Attualità della psiche

Report del Convegno “In principio era il gruppo” di Fausta Calvosa


Report del Convegno “In principio era il gruppo” di Fausta Calvosa

 

In principio era il gruppo. Rickman, Bion e Foulkes alle origini della ricerca sui campi gruppali allargati

Pavia, 7–10 maggio 2026

Il convegno “In principio era il gruppo. Rickman, Bion e Foulkes alle origini della ricerca sui campi gruppali allargati”, organizzato dal Centro Psicoanalitico di Pavia, si è svolto dal 7 al 10 maggio 2026 nella suggestiva cornice dellAlmo Collegio Borromeo di Pavia.

Fin dal titolo, il congresso ha dichiarato la propria intenzione teorica e culturale: riportare al centro il tema della gruppalità come dimensione originaria dellesperienza umana e della vita psichica. Lespressione “In principio era il gruppo” richiama infatti, attraverso Totem e tabù di Freud, la celebre formula goethiana In principio era lazione”, a sua volta in dialogo con il prologo del Vangelo di Giovanni, In principio era il Verbo”. Come ha ricordato Lucio Sarno nel suo intervento, è oggi difficile pensare la psicoanalisi e la vita psichica prescindendo dai gruppi e dai contesti relazionali nei quali ogni esperienza umana è inevitabilmente immersa. Il gruppo viene così pensato non semplicemente come dispositivo terapeutico, ma come matrice fondamentale del soggetto, del pensiero e del legame sociale. Sullo sfondo delle diverse prospettive teoriche presentate nel corso del congresso si ritrova infatti una comune assunzione: il soggetto non nasce come entità isolata, ma emerge da un campo relazionale originario che precede e rende possibile i processi di soggettivazione. In questa prospettiva, il gruppo non rappresenta unaggiunta successiva allindividuo, bensì una dimensione costitutiva della vita psichica fin dalle sue origini.

Il congresso si è articolato lungo due direttrici principali: una dimensione storico-critica dedicata alle origini della ricerca psicoanalitica sui gruppi e una dimensione clinico-metodologica volta a mettere in dialogo le differenti tradizioni del lavoro gruppale contemporaneo. In questo senso, il programma ha offerto non soltanto una ricostruzione delle radici storiche del pensiero gruppale, ma anche unoccasione di confronto tra modelli teorici, pratiche cliniche e applicazioni istituzionali differenti.

Le considerazioni che seguono non intendono naturalmente restituire in modo esaustivo la ricchezza del congresso né dare conto di tutti i contributi presentati. Si propongono piuttosto come una riflessione personale su alcuni temi e alcune linee di pensiero che mi sono sembrati particolarmente significativi e che, a mio avviso, hanno attraversato il congresso nel suo insieme. Va inoltre considerato che molte delle sessioni pomeridiane si svolgevano in parallelo; i riferimenti ai workshop rispecchiano pertanto necessariamente solo il percorso che ho avuto modo di seguire direttamente.

Al centro del congresso è stata posta la figura di John Rickman, riconosciuto come uno dei pionieri del pensiero gruppale psicoanalitico. La conferenza inaugurale di Riccardo Steiner ha ricostruito il contesto culturale britannico degli anni Trenta e il ruolo svolto da Rickman nello sviluppo di una nuova sensibilità verso i gruppi, le istituzioni e lesperienza della guerra. A questa prospettiva storica si è collegato il contributo di Marco Conci, che ha mostrato lattualità degli scritti di Rickman, ancora poco conosciuti e scarsamente diffusi nel contesto italiano, evidenziando come numerose intuizioni oggi centrali nel pensiero psicoanalitico contemporaneo trovino nelle sue elaborazioni una precoce formulazione.

Più volte nel corso delle giornate è riemerso il riferimento al celebre scritto Psychoanalysis and Numbers, che rappresenta forse una delle formulazioni più efficaci del problema affrontato dallintero congresso: cosa accade alla psicoanalisi quando il soggetto non viene più pensato come individuo isolato, ma come parte di configurazioni relazionali sempre più ampie? La questione del numero” rinvia infatti al passaggio dalluno ai molti, dalla mente individuale ai campi gruppali, istituzionali e sociali.

In continuità con questo tema si è collocato lintervento introduttivo di Tullio Medici, coordinatore dellArea Nazionale di Ricerca sulla Psicoanalisi dei Gruppi della SPI. Medici ha osservato come il gruppo sia stato per lungo tempo, nella vita della Società Psicoanalitica Italiana, una sorta di principio implicito”: ampiamente presente nelle pratiche cliniche, istituzionali e formative, ma non ancora pienamente rappresentato come campo condiviso di ricerca e riflessione. Il lavoro svolto dallArea negli ultimi anni ha permesso di dare riconoscimento e visibilità a una pluralità di esperienze gruppali già presenti nella pratica clinica, istituzionale e formativa della SPI, favorendo il confronto tra modelli differenti e la costruzione di uno spazio comune di ricerca. In questa prospettiva, il gruppo è stato pensato non soltanto come tecnica o setting terapeutico, ma come specifica modalità di produzione del pensiero e di trasformazione psichica, capace di collegare il lavoro clinico con i pazienti, il lavoro con gli operatori e la riflessione sulle istituzioni.

Le relazioni plenarie successive hanno affrontato alcuni dei nodi teorici fondamentali della ricerca gruppale contemporanea. Antonino Gallo ha ripercorso il lungo e complesso rapporto tra psicoanalisi duale e psicoanalisi gruppale, mostrando come unantica contrapposizione si sia progressivamente trasformata grazie alle teorie del campo e alle prospettive post-bioniane. Carla Penna ha approfondito il tema dell’“Uno e dei Molti”, interrogandosi sulle implicazioni teoriche del passaggio dallindividuo al gruppo e sulle trasformazioni che questo comporta nella concezione stessa del campo psicoanalitico. Antonio Samà ha ricostruito il percorso che conduce dallesperienza di Northfield alle applicazioni contemporanee della psicodinamica dei gruppi nelle organizzazioni, mettendo in luce la fecondità delle intuizioni sviluppate da Rickman e Bion ben oltre il contesto clinico originario.

Roberta Patalano ha affrontato il tema delle trasformazioni in O attraverso una rilettura del Tifone di Joseph Conrad. La figura del capitano MacWhirr, che sceglie di attraversare la tempesta anziché evitarla, è divenuta metafora della funzione analitica e della capacità del gruppo di sostare nellesperienza emotiva catastrofica, rendendo progressivamente pensabile ciò che inizialmente si presenta come impensabile.

La riflessione sul gruppo come luogo di trasformazione dellesperienza emotiva ha trovato ulteriori sviluppi nelle relazioni plenarie del sabato mattina. Giuseppe Civitarese ha ripercorso il tema del legame nella tradizione psicoanalitica, seguendo un percorso che dal filo nascosto” di Melanie Klein conduce al concetto bioniano di linking e ai successivi sviluppi della psicoanalisi post-bioniana. Al centro del suo intervento si sono collocati i temi del legame intersoggettivo e del campo analitico, considerati come elementi fondamentali per comprendere i processi di costituzione dellesperienza psichica e della vita relazionale.

Nella stessa sessione, Giorgio Corrente ha ripercorso alcuni sviluppi del modello di Psicoanalisi di Gruppo elaborato negli ultimi cinquant'anni nell'ambito dell'Istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo, a partire dalle intuizioni di Bion e dagli sviluppi introdotti da Francesco Corrao con il concetto di funzione Gamma. La sua relazione ha approfondito il ruolo della funzione onirica del gruppo, il concetto di ensoñación e i processi trasformativi che si realizzano nel piccolo gruppo a funzione analitica. Attraverso il tema della complementarità tra funzione Alfa e funzione Gamma, Corrente ha proposto una lettura delle trasformazioni psichiche che mette in evidenza il rapporto reciproco tra i processi trasformativi del singolo e quelli che si producono nel gruppo nel suo insieme, fino alle trasformazioni in O descritte da Bion. Il suo intervento ha inoltre offerto una significativa testimonianza dell'evoluzione teorica e clinica della tradizione gruppale sviluppatasi nell'IIPG a partire dagli anni Ottanta.

Riprendendo alcuni dei temi che hanno attraversato l'intero congresso, Lucio Sarno ha ripercorso le radici storiche e teoriche della psicoanalisi di gruppo, muovendo dall'assunto che oggi non sia più possibile pensare la vita psichica e la sofferenza umana prescindendo dai contesti relazionali nei quali ogni individuo è immerso. Attraverso un percorso che ha attraversato il pensiero di Freud, Winnicott, Pichon-Rivière, Bion, Foulkes e Balint, ha mostrato come l'interesse psicoanalitico per la dimensione gruppale sia nato dall'incontro tra le sfide poste dalla clinica dei pazienti gravi e la progressiva attenzione alle componenti relazionali, ambientali e sociali dell'esperienza umana. Un tema centrale della relazione è stato il costante equilibrio tra le potenzialità protettive e trasformative offerte dai gruppi e il rischio che prevalgano modalità regressive di funzionamento, riconducibili a quelle che Bion ha descritto come assunti di base, rispetto alle quali appare essenziale una continua manutenzione” psicoanalitica. Nelle sue conclusioni, Sarno ha proposto una distinzione tra gruppi psicoanalitici di studio e ricerca, gruppi psicoanalitici clinici d'intervento e gruppi psicoanalitici di cura, sottolineando la pluralità dei vertici teorici e delle applicazioni che caratterizzano oggi questo settore della ricerca e della clinica psicoanalitica.

Il rapporto tra individuo, gruppo e istituzione è stato ulteriormente approfondito nei contributi di Mario Perini e Roberta Mineo. Perini ha ripreso il modello Tavistock e le sue applicazioni nei contesti organizzativi e istituzionali, mentre Mineo, nel suo intervento Dal coro alla legge, ha proposto una rilettura del rapporto tra gruppo, conflitto e simbolizzazione a partire dalla nozione di chorós e dal concetto di inconscio sociale. Il passaggio dalla voce collettiva alla costruzione condivisa della legge è stato pensato come una metafora dei processi che consentono ai gruppi di trasformare il conflitto in pensiero e in possibilità evolutive.

Le sessioni parallele del pomeriggio hanno consentito di approfondire, da differenti prospettive, molti dei temi emersi nelle relazioni plenarie. Nella sessione dedicata alle letture bioniane e post-bioniane del gruppo, Sandra Maestro ha affrontato il rapporto tra insegnamento e apprendimento del pensiero di Bion. Riprendendo la proposta di Stefano Bolognini del cosiddetto quarto pilastro” della formazione psicoanalitica, Maestro ha mostrato come la capacità di lavorare nei gruppi e di apprendere dallesperienza gruppale rappresenti una componente essenziale della formazione dello psicoanalista. Il gruppo è stato così pensato non soltanto come oggetto di studio, ma come luogo privilegiato di apprendimento della funzione analitica stessa. Nella stessa sessione Alessandro Bruni ha illustrato il modello bioniano del piccolo gruppo come promotore di cambiamenti evolutivi, mentre Luca Trabucco ha ripreso il tema degli assunti di base come differenti configurazioni della guerra contro la realtà”.

Altre sessioni hanno approfondito il lavoro gruppale nei contesti psicoterapeutici, istituzionali e organizzativi. Particolare attenzione è stata dedicata ai metodi derivati dallesperienza Tavistock e dalle Group Relations Conference, coordinati da Vanna Berlincioni, che hanno mostrato la vitalità di questi approcci nei contesti della salute mentale, della formazione e delle organizzazioni.

Un ulteriore sviluppo della riflessione sui campi gruppali allargati è stato offerto dai contributi dedicati alla Psicoanalisi Multifamiliare. Silvia Rivolta e Andrea Narracci hanno collocato il modello di Jorge García Badaracco allinterno della tradizione gruppale inaugurata da Rickman, Bion e Foulkes, evidenziandone gli elementi di continuità e di originalità.

Il nostro contributo, presentato insieme a Eleonora Longo, Michela Melillo e Valentina Trombacco, era dedicato allimpiego del Gruppo di Psicoanalisi Multifamiliare nel lavoro clinico istituzionale con adolescenti e giovani adulti in breakdown evolutivo. Lintervento ha messo in evidenza come il dispositivo multifamiliare possa sostenere processi di pensabilità condivisa nei momenti di crisi, favorendo il dialogo tra pazienti, familiari e operatori e offrendo uno spazio di elaborazione comune nei complessi passaggi tra differenti servizi di cura. In questa prospettiva, il gruppo è stato presentato non soltanto come strumento terapeutico, ma anche come dispositivo capace di sostenere il lavoro clinico nelle istituzioni e di promuovere connessioni tra i diversi livelli della presa in carico.

Nello stesso workshop, Biancarosa Volpe ha presentato un originale metodo di intervisione fondato sullutilizzo della metafora, mostrando come il lavoro metaforico possa favorire processi di riflessione e di elaborazione condivisa dellesperienza professionale allinterno dei gruppi di lavoro.

Se il riferimento a Rickman ha consentito di tornare alle origini della riflessione psicoanalitica sui gruppi, il congresso ha mostrato al tempo stesso quanto tale tradizione sia oggi viva e articolata. La pluralità delle prospettive presenti — dalla gruppoanalisi alle letture bioniane e post-bioniane, dalla psicoanalisi multifamiliare alle applicazioni istituzionali e organizzative — ha restituito limmagine di un campo di ricerca in continuo sviluppo. Più che offrire risposte definitive, le giornate di Pavia hanno mostrato la vitalità delle domande che attraversano il lavoro psicoanalitico con i gruppi e la fecondità del confronto tra tradizioni differenti nel mantenere aperta la ricerca.

 




Partners & Collaborazioni