Après-coup di Lucia Maulucci
Architetture impossibili
“Lo spazio costruito plasma il comportamento umano”
Sennett 2018, citato da Alex Fortunato
Le opere del pittore olandese Maurits Cornelis Escher, oltre ad essere senza ombra di dubbio esteticamente notevoli, ci colpiscono per il loro senso ipnotico: spazi frantumati e ricomposti, piani esteticamente perfetti ma che sfidano tutte le leggi della fisica e dell’ingegneria, scale impossibili ma che avremmo voglia di percorrere per arrivare in nessun luogo. In “Relatività”, opera del 1953, le rampe di scale salgono e scendono verso pianerottoli dritti e inclinati, impossibile seguire un percorso, facile perdersi, precipitare e ritrovarsi su un’altra scala, più in basso, più in alto in una sequenza infinita.
Eppure, in questa ripetizione, non c’è angoscia. Corriamo volentieri il rischio di perderci: è un ‘opera d’arte.
L’ angoscia ci coglie nel mondo chiuso e claustrofobico delle “costruzioni che non sono architetture”, come dice Alex Fortunato, nella bruttezza delle periferie: il grigio, palazzi enormi, spazi angusti e finestre piccole.
Costruzioni angoscianti, brutte: un mondo stretto e deforme, una trappola senza via di uscita. Così si sentono molti pazienti e il paziente bambino di Alex Fortunato. Così l’analista che si prende cura, quando decide di prendersi cura, dei casi cosiddetti gravi, cronici, considerati inguaribili, in cui la patologia corrompe e deforma il corpo e la psiche. Gravi perché c’è un sentimento pervasivo di ineluttabilità della bruttezza: una dimensione concreta della deformità senza vita di uscita e senza speranza.
Se lo spazio riflette le forme dell’inconscio (Bollas, 2000), possiamo allora considerare la bruttezza come concretezza senza pensiero.
Quale via d’uscita possiamo pensare per un bambino imprigionato in un blocco di cemento? Egli disperatamente e ostinatamente si arrampica per cercare l’unica finestra che, dalla sua stanzetta, gli consentirebbe l’affaccio su un quadratino di blu: il cielo.
La dimensione estetica, sottolinea Chianese, è parte dell’umano perché accompagna la nascita del pensiero simbolico e precede la nascita del soggetto. La dimensione estetica non è qualcosa di “secondario “o di “evoluto”, essa è primaria ed indispensabile. Nella relazione analitica la cruda realtà del sintomo concreto può finalmente lasciare aprire lo spiraglio verso l’azzurro. Ma ne vale la pena?
Sì, ne vale la pena, secondo Alex Fortunato, secondo Mimmo Chianese e anche secondo me. Ne vale la pena perché cercare la dimensione estetica, all’interno della relazione analitica, può rendere la ripetizione, che blocca e paralizza, una trasformazione. Percorrere la scala impossibile di Escher può far nascere il pensiero nella dimensione estetica e la ripetizione identica e claustrofobica e angosciante può trasformarsi in qualcosa di nuovo, fosse solo poter guardare dalla finestra quel quadratino di cielo.