a un tema che attraversa oggi famiglie, scuole, servizi educativi e pratiche cliniche: il rapporto tra adolescenti, tecnologie digitali, corpo, vergogna e nuove forme della soggettività.

L’incontro ha raccolto una partecipazione attenta e viva. Molti dei presenti sono intervenuti non solo con domande, ma con il desiderio di condividere il proprio vissuto: esperienze di genitori, educatori, insegnanti, cittadini alle prese con un cambiamento che non riguarda più soltanto “i ragazzi”, ma l’intero modo contemporaneo di stare in relazione, di abitare il corpo e di cercare riconoscimento.

La conferenza si è aperta con una domanda semplice e insieme decisiva: come ci sentiamo dopo aver passato del tempo sui social? Più informati, più connessi, più leggeri? Oppure più irritati, più frammentati, più esposti, più soli? Da qui Buoncristiani ha proposto di spostare il discorso dal piano moralistico — troppo telefono, poca volontà, generazione fragile — a un piano più profondo: le tecnologie digitali non sono soltanto strumenti che usiamo, ma ambienti che entrano nei nostri ritmi, nella nostra attenzione, nel nostro umore, nel modo in cui percepiamo il nostro valore e il nostro corpo.

Uno dei passaggi centrali dell’intervento ha riguardato proprio il corpo. Contrariamente a quanto spesso si pensa, il digitale non rende l’esperienza meno corporea. La rende, semmai, più esposta. Il corpo contemporaneo è fotografato, confrontato, editato, osservato, restituito dallo schermo. Non coincide mai soltanto con l’anatomia: è anche corpo percepito, immaginato, riconosciuto o misconosciuto, abitabile oppure reso invivibile. Questo vale in modo particolarmente intenso in adolescenza, quando il corpo cambia, lo sguardo dell’altro diventa decisivo e la domanda “chi sono?” si intreccia inevitabilmente con “come appaio?”, “come vengo visto?”, “esisto nella scena comune?”.

Attraverso esempi quotidiani — una foto cancellata perché non riceve abbastanza reazioni, una storia controllata più volte, un messaggio visualizzato e lasciato senza risposta, una scena di esclusione scoperta attraverso le immagini — la conferenza ha mostrato come i social producano non solo opinioni o contenuti, ma stati del corpo: tensione, allerta, eccitazione, confronto, sollievo, saturazione, vergogna. Le piattaforme, ha sottolineato Buoncristiani, funzionano come ambienti affettivi: misurano, archiviano, connettono e ripropongono le nostre tracce secondo logiche di attenzione e coinvolgimento. Non sono neutre perché organizzano il tempo dell’attesa, il rapporto con il vuoto, la soglia della frustrazione, il bisogno di conferma.

In questa prospettiva, la vergogna è stata indicata come uno degli affetti guida del nostro tempo connesso. Non la vergogna intesa semplicemente come colpa per qualcosa che si è fatto, ma una vergogna più diffusa e atmosferica: la sensazione di non essere abbastanza interessanti, abbastanza desiderabili, abbastanza presenti, abbastanza riconosciuti. Oppure, all’opposto, il timore di essere troppo visibili, troppo esposti, troppo vulnerabili allo sguardo. Nei mondi digitali siamo spesso sospesi tra due paure: non essere visti ed essere visti troppo.

L’adolescenza, in questo quadro, non è stata presentata come una patologia del digitale, ma come il sismografo più sensibile di una trasformazione collettiva. Gli adolescenti non sono il “problema”: sono il luogo in cui diventa più evidente una mutazione che riguarda tutti. Cambia il rapporto con l’errore, con l’imbarazzo, con la memoria, con il diritto a sperimentarsi. Ciò che un tempo poteva restare transitorio, goffo, dimenticabile, oggi può essere fotografato, archiviato, rilanciato, trasformato in stigma. La vita psichica, invece, ha bisogno di intervalli: di ritardo, di opacità, di tempi di lavorazione.

Da qui il titolo ideale dell’incontro: silenzio e rumore. Il rumore dei social non è fatto solo di parole, immagini e notifiche. È fatto anche della crescente difficoltà a tollerare gli intervalli. Prendere il telefono in ascensore, al semaforo, prima di dormire, appena svegli, dopo un piccolo disagio, non è un gesto banale: è spesso un modo per evitare una sospensione, un vuoto, una noia, un imbarazzo, una quota minima di inquietudine. Il telefono diventa un micro-regolatore affettivo. Riempie l’intervallo, attenua il vuoto, evita il confronto con un momento non ancora pensabile.

La questione, dunque, non è demonizzare la tecnologia, né rimpiangere nostalgicamente un passato più autentico. Buoncristiani ha insistito sulla necessità di una posizione più complessa: riconoscere che la rete può offrire anche spazi di nominazione, appartenenza, creatività e non-solitudine, soprattutto per chi si sente isolato o non riconosciuto; ma, nello stesso tempo, interrogare il costo psichico di ambienti che spingono continuamente all’esposizione, alla misurazione, alla reazione immediata.

La parte finale dell’incontro ha aperto una riflessione sul compito degli adulti. Non si tratta soltanto di controllare o proibire, né di arrendersi all’idea che “ormai il mondo è così”. Si tratta piuttosto di costruire spazi in cui il disagio digitale possa essere ascoltato senza essere subito banalizzato o patologizzato. Quando un ragazzo soffre per un’immagine, per una storia non vista, per un commento o per un’esclusione online, non sta male “per niente”: sta male dentro scene in cui si giocano riconoscimento, appartenenza, vergogna, desiderabilità, valore.

L’incontro al Municipio VII ha mostrato quanto questi temi tocchino da vicino la vita quotidiana. Gli interventi del pubblico hanno reso evidente che la domanda non riguarda soltanto come limitare i social, ma come aiutare bambini, adolescenti e adulti a costruire un rapporto con il corpo, con il desiderio e con lo sguardo dell’altro che non sia interamente governato dall’urgenza dell’esposizione.

In conclusione, la conferenza ha proposto una direzione educativa, clinica e culturale: creare spazi più abitabili di presenza, ascolto e limite. Spazi in cui possa esserci riconoscimento senza schiacciamento, visibilità senza divoramento, connessione senza perdita completa del ritmo interno. Perché oggi abbiamo forse più connessione, ma non necessariamente più legame. Ed è proprio da questa distinzione che passa una delle sfide più importanti del nostro tempo.

 



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